Legittimità della rimessione in termini: quando la tempestività fa la differenza

Legittimità della rimessione in termini: quando la tempestività fa la differenza

Con l’ordinanza n. 25289/2020 dell’11 novembre 2020, la Corte di Cassazione ha fornito delucidazioni sulla legittimità della rimessione in termini.

COSTITUZIONE OLTRE I TERMINI E TEMPESTIVITÀ

Un cliente fa causa al suo commercialista per ottenere un risarcimento e il Tribunale accoglie l’istanza.
Il professionista ricorre ma:
– si è costituito oltre il termine di dieci giorni dalla notifica via PEC,
– ha chiesto immediatamente la rimessione in termini sottolineando di aver spedito tempestivamente la busta telematica per la costituzione in giudizio,
– ha fatto notare che la cancelleria ha rifiutato il deposito a causa del mancato versamento del contributo unificato.

La Corte di Appello non ha individuato nella mancata “tempestiva costituzione” alcuna causa imputabile al commercialista, pertanto ha accolto l’istanza di rimessione in termini e il ricorso.
Il cliente però eccepisse l’improcedibilità proprio a causa della tardiva costituzione del professionista.

Si giunge così in Cassazione, presso cui il cliente sostiene la nullità della sentenza per la violazione e la falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., comma 1, n. 4), per difetto di motivazione sulla rimessione in termini, e anche la violazione e la falsa applicazione dell’art. 153 c.p.c., comma 2, per l’erronea rimessione in termini.

LA TEMPESTIVITÀ DELLA RIMESSIONE IN TERMINI

La Cassazione ritieni il ricorso infondato per i seguenti motivi:

  1. la rimessione in termini, sia nell’art. 184-bis c.p.c. che nell’ art. 153 c.p.c., comma 2,  richiede tempestività da parte di chi incorre nella decadenza dei termini per cause a lui/lei non imputabili. Con tempestività si intende immediatezza nel reagire alla mancanza;
  2. con “immediatezza della reazione” non si intende che “l’istanza di rimessione debba intervenire, comunque, entro il termine del quale si alleghi essere stata impossibile l’osservanza per causa non imputabile alla parte” ma “solo come necessità che la parte istante si attivi in un termine ragionevolmente contenuto e rispettoso del principio della durata ragionevole del processo”.

Nel caso in questione, la Cassazione ha considerato avvenuto il deposito telematico nel momento in cui è stata generata la ricevuta di avvenuta consegna. Pertanto, il presupposto della tempestività sia stato rispettato.

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La CTU è nulla se le parti non vengono coinvolte

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La CTU è nulla se le parti non vengono coinvolte

La CTU è nulla se le parti non vengono coinvolte

Quando la CTU è nulla? Con l’ordinanza 26304/2020, la Cassazione evidenzia che le parti devono poter partecipare alle operazioni del CTU. Se ciò non avviene, il loro diritto alla difesa è leso e poco cambia che le parti possano controllare successivamente il prodotto della perizia.

IL CASO

Due architetti muovono causa a una s.r.l per ottenere il pagamento del proprio lavoro.
La società contesta la richiesta dichiarando di non aver mai conferito l’incarico ai due e di aver scelto il progetto di altri professionisti, commissionando a loro il lavoro.
A fronte di una CTU, il Tribunale accoglie la domanda dei due architetti, ritenendo che vi sia stato conferimento dell’incarico e riconoscendo il pagamento delle somme, seppur inferiori rispetto a quelle richieste.

La società appella la decisione, sostenendo non solo il mancato conferimento dell’incarico, ma anche che la C.t.u sia nulla, poiché svolta senza darne comunicazione «con conseguente illegittimità della determinazione del quantum e sulla adesione acritica del giudice alla consulenza d’ufficio».

