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Cassazione, la Corte Europea condanna l’eccessivo formalismo

La sentenza del 28 ottobre 2021 della Corte di Strasburgo ha riconosciuto ad un imprenditore italiano il danno morale subito dal rigetto del suo ricorso da parte della Cassazione per un «eccessivo formalismo che viola i principi di giusto processo del cittadino».

Ricorso rigettato dalla Cassazione per eccessivo formalismo

Secondo la Corte di Cassazione l’atto di ricorso presentato dall’imprenditore, in cui lo stesso contestava lo sfratto dal suo negozio intimatogli nei due precedenti appelli, mancava dei requisiti di forma necessari a comprendere e ad identificare i passaggi della sentenza di appello utili a sostenere la propria tesi difensiva.

Il ricorso alla Corte Europea e il verdetto

L’imprenditore non si è dato per vinto e ha presentato un ulteriore ricorso alla Corte di Strasburgo, che lo ha accolto con la sentenza del 28 ottobre 2021, sentenziando che nel precedente processo in Cassazione erano presenti tutti i riferimenti necessari all’identificazione della sentenza d’appello, tra cui il richiamo al documento originario.

La Corte Europea ha quindi dichiarato inammissibile il rigetto del ricorso da parte della Cassazione, sostenendo che così facendo si siano «violati i principi di giusto processo sanciti dalla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo».

Secondo la Corte Europea, infatti, il rigetto del ricorso è stato dovuto ad un eccessivo formalismo da parte della Corte di Cassazione, che non si adatta al principio di autonomia dei ricorsi e non garantisce l’amministrazione della giustizia.

Risarcimento per danno morale

Con questa sentenza la Corte di Strasburgo ha attribuito alla Cassazione italiana la violazione dell’art. 6 della CEDU, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che affronta il tema dell’equo processo). Ha accolto il ricorso del ricorrente e gli ha riconosciuto un risarcimento di 9.600 euro per danni morali, a cui andrà aggiunto l’eventuale ammontare dell’imposta dovuta.

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lotta al riciclaggio e modifiche al codice penale Servicematica

Direttiva Ue 2018/1673, lotta al riciclaggio e modifiche al codice penale

Il 4 novembre scorso, il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto che attua la direttiva UE n. 2018/1673 relativa alla lotta al riciclaggio attraverso il diritto penale. Il decreto introduce diverse novità.

Ecco una panoramica.

LOTTA AL RICICLAGGIO, PROCEDIBILITÀ PIÙ SNELLA

L’art. 9 del codice penale disciplina il delitto comune del cittadino all’estero.
Nei casi previsti da tale articolo, il decreto prevede che non sia necessaria la richiesta del Ministro della Giustizia, l’istanza o la querela della persona offesa anche in caso di reato di ricettazione (art. 648 c.p.) o di reato di impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita (art. 648 ter c.p.).

REATO DI RICETTAZIONE

L’art. 648 del codice penale che disciplina il reato di ricettazione si arricchisce di due nuovi commi che introducono:
– la pena alla reclusione da 1 a 4 anni e multa da 300 a 6000 euro se il fatto riguarda denaro o altri beni che provengono da contravvenzione punita con l’arresto nel minimo a 6 mesi e nel massimo superiore a un anno;
– l’innalzamento della pena nel caso in cui il reato sia commesso svolgendo un’attività professionale.

Il comma 2 viene sostituito con il seguente:

«Se il fatto è di particolare tenuità, si applica la pena della reclusione sino a 6 anni e della multa sino a euro 1.000 nel caso di denaro o cose provenienti da delitto e la pena della reclusione sino a 3 anni e della multa sino a euro 800 nel caso di denaro o cose provenienti da contravvenzione».

Il terzo comma viene modificato in:

«Le disposizioni di questo articolo si applicano anche quando l’autore del reato da cui il denaro o le cose provengono non è imputabile o non è punibile ovvero quando manchi una condizione di procedibilità riferita a tale reato».

