Cybersecurity: i nuovi requisiti dell’Unione Europea

La Cyber Resilience Act, ovvero la proposta di legge Ue in tema di cyber resilienza, ha come principale obiettivo la protezione dei consumatori dagli attacchi informatici. Introduce norme in materia di sicurezza, che interessano principalmente i venditori e i fornitori di servizi di tecnologia.

Migliorare la cybersecurity

La bozza della proposta di legge, visionata da Bloomberg, punta ad un miglioramento delle condizioni attuali di sicurezza, visto il recente aumento dei cyberattacchi. La Commissione Europea propone che i vari prodotti digitali rispettino alcuni standard informatici prima di ricevere il marchio di approvazione ed essere commercializzati nell’Ue.

Chi non si adegua potrà incorrere in multe, oppure potrebbe correre il rischio di veder ritirare i propri prodotti dal mercato. La Commissione Europea potrebbe richiedere ai singoli Stati o all’ENISA (Agenzia dell’Unione Europea per la Cybersicurezza) di svolgere alcune indagini per quanto riguarda la conformità dei dispositivi commercializzati all’interno dell’Ue.

Le sanzioni

Chi non si adegua ai nuovi standard Ue potrà ricevere sanzioni dagli organi nazionali, che avranno la facoltà di far ritirare il prodotto dal mercato. Le sanzioni potrebbero arrivare fino a 15 milioni di euro o corrispondere al 2,5% del fatturato annuo totale di un’azienda.

Se un’azienda fornisse informazioni incomplete, false o fuorvianti, potrebbe ricevere una multa fino a 5 milioni di euro.

Stabilire nuove regole

Le autorità di regolamentazione dell’Ue hanno rilevato che soltanto la metà delle aziende applicano adeguate misure di cybersicurezza. Le norme, secondo il documento, ridurrebbero il costo degli incidenti informatici per le aziende.

La proposta, avanzata da Ursula Von der Leyen, arriva dopo l’interessamento di Thierry Breton, il Commissario europeo per il mercato interno e per i servizi, nei confronti dei rischi e delle vulnerabilità degli oggetti che fanno parte dell’Internet of Things. C’è la necessità di stabilire, infatti, nuove regole e contrastare gli attacchi cyber in un mercato in grande espansione.

Sicurezza inesistente

L’Internet of Things è una delle componenti più critiche per quanto riguarda il rischio di azioni malevole. Oltre ad utilizzare password troppo semplici, un ulteriore rischio che corrono gli strumenti tecnologici odierni è la mancanza di azioni specifiche, che potrebbero favorire attacchi cyber ed estrazione di dati.

Un ulteriore grande problema è la quasi inesistente sicurezza per quanto riguarda l’archiviazione e il trasferimento dei dati. Molti dispositivi infatti, non sono monitorati, e le organizzazioni potrebbero non essere capaci di rilevare e rispondere velocemente alle minacce.

Per risolvere queste criticità si possono installare moduli di sicurezza hardware, che forniscono funzioni crittografiche. Questi, insieme a infrastrutture a chiave pubblica (PKI) sono hardware che troviamo alla base dei sistemi di sicurezza.

Molto importanti anche le vulnerabilità a livello di rete, che offrono ai cybercriminali una semplice opportunità per sfruttare debolezze o accedere a dati sensibili.

Risultano esposti a questi problemi anche i sistemi che si basano sull’intelligenza artificiale: qualsiasi loro manomissione risulta difficile da individuare. Un aggressore potrebbe alterare anche un microscopico aspetto dell’input. Per esempio: un veicolo autonomo potrebbe essere appositamente programmato per ignorare tutti i segnali di stop, andando a causare incidenti.

Minaccia alla sicurezza

Ma il rischio maggiore consiste nello Shadow IoT, ovvero la connessione di hardware o software ai sistemi IT di un’azienda senza una formale autorizzazione. Questa operazione potrebbe essere condotta senza alcuno scopo malevole, ma alcuni cybercriminali potrebbero facilitare l’ingresso di malware o compromettere le informazioni sensibili di un’azienda.

Tra i dispositivi che potrebbero minacciare la sicurezza troviamo gli assistenti vocali, quelli digitali, le telecamere di sorveglianza, smart tv e sensori industriali IoT. Se un cybercriminale riuscisse ad infiltrarsi attraverso questi dispositivi, potrebbero essere interrotti servizi o intercettate conversazioni del personale, causando danni fisici alle strutture o danneggiando la reputazione di un’azienda.

