Procura non valida, l’avvocato paga

Procura non valida, l’avvocato paga

L’ordinanza 18283/2020 emessa il 3 settembre dalla sesta sezione civile della Cassazione dichiara inammissibile un ricorso a causa della procura non valida rilasciata dal difensore del ricorrente.

L’inammissibilità è così spiegata:

«Il ricorso è innanzitutto inammissibile perché allorquando la procura, apposta su foglio separato e materialmente congiunto al ricorso, contenga espressioni incompatibili con la proposizione dell’impugnazione ed univocamente dirette ad attività proprie di altri giudizi e fasi processuali (Cass. 23 gennaio 2020, n. 1525; 2 luglio 2019, n. 17708; 5 novembre 2018, n. 28146; 11 ottobre 2018, n. 25177; 30 marzo 2018, n. 7940; 24 luglio 2017, n. 18257; 21 marzo 2005, n. 6070; 16 dicembre 2004, n. 23381).
La procura del presente ricorso è su foglio aggiunto al medesimo e contiene espressioni incompatibili con il giudizio di legittimità: il riferimento ad ogni fase e grado, la possibilità di deferire e riferire giuramento nonché chiamare terzi in causa, proporre domanda di riassunzione, proporre appello. In caso di ricorso per cassazione dichiarato inammissibile per difetto di una valida procura rilasciata al difensore, deve provvedersi alla dichiarazione di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come novellato dalla L. n. 228 del 2012, sicché, trattandosi di attività processuale della quale il legale assume esclusivamente la responsabilità, su di lui e non sulla parte grava la pronuncia relativa alle spese del giudizio, compreso il raddoppio dell’importo dovuto a titolo di contributo unificato (Cass. 9 dicembre 2019, n. 32008; 10 ottobre 2019, n. 25435; 20 giugno 2006, n. 14281)».

Dunque, poiché la responsabilità ricade esclusivamente sul legale del ricorrente, è quest’ultimo a dover sostenere tutte le spese di giudizio.

PROCURA NON VALIDA E RICORSO INAMMISSIBILE. NULLA È CAMBIATO DAL 1982

La decisione di considerare inammissibile un ricorso in caso di procura non valida non rappresenta una novità, come fa notare il presidente dell’Unione nazionale Camere civili, Antonio de Notaristefani, a Il Dubbio: «già nel 1982, quando io mi sono iscritto all’abo dei praticanti procuratori, se ne poteva fare esperienza: uno dei nostri tormenti consisteva nello spasmodico sforzo di racchiudere l’atto nel foglio uso bollo in modo che nelle ultime tre righe disponibili potesse iniziare la procura, che se integralmente riportata su un foglio spillato sarebbe stata ritenuta invalida. […] Non è cambiato nulla».

DIRITTO ALA GIUSTIZIA

Oltre all’onere economico per gli avvocati, questo tipo di decisione ha conseguenze anche sul diritto alla giustizia: «non si dimentichi mai che dietro un ricorso anche di legittimità può esserci un genitore a cui stano per sottrarre l’affidamento dei figli, un lavoratore licenziato che chiede di ottenere la reintegra o una persona sfrattata dalla casa in cui vive. La dimensione parallela del diritto formale in cui avvocati e giudici sono a volte rinchiusi non può far perdere quella della giustizia sostanziale attesa dai cittadini».

Linkiamo il testo all’ordinanza 18283/2020 della Cassazione.

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Il D.L. Cura Italia (n. 18/2020) contiene misure a sostegno di famiglie, lavoratori e imprese con l’obiettivo di limitare la diffusione dell’epidemia di Covid-19.
Alcune di queste misure hanno toccato la Giustizia, in particolare quelle indicate negli art. 83, 84 e 85.
Un esempio è il comma 7, lett h), dell’art.83 che ha concesso ai capi degli uffici giudiziari la facoltà di far svolgere le udienze civili che non richiedono la presenza di soggetti diversi dai difensori delle parti attraverso il solo scambio e il deposito telematico delle note scritte contenenti istanze e conclusioni.

E se i difensori non procedono allo scambio e al deposito delle note scritte?

IL CASO

I legali di una banca si appellano alla Corte d’Appello di Napoli, ma non presentandosi all’udienza di comparizione e trattazione, il procedimento viene rinviato e una nuova udienza viene fissata al 19 maggio 2020, ancora in emergenza COVID.