REATO DI RICICLAGGIO

L’art. 648 bis c.p. perde la dicitura “non colposo” presente nel primo comma. Ciò significa che gli estremi del reato di riciclaggio si configurano anche quando, fuori dei casi di concorso nel reato, si sostituisce o si trasferisce denaro, beni o altre utilità che provengono da un delitto colposo.

È poi aggiunto un secondo comma, che introduce tra i reati presupposto del riciclaggio anche quelli di tipo contravvenzionale:

«La pena è della reclusione da 2 a 6 anni e della multa da euro 2.500 a euro 12.500 quando il fatto riguarda denaro o cose provenienti da contravvenzione punita con l’arresto superiore nel massimo a un anno o nel minimo a sei mesi».

L’AUTORICICLAGGIO

Anche l’art 648 ter 1 c.p. che disciplina l’autoriciclaggio perde la dicitura “non colposo” al primo comma. Pertanto, il reato colpisce anche chi commette o concorre a commette un delitto colposo e «impiega, sostituisce, trasferisce, in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative, il denaro, i beni o le altre utilità provenienti dalla commissione di tale delitto, in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa».

Il comma due diventa:

«La pena è diminuita se il denaro, i beni o le altre utilità provengono da delitto per il quale è stabilita la pena della reclusione inferiore nel massimo a cinque anni».

È aggiunto poi un ulteriore comma, che indica la reclusione da 1 a 4 anni e la multa da 2.500 a 12.500 euro qualora il fatto riguardasse denaro o cose provenienti da contravvenzione punita con l’arresto nel minimo di 6 mesi e nel massimo superiore a un anno.

RICICLAGGIO E ATTIVITÀ MAFIOSE

Nel caso in cui il denaro, i beni o le altre utilità provenissero da un delitto commesso con le condizioni o le finalità previste dall’art. 416 bis 1, le pene applicate sono quelle previste al primo comma dell’art.648 tre 1 c.p.: reclusione da 2 a 8 anni e multa da 5.000 a 25.000 euro.
L’art.416 bis 1 riguarda le circostanze aggravanti e attenuanti in caso di reati connessi alle attività mafiose.

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Manca l’indirizzo PEC del difensore. La notificazione è comunque valida

Un legale difensore non ha l’obbligo di indicare negli atti il proprio indirizzo PEC, ma non può nemmeno indicarne uno diverso da quello comunicato al Consiglio d’Ordine d’appartenenza o limitarne la validità alle sole comunicazioni di cancelleria. Deve però indicare il proprio codice fiscale, da cui è poi possibile ricavare l’indirizzo PEC attraverso il registro INI-PEC.

PIÙ DI UN LEGALE DIFENSORE E USO LIMITATO DELL’INDIRIZZO PEC

Una lavoratrice chiama in causa il datore di lavoro per vedersi riconoscere il mancato inquadramento a un livello superiore e ottenere il pagamento delle differenze retributive accumulate.

Il Tribunale accoglie le richieste ma il datore ricorre e la Corte d’Appello riforma in parte la sentenza di primo grado.

Costituitasi nel giudizio d’appello, la lavoratrice sostiene che l’impugnazione da parte del datore sia stata tardiva. Il ricorso è infatti stato depositato oltre il termine breve calcolato a partire dalla notifica via PEC della sentenza di primo grado.

Il Tribunale rigetta tale eccezione e fa notare che la società del datore aveva:
– nominato due difensori con mandato disgiunto,
– eletto il domicilio presso un terzo legale,
– indicato gli indirizzi PEC dei primi due come riferimenti per tutte le comunicazioni,
la notifica della sentenza di primo grado è stata eseguita all’indirizzo PEC dell’avvocato domiciliatario.

La notifica risulta nulla ai fini della decorrenza del termine breve, proprio perché le comunicazioni avvenivano attraverso gli indirizzi PEC degli altri legali.

La lavoratrice porta la questione in Corte di Cassazione.
Secondo lei, la mancanza dell’indirizzo PEC del legale domiciliatario nella comparsa di costituzione della società in primo grado è irrilevante. 
Ogni avvocato è infatti dotato di un proprio domicilio digitale reperibile attraverso il registro INI-PEC. 
Inoltre, come indicato dall’art. 125 cpc, il difensore non è più obbligato a indicare negli atti di parte il proprio indirizzo PEC, ma basta il solo codice fiscale. 