Per riuscire a far fronte a questi pericoli, sono stati pensati due paradigmi di sicurezza. Il primo consiste nella progettazione di apparecchi con requisiti funzionali e con codici di sicurezza digitale. Il secondo prevede la creazione di apparecchi IoT che contengono impostazioni di configurazione sicure e predefinite.

Sono configurazioni che possono essere modificate in maniera sicura da un tecnico IT e adattate alle esigenze aziendali.

Per concludere

Le falle potenziali nelle infrastrutture IoT delle varie imprese rendono urgente rafforzare i dispositivi securitari. Diversi studi prevedono che i costi che si associano alla cybercriminalità potrebbero superare i 10.00 miliardi di dollari entro il 2025 (contro 6.000 miliardi nel 2021).

Le imprese dovrebbero considerare i rischi della cyber security nella stessa maniera in cui consideriamo i rischi collegati al clima. Impiegare schemi che si basano sui fattori sociali, ambientali e di governance potrebbero rafforzare enormemente la cybersecurity, migliorando completamente le nostre vite.

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comunicazione non verbale

L’importanza della comunicazione non verbale nella professione forense

Per un avvocato, una delle esperienze più delicate è quella dell’interazione diretta con il proprio cliente, per cercare di capire la realtà dei fatti attraverso il suo modo di comunicare. Oltre alle parole, si prendono in considerazione le gestualità, le espressioni e il tono di voce. Questi segnali nascondono un mondo parallelo, pieno di messaggi non verbali. Se prestiamo abbastanza attenzione, possiamo cogliere facilmente le varie sfumature del mondo della comunicazione, operazione fondamentale se ci vogliamo relazionare con un cliente.

Le percentuali della comunicazione umana

Lo psicologo statunitense Albert Mehrabian, alla fine degli anni ’60, ha condotto numerose ricerche per capire l’importanza dei diversi aspetti della comunicazione umana. Dalle sue ricerche è emerso che la nostra comunicazione si compone così:

  • 55% di comunicazione non verbale (gestualità, postura e mimica facciale);
  • 38% di comunicazione paraverbale (volume, ritmo e tono di voce);
  • 7% di comunicazione verbale.

Risulta evidente l’utilità per un avvocato di saper comprendere a fondo la comunicazione non verbale.

L’importanza del contesto

Le percentuali sopra riportate, in realtà, devono essere contestualizzate. Tali proporzioni, secondo lo psicologo, sono vere quando comunichiamo sentimenti e atteggiamenti.

Facciamo un esempio pratico. Chiediamo ad una persona se sta bene e questa ci risponde in modo affermativo. Il suo volto, però, è triste e gli occhi puntano verso il basso. È evidente che qualcosa non va, e che forse la giornata di questa persona non sta andando per il verso giusto.

Tutto parla di te

I silenzi, i gesti delle mani, gli atteggiamenti di apertura o chiusura, i sorrisi, gli sguardi, le posture e l’abbigliamento: tutto questo parla di te, contribuendo enormemente alla comunicazione. Tutti questi particolari potrebbero rafforzare o screditare l’efficacia di un messaggio, andando ad incidere sul raggiungimento di un obiettivo.

Anche gli aspetti comunicativi legati al contesto hanno una loro importanza. Per esempio: devi concludere un contratto con un’azienda importante. Avrai più probabilità di riuscire nell’impresa se arrivi sul luogo dell’incontro ben vestito e con una macchina di lusso. Le probabilità scendono, invece, se ti presenti con un abbigliamento casual a bordo di un’utilitaria.

C’è un motivo se un avvocato riceve i clienti in un luogo accogliente e formale, al posto di un corridoio o di un sottoscala.

Comunicazione non verbale statica

Trucco, pettinatura, abbigliamento e accessori fanno parte della comunicazione non verbale statica. Anche questa parte della comunicazione influisce nel modo in cui ci rapportiamo con altre persone. Un avvocato non dovrebbe trascurare tutte queste variabili, se vuole arrivare alla realtà dei fatti.

Un medico potrebbe perdere la sua credibilità se accogliesse i pazienti in infradito e bermuda. Ma tutto è relativo, e deve essere sempre contestualizzato: nella “terapia del sorriso”, sono necessari abiti colorati, trucchi appariscenti e il naso rosso, al fine di raggiungere maggiori benefici terapeutici.

