L'accesso all'Archivio Digitale Intercettazioni da parte degli avvocati

L’accesso all’Archivio Digitale Intercettazioni da parte degli avvocati

Gli avvocati difensori hanno la facoltà, per il tempo concesso dal PM, di:

1. esaminare gli atti del processo, anche in via telematica,

2. ascoltare le registrazioni presenti nell’Archivio Digitale delle Intercettazioni, ADI,

3. ottenere la copia delle trascrizioni e/o la trasposizione delle registrazioni.

Ma come devono procedere nel caso volessero ascoltare le intercettazioni e consultare altri documenti?

Il Ministero della Giustizia ha pubblicato delle utili schede illustrative che spiegano le modalità di accesso all’Archivio Digitale Intercettazioni da parte degli avvocati.

Ve ne riportiamo una panoramica.

AVVOCATI: COME ACCEDERE ALL’ARCHIVIO DIGITALE INTERCETTAZIONI

Ascolto delle intercettazioni

Il personale della Procura procede all’identificazione dell’avvocato difensore, all’accesso al sistema tramite delle credenziali e all’assegnazione di una postazione d’ascolto individuale.

Eventuali accompagnatori, per esempi gli interpreti, possono essere inseriti nella richiesta di consultazione.

Una volta inserita la richiesta, è possibile cercare i contenuti che l’avvocato difensore desidera consultare.

È l’addetto allo sportello a selezionarli e a procedere con l’eventuale richiesta di copia.

Una volta conclusa la procedura di abilitazione, il sistema produce un documento con l’indicazione di user id (codice fiscale) e password che il legale utilizza per accedere all’ascolto nella sala di ascolto.

Una volta inserite le credenziali, il sistema recupera l’intercettazione richiesta e l’avvocato può procedere tramite il pulsante “Consulta”.

Il sistema tiene traccia delle intercettazioni ascoltate dal legale, e della data e ora di ingresso e uscita dalla sala di ascolto.

L’avvocato difensore può presentare istanza di copia di contenuti ascoltati.

Archivio documentale

Anche l’accesso all’archivio documentale segue una procedura di autenticazione da parte del personale della Procura.

In questo caso, l’abilitazione dell’avvocato difensore può avvenire tramite il REGINDE.

Il personale genera tramite il sistema informatico una password utilizzabile una sola volta, con cui il legale accede all’archivio.

Anche in questo caso, l’accesso avviene dalle sale di ascolto.

Per comprendere meglio i dettagli delle modalità di accesso alle intercettazioni vi consigliamo di visualizzare le schede illustrative presenti nel sito del Ministero della Giustizia.

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Cashback di Stato: come funziona il bonus bancomat in partenza al 1° dicembre

Dal 1° dicembre 2020 parte la fase sperimentale dell’operazione cashback di Stato, o bonus bancomat, grazie al quale i cittadini potranno ottenere rimborsi in denaro a seguito di acquisti effettuati con modalità di pagamento elettronico. Il test si concluderà il 31 dicembre.

L’obiettivo del programma è disincentivare l’uso del contante e limitare l’evasione fiscale.

COME FUNZIONA IL SISTEMA CASHBACK

Il cashback è un sistema utilizzato soprattutto dai negozi per fidelizzare i clienti.
Quando un cliente acquista qualcosa, recupera parte della sua spesa economica tramite un rimborso.
Il meccanismo ha le seguenti caratteristiche:

  • – il soggetto che rimborsa è anche il soggetto al quale il consumatore ha versato una somma in cambio di beni o servizi;
  • – la percentuale di rimborso mediamente va dal 5% al 15%;
  • – i rimborsi riguardano gli acquisti eseguiti in un arco temporale preciso e limitato (per es.: un anno);
  • – l’adesione al programma è volontaria.

Il cashback statale differisce leggermente da questo modello poiché, come già suggerito, le finalità sono diverse.