Nel frattempo, il Presidente della Sezione si allinea a quanto stabilito dal D.L. Cura Italia e dispone che la seconda udienza venga svolta secondo le modalità previste dall’art. 83, comma 7, lett. h).
Le parti avrebbero dunque dovuto scambiarsi e depositare telematicamente le note scritte con istanze, conclusioni e la prova dell’avvenuto invio alle controparti tramite PEC ma, nonostante fossero stati avvisati, i legali dell’appellante non hanno provveduto in tal senso.

NOTE SCRITTE E COMPARIZIONE FISICA

Nella sentenza n. 2151/2020, la Corte d’Appello di Napoli spiega che le note scritte rappresentano un «eccezionale surrogato della comparizione fisica dei difensori delle parti all’udienza tenuta dal giudice».  Se queste non vengono presentate, non significa che l’udienza non sia stata svolta, ma la loro assenza equivale alla mancata comparizione delle parti all’udienza  (art. 348, comma 2, c.p.c.).

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Torniamo a parlare della tempestività delle notifiche, tema che continua a genera confusione.

Con l’ordinanza 18235/2020, la Cassazione offre nuovamente una prospettiva chiarificatrice.

IL CASO

L’ordinanza si riferisce a un ricorso presentato dopo che il giudice d’appello ha ritenuto tardiva un’impugnazione notificata via PEC oltre le 23 dell’ultimo giorno disponibile e, quindi, perfezionata alle 7 del giorno seguente (ex art. 16 D.L. 179/2012), quando ormai il termine per presentare era scaduto.

La Cassazione ha riconosciuto la fondatezza del ricorso, richiamando quanto indicato in una precedente ordinanza emessa in aprile 2019 (n. 75/2019).

In quel caso, la Cassazione analizzava il tema della tempestività della notifica dichiarando incostituzionale l’art. 16 del D.L. 179/2020 nella parte in cui indica che «la notifica eseguita con modalità telematiche la cui ricevuta di accettazione è generata dopo le ore 21 ed entro le ore 24 si perfeziona per il notificante alle ore 7 del giorno successivo, anziché al momento di generazione della predetta ricevuta».

LA TEMPESTIVITÀ DELLA NOTIFICA. DIFFERENZE TRA DESTINATARIO E MITTENTE

L’approccio indicato nell’art.16 limita però l’esercizio del diritto alla difesa da parte del notificante.

Il motivo è semplice.

Il divieto di notifica oltre le 21, e il relativo perfezionamento alle 7 del giorno successivo, è stato creato per tutelare il destinatario ed evitare che questi continui a controllare la propria casella PEC in una fascia oraria che si presume dedicata al riposo.

Tale tutela non ricade però sul mittente, al quale viene invece imposto un limite che gli impedisce di sfruttare tutto il tempo a sua disposizione. Tempo che l’art. 155 c.p.c. conteggia in giorni e che, nel caso di impugnazione, si protrae fino alle 24 dell’ultimo giorno disponibile.

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Le difficoltà generate dalla pandemia di COVID hanno accelerato la digitalizzazione della giustizia, e il Ministro Bonafede ha tutta l’intenzione di non abbandonare la via intrapresa. Dal forum Forum Ambrosetti di Cernobbio, il Guardasigilli ha dichiarato che entro il 2020 il processo civile sarà solo digitale.

«IL PROCESSO CIVILE SARÀ SOLO DIGITALE»

Bonafede ha spiegato che la giustizia rappresenta un elemento decisivo per l’economia del paese e per tutela dei diritti dei cittadini.

Per rendere il sistema efficiente sono stati predisposti degli investimenti nell’infrastruttura «perché cercare di fare riforme a costo zero non ha mai portato da nessuna parte».

I principali investimenti riguardano le risorse umani, l’edilizia e, chiaramente, la digitalizzazione.

Dunque, il processo civile sarà solo digitale in tutti e tre i gradi di giudizio.

«Lo sviluppo delle tecnologie a supporto del processo telematico ha consentito, nel momento drammatico che abbiamo vissuto, di garantire, da un lato lo svolgimento dei servizi essenziali e dall’altro di accedere a soluzioni sperimentali […]. Il canale telematico sarà l’unico disponibile e non un’opzione». Un esempio di questo cambiamento  si vedrà nel divieto di notifica cartacea qualora il destinatario fosse in possesso di un domicilio digitale.