Tutto quello che fai comunica qualcosa di te all’altra persona: anche un silenzio. È sempre bene essere consapevole che il modo in cui ti comporti invia messaggi precisi alle altre persone. Più ne sei consapevole, più eviterai di inviare alcuni segnali involontariamente.

La menzogna nella comunicazione non verbale

Uno dei campi più complicati del mondo della comunicazione non verbale è quello della menzogna. La comunicazione non è sempre veritiera e onesta: capita di omettere dei dettagli fondamentali, mentre altre volte si mente, intenzionalmente o meno.

La menzogna è una componente importante della vita sociale, che abbraccia ogni aspetto: rapporti affettivi, familiari, giudiziari e lavorativi. Una menzogna si manifesta attraverso segnali verbali e non verbali. Diventa necessario, quindi, per coloro che esercitano la professione forense, conoscere bene come arrivare alla realtà dei fatti, spesso difficilmente riconoscibile se ci si affida soltanto alla comunicazione verbale.

Mai lasciarsi ingannare dai preconcetti

Identificare il falso e riconoscere i modi in cui si manifesta è pane quotidiano per professioni come avvocati, poliziotti, psicologi, criminologi e investigatori. Spesso, lo scopo della principale clientela di questi professionisti è proprio quello di mentire.

Quando parli con qualcuno presta bene attenzione ai segnali verbali e non verbali, ma non lasciarti ingannare dai preconcetti. Per esempio: stai interrogando un cliente che sbatte ripetutamente le ciglia: magari non vuole né ingannarti né sedurti, perché ha un forte fastidio provocato da una lente a contatto.

Dunque, è sempre bene essere molto obiettivi, analizzando le variabili apprese attraverso gli studi e l’esperienza.

I segnali della menzogna

Ti sei mai chiesto quali sono i tipici segnali della menzogna?

Nello specifico, i sintomi comportamentali classici di chi mente corrispondono ad un aumento dei sorrisi e dei gesti adattatori. In particolare, i comportamenti potrebbero essere:

  • grattarsi il naso;
  • toccarsi una parte del corpo con un’altra (la bocca con la mano o le labbra con la lingua);
  • sistemare il colletto della camicia;
  • strofinare la fronte;
  • sudare molto;
  • riduzione nella frequenza degli sguardi verso l’interlocutore.

Possiamo aggiungere alla lista anche alcuni segnali vocali non verbali, come:

  • un tono di voce più elevato rispetto al normale;
  • eloquio più lento;
  • pause;
  • esitazioni:
  • ripetizioni;
  • silenzi.

Indizi di menzogna che possiamo estrapolare nella comunicazione verbale si riscontrano in discorsi che contengono frasi brevi, incoerenti e prive di riferimenti spazio-temporali. Tutto ciò si accompagna ad un’eccessiva gentilezza o ad un tentativo esagerato di voler collaborare con la polizia nella risoluzione del caso.

Per concludere

È sempre bene ricordare che un gesto o una parola non sono sempre riconducibili ad inganno.

Le tue conoscenze dovrebbero essere sempre ricondotte ai vari fattori ambientali, al contesto socio-culturale, allo stato psico-fisico e alla personalità del cliente. Sentirsi sotto esame, in ogni caso, causa ansia, e questo potrebbe alterare le reazioni emotive del cliente.

La giustizia italiana non considera come prova di menzogna i segnali verbali e non verbali. Tuttavia, la loro valutazione potrebbe rappresentare uno stimolo nella conduzione di indagini più approfondite verso una persona sospettata di un reato.

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Smarter Italy: il programma entra nel vivo!

È cominciata la fase operativa del programma “Smarter Italy”.

Il programma è finanziato e promosso dal Ministero dello sviluppo economico, dal Dipartimento per la trasformazione digitale e dal Ministero dell’università e della ricerca. È attuato dall’Agenzia per l’Italia Digitale.

Entra nel vivo il programma di sperimentazione Smarter Italy: il primo bando (8,5 milioni di euro) per incrementare la mobilità sostenibile all’interno dei Comuni italiani attraverso la sperimentazione di nuove tecnologie.

“Smarter Italy”, con oltre 90 milioni di euro, vuole promuovere l’innovazione tramite la stimolazione delle imprese e della ricerca. Vuole contribuire alla creazione di nuove soluzioni, in risposta alle complesse sfide sociali in tema di mobilità, benessere, sostenibilità ambientale e cultura.