  • il soggetto che rimborsa è lo Stato e non il soggetto al quale il cliente ha versato una somma in cambio di beni o servizi;
  • – la percentuale di rimborso è decisa dal Ministero dell’Economia e delle Finanze;
  • – anche l’arco temporale di riferimento è deciso dal MEF;
  • – il beneficiario può essere solo un consumatore maggiorenne, residente in Italia e privato, quindi non sono contemplati gli acquisti nell’ambito dell’esercizio d’impresa, arte o professione;
  • – l’adesione al programma è sempre volontaria.

COSA FARE PER ADERIRE AL PROGRAMMA CASHBACK DI STATO

La prima cosa da fare è registrarsi al programma cashback tramite l’App IO e indicare il proprio codice fiscale, l’IBAN e una o più carte da utilizzare per i futuri pagamenti elettronici.

Ogni volta in cui le carte registrate vengono utilizzate per l’acquisto in negozi, i dati della transazione vengono trasmessi alla piattaforma gestita da PagoPA.

Con scadenza semestrale, viene calcolato il rimborso in base agli importi spesi. Il rimborso viene accreditato direttamente sul conto corrente indicato.

Al momento, mancano ancora informazioni precise sull’importo massimo delle spese, il numero delle transazioni valide e l’entità dei rimborsi. Quando il sistema cashback sarà a pieno regime, la percentuale di rimborso dovrebbe essere del 10% su un massimo di 1.500 € per semestre.

Sono anche previsti rimborsi speciali per i primi 100.000 aderenti che effettuano il maggior numero di transazioni. I rimborsi seguiranno una graduatoria.

LA PRIVACY

Il sistema su cui si basa il bonus bancomat è alquanto semplice, ma implica il trattamento di dati personali su larga scala. Ciò significa che vi sono delle questioni legate alla privacy che vanno assolutamente considerate.

Con il provvedimento n. 179 del 13 ottobre, il Garante della Privacy ha dato parere positivo sullo schema del decreto del MEF ma non ancora sul trattamento dei dati.
L’approvazione completa da parte del Garante arriverà solo quando il Ministero dell’Economia e delle Finanze eseguirà la valutazione d’impatto sulla protezione dei dati personali prevista dall’art. 35 del GDPR.
Inoltre, il Garante sta ancora esaminando la DPIA di PagoPA sull’uso dell’app IO.

Lo scenario a cui si aspira prevede, naturalmente, che i dati raccolti tramite l’App IO vengano usati esclusivamente per le finalità connesse al cashback e non per controllare i cittadini.
Anche i dati relativi agli esercenti dovranno essere usati solo per verificare eventuali reclami sulle transazioni effettuate.

In ogni caso, il MEF potrà utilizzare tutti i dati raccolti tramite il sistema per proprie finalità statistiche.

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Fatture elettroniche: nuova proroga al termine di adesione al servizio di consultazione AdE

Con il provvedimento del 23 settembre 2020, l’Agenzia delle Entrate ha informato che il termine per ladesione al servizio di consultazione delle fatture elettroniche è stato nuovamente prorogato, questa volta al 28 febbraio 2021.

Non è la prima proroga ed esattamente come nei casi precedenti anche stavolta la motivazione è legata alla privacy.

IL SERVIZIO DI CONSULTAZIONE DELLE FATTURE ELETTRONICHE E LA PRIVACY

Il servizio di consultazione delle fatture elettroniche è destinato anche agli utenti privati ed è stato introdotto dall’Agenzia delle Entrate con il provvedimento del 21 dicembre 2018.
Grazie al servizio sarà possibile visualizzare online tutte le fatture emesse nei propri confronti.

È un sistema apparentemente molto comodo per l’utente, ma presenta un lato oscuro. Infatti, tutte le fatture transitano attraverso il Sistema di Interscambio dell’Agenzia delle Entrate e confluiscono poi nella banca dati del Fisco che ha così accesso a un’enorme mole di informazioni su imprese e cittadini.
Con ‘enorme mole’ non intendiamo solo quantitativamente, ma anche qualitativamente: l’AdE può memorizzare e utilizzare tutti i dati contenuti nelle fatture, non solo quelli puramente ‘economici’.