ANCHE IL PROCESSO PENALE DIVENTA DIGITALE

Per la prima volta verrà digitalizzato anche il processo penale. 

«Il primo settore su cui si interviene è quello delle indagini preliminari, rimodulando i tempi che vengono adesso verificati con criteri più rigidi che li rendono effettivi».

Tra le altre novità previste:
– la comunicazione da parte del giudice, a inizio processo, del calendario di tutte le udienze;
– la semplificazione dell’appello;
– il superamento di alcuni ostacoli (es.: il fatto che il cambiamento di un solo componente del collegio giudicante faccia ricominciare tutto il dibattimento dall’inizio).

L’OBIETTIVO FINALE

La digitalizzazione della giustizia si affianca alla riforma del processo civile, la riforma del processo penale e la riforma ordinamentale del Consiglio Superiore della Magistratura che sono ora all’esame del parlamento.

L’obiettivo finale, come dichiarato da Bonafede stesso, è la riduzione dei tempi dei processi.

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La CTU è o non è "fatto storico"?

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La CTU è un atto processuale che permette al giudice di valutare meglio i fatti, ma quest’ultimo non è obbligato a tenerne conto. In sostanza, la CTU consente di ricavare “il fatto storico” evidenziato dal consulente, ma non è il “fatto storico”.

Lo chiarisce la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 12387 del 24 giugno 2020.

LA CTU NON RAPPRESENTA “FATTO STORICO”

La Cassazione ha rigettato un ricorso mosso da:

  • – la presunta violazione e falsa applicazione degli  artt. 113115 e 116 c.p.c., nonché degli artt. 61 e 62 c.p.c., poiché il tribunale ha riconosciuto la validità della consulenza tecnica non ne ha accettato gli esiti senza dare alcuna giustificazione.
  • – la presunta nullità della sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., per aver omesso l’esame degli esiti della CTU, considerati dalla ricorrente un fatto decisivo per il giudizio.

I motivi del rigetto sono:

  • – la presunta violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. non è coerente con i contenuti normativi degli articoli.
    «La ricorrente si duole della valutazione della c.t.u., assunta ad elemento probatorio, operata dalla Corte territoriale, ma non già che il giudice ha dichiarato espressamente di non dover osservare la regola contenuta nell’art. 115 c.p.c., ovvero ha giudicato sulla base di prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa fuori dei poteri officiosi riconosciutigli, ovvero ancora, quanto all’art. 116 c.p.c., che il giudice abbia disatteso il principio della libera valutazione delle prove in assenza di una deroga normativamente prevista, oppure, al contrario, abbia valutato secondo prudente apprezzamento una prova o risultanza probatoria soggetta ad un diverso regime (Cass. n. 11892/2016)».
  • – l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nella vigente formulazione riguarda l’omesso esame di un “fatto storico”, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo.
    Nel rispetto dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, «il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua ” decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (tra le tante v. Cass., S.U., n. 8053/2014)».
    «Le doglianze si risolvono nella prospettazione di un vizio di motivazione non coerente con il paradigma attualmente vigente, nonché volta ad una nuova valutazione dei fatti e delle risultanze istruttorie, non ammissibile in questa sede».

La Cassazione ribadisce che il “fatto storico” è «accadimento fenomenico esterno alla dinamica propria del processo, ossia a quella sequela di atti ed attività disciplinate dal codice di rito che, dunque, viene a caratterizzare diversa natura e portata del “fatto processuale”, il quale segna il differente ambito del vizio deducibile, in sede di legittimità ai sensi dell’art. 4, dell’art. 360 c.p.c.».

La CTU costituisce l’elemento istruttorio da cui è possibile trarre il “fatto storico”, ma non è “fatto storico”.

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L’istituto della messa alla prova e il ruolo sociale dell'avvocatura

L’istituto della messa alla prova e il ruolo sociale dell’avvocatura

Qual è l’obiettivo della giustizia: punire o riabilitare? E che ruolo ha, in ciò, l’avvocatura? È “solo” una professione oppure ha un valore sociale da non sottostimare?