All’interno della sperimentazione sono coinvolte 11 medie e grandi città, le “Smart City” e 12 città minori, i “Borghi del Futuro”. Il bando è aperto a grandi imprese, PMI e Start up, università e centri ricerca, terzo settore presentando la candidatura entro il 30 giugno 2022.

Cos’è richiesto? Ideare una piattaforma innovativa a supporto della mobilità urbana dei comuni coinvolti, in tema di traffico, inquinamento, vivibilità dei centri storici e fruibilità dei distretti industriali.

L’Agenzia per l’Italia Digitale, in qualità di soggetto attuatore del progetto si impegnata con le proprie risorse e know how a promuovere gli appalti innovativi e favorirne lo sviluppo.

 

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PNRR accorcia la durata dei processi civili

Obiettivi PNRR incontrano difficoltà territoriali nella riduzione della durata dei processi civili

Tra gli obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza figura anche la volontà di ridurre del 40% la durata media dei processi civili. Tuttavia, si riscontrano da subito differenze territoriali considerevoli rispetto ai tempi delle decisioni, per differenti cause. Però, è dal 21 febbraio che giungono i rinforzi dei vincitori del concorso come nuovi addetti all’ufficio per il processo.

PNRR vuole accorciare la durata dei processi civili ma incontra ostacoli nella via

Dunque, il problema principale è che i tempi delle decisioni variano da un ufficio giudiziario all’altro. Ora, elenchiamo alcune delle cause principali di questa differenza d’applicazione territoriale:

  • Entità delle risorse in campo, sia in termini di magistrati che di personale amministrativo;
  • Turnover;
  • Dimensione dell’ufficio;
  • Possibilità di specializzazione;
  • Arretrato;
  • Numero di cause.

In particolare, sono le sedi del meridione ad essere penalizzate dai turnover che durano tempi lunghissimi.  Inoltre, l’impegno che si richiede loro per i procedimenti contro la criminalità organizzata sottraggono risorse al settore. La misura dei tempi si evince col “disposition time” – l’indicatore usato a livello europeo per stimare la durata media dei procedimenti.

Quest’ultimo permette il calcolo del tempo medio in cui è prevedibile che i procedimenti siano definiti. Poi, lo confronta col numero delle pendenze alla fine del periodo di riferimento con il numero dei definiti nel periodo.

I Tribunali più in difficoltà: Reggio Calabria, Messina, Lucania

Per quanto riguarda Reggio Calabria, il presidente della Corte d’Appello lamenta che manca il 40% dei magistrati che si prevedevano per la sede: 16 su 40. Poi, il presidente Luciano Gerardis spiega che: “Abbiamo 172 procedimenti pendenti relativi alla criminalità organizzata e 569 detenuti. Dirottare risorse al penale è stato inevitabile”.

Invece, al Tribunale di Patti (Messina) si riscontrano carenze d’organico a fronte di processi penali di rilievo. Il presidente Mario Samperi fa notare che solo 15 dei 19 magistrati sono operativi nella gestione della maxi truffa UE (operazione Nebrodi) con oltre 100 imputati. Comunque, egli si dice ottimista per il raggiungimento degli obiettivi previsti dalla legge, specialmente con l’entrata in azione dei tirocinanti, che aiuteranno a smaltire l’arretrato.

Infine, problematiche simili le riscontra il presidente del Tribunale di Vallo della Lucania, Gaetano de Luca. Egli fa notare che “Per buona parte del 2020 abbiamo lavorato con metà forze, sette magistrati su 12 e tre onorari su sei, con 8.700 cause divise per i cinque giudici civili, 1.740 cause ciascuno in media”. Tuttavia, anch’egli riserva solide speranze per la riprogrammazione dell’attività del settore civile.

 

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Like su post razzisti, è istigazione all’odio

Mettere “mi piace” a contenuti di carattere antisemita sui social corrisponde a istigazione all’odio?

Mettere un “mi piace” a un post razzista sui social network è reato di istigazione all’odio (604 bis)? Forse non sempre, ma si sa che leggere il pensiero e la personalità di qualcuno online diventa sempre più facile. Di conseguenza, risulta semplice anche capire il soggetto dietro la tastiera, specialmente considerando tutte le attività a cui si lega. Ecco quindi il caso di specie che coinvolge la Cassazione con la sentenza n. 4534.