A ciò va aggiunto che l’articolo 14 del decreto-legge 26 ottobre 2019, n. 124 ha esteso a 8 anni il termine per la conservazione dei dati contenuti nelle fatture elettroniche.

Fin dall’inizio il Garante della Privacy ha sottolineato come l’archiviazione massiccia di dati sensibili dell’intera popolazione sia sproporzionata rispetto alle finalità di controllo fiscale, nonché rischiosa in quanto sintomo di una deriva antidemocratica delle Istituzioni.

IL NUOVO TERMINE PER L’ADESIONE

Il Garante chiede che la nuova scadenza per l’adesione al servizio di consultazione delle fatture elettroniche e la loro cancellazione in caso di non adesione sia, questa volta, certa (provvedimento dell’Autorità Garante del 9 settembre 2020).

Fino a tale scadenza permane un periodo di transizione durante il quale l’AdE può conservare tutte le fatture che transitano attraverso il Sistema di Interscambio. Nel caso poi un utente decidesse di non aderire, tutti i dati dovranno essere cancellati entro 30 giorni.

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La fattura elettronica ha rivoluzionato l’emissione, l’invio, la gestione e la conservazione digitale dei documenti di fatturazione.

Il passaggio dalla versione cartacea a quella digitale non è però stato affatto privo di polemiche o difficoltà. Una di queste è certamente la comprensione degli errori in cui si può incappare.

Questi errori sono individuati dal Sistema d’Interscambio dell’Agenzia delle Entrate (SdI) che può impiegare fino a 5 giorni per accettare una nostra fattura elettronica o decidere di scartarla.
In questo caso, ci indicherà il motivo dello scarto attraverso un codice che rappresenta uno specifico errore.

GLI ERRORI NELLA FATTURAZIONE ELETTRONICA

L’Agenzia delle Entrate ha messo a disposizione degli utenti un documento in cui riporta le specifiche tecniche alla base della fatturazione elettronica.

In esso è presente anche l’elenco di tutti i codici errore relativi alla fattura ordinaria, a quella semplificata e anche a quella transfrontaliera.

Qui di seguito riportiamo i codici errore per le fatture ordinarie e semplificate, divisi per tipologia.

Cliccando sul nome della tipologia potete scoprire il significato dei singoli codici:

errori nomenclatura ed unicità del file trasmesso (00001, 00002);

errori dimensioni del file (00003);

errori verifica di integrità del documento (00102);

errori verifica di autenticità del certificato di firma (00100, 00101, 00104, 00107);

errori verifica di conformità del formato fattura (00103, 00105, 00106, 00200, 00201);

errori verifica di coerenza sul contenuto (00400, 00401, 00403, 00411, 00413, 00414, 00415, 00417, 00418, 00419, 00420, 00421, 00422, 00423, 00424, 00425, 00427, 00428, 00429, 00430, 00437, 00438, 00443, 00444, 00445, 00460, 00471, 00472, 00473, 00474);

errori verifica di validità del contenuto della fattura (00300, 00301, 00303, 00305, 00306, 00311, 00312, 00313, 00320, 00321, 00322, 00323, 00324, 00325, 00326, 00330);

errori verifiche di unicità della fattura (00404, 00409).

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Il GDPR è entrato in vigore il 25 maggio 2018 e, tutto sommato, le aziende italiane non se la stanno poi cavando così male nell’adeguarsi alle novità in materia di trattamento dei dati, consenso, diritto all’oblio e altri adempimenti connessi.

Nonostante ciò, è bene non abbassare la guardia e ricordare che in caso di mancato adeguamento, imprese e professionisti possono incorrere in:

  • – sanzioni amministrative;
  • – sanzioni penali;
  • – richieste di risarcimento danni;
  • – divieto di trattamento dei dati personali raccolti fintantoché non venga ripristinata la conformità mancante.

LE SANZIONI AMMINISTRATIVE PREVISTE DAL GDPR

All’art.83, il Regolamento UE 2016/679 indica le sanzioni amministrative previste in caso di mancato adeguamento.