La Corte di Cassazione accoglie il ricorso.

LA SENTENZA

Con la sentenza n. 33806/2021, la Corte spiega che la notificazione della sentenza di primo grado presso l’indirizzo PEC del legale domiciliatario è da ritenersi valida anche se la società aveva chiesto che le comunicazioni avvenissero attraverso gli indirizzi PEC degli altri due legali.

L’indirizzo PEC del domiciliatario rappresenta l’indirizzo PEC di uno dei tre difensori di fiducia, risulta nel Re.G.Ind.E., e poco importa che non sia stato indicato negli atti (art. 16 sexies, d.l. n. 179 del 2012, convertito con modifiche in I. n. 221 del 2012). Non c’è dunque motivo per non considerare la notificazione valida.

A ulteriore conferma, anche il fatto che la notificazione della sentenza a uno solo dei difensori vale alla decorrenza del termine breve per impugnare (art. 325 cpc).

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Diritto di famiglia e valore delle prove raccolte dal web

Nel diritto di famiglia le prove sono indispensabili per:
– determinare la condizione economica dei partner e stabilire l’ammontare di un eventuale assegno di mantenimento,
– verificare le capacità genitoriali e determinare a chi affidare un minore,
– accertare condotte contrarie ai doveri coniugali per giustificare eventuali domande di addebito.

Non tutte le prove raccolte sono però ammissibili o rilevanti. In particolare, che valore hanno le prove raccolte dal web?

LA VOLATILITÀ DEI CONTENUTI WEB

Se, da un lato, qualsiasi cosa venga pubblicata sul web è destinata a rimanere reperibile per lunghissimo tempo; dall’altro, una medesima informazione può essere presente in varie forme e versioni, rendendo difficile individuare quale sia quella autentica.

Con la pronuncia 2912 del 2004, la Corte di Cassazione ha discusso l’autenticità e la volatilità dei contenuti, affermando che:

«le informazioni tratte da una rete telematica sono per natura volatili e suscettibili di continua trasformazione e, a prescindere dalla ritualità della produzione, va esclusa la qualità di documento in una copia su supporto cartaceo che non risulti essere stata raccolta con garanzie di rispondenza all’originale o di riferibilità a un ben individuato momento».

In sostanza, le informazioni raccolte dal web possono essere considerate prove documentali (art. 234 c.p.p.), a patto che siano riferibili a un preciso momento.

Sempre la Cassazione, con la sentenza 49016 del 2017 ha ribadito l’insufficienza probatoria della semplice riproduzione cartacea di una conversazione su WhatsApp, chiedendo di acquisire il supporto telematico su cui erano presenti i contenuti per verificarne l’attendibilità. Secondo la Corte, la trascrizione aveva una solo “funzione meramente riproduttiva del contenuto della principale prova documentale“.

PROVE RACCOLTE DAL WEB: IL VALORE DI SCREENSHOT E TRASCRIZIONI

Uno screenshot, ovvero la fotografia di una pagina web, dimostra dunque solo l’esistenza di certi contenuti in rete in un determinato momento: quei contenuti esistono ancora oggi in quella forma? Sono cambiati? Erano veritieri prima? E ora? Ne consegue che lo screenshot non può essere considerato una prova attendibile.

La portata probatoria delle copie cartacee delle schermate internet è però sostenuta dall’art. 23 comma 2 bis del Codice dell’amministrazione digitale, che afferma che:

«sostituiscono ad ogni effetto di legge l’originale da cui sono tratte se la loro conformità all’originale in tutte le sue componenti è attestata da un pubblico ufficiale a ciò autorizzato»

FACEBOOK E GLI ALTRI SOCIAL

Tra le prove raccolte dal web più usate nei casi di separazione e divorzio ci sono fotografie e informazioni tratte dai profili social dei coinvolti.

Questi contenuti sono utili a dimostrare eventuali infedeltà coniugali, condotte contrarie ai doveri coniugali o l’effettivo tenore di vita del futuro ex-coniuge.