Like su post razzisti è istigazione all’odio se l’attività social dell’indagato è specifica

Il primo passo che l’investigazione compie nella verifica della questione è proprio il semplice “like” a post dal chiaro intento razziale. In effetti, il gradimento dimostra non solo quello che un individuo pensa, ma anche che ci tiene che più persone leggano tale post e approvino il suo messaggio. Difatti, ricordiamo che l’algoritmo di Facebook prevede una crescente diffusione del post se più e più persone vanno a interagire con esso.

Successivamente, l’indagine al caso deve proseguire e allargare sempre più gli orizzonti sino a prendere in considerazione l’attività generale del soggetto. Innanzitutto, nel caso in questione l’individuo condivideva idee fondate sulla superiorità della razza sulle piattaforme:

  • Facebook;
  • VKontacte;
  • Whatsapp.

Inoltre, gli investigatori rilevano il rilancio di tali messaggi da diversi account e su diverse altre piattaforme, e tutti riconducevano all’indagato. Per di più, verificano l’avvenire di alcuni incontri fisici con gli “adepti” di tale individuo.

Cosa ne pensa la difesa, il ricorso e la sentenza della Cassazione

Al proposito, la difesa sosteneva che:

  • contatti fisici con chi presumibilmente aderiva all’organizzazione non poteva considerarsi indice valido nel giudizio di un reato di propaganda di idee on line;
  • like sono semplici espressioni di gradimento. Ergo, non potevano dimostrare né l’appartenenza al gruppo né la condivisione degli scopi immorali e illeciti.

Inoltre, la difesa insisteva sul fatto che tali azioni non sfociavano comunque mai nell’antisemitismo né andavano oltre la libera manifestazione del pensiero.

A questo punto, la Cassazione contesta le motivazioni della difesa con la sentenza n. 4534. Infatti, la Suprema Corte fa notare anzitutto che l’adesione e condivisione riguardava proprio contenuti discriminatori e negazionisti. Ossia, dicevano che gli ebrei sono nemici indiscussi e che la Shoah è una semplice invenzione.

Infine, non giudicano scontata la diffusione di tali messaggi sui social network, dove è risaputo sia molto facile divenire virali se lo si vuole. Al proposito, nella sentenza si legge che:

“La funzionalità newsfeed, ossia il continuo aggiornamento delle notizie e delle attività sviluppate dai contatti di ogni singolo utente è, infatti, condizionata dal maggior numero di interazioni che riceve ogni singolo messaggio”.

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L’Italia è percepita come un Paese meno corrotto

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Italia avanza di dieci posizioni nella classifica Transparency International del 2021

Nella classifica dell’anno appena passato sull’Indice di percezione della corruzione dei vari Paesi l’Italia sale di una decina di posizioni. Dunque, il ranking di Transparency International che dimostra qual è la percezione in merito di 180 Paesi posiziona l’Italia al 42esimo posto. Ne consegue che sta crescendo la fiducia internazionale nei confronti del Bel Paese, che rimane tuttavia ancora lontano dalla media dei “colleghi” dell’UE.

Ranking nella classifica mondiale sulla percezione della corruzione

Il 42esimo posto che si guadagna l’Italia corrisponde ad un punteggio di 56 per la classifica di Transparency international14 punti in totale conquista il Bel Paese nel giro di dieci anni, mentre gli altri Paesi dell’UE la distaccano con 64 punti.

A tal proposito, Transparency afferma che il progresso “è il risultato della crescente attenzione dedicata al problema della corruzione nell’ultimo decennio e fa ben sperare per la ripresa economica del Paese dopo la crisi generata dalla pandemia”. Ciononostante, evidenzia che non ci sono stati cambiamenti sconvolgenti a causa del periodo: il livello di percezione della corruzione rimane fermo.

Ecco chi sono i primi in classifica:

  • Danimarca, Nuova Zelanda, Finlandia: 88 punti;
  • Germania: 80 punti;
  • Regno Unito: 78.

Invece, in coda alla classifica si trovano Siria, Somalia, Sud Sudan.

Ora, specifichiamo che l’indice che si va ad elaborare ogni anno si basa sulla percezione del livello di corruzione nel settore pubblico. Inoltre, l’analisi si compie attraverso l’impiego di 13 strumenti di analisi e di sondaggi che si rivolgono a delle persone esperte in materia.