Il loro importo massimo può essere:

  • – di 10 milioni di euro o pari al 2% del fatturato dell’anno precedente.
    Per le imprese che non abbiano nominato il DPO, comunicato eventuali data breach all’Autorità Garante, violato le condizioni sul consenso al trattamento dei dati di minori o che abbiano trattato in maniera illecita i dati personali degli utenti;
  • – di 20 milioni di euro o pari al 4% del fatturato dell’anno precedente.
    Per le imprese che abbiano trasferito illecitamente dati personali in altri Paesi o che non abbiano osservato un ordine imposto dal Garante.

Questi importi rappresentano dei massimali indicativi: ogni sanzione viene commisurata alla gravità, alla natura o alla durata della violazione al GDPR, al numero di soggetti coinvolti e alla sostanza dolosa o colposa.

LE SANZIONI PENALI PREVISTE DAL GDPR

All’art.84, il GDPR spiega che è compito degli stati membri stabilire norme e altre sanzioni non amministrative.

In Italia, le sanzioni penali in materia sono disciplinate dal Codice della Privacy del 2003.

Il Codice contempla 5 possibili violazioni:

  • – il trattamento illecito dei dati (articolo 167);
  • – la comunicazione e la diffusione illecita dei dati personali oggetto di trattamento su larga scala (articolo 167-bis);
  • – l’acquisizione fraudolenta di dati personali oggetto di trattamento su larga scala (articolo 167-ter);
  • dichiarazioni false al Garante e interruzione dell’esecuzione dei compiti o dell’esercizio dei poteri del Garante (articolo 168);
  • – l’inosservanza dei provvedimenti del Garante (articolo 170).

La sanzione penale può raggiugnere i 6 anni di reclusione.

ALTRI REATI IN MATERIA DI PRIVACY

Dato il periodo storico contraddistinto dal COVID e dal ricorso allo smart working, è importante sottolineare anche l’esistenza delle violazioni in materia di controlli a distanza dei lavoratori (art. 4, comma 1 e all’art. 8 del Codice della Privacy).
Gli impianti audiovisivi o altri strumenti che permettano di controllare a distanza l’attività dei lavoratori devono essere utilizzati dai datori di lavoro per sole esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza o la tutela del patrimonio aziendale

Inoltre, va ricordato che le interferenze illecite nella vita privata perpetrate tramite strumenti di ripresa visiva o sonora rappresentano un reato punito con la reclusione da 6 mesi a 4 anni e che la stessa pena ricade anche su chi rivela o diffonde al pubblico notizie o immagini ottenute in tal modo.

A COSA PRESTARE ATTENZIONE

Lo scopo del GDPR è responsabilizzare aziende e professionisti sulla raccolta, l’uso e la conservazione dei dati personali altrui.

I controlli sono compito della Guardia di Finanza che pone particolare attenzione su 3 adempimenti:

  • – la nomina del DPO, il responsabile della protezione dati;
  • – le misure previste in caso di data breach, dal più limitato al più grave;
  • – il registro dei trattamenti, un documento interno, sempre aggiornato, che serve a identificare i soggetti coinvolti nel trattamento dei dati, quali categorie di dati sono trattate, per quali motivi, chi vi può accedere, a chi vengono comunicati, per quanto tempo vengono conservati, ecc. Va esibito in caso di verifiche.

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Il marketing legale non viola il codice deontologico, a patto che…

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Il marketing legale non viola il codice deontologico, a patto che…

Nulla vieta a un’avvocato o a uno studio legale di farsi pubblicità, a patto che l’attività di marketing legale sia svolta nel rispetto dei principi indicati dal codice deontologico.

Per qualcuno questo può sembrare un ossimoro; in realtà il codice deontologico non solo non esclude questa la possibilità ma, anzi, suggerisce una condotta comportamentale che è a tutto favore di un marketing di qualità.

Tre sono gli articoli di particolare rilevanza.