Lo scorso luglio il CNF ha aderito a un progetto di giustizia riparativa proposto dal Ministero della Giustizia per lo svolgimento di lavori socialmente utili nelle sedi da parte di imputati ammessi all’istituto della messa alla prova.

La convenzione nasce in risposta alle spinte dell’Unione Europea verso un adeguamento dell’Italia agli standard comunitari e l’istituto della messa alla prova permette di abbandonare la funzione punitiva dello Stato, basata sul carcere, a favore di un approccio rieducativo della pena, come indicato dalla Costituzione.

L’ISTITUTO DELLA MESSA ALLA PROVA

L’istituto della messa alla prova si applica ai reati che prevedono una pena non superiore ai 4 anni.

È stato introdotto per gli adulti nel 2014 e prevede che l’imputato svolga attività lavorative a titolo gratuito, con finalità sociali, presso enti, organizzazioni e amministrazioni pubbliche.

Se, nel 2014, i soggetti coinvolti erano solo 511, nel 2019 sono diventati quasi 40.000.

IL RUOLO SOCIALE DELL’AVVOCATO

L’avvocato opera nel rispetto dei principi di libertà, lealtà, autonomia, indipendenza, dignità e competenza. È colui che garantisce che il processo si svolga secondo le regole, cosicché il giudice possa giungere alla decisione più adeguata.

È suo compito chiedere una pena proporzionata al reato, veder tutelati i diritti del suo assistito e, per estensione, di tutti noi.

Ma l’essere avvocato travalica i semplici aspetti tecnico-professionali e si basa anche aspetti umani.

Lo ha spiegato bene l’ex presidente Cnf Pietro Calamandrei: «Molte professioni possono farsi col cervello e non col cuore. Ma l’avvocato no. […] L’avvocato deve essere prima di tutto un cuore: un altruista, uno che sappia comprendere gli altri uomini e farli vivere in sé, assumere i loro dolori e sentire come sue le loro ambasce. L’avvocatura è una professione di comprensione, di dedizione e di carità».

Il Consiglio Nazionale Forense è il massimo organo di rappresentanza dell’avvocatura e l’apertura delle proprie sedi a coloro che beneficiano della messa alla prova non fa che sottolineare l’attitudine sociale della categoria.
Come comunicato dall’organo stesso: «Il Cnf, coerente con la funzione sociale del ruolo dell’avvocato, aderisce con convinzione al progetto rieducativo e confida in una crescente sensibilizzazione dell’opinione pubblica verso un sistema sanzionatorio non esclusivamente punitivo e maggiormente in linea con i principi più volte evocati dalla Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo)».

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Croce al posto della firma: la procura alle liti non è valida

Croce al posto della firma: la procura alle liti non è valida

Cosa succede se la procura alle liti presenta una croce al posto della firma? Può essere ritenuta valida?

L’ordinanza n. 16948/20 emessa dalla Corte di Cassazione e pubblicata il 12 agosto 2020 ci offre la risposta.

ANALFABETISMO E PROCURA ALLE LITI

Un cittadino straniero desidera ottenere la protezione internazionale e umanitaria ma il Tribunale di Napoli dichiara inammissibile la richiesta per nullità della procura alle liti, che risulta priva della firma e sottoscritta solo con un semplice crocesegno a causa dell’analfabetismo del soggetto.

Il cittadino decide di ricorrere denunciando la violazione e la falsa applicazione degli artt. 82 e 157 c.p.c., deducendo che “il giudice non avrebbe potuto rilevare d’ufficio, in mancanza di eccezione della controparte rimasta contumace, la nullità della procura speciale alle liti che conteneva l’esatta indicazione del suo nome e delle sue generalità, essendo irrilevante l’illeggibilità della firma”.

Al ricorso viene allegata anche la procura speciale, anch’essa però sottoscritto solo mediante una croce e non con firma autografa.

LA DECISIONE DELLA CASSAZIONE

Nell’ordinanza, la Cassazione spiega che “la procura alle liti sottoscritta con crocesegno non è suscettibile di autenticazione da parte del difensore, ove rilasciata in calce o a margine dell’atto giudiziale, atteso che la sottoscrizione, essendo indispensabile ai fini della individuazione dell’autore del documento e costituendo un elemento essenziale dello stesso, deve risultare da segni grafici che indichino, anche in forma abbreviata, purché decifrabile, le generalità del soggetto che conferisce la procura e non è integrata, pertanto, da un segno di croce vergato al posto della firma”.