Di nuovo soccombente, la società ricorre in Cassazione contestando la censura, nella sentenza di precedente, della doglianza a proposito della nullità della CTU«effettuata in manifesta violazione dei diritti di difesa e al contraddittorio». La società sostiene infatti che la Corte d’Appello avrebbe dovuto dichiarare nulla la CTU e stabilire nuove operazioni peritali nel rispetto del diritto alla difesa.

LA CTU È NULLA INDIPENDENTEMENTE DALLA SUA NATURA

La Cassazione accoglie il ricorso della società: la CTU è nulla se le parti non intervengono nella perizia perché ciò lede il diritto di difesa delle stesse. Il consulente d’ufficio deve infatti svolgere il proprio lavoro garantendo alle parti la presenza, anche se la perizia consistesse solo nell’esaminare documenti.

La sentenza contestata è dunque errata perché non ha applicato correttamente quanto indicato agli artt. 194, comma 2, c.p.c.,  e 90, comma 1, disp. att. c.p.c., secondo i quali «l’espletamento di tutte le attività del consulente tecnico di ufficio senza alcun coinvolgimento delle parti, alle quali è mancata qualunque comunicazione sia del giorno, ora e luogo di inizio delle operazioni dell’ausiliario, sia di quelli della relativa prosecuzione, implica la nullità della consulenza, la quale, se tempestivamente eccepita, non è sanata dalla mera possibilità di riscontro o verifica a posteriori dell’elaborato del consulente».

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Interruzioni dei servizi del PCT, le reazioni degli organi forensi

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Interruzioni dei servizi del PCT, le reazioni degli organi forensi

Interruzioni dei servizi del PCT, le reazioni degli organi forensi

Davanti alle interruzioni dei servizi del PCT dei giorni scorsi, comunicate attraverso il Portale dei Servizi Telematici, l’Organismo Congressuale Forense ha scritto al Direttore della DGSIA chiedendo la “riprotezione” dei depositi effettuati e potenzialmente non andati a buon fine a causa delle attività di manutenzione ai sistemi.
L’obiettivo della richiesta: «evitare che le conseguenze del disservizio comportino effetti pregiudizievoli per gli Avvocati e per le parti».

Nonostante il ripristino dei servizi, alcuni distretti (Bari, Lecce, Salerno, Campobasso, Potenza, Catanzaro e Reggio Calabria) hanno continuato a segnalare l’impossibilità di accedere al sistema, procedere coi depositi e visionare documenti e verbali nei fascicoli.

L’OCF ha rinnovato la segnalazione al Direttore della DGSIA e al Guardasigilli, Alfonso Bonafede, chiedendo veloci provvedimenti per consentire agli avvocati la rimessione in termini in relazione a tutti gli adempimenti durante i malfunzionamenti.

Anche il CNF ha inviato al Min. Bonafede una comunicazione simile a quella presentata dall’OCF.
Il CNF ha chiesto l’attivazione della procedura indicata nel D. Lgs. n. 437/1948 sulla proroga dei termini di decadenza in caso di mancato funzionamento degli uffici giudiziari, procedura che deve essere disposta tramite decreto del ministero della Giustizia. Il Consiglio sottolinea che i disservizi avvenuti potrebbero infatti portare «conseguenze irreversibili sulla tutela dei diritti dei cittadini e delle aree interessate» dalle interruzione.

Ha fatto seguito anche l’Unione delle Camere Civili che in una nota relativa alla remissione in termini ha aggiunto la necessità di «un provvedimento normativo che consenta la sospensione di tutti i termini, sia ora che in futuro, mediante una procedura agile ed immediata, oggi che tutto dipende dal Pct».

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Le misure in materia di giustizia del Decreto Legge “Ristori-bis”

Le misure in materia di giustizia del Decreto Legge “Ristori-bis”

Il 9 novembre 2020 è entrato in vigore il Decreto Legge 149, “Ristori-bis”, che contiene alcuni articoli specificatamente dedicati al settore della Giustizia.

Le misure rimarranno in vigore fintantoché permane lo stato di emergenza dovuta all’epidemia di COVID.