MARKETING LEGALE: 3 ARTICOLI DI RIFERIMENTO

Il primo articolo utile a definire come fare marketing legale è l’art.37 sul divieto di accaparramento della clientela:

“1. L’avvocato non deve acquisire rapporti di clientela a mezzo di agenzie o procacciatori o con modi non conformi a correttezza e decoro.
2. L’avvocato non deve offrire o corrispondere a colleghi o a terzi provvigioni o altri compensi quale corrispettivo per la presentazione di un cliente o per l’ottenimento di incarichi professionali.
3. Costituisce infrazione disciplinare l’offerta di omaggi o prestazioni a terzi ovvero la corresponsione o la promessa di vantaggi per ottenere difese o incarichi.
4. E’ vietato offrire, sia direttamente che per interposta persona, le proprie prestazioni professionali al domicilio degli utenti, nei luoghi di lavoro, di riposo, di svago e, in generale, in luoghi pubblici o aperti al pubblico.
5. E’ altresì vietato all’avvocato offrire, senza esserne richiesto, una prestazione personalizzata e, cioè, rivolta a una persona determinata per uno specifico affare.”

Il secondo è l’art.17:

“1. È consentita all’avvocato, a tutela dell’affidamento della collettività, l’informazione sulla propria attività professionale, sull’organizzazione e struttura dello studio, sulle eventuali specializzazioni e titoli scientifici e professionali posseduti.
2. Le informazioni diffuse pubblicamente con qualunque mezzo, anche informatico, debbono essere trasparenti, veritiere, corrette, non equivoche, non ingannevoli, non denigratorie o suggestive e non comparative.
3. In ogni caso le informazioni offerte devono fare riferimento alla natura e ai limiti dell’obbligazione professionale.”

Infine, l’art.35 offre dei veri e proprio spunti pratici per offrire una “corretta informazione”:

  1. ” L’avvocato che dà informazioni sulla propria attività professionale, quali che siano i mezzi utilizzati, deve rispettare i doveri di verità, correttezza, trasparenza, segretezza e riservatezza, facendo in ogni caso riferimento alla natura e ai limiti dell’obbligazione professionale.
  2. L’avvocato non deve dare informazioni comparative con altri professionisti né equivoche, ingannevoli, denigratorie, suggestive o che contengano riferimenti a titoli, funzioni o incarichi non inerenti l’attività professionale.
  3. L’avvocato, nel fornire informazioni, deve in ogni caso indicare il titolo professionale, la denominazione dello studio e l’Ordine di appartenenza.
  4. L’avvocato può utilizzare il titolo accademico di professore solo se sia o sia stato docente universitario di materie giuridiche; specificando in ogni caso la qualifica e la materia di insegnamento.
  5. L’iscritto nel registro dei praticanti può usare esclusivamente e per esteso il titolo di “praticante avvocato”, con l’eventuale indicazione di “abilitato al patrocinio” qualora abbia conseguito tale abilitazione.
  6. Non è consentita l’indicazione di nominativi di professionisti e di terzi non organicamente o direttamente collegati con lo studio dell’avvocato.
  7. L’avvocato non può utilizzare nell’informazione il nome di professionista defunto, che abbia fatto parte dello studio, se a suo tempo lo stesso non lo abbia espressamente previsto o disposto per testamento, ovvero non vi sia il consenso unanime degli eredi.
  8. Nelle informazioni al pubblico l’avvocato non deve indicare il nominativo dei propri clienti o parti assistite, ancorché questi vi consentano.
  9. Le forme e le modalità delle informazioni devono comunque rispettare i principi di dignità e decoro della professione.”

Presi nel loro complesso, questi 3 articoli offrono ad avvocati e studi legali il perimetro entro cui muoversi.
È evidente che il codice deontologico non neghi affatto la possibilità di fare marketing legale, in particolare attraverso i mezzi digitali a disposizione oggi (sito, blog, social, podcast, ecc.), ma che spinga per una comunicazione che sia indirizzata verso la condivisione trasparente di informazioni e la creazione di una relazione onesta con l’utente, e non una comunicazione basata su messaggi puramente commerciali.

Questi non sono affatto limiti; al contrario, sono indicazioni perfettamente in linea con i principi del marketing di qualità.