Il Tribunale ha dunque agito correttamente rilevando d’ufficio la nullità della procura e fissando un termine perentorio per la regolarizzazione di un vizio sanabile; regolarizzazione che però non è avvenuta.

Considerato tutto ciò, la Cassazione ha ritenuto il ricorso inammissibile.

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È valida la comunicazione della cancelleria all’avvocato via fax e non via pec

 

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La Cassazione si è espressa sulla validità di un’ordinanza comunicata dalla cancelleria all’avvocato di una delle parti via fax e non via pec poiché la casella di quest’ultimo risultava malfunzionante.

IL RICORSO

In un caso legato a un contratto preliminare e a un contratto di comodato d’uso di un immobile, una delle parti procede secondo l’ex art. 702 bis c.p.c. e si vede riconosciuto lo scioglimento dell’accordo.

L’altra parte ricorre in Corte d’Appello e la Corte dichiara il gravame inammissibile perché  depositato dopo l’esaurimento del termine fissato dall’articolo 702 quaterc.p.c.

Il termine considerato dalla Corte coincide con il giorno e l’ora in cui l’ordinanza del Tribunale è stata comunicata all’avvocato della parte via fax, dopo che il tentativo via pec è fallito per un malfunzionamento della casella di posta del destinatario.

La sentenza della Corte d’appello si basa su tre motivi:

  1. i ricorrenti dichiarano che la sentenza non è mai stata loro notificata dato che il tentativo di notifica via PEC ha avuto l’ esito di “mancata consegna”.
    Il termine breve per l’appello fissato dall’articolo 702 quater c.p.c., con decorrenza dalla comunicazione dell’impugnata ordinanza, non sussisterebbe;
  2. della sentenza trasmessa via fax, è presente nel fascicolo di ufficio solo la copia della prima pagina dove è indicato unicamente lo”scioglimento della riserva”.
    Questo non dimostrerebbe l’avvenuta trasmissione del provvedimento, ma solo dell’avviso di scioglimento di riserva;
  3. i ricorrenti ritengono che la Corte territoriale abbia errato nel considerare il fax un mezzo idoneo ai fini della decorrenza del termine breve, poiché non assicura la trasmissione integrale del documento.

Si giunge dunque in Cassazione.

PERCHÉ LA COMUNICAZIONE DELLA CANCELLERIA ALL’AVVOCATO VIA FAX È AMMESSA

Con l’ordinanza n. 15298/2020 del 17 luglio 2020, la Cassazione ribadisce che:

1. se la notifica via pec risulta impossibile per cause non imputabili al destinatario, il cancelliere deve procedere secondo l’art. 136 c.p.c., terzo comma, e trasmettere via fax o a mezzo ufficiale giudiziario;

2. se la notifica via pec risulta impossibile per cause imputabili al destinatario, il cancelliere deve procedere alla comunicazione tramite deposito in cancelleria, ai sensi dell’art. 16, comma 6, D.L. 179/2012.

Nel caso specifico, il cancelliere ha scelto la trasmissione via fax, che è la soluzione che tutela maggiormente il destinatario, perché lo solleva dalla responsabilità di essere la causa della mancata notifica via pec, pertanto il destinatario non ha alcun motivo di lamentarsi.

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Il Decreto Rilancio 34/2020, convertito con modifiche con la Legge 77/2020 ha introdotto un’interessante novità: la possibilità per il giudice di sostituire l’udienza per il giuramento del CTU (art. 193 c.p.c) con una dichiarazione scritta.

Come abbiamo già avuto modo di vedere, nel testo del Decreto recante misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia, nonché di politiche sociali connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19, sono presenti diverse novità che riguardano il processo civile telematico. Alcune di queste si riferiscono all’art.83 del precedente D.L. 18/2020 del 17 marzo.

Le modifiche riguardano i depositi telematici, le note scritte, le udienze da remoto e anche le condotte del consulente tecnico d’ufficio.

L’UDIENZA PER IL GIURAMENTO DEL CTU

Con il Decreto Rilancio l’udienza per il giuramento del CTU può essere sostituita da una dichiarazione firmata digitalmente dallo stesso e allegata al fascicolo telematico.