In particolare, secondo l’analisi un punteggio inferiore a 50 rappresenterebbe l’evidenza di importanti problemi di corruzione. E di conseguenza, il rischio è quello di un arretramento della tutela dei diritti umani, la libertà d’espressione e la crisi della democrazia.

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Riforma Giustizia Civile

Cartabia firma il decreto di delega al governo per la Riforma della Giustizia Civile

La Ministra della Giustizia Marta Cartabia firma il decreto costituzionale dei Gruppi di lavoro per l’attuazione degli schemi del decreto legislativo Legge 26 novembre 2021, n. 206Ovvero, la delega al Governo per l’efficienza del processo civile e la disciplina degli strumenti di risoluzione alternativa delle controversie. Si tratta di una delle riforme indicate tra gli obiettivi del PNRR.

Gruppi di lavoro per delega al governo sulla Riforma della Giustizia Civile

I gruppi di lavoro per l’elaborazione degli schemi del decreto legislativo sono 7 e lavoreranno in autonomia. Complessivamente, si coinvolgono ben 73 professionisti da impiegare nei diversi settori che la riforma prevede. Tra cui:

  • Professori universitari;
  • Magistrati;
  • Avvocati;
  • Tecnici dell’Ufficio Legislativo.

Come sono strutturati i vari gruppi di lavoro e quali sono i loro compiti all’interno del decreto

Ognuno di loro avrà il compito d tradurre i criteri di delega, che il Parlamento ha già approvato. Vediamo di seguito come si impiegano i vari gruppi di lavoro:

  1. Opera in materia di procedure di mediazionenegoziazione assistita e arbitrato;
  2. Si occupa dei principi generali in relazione al processo civiledigitalizzazione dello stesso e di ufficio per il processo;
  3. Elaborerà degli schemi di d.lgs. per il procedimento di primo grado (art. 1, commi 5, 6, 7, 10, 16, 17, 21 e 22);
  4. Si occuperà di giudizio d’appello e giudizio di Cassazione (art. 1, commi 8 e 9);
  5. Si impegnerà in materia di processo del lavoro, processo di esecuzione e di procedimenti in camera di consiglio (art. 1, commi 11, 12, 13 e 14);
  6. Produrrà schemi di decreto legislativo in materia di procedimento relativo a personeminorenni e famiglie (art. 1, commi 23 e 26);
  7. Elaborerà schemi di decreto legislativo sulla riforma ordinamentale ed istituzione del tribunale per le persone, per i minorenni e le famiglie (art. 1, commi 24 e 25).

In aggiunta, ai vari gruppi di lavoro parteciperanno con voto deliberativo anche il Capo di Gabinetto Raffaele Piccirillo e il Capo dell’Ufficio LegislativoFranca Mangano. Infine, Il coordinamento tra i gruppi di lavoro è affidato ai Vice Capo:

  • dell’Ufficio LegislativoFilippo Danovi;
  • di GabinettoGuido Romano.

A tal fine, gli stessi possono indire riunioni congiunte dei gruppi di lavoro.

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Evasione fiscale e denuncia anonima

In Tribunale con il Green Pass

Evasione fiscale e denuncia anonima

È valida la denuncia anonima di uno scontrino o fattura mancati?

Indubbiamente, in materia tributaria le denunce devono apportare la firma personale. Difatti, questa accortezza serve a evitare che le denunce diventino strumento di ritorsione contro i nemici o i concorrenti. Tuttavia, la denuncia anonima di evasione fiscale potrebbe non passare inosservata in alcuni casi specifici. Vediamoli assieme.

Che valore ha la delazione all’Agenzia delle Entrate o alla Guardia di Finanza?

Cosa prevede la legge nei casi di delazione? Nello specifico, ci si chiede se è possibile denunciare alla Finanza uno di questi casi specifici:

  • Negoziante che non emette lo scontrino;
  • Medico o avvocato che non rilascia la fattura al cliente;
  • Rivale commerciale che non dichiara i propri incassi (perciò, falsando la concorrenza).

Ora, specifichiamo che la delazione corrisponde a una denuncia segreta con finalità di un tornaconto personale. Dunque, si invita il giudice o un’autorità pubblica alla conoscenza di un illecito in maniera anonima.

Oggigiorno, in Italia questo genere di denuncia non ha alcun valore. Di conseguenza, né l’Agenzia delle Entrate né la Guardia di Finanza hanno l’obbligo di prendere in considerazione le lettere che non apportano la firma. Effettivamente, a volte è solo conoscendo il nome del denunciante che il denunciato può difendersi in maniera appropriata.