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Attenzione! Nuova truffa via mail segnalata dall’Agenzia delle Entrate

Attenzione! Nuova truffa via mail segnalata dall’Agenzia delle Entrate

Tramite il comunicato stampa del 22 settembre 2020, l’Agenzia delle Entrate comunica l’esistenza di una nuova truffa via mail (phishing).

Le mail di phishing segnalano false incongruenze nei dati delle “eliminazioni periodiche IVA”.

COS’È IL PHISHING

Il phishing è un tipo di truffa via mail il cui scopo è rubare dati sensibili, come numeri di carte di credito, password e pin, informazioni personali, ecc.

Per farlo, viene generalmente chiesto al destinatario di:
– cliccare su un link fraudolento,
scaricare degli allegati apparentemente innocui che, invece, nascondono malware (virus informatici) che possono potenzialmente “sequestrare” il pc o lo smartphone fintantoché non viene pagato un riscatto.

L’efficacia del phishing si deve all’aspetto assolutamente credibile delle mail.

IL COMUNICATO DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE

Nel comunicato, l’Agenzia delle Entrate spiega che l’attuale truffa via mail è caratterizzata da messaggi che nell’intestazione riportano la dicitura “IL DIRETTORE DELL’AGENZIA” o “GLI ORGANI DELL’AGENZIA” e che nel testo invitano a visionare i documenti in allegato al fine di verificare «alcune incoerenze» risultanti «dall’esame dei dati e dei saldi relativi alla divulgazione delle eliminazioni periodiche IVA».

Condividiamo le due immagini di esempio rilasciate dall’AdE.

L’Agenzia delle Entrate precisa di essere totalmente estranea a tali messaggi e invita gli utenti a cancellarli subito e a non aprire gli allegati.

COME DIFENDERSI DALLA TRUFFA VIA MAIL

L’Agenzia ricorda che per nessun motivo è sua abitudine inviare ai propri utenti mail con la richiesta di comunicare dati personali. Tutte le informazioni che li riguardano sono consultabili tramite il Cassetto Fiscale, presente nell’area riservata del sito dell’Agenzia stessa.

Vi ricordiamo che per tutelarvi dai tentativi di truffa via mail (phishing) è importante prestare attenzione ad alcuni dettagli dei messaggi di posta elettronica che ricevete.
In particolare:
– diffidate dai messaggi provenienti da mittenti sconosciuti o da enti, banche e società che, come suggerito poco sopra, non richiedono mai ai propri clienti di comunicare informazioni private tramite mail,
– non aprite mai allegati presenti in mail sospette,
– non cliccate sui link contenuti in mail sospette,
  se avete dubbi, contattate il mittente per assicurarvi che la mail sia davvero voluta.

Potete capire meglio come difendervi leggendo gli articoli suggeriti qui sotto.

Qui il link al comunicato ufficiale dell’Agenzia delle Entrate.

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Attenzione al phishing via mail PEC

Fattura elettronica: nuove specifiche tecniche a partire dal 1° ottobre

Fattura elettronica: nuove specifiche tecniche a partire dal 1° ottobre

Con il provvedimento n.166579/2020 del 20 aprile 2020, l’Agenzia delle Entrate ha aggiornato le specifiche tecniche dei tracciati xml della fattura elettronica, abbandonando alcuni codici e inserendone di altri.

Le nuove specifiche tecniche, la versione 1.6.1, vengono introdotte attraverso un periodo di transizione che parte dal 1° ottobre 2020.
Durante tale periodo il Sistema di Interscambio accetterà fatture elettroniche e note di variazione predisposte seguendo sia il nuovo schema che quello precedente (versione 1.5).

Dal 1° gennaio 2021 il Sistema di Interscambio accetterà solo le fatture e le note di variazione conformi al nuovo schema.