TUTTE LE MISURE IN MATERIA DI GIUSTIZIA CONTENUTE NEL DECRETO LEGGE RISTORI-BIS

Corte d’appello: camera di consiglio e niente Pm o difensori

L’art. 23 del DL “Ristori-bis” dispone che nei giudizi d’appello contro le sentenze di primo grado nel settore penale la corte d’appello possa procedere in camera di consiglio senza che PM e difensori intervengano e sempre al di fuori dei casi di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale.
La misura si applica se le parti o il PM non chiedono esplicitamente la discussione orale o se l’imputato non chiede di comparire.

Sospesi giudizi penali, prescrizione e termini di custodia cautelare

L’art. 24 prevede:
– la sospensione di quei giudizi penali nei quali il testimone, il Ctu, l’imputato siano assenti a causa delle restrizioni ai movimenti, di periodi di quarantena o di isolamento dovuti a COVID;
– per lo stesso periodo di sospensione del giudizio viene sospeso anche il corso della prescrizione e dei termini di durata massima della custodia cautelare (art. 303 c.p.p.).
– in caso di giudizi disciplinari verso magistrati, il corso dei termini viene sospeso per il tempo in cui il procedimento è sospeso per l’assenza legata a COVID del testimone, del Ctu, o di altri soggetti citati a comparire.

Ok prove orali da remoto per l’esame di avvocati e notai

L’art- 25 offre informazioni sull’esame di abilitazione alla professione forense e notarile e, in particolare, sull’esecuzione delle prove orali.
Viene eliminato il termine del 30 settembre 2020, previsto dall’art. 254, comma 3 del Dl n. 34/2020, come riferimento ultimo per autorizzare lo svolgimento da remoto delle prove orali, che ora diventa possibile anche oltre tale data.

Elezioni Ordini professionali in modalità telematiche

Sempre l’art.25 tratta il rinnovo degli organi collegiali degli Ordini e dei Collegi professionali, sia nazionali che territoriali, per i quali viene permesso lo svolgimento, in tutto o in parte, da remoto pur sempre rispettando i principi di segretezza e libertà nel voto.
Le modalità di voto e le procedure di insediamento dovranno essere decise dal Consiglio Nazionale dell’Ordine o del Collegio con apposito regolamento che andrà adottato entro 60 giorni dall’entrata in vigore del decreto “Ristori-bis”.

Class action

L’art. 26 del Decreto “Ristori Bis” introduce nuove disposizioni in materia di class action. Viene modificato quanto indicato all’articolo 7, comma 1, della legge 12 aprile 2019, n. 31, e il differimento e l’entrata in vigore passano da 19 a 25 mesi dall’entrata in vigore della stessa Legge.

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Giustizia Civile al tempo del Covid: riflessioni a caldo all’indomani del Dpcm 24/10/2020 e del D.L. 25/2020

Giustizia Civile al tempo del Covid: riflessioni a caldo all’indomani del Dpcm 24/10/2020 e del D.L. 25/2020

A volte mi chiedo perché, anziché strapparci i capelli e piangerci addosso, non proviamo ad impiegare la stessa energia più utilmente per capire come usare gli strumenti già a disposizione.

Non voglio semplificare o sottovalutare il problema -che esiste e resta tale -ma ricollocarlo in una dimensione concreta, alla luce degli strumenti ad oggi già disponibili per rispondervi.

Mi riferisco alla questione della partecipazione alle udienze civili in periodo di emergenza sanitaria, con particolare riguardo a quelle già fissate nel periodo di vigenza del sopravvenuto DPCM 24/10/2020 in cui è richiesta la sola comparizione dei difensori.