In altri termini, la delazione non costituisce una prova d’evasione. Altrimenti, chiunque potrebbe essere soggetto a sanzioni, magari gravi, a causa di chi agisce nell’anonimato. Quest’ultimo, di certo non si farebbe scrupoli a denunciare il primo che capita, dato che la sua identità resterebbe avvolta nel mistero.

Cassazione in merito alla validità della denuncia anonima di evasione fiscale

In merito, la Corte di Cassazione afferma che con la delazione non si può risalire ad accertamenti fiscali o recuperi d’imposta. Però, tali controlli sono necessari al fine di riscontrare ulteriori indizi, oltre alle semplici testimonianze di uno sconosciuto.

Tuttavia, la denuncia anonima non sempre è inutile. In effetti, qualora ad essa si aggiungono prove circostanziali o documentazione oggettiva che la supporti, può definirsi fonte d’innesco dei controlli. Ossia, essa potrebbe avviare le verifiche ulteriori per mano dell’ufficio.

Indirettamente, anche la stessa legge tributaria riconosce un ruolo alla delazione. Infatti, i casi in questione riguardano gli evasori totali (ovvero, quelli che non presentano la dichiarazione dei redditi). Dunque, per legge gli uffici delle imposte possono recuperare le imposte sulla base di dati e notizie che raccolgono. Quindi, hanno la facoltà di avvalersi anche di indizi che non siano “gravi, precisi e concordanti”.

 

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Rimborso delle spese legali imputati assolti

Via al decreto con criteri e modalità d’erogazione di rimborsi spese legali degli assolti

Il Ministro della Giustizia Marta Cartabia di concerto con il Ministro dell’Economia e delle finanze Daniele Franco emanano un nuovo decreto. Tale atto definisce i criteri e le modalità di erogazione del Fondo per il rimborso delle spese legali agli imputati assolti. Dunque, ne si delineano precisamente specifiche e tempi e l’ammontare del fondo è pari a 8 milioni annui.

Rimborso spese legali ad alcuni imputati assolti: ecco il nuovo decreto del Ministero

Innanzitutto, chi è il destinatario del fondo rimborsi? Possono accedere a tale risarcimento le seguenti categorie di soggetti destinatari di una sentenza di assoluzione definitiva pronunciata perché:

  • Il fatto non sussisteva;
  • Non commette il fatto;
  • Il fatto non è reato o la legge non lo prevede come tale.

In particolare, quest’ultima specifica esclude il caso in cui la pronuncia interveniva a seguito della depenalizzazione dei fatti oggetto dell’imputazione.

Invece, chi sono gli esclusiNon possono accedere al fondo:

  • Coloro per i quali anche se alcuni capi d’imputazione li assolvono, altri li condannano;
  • I soggetti che ricevono una sentenza di estinzione del reato per prescrizione o amnistia;
  • Coloro che beneficiano nel medesimo procedimento del patrocinio a spese dello Stato;
  • Chiunque ottenga la condanna del querelante alla rifusione delle spese di lite.

Ciò detto, aggiungiamo che tale rimborso si riconosce nel limite massimo di 10.500 euro. Questa somma si ripartisce in tre quote annuali, a partire dall’anno successivo a quello in cui la sentenza diviene irrevocabile.

Come presentare domanda per rimborso spese legali degli assolti e quali sono i tempi

Chiunque richieda il rimborso (ossia, l’imputato) deve presentare istanza di accesso al fondo esclusivamente tramite piattaforma telematica. A questa si può accedere dal sito giustizia.it con le credenziali SPID di livello due.

Tra gli elementi che dovranno includersi nella richiesta ci sono:

  • Durata del processo, oggetto della sentenza di assoluzione irrevocabile. Questa si calcola dalla data di emissione del provvedimento con il quale si esercitava l’azione penale, alla data in cui sentenza di assoluzione è definitiva;
  • Attestazione che l’importo di cui si chiede il rimborso si versi al professionista legale tramite bonifico. Questo a seguito di emissione della parcella valida per il Consiglio dell’Ordine.

Invece, per quanto riguarda i tempi di emissione, la domanda si dovrà presentare entro il 31 marzo dell’anno successivo a quello in cui la sentenza è irrevocabile. Tuttavia, per le sentenze irrevocabili nel corso del 2021, le domande potranno presentarsi solo a partire dal prossimo 1° marzo fino al 30 giugno 2022.