FATTURA ELETTRONICA E SPECIFICHE TECNICHE: QUALI NOVITÀ

Tra le novità introdotte dalla versione 1.6 delle specifiche tecniche evidenziamo:

– nuovi codici «TipoDocumento»
Viene ampliata la gamma di documenti che possono essere emessi e trasmessi.
Un esempio è il codice TD20, al momento utilizzabile in diversi casi, tra i quali il reverse charge. Con le nuove specifiche, il reverse charge presenta 3 nuovi codici:
TD16 per quello interno,
TD17 per acquisti di servizi da soggetti UE ed extra-UE,
TD18 per acquisti da fornitori UE;

– nuovi codici «Natura IVA»
I nuovi codici faciliteranno la dichiarazione Iva precompilata;

– nuovi codici «Tipo ritenuta»
Viene introdotta la possibilità di inserire più ritenute all’interno della stessa fattura. Sono ammesse ritenute di tipo previdenziale e la ritenuta d’acconto.
Si passa dai seguenti codici:
RT0 ritenuta persone fisiche,
RT02 ritenuta persone giuridiche,
a questi:
RT01 ritenuta persone fisiche,
RT02 ritenuta persone giuridiche,
RT03 contributo Inps,
RT04 contributo Enasarco,
RT05 contributo Enpam,
RT06 altro contributo previdenziale;

– nuovi codici «Modalità pagamento»
Viene introdotto il codice per i pagamenti tramite PagoPA.

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Trojan di Stato, in bilico tra giustizia e diritti fondamentali

Giustizia predittiva: e se anche le macchine avessero pregiudizi?

Giustizia predittiva: e se anche le macchine avessero pregiudizi?

Tra i 557 progetti che L’Italia sta considerando di inserire nel piano per accedere ai fondi del Recovery Fund molti riguardano la digitalizzazione e alcuni toccano il settore della Giustizia.

La Scrivania Tecnologica Portatile è uno di questi: quasi 2 miliardi per potenziare gli strumenti digitali al fine di migliorare l’efficienza della PA e «consentire alle figure professionali di rispondere alle esigenze dell’utenza anche in situazioni emergenziali».

Tra gli obiettivi della digitalizzazione vi è poi anche l’implementazione della giustizia predittiva per l’Avvocatura dello Stato, per facilitare la scrittura di pareri e memorie a partire da precedenti giuridici.

PRO E CONTRO DELLA GIUSTIZIA PREDITTIVA

Cosa rende la giustizia ‘giusta’? La sua certezza.

Ma l’umana natura è, per sua essenza, fallace. Per questo l’impiego di tecnologie che permettano di analizzare precedenti e dati in maniera più precisa e oggettiva può essere utile nel raggiungere una giustizia più certa e, quindi, ‘giusta’.

Almeno, questa è la teoria. La pratica è, sfortunatamente, più complessa.

La capacità di un computer di prevedere quale possa essere la sentenza più ‘probabile’ si basa su degli algoritmi, operazioni che, a partire dai dati inseriti, compiono determinati passaggi di calcolo fino a offrire un risultato finale.

Il punto è che questi algoritmi sono creati e usati da umani e il risultato che possono offrire dipende sia dai criteri con cui sono stati costruiti sia dai dati inseriti. In sostanza, l’algoritmo non può essere del tutto neutrale perché é creato e usato dall’uomo che, per sua natura, non è mai neutrale.

Dunque, se a seconda dei dati inseriti varia il risultato, la giustizia predittiva non può garantire il principio di uguaglianza che è alla base della certezza, che è, a sua volta, alla base della giustizia ‘giusta’.

Inoltre, l’intelligenza artificiale su cui si basa la giustizia predittiva può sfuggire di mano al suo stesso creatore e un programmatore potrebbe faticare a risalire i passaggi che una tecnologia può aver seguito per giungere al suo risultato o individuarne gli errori.

IL PROBLEMA DELLA DISCRIMINAZIONE ALGORITMICA

Partendo da queste premesse, è facile intuire che anche gli algoritmi possono portare a forme di discriminazione. Un esempio è quanto accaduto con il software inglese Hart, i cui risultati erano frutto di una considerazione diversa degli accusati in base al loro codice di avviamento postale, cosa che ha portato a condanne discriminatorie verso i residenti in zone degradate.