Si potrebbe credere che si tratti di prove atipiche, ma così non è. Esse possono rientrare nella cornice dell’art.2712 c.c. in quanto riproduzioni informatiche (o cartacee) di fatti e di cose, pertanto formano piena prova dei fatti.

Nel caso delle chat su Facebook o altre piattaforme, esse hanno valore legale di prova se:
la loro veridicità non viene contestata dalla controparte (la contestazione non può però essere generica, ma deve essere basata su fatti e prove),
la loro riproduzione venga autenticata da un pubblico ufficiale (si ricorda però che tutti i messaggi privati scambiati tramite social network o simili sono coperti dal diritto alla privacy).

IL GIUDICE E IL CONCETTO DI “FATTO NOTORIO”

Il giudice non può raccogliere informazioni dal web.
Secondo la Cassazione (sentenza 4951 del 2017), eventuali informazioni reperite dal giudice su internet non rientrano nel concetto di “fatto notorio”.

Infatti, sebbene le tecnologie moderne rendano un’informazione accessibile a numerosi individui, questa non è necessariamente un ‘informazione incontestabile che fa parte del patrimonio conoscitivo della collettività.

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Costituzione in appello e termini in scadenza il sabato: vale la proroga?

Costituzione in appello e termini in scadenza il sabato: vale la proroga?

Per la costituzione in appello vale la proroga dei termini se la scadenza cade di sabato? Con l’ordinanza n. 21925/2021 del 30 luglio 2021, la Cassazione si è espressa in materia.

TERMINI IN SCADENZA IL SABATO

Un agente chiede al Tribunale di ottenere il pagamento di una somma a titolo di provvigione per l’attività svolta in una compravendita immobiliare.

Il Tribunale rigetta la domanda che però viene successivamente accolta dalla Corte d’Appello, sulla considerazione del ruolo dell’agente nella conclusione dell’affare.

Il soggetto condannato a pagare ricorre però in Cassazione. Tra i suoi motivi, anche la violazione e la falsa applicazione delle norme sul computo dei termini (artt. 152, 153 e 155 c.p.c.), poiché l’agente avrebbe presentato la costituzione in appello oltre il termine di 10 giorni dalla notifica dell’atto di citazione. In particolare:

– il termine in questione scadeva di sabato, mentre la costituzione in appello è stata effettuata il lunedì successivo,
– il termine di 10 giorni non era prorogabile al primo giorno successivo non festivo, poiché il sabato non può essere considerato festivo;
– l’art. 155 c.p.c. non presenta una regola generale applicabile a tutti i termini processuali, ma solo ai termini per il compimento di atti processuali che si svolgono fuori dell’udienza.

COSTITUZIONE IN APPELLO E ART. 155 C.P.C.

La Cassazione ritiene il ricorso infondato perché:

la proroga dei termini in scadenza il sabato prevista dall’art. 155 c.p.c. si applica anche ai termini per la costituzione in appello, che avviene con le forme e i termini per i procedimenti davanti al tribunale secondo quanto indicato dal primo comma dell’art. 347 c.p.c.;

il termine per la costituzione in appello dopo la notifica è un atto processuale che si compie fuori udienza. Nel caso in cui la scadenza cadesse sabato, la proroga al primo giorno non festivo prevista dall’art. 155 c.p.c. è applicabile.

Nell’ordinanza di legge:

«La disciplina del computo dei termini di cui all’art. 155 c.p.c., commi 4 e 5, che proroga di diritto, al primo giorno seguente non festivo, il termine che scade in un giorno festivo o di sabato, si applica, per il suo carattere generale, a tutti i termini, anche perentori, contemplati dal codice di rito, compreso il termine breve per la proposizione del ricorso per cassazione».

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Sulla validità della notifica del decreto ingiuntivo con procura alle liti priva di firma

Quando è valida la notifica PEC?

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Diritto all’oblio e deindicizzazione per tutelare gli assolti

La riforma del processo penale (legge n. 134/2021), in vigore dal 19 ottobre 2021, ha introdotto ufficialmente il diritto all’oblio, ovvero la cancellazione di tutti i contenuti web relativi ai casi che si concludono con archiviazione, assoluzione o non luogo a procedere.