I criteri di valutazione delle istanze per il risarcimento delle spese di chi si assolve

Come dicevamo, il fondo non ha valore illimitato, ma pari a 8 milioni annui. Dunque, si darà precedenza a:

  • Quelle istanze dell’imputato irrevocabilmente assolto con sentenza resa dalla Corte di Cassazione (giudice del rinvio). Oppure, all’esito di un processo che dura complessivamente oltre otto anni;
  • Alle istanze rese dal giudice di appello. Oppure, all’esito di un processo che dura più di cinque e fino a otto anni;
  • A quelle rese dal giudice di primo grado. Oppure, all’esito di un processo che dura in tutto fino a cinque anni.

Nell’ambito di ciascun gruppo si darà preferenza alle istanze per processi più lunghi. E, a parità di durata, a quelle con imputati con reddito inferiore. Inoltre, il Ministero effettuerà un controllo di effettiva corrispondenza tra quanto si dichiara e quanto emerge dalla documentazione allegata. Per fare ciò, si avvale del proprio personale o di Equitalia giustizia S.p.A.

Ora, si attende la pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale. Il merito principale per questa innovazione è dell’onorevole Enrico Costa, responsabile giustizia del partito Azione. Infatti, quest’ultimo presentava un emendamento alla Legge di Bilancio e contattava il Ministero affinché emanasse il decreto.

Al proposito, egli commenta:

“è sicuramente importante che la procedura possa partire; tuttavia, a differenza della norma il cui testo era molto snello, mi pare che con il decreto sia stata prevista una eccessiva burocratizzazione per compilare la domanda di accesso al Fondo. Si arriverà al punto che l’imputato assolto dovrà rivolgersi nuovamente all’avvocato e pagarlo per aiutarlo a compilare la richiesta”.

 

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In Tribunale con il Green Pass

Scatta l’obbligo di Green Pass anche per gli avvocati: è quanto prevede l’ultimo decreto

Il nuovo decreto in Gazzetta Ufficiale dal 8 gennaio 2022 prevede nuove misure di contrasto al Covid. Tra queste, si legge dell’obbligo di Green Pass anche per gli avvocati nell’accesso agli uffici giudiziari. Comunque, ne sono esenti i testimoni e le parti del processo. Quindi, vediamo assieme le specifiche nel dettaglio.

Obbligatorio il Certificato Verde anche per gli avvocati in Tribunale, le specifiche del decreto

Innanzitutto, nel decreto si evince che oltre ai magistrati l’obbligo del Green Pass si estende anche a:

  • Difensori;
  • Consulenti;
  • Periti;
  • Altri ausiliari del magistrato, estranei alle amministrazioni della giustizia.

Tuttavia, ricordiamo che le disposizioni non si applicano ai testimoni e alle parti del processo. Difatti, il decreto chiarisce che:

“L’assenza del difensore conseguente al mancato possesso o alla mancata esibizione della certificazione verde Covid-19 non costituisce impossibilità di comparire per legittimo impedimento”.

Inoltre, il Green Pass base è necessario dal 20 gennaio anche in carcere per i colloqui visivi con i detenuti e gli internati negli istituti penitenziari per adulti e minori. A tal proposito, si specifica che l’obbligo di green pass per accedere agli uffici giudiziari va bene esteso agli avvocati purché sia una misura limitata nel tempo e non danneggi i cittadini.

In merito, il presidente del consiglio dell’Ordine degli avvocati romaniAntonino Galletti afferma che “gli avvocati non vaccinati proveranno a fare ricorsi, e a far valere le loro ragioni”.  Inoltre, Galletti spiega che l’unico modo per fare ricorso sarà quello di subire le sanzioni e poi impugnarle. Eventualmente, per arrivare a sollevare la questione di legittimità costituzionale.

Infine, ricorda l’esempio dalla giustizia amministrativa: tutti i provvedimenti relativi a ricorsi sul Covid, anche quelli sull’obbligo di vaccino per i medici, sono stati di rigetto. Quanto ai possibili interventi dell’Ordine, conclude il presidente del Coa di Roma, “sarà onere di chi non fa il vaccino trovare un sostituto, valuteremo se mettere in piedi un sistema di sostituzioni che possa aiutare i colleghi”.

 

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