Questo tipo di rischio insito nella giustizia predittiva non sta certo passando inosservato, nemmeno a casa nostra.
Il  Consiglio di Stato spiega che «non può essere messo in discussione che un più elevato livello di digitalizzazione dell’amministrazione pubblica sia fondamentale per migliorare la qualità dei servizi resi ai cittadini e agli utenti» (sentenza n.881/2020) e rileva che, quando si utilizzano algoritmi per giungere a una decisione, è necessario considerare tre principi fondamentali (sentenza n. 8472/2019):

– il principio di conoscibilità: ognuno ha il diritto di sapere se il processo decisionale a cui è sottoposto è automatizzato e, in tal caso, di conoscere la logica su cui si basa;

il principio di non esclusività della decisione algoritmica: se una decisione automatizzata produce effetti significativi sulla persona, questa ha diritto a che tale decisione non sia basata solo sul processo automatizzato;

il principio della non discriminazione algoritmica: il titolare del trattamento dei dati utilizzati nelle procedure di profilazione deve fare il possibile per garantire che le inesattezze nei dati e gli errori nei risultati siano minimizzati.

In conclusione, la giustizia predittiva sembrerebbe portare i migliori risultati solo se mediata e controllata da una sorta di revisione umana.

[Fonti e approfondimenti: “Recovery fund: i progetti dell’Italia per 5G, AI, cashless, digitale e banda ultralarga“; “Sentenze algoritmiche e principi del diritto. Per un rinnovamento nella continuità“; “Consiglio di Stato: non è da escludere l’adozione di un algoritmo in un procedimento amministrativo“; “Che cambia se è l’algoritmo a valutare i condannati: i test“]

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Domicilio digitale. Sanzioni in caso di mancata comunicazione

Domicilio digitale. Sanzioni in caso di mancata comunicazione

L’art.1 comma 1, n-ter, del Codice dell’Amministrazione Digitale definisce il domicilio digitale come “indirizzo elettronico eletto presso un servizio di posta elettronica certificata o un servizio elettronico di recapito certificato qualificato, come definito dal regolamento (UE) 23 luglio 2014 n. 910 del Parlamento europeo e del Consiglio in materia di identificazione elettronica e servizi fiduciari per le transazioni elettroniche nel mercato interno e che abroga la direttiva 1999/93/CE, di seguito «Regolamento eIDAS»,valido ai fini delle comunicazioni elettroniche aventi valore legale”.

L’importanza del domicilio digitale trova uno dei più recenti riconoscimenti nel D.L. Semplificazioni, n. 76/2020, che all’art. 37 stabilisce le “disposizioni per favorire l’utilizzo della posta elettronica certificata nei rapporti tra pubbliche amministrazioni, imprese e professionisti”.

Il Decreto impone ai professionisti iscritti ad albi ed elenchi istituiti con legge dello Stato di comunicare il proprio domicilio digitale all’ordine o al collegio di appartenenza e al registro delle imprese.

Ordini e collegi raccoglieranno tutti i domicili digitali, insieme ai dati identificativi dei professionisti, in un elenco telematico a disposizione delle pubbliche amministrazioni.

Da questa dinamica sono esclusi i revisori legali e le società di revisione legale, che dovranno comunicare il proprio domicilio digitale al Ministero dell’economia e delle finanze o all’incaricato della tenuta del registro a loro dedicato.

CONSEGUENZE IN CASO DI MANCATA COMUNICAZIONE DEL DOMICILIO DIGITALE

I professionisti che non rispettano l’obbligo di comunicare il proprio domicilio digitale incorrono in sanzioni.
La prima è la diffida ad adempiere entro trenta giorni da parte del collegio o dell’ordine di appartenenza. Se questa non viene rispettata, il professionista rischia la sospensione dall’albo o dall’elenco fino alla comunicazione del domicilio.

Anche i collegi e gli ordini possono essere sanzionati qualora dovessero non pubblicare l’elenco dei domicili o non comunicare i dati alle PA o all’indice nazionale dei domicili digitali delle imprese.
La sanzione consiste nello scioglimento o nel commissariamento del collegio o dell’ordine.

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