Il diritto all’oblio è inserito all’art.25 e prevede che in tali casi venga emesso un provvedimento di deindicizzazione di tutti i dati personali di indagati o imputati dai motori di ricerca.

TUTELARE RISERVATEZZA E IMMAGINE

La disposizione mira a evitare gli effetti negativi che il perdurare di tali informazioni potrebbe avere sulla vita di chi è stato coinvolto in indagini o processi ma ne è uscito “pulito”.

Internet consente infatti di poter reperire facilmente informazioni su persone coinvolte in procedimenti. Tali informazioni potrebbero però non essere aggiornate rispetto allo sviluppo degli stessi. Ciò potrebbe intaccare la reputazione e la riservatezza presenti e future delle persone citate.

In un’intervista a La Repubblica del settembre 2019, l’ex Garante della Privacy Antonello Soro riassume così la questione:

«La rete annulla la distanza temporale tra una pubblicazione e la successiva, ospitando senza soluzione di continuità notizie anche risalenti, spesso superate dagli eventi e per ciò non più attuali.»

DEINDICIZZAZIONE E DIRITTO D’INFORMAZIONE

Gestire il diritto all’oblio non è però semplice. La deindicizzazione può infatti scontrarsi con altri diritti, come quello all’informazione.

A tal proposito si è espressa anche la Cassazione con l’ordinanza 15160/2021.
L’ordinanza si riferisce al caso di un articolo di giornale pubblicato sul web in cui un imprenditore veniva associato a dei clan mafiosi locali, in assenza di qualsiasi indagine. La Cassazione ha ritenuto che il diritto di informazione fosse lesivo dell’immagine dell’imprenditore e ha imposto la deindicizzazione dell’articolo.

In ogni caso, sarà compito del Governo bilanciare tutti gli elementi in gioco e rendere effettiva la disposizione attraverso uno specifico decreto legislativo.

DIRITTO ALL’OBLIO, I RIFERIMENTI EUROPEI.

La novità inserita nella riforma del processo penale segue la scia delle disposizioni europee già esistenti, prima fra tutte il GDPR.

In particolare, all’art.17 del Regolamento (UE) 2016/679 si parla di diritto alla cancellazione. Tale diritto permette a un soggetto di chiedere al titolare del trattamento la cancellazione dei propri dati personali e impone a questo di farlo “senza ingiustificato ritardo”.

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Sulla validità della notifica del decreto ingiuntivo con procura alle liti priva di firma

La notifica del decreto ingiuntivo telematico va considerata valida anche se la procura alle liti allegata manca della firma del difensore. A confermarlo è la Cassazione con l’ordinanza n. 27154/2021 del 6 ottobre.

QUALE DECORRENZA DEI TERMINI PER L’OPPOSIZIONE AL DECRETO INGIUNTIVO?

Un decreto ingiuntivo viene notificato via pec a una società, accompagnato dalla procura alle liti priva della sottoscrizione del difensore. Lo stesso decreto viene poi notificato anche tramite ufficiali giudiziari.

La società ingiunta decide di opporsi e lo fa entro i termini previsti dalla legge, a partire dalla data della seconda notifica.

Anche la creditrice si oppone sostenendo, tra le varie, che l’opposizione della società sia tardiva perché proposta oltre i termini previsti dalla prima notifica.

Tribunale e Corte d’Appello non condividono però tale visione, considerando “giuridicamente inesistente la prima notifica del decreto di ingiunzione in quanto accompagnata da una procura alle liti priva di sottoscrizione.

La creditrice allora si rivolge alla Corte di Cassazione sostenendo che:

– la procura alle liti fosse stata allegata al ricorso per decreto ingiuntivo e fosse quindi inserita nel fascicolo telematico del procedimento;

ai fini della decorrenza dei termini per proporre l’opposizione, non fosse necessario che la procura alle liti venisse notificata alla società ingiunta insieme al ricorso e al decreto ingiuntivo.