Ciò può avvenire solo su disposizione del giudice e, esattamente come per l’udienza per il giuramento, prima che il consulente proceda con la propria perizia.

IL FUTURO DEL PROCESSO TELEMATICO

La sostituzione dell’udienza per il giuramento del CTU, così come tutte le altre disposizioni del Decreto Rilancio rimarranno valide fino al 31 ottobre 2020.

È però altamente possibile che le novità introdotte per far fronte all’emergenza sanitaria di questi mesi vengano mantenute anche oltre tale data.

Del resto, gli investimenti fatti e pianificati per la digitalizzazione della Giustizia e della PA non avrebbero molto senso se non portassero a un cambiamento di rotta definitivo.

Certamente, la sperimentazione non è finita e sarà necessario correggere il tiro, ma il futuro dei processi sarà sempre più telematico.

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L’UNCC, Unione Nazionale delle Camere Civili, ha presentato al Ministro Bonafede il proprio piano straordinario per la Giustizia.

Il progetto si compone di 3 punti e ha l’obiettivo di ridurre gli arretrati, l’inefficienza del sistema e i limiti d’accesso alla Giustizia per le fasce più economicamente deboli della società.

I 3 PUNTI DEL PIANO STRAORDINARIO DI UNCC


PUNTO 1) INTERVENTI SUGLI ASPETTI ORGANIZZATIVI ED ORDINAMENTALI

Secondo l’UNCC, l’assunzione di nuovo personale amministrativo e di nuovi magistrati, il miglioramento delle sedi giudiziarie e la digitalizzazione su cui tanto punta Bonafede non sono misure sufficienti.

La riforma della Giustizia civile dovrebbe partire dalla riconfigrazione dell’Ufficio del Processo, fallito a causa della carenza di personale, mezzi e tirocinanti, e della scarsa propensione di molti magistrati a collaborare con questi ultimi.

La soluzione potrebbe essere un reclutamento straordinario di tirocinanti, retribuiti, e un sistema di ricompense per i giudici più collaborativi e più capaci di aumentare il numero di sentenze depositate.

È importante poi riformulare la valutazione del lavoro dei magistrati, considerando anche le loro capacità di organizzazione del lavoro.

PUNTO 2) INTERVENTI SUL PROCESSO

Molti i suggerimenti dell’UNCC. Per esempio:

  • -incentivare il procedimento sommario,
  • -disporre meccanismi per il contenzioso “seriale”,
  • -introdurre la possibilità per i giudici di imporre sanzioni pecuniarie per il ritardato adempimento degli obblighi delle sentenze,
  • -introdurre l’istituto dei danni punitivi,
  • rendere obbligatorio l’arbitrato in alcune materie, a tariffe calmierate,
  • -dare agli arbitri, in specifiche materie, la possibilità di emettere provvedimenti cautelari e/o di urgenza,
  • -favorire la mediazione obbligatoria e la negoziazione assistita attraverso incentivi fiscali,
  • -estendere la negoziazione assistita alla materia del lavoro,
  • -armonizzare la disciplina processuale con quella del processo telematico,
  • -consentire agli avvocati l’accesso telematico ai registri dell’anagrafe del Ministero degli Interni per semplificare i procedimenti di notificazione.

PUNTO 3) INTERVENTI DI INCENTIVO/DISINCENTIVO SUI COMPENSI

L’UNCC spiega che «la leva dei compensi può essere estremamente efficace per incentivare comportamenti virtuosi o, al contrario, disincentivare quelli opportunistici, sia per le parti che per gli avvocati».

Un esempio riguarda il Gratuito Patrocinio, che dovrebbe essere regolarmente e adeguatamente retribuito per evitare che gli avvocati lo rifiutino.

Per rendere poi la Giustizia davvero accessibile, sarebbe opportuno eliminare almeno il raddoppio del contributo unificato in caso di rigetto dell’impugnazione: mantenerlo significa rendere l’impugnazione un privilegio solo per coloro che possono permetterselo.

Questa è solo una panoramica dei contenuti della proposta inviata a Bonafede. Per approfondire, vi invitiamo a leggere il documento integrale del piano straordinario presentato dall’UNCC.

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