Già ad inizio ottobre è stato adottato il D.L. 25/2020 che ha prolungato al 31 gennaio 2021 l’emergenza sanitaria e al 31/12/2020 la trattazione scritta delle udienze che richiedano la sola comparizione dei procuratori;

Ciò stante, sebbene sia legittimo, appare utopico attendersi che i giudici motu proprio si attivino per disporre la trattazione scritta delle udienze già calendarizzate con trattazione in presenza, anche perché, spesso, non c’è tempo sufficiente per provvedere d’ufficio, nel senso che tra l’entrata in vigore del DPCM e la data dell’udienza ci sono meno dei trenta giorni richiesti dall’art. DL. 24/2020 art. 221/4

Ciò non esime, però, le parti dal formulare richiesta congiunta di trattazione scritta che “costringe” il giudice a provvedere in questo senso.

Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il processo civile è pur sempre ad impulso di parte, il che comporta che la parte diligente – cioè, per quel che qui rileva, quella interessata ad ottenere la trattazione scritta – si attivi per sottoporre alla controparte di valutare l’opportunità di depositare un’istanza di trattazione scritta, proprio in ossequio alle norme che raccomandano di evitare gli spostamenti non necessari.

Perché abbia effetto, l’istanza deve essere congiunta, ossia la controparte deve aderire.

Il termine di trenta giorni, infatti, è fissato nell’interesse delle parti, sicché le parti stesse possono concordemente rinunciarvi laddove non lo ritengano indispensabile ai fini difensivi. Questo è certamente un elemento da evidenziare nell’istanza stessa.

E’ lecito attendersi che il Collega avversario condivida senza problemi, fatto salvo- naturalmente – il caso in cui l’udienza sia fissata per un incombente in cui la presenza fisica sia indispensabile (penso, ad esempio, all’udienza di discussione finale).

Io ho provato e funziona.

Poiché mi pare un’iniziativa responsabile nei confronti di tutte le parti coinvolte, allego lo schema dell’istanza e della missiva da inviare al Collega, sperando sia utile a tutti.

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Avvocato Buffoni

Avvocato, titolare dello studio legale Buffoni da Lei fondato in Novara. Si occupa di diritto civile con particolare riguardo alla tutela del risparmio, al diritto bancario, finanziario e assicurativo e consumerismo. In forza di questa decennale esperienza è co-autrice della rivista giuridica ALTALEX e opinionista per il Sole24ore, Plus24 e LaStampa. È relatrice in incontri divulgativi sui temi della cultura finanziaria e bancaria e sviluppo di progetti finalizzati alla gestione alternativa e strategica del conflitto aziendale e privato. Autrice del libro "Mastercash - ricette agrodolci per il risparmio in buoni postali", è direttrice del Comitato scientifico dell Osservatorio Europeo Consumo e Risparmio.

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Fallimento: qual è il tribunale competente?

Fallimento: qual è il tribunale competente?

Quando si parla di fallimento, qual è il tribunale competente? Va considerata la sede effettiva dell’impresa o la sede legale?

Con l’ordinanza 22270/2020 del 15 ottobre 2020, la Corte di Cassazione ha trattato nuovamente la materia.

FALLIMENTO: COSA DICE LA LEGGE

All’art.9, comma 1, della Legge Fallimentare si legge che, in caso di dichiarazione di fallimento, il Tribunale competente è quello presente dove l’impresa ha la propria sede principale.

Ma la sede principale non coincide necessariamente con la sede legale. Difatti, l’imprenditore ha la facoltà di dimostrare che le due sedi si trovano in luoghi diversi.

SEDE LEGALE O SEDE PRINCIPALE?


Una società ricorre contro la sentenza di fallimento emessa dal Tribunale di Catania e la Corte di Appello dichiara l’incompetenza territoriale del Tribunale poiché la sede legale dell’azienda si trova a Sondrio, non a Catania, ed è quindi il Tribunale di Sondrio a risultare competente.

Il Tribunale di Sondrio però risponde che, sebbene la sede legale si trovi in città, la competenza sia del Tribunale di Catania, dove ha sede il cuore direzionale dell’azienda.

La Cassazione sbroglia il nodo nel seguente modo.

Innanzi tutto, ricorda che «in tema di individuazione del tribunale competente a dichiarare il fallimento, ai sensi dell’art. 9, comma 1, l.fall., la presunzione “iuris tantum” di coincidenza della sede effettiva con la sede legale è superabile attraverso prove univoche che dimostrino che il centro direzionale dell’attività dell’impresa è altrove e che la sede legale ha carattere solo formale o fittizio, rilevando a tal fine, in particolare, la mancanza di una concreta struttura operativa presso la sede legale, sicché debba riconoscersi che detta sede sia solo un mero recapito».

Poi, considera alcune evidenze del caso:

a) l’attività nella sede legale appare discontinuità;

b) vi è la presenza di software gestionali e documentazione presso la sede principale;

c) esistono matricole INPS attive aperte a Catania;

d) il domicilio del Presidente del Consiglio di Amministrazione e anche dei componenti del Collegio sindacale è sempre a Catania;

e) gli studi notarili che seguono l’azienda si trovano anch’essi a Catania.

Tutti questi elementi permettono di superare l’iniziale presunzione di corrispondenza tra la sede legale e la sede principale. Se ne deduce che nel caso specifico la competenza a decidere sull’istanza di fallimento va al Tribunale di Catania, luogo in cui l’impresa ha la propria sede principale, e non al Tribunale di Sondrio, dove si trova la sede legale.

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Giustizia: il D.L. n.125/2020 proroga lo stato di emergenza

Giustizia: il D.L. n.125/2020 proroga lo stato di emergenza

Il Decreto Legge n.125/2020 estende lo stato di emergenza al 31 dicembre e proroga alla medesima data le disposizioni relative alle udienze da remoto e ai depositi telematici, il cui termine era stato fissato al 31 ottobre 2020.

Il ritorno alla normalità per la giustizia sembra dunque farsi più lontano…

STATO DI EMERGENZA: COSA DICE IL D.L. N.125/2020

 L’art.1 “Misure  urgenti  strettamente   connesse   con   la   proroga   della

  dichiarazione dello stato di emergenza da COVID-19 contiene tutte le modifiche alle precedenti disposizioni e così recita:

  1.  All’articolo  1  del  decreto-legge  25  marzo  2020,  n.   19,

convertito, con modificazioni, dalla legge 22  maggio  2020,  n.  35,

sono apportate le seguenti modificazioni:

    a) al comma 1, le parole: «15 ottobre 2020» sono sostituite dalle

seguenti: «31 gennaio 2021»;

    b) al comma 2, dopo la  lettera  hh)  e’  aggiunta  la  seguente:

«hh-bis) obbligo di avere sempre con se’  dispositivi  di  protezione

delle   vie   respiratorie,   con    possibilità    di    prevederne

l’obbligatorietà dell’utilizzo nei luoghi al  chiuso  diversi  dalle

abitazioni private e in tutti i luoghi  all’aperto  a  eccezione  dei

casi in cui, per le caratteristiche dei luoghi o per  le  circostanze

di fatto,  sia  garantita  in  modo  continuativo  la  condizione  di

isolamento rispetto a persone non conviventi, e comunque con salvezza

dei protocolli e delle linee  guida  anti-contagio  previsti  per  le

attività economiche, produttive, amministrative e  sociali,  nonché

delle linee guida per il consumo di cibi e bevande, restando  esclusi

da detti obblighi:

      1) i soggetti che stanno svolgendo attività sportiva;

      2) i bambini di eta’ inferiore ai sei anni;

      3) i soggetti con patologie  o  disabilita’  incompatibili  con

l’uso della mascherina, nonché  coloro  che  per  interagire  con  i

predetti versino nella stessa incompatibilità.».

  2.  Al  decreto-legge  16  maggio  2020,  n.  33,  convertito,  con

modificazioni, dalla legge 14 luglio 2020, n. 74, sono  apportate  le

seguenti modificazioni:

    a)  all’articolo  1,  comma  16,  le  parole  «,   ampliative   o