LA DECISIONE DELLA CASSAZIONE

La Cassazione accoglie il ricorso.
Nell’ordinanza si legge che:

«ai sensi dell’art. 643 c.p.c. ai fini della decorrenza del termine per l’opposizione a decreto ingiuntivo vanno notificati il ricorso ed il decreto monitorio, ma non è necessaria altresì la notificazione della procura alle liti del difensore della parte creditrice, anche se la notificazione avvenga a mezzo PEC, ai sensi della legge n. 53/94, da parte del difensore costituito nel procedimento monitorio;
la eventuale insussistenza, agli atti del procedimento monitorio, di detta procura, così come l’eventuale vizio della stessa, vanno eventualmente fatti valere dall’ingiunto come motivo di opposizione al decreto ingiuntivo, da proporsi comunque nel termine di legge decorrente dalla notificazione di esso, notificazione che può essere sempre effettuata, secondo tutte le modalità previste dall’ordinamento, dal difensore costituito nel procedimento monitorio, atteso che la pronuncia del decreto da parte del giudice del monitorio implicitamente esclude il vizio relativo al ministero di difensore e considerato che contro il decreto l’ordinamento prevede – fuori dai casi in cui ammette l’opposizione ai sensi dell’art. 650 c.p.c.– il solo rimedio dell’opposizione tempestiva».

La notifica a mezzo pec della creditrice doveva dunque essere ritenuta idonea alla decorrenza dei termini per l’opposizione a decreto ingiuntivo da parte della società.

L’opposizione della società va quindi considerata tardiva e il decreto ingiuntivo è confermato.

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Assange: anche Biden chiede la sua testa

Inizia il processo che deciderà dell’estradizione negli Stati Uniti del fondatore di Wikileaks

Al via oggi, con la presentazione delle parti, l’ultimo atto della vicenda processuale di Julian Assange. Ora, la Suprema Corte d’Appello Inglese deve giudicare la richiesta d’estradizione del dipartimento di Giustizia statunitense. Tuttavia, non sembra cambiata la volontà della Casa Bianca di punire il giornalista, nonostante l’arrivo di Joe Biden.

Leggi l’articolo completo su Secondo Legge.it

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Notifica a mezzo PEC in spam? Il ricorso non è possibile

Notifica a mezzo PEC in spam? Il ricorso non è possibile

Se la notifica a mezzo PEC finisce nella casella di spam, il destinatario può invocare la non conoscenza e/o non conoscibilità della stessa?

Sul tema è intervenuta la Corte di Cassazione con la sentenza  n. 17968 del 23 giugno 2021.

NOTIFICA PEC IN SPAM E CANCELLAZIONE

Come riporta il CNF, il caso da cui scaturisce la sentenza riguarda l’ammissibilità dell’opposizione tardiva del decreto ingiuntivo notificato a mezzo PEC (art. 3 bis L n. 53/1994) a partire dal fatto che la mail PEC di notifica era finita nella cartella della posta indesiderata, svuotata dalla segretaria del destinatario senza alcun controllo per evitare “danni al sistema informatico aziendale” a causa di mail malevoli, come già accaduto in passato.

Il ricorrente in Cassazione deduce la violazione degli artt. 647 e 650 c.p.c.
La Corte di Appello, che aveva confermato il rigetto dell’opposizione da parte del Tribunale in primo grado, non avrebbe infatti preso in considerazione il comportamento della segretaria, volto solo a proteggere la società da pericoli informatici. Una scelta dunque inevitabile che rientra nel concetto di “forza maggiore”, il quale consente di giustificare l’opposizione tardiva ex art. 650 c.p.c.

CASELLA PEC E OBBLIGHI DA RISPETTARE

La Corte di Cassazione ha però escluso tale ipotesi, riferendosi al contenuto dell’art. 20 del DM n. 44/2011, il Regolamento concernente le regole tecniche per l’adozione nel processo civile e nel processo penale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, in attuazione al CAD, il Codice dell’Amministrazione Digitale (D.Lgs. n. 82 del 2005).

A ciò si aggiunge che il DM 44/2011 incarica i “soggetti abilitati esterni privati” (difensori delle parti private, avvocati iscritti negli elenchi speciali, esperti e ausiliari del giudice) del compito di:
– garantire il corretto funzionamento della casella PEC,
– dotarsi di un antivirus per controllare i messaggi in arrivo,
– attivare il filtro antispam per evitare i messaggi indesiderati,
conservare, con ogni mezzo idoneo, le ricevute di avvenuta consegna dei messaggi trasmessi al dominio giustizia,
– dotarsi di servizio automatico che lo avvisi nel caso in cui lo spazio nella propria casella di posta elettronica certificata fosse in esaurimento.

È poi dovere del possessore della casella PEC controllare anche i messaggi nella cartella della posta indesiderata.

Nel caso in questione, la Cassazione ha rilevato che il ricorrente non aveva adottato alcuna misura di protezione contro virus e spam, né stabilito una procedura “alternativa a quella della mera ed immediata eliminazione del messaggio PEC nel cestino, una volta classificato dal computer come spam”.

Per tali motivi il ricorso non è stato accolto.

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Requisiti per ritenere valido il disconoscimento della copia di un documento

 

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Requisiti per ritenere valido il disconoscimento della copia di un documento

Quali sono i requisiti che permettono di ritenere valido il disconoscimento della copia di un documento nell’ambito di un giudizio civile?
La Cassazione si è espressa a tal proposito con la sentenza n. 24634/2021.

IL DISCONOSCIMENTO DELLE COPIE

L’art. 2719 del Codice Civile spiega che le copie fotografiche di documenti hanno la stessa efficacia degli originali, se la loro conformità con questi è attestata da un pubblico ufficiale competente o non è espressamente disconosciuta.

IL CASO

Nell’ambito di una procedura fallimentare, il giudice delegato esclude la prelazione sugli interessi convenzionali a causa della mancata produzione da parte della banca delle note di iscrizione ipotecaria.

La banca si oppone ai sensi dell’art. 98 delle legge fallimentare, ma il Tribunale rigetta l’azione.
Il Tribunale ritiene infatti valido il disconoscimento formulato dal fallimento, ai sensi dell’art. 2719 del Codice Civile, sulla conformità agli originali delle copie delle note di iscrizione ipotecaria presentate dalla banca. La banca, a seguito del disconoscimento, non aveva esibito né prodotto gli originali.

La mancata produzione degli originali ha reso impossibile, secondo il Tribunale, l’accertamento della conformità delle copie.

La banca porta allora la questione in Cassazione.
L’istituto è convito che la decisone del Tribunale sia errata poiché ha conferito “valore assorbente” al disconoscimento della conformità agli originali delle copie dei documenti, senza considerare che il fallimento si era limitato a un disconoscimento generico delle copie, senza indicare in quali punti queste costituissero un “falso”.

I REQUISITI PER RITENERE VALIDO IL DISCONOSCIMENTO DELLE COPIE

La Cassazione accoglie il ricorso.
Questi i motivi:

– Il disconoscimento delle scritture private non è soggetto alle disposizioni dell’art. 215 c.p.c. comma 1, n. 2.
Ciò significa che il disconoscimento della conformità della copia all’originale non contempla l’inutilizzabilità del documento in difetto di istanza di verificazione, poiché il giudice può accertare la conformità anche aliunde, tramite altre prove, anche presuntive;

– ai fini del disconoscimento di cui all’art. 2719 del Codice Civile, la giurisprudenza ha introdotto un ulteriore requisito: l’indicazione specifica degli elementi che differenziano copia e originale;

– l’orientamento giurisprudenziale di legittimità ritiene che il disconoscimento formale debba avvenire, pena l’inefficacia, “attraverso una dichiarazione che evidenzi in modo chiaro ed univoco sia il documento che si intende contestare, sia gli aspetti differenziali di quello prodotto rispetto all’originale”.

Nel caso in questione, il Tribunale ha sbagliato nel ritenere efficace il disconoscimento, poiché il fallimento non ha evidenziato differenze fra gli originali e le copie presentate dalla banca ricorrente. Non sono nemmeno state rilevate segni (es.: cancellature.) che potessero generare dubbi sulla conformità delle seconde ai primi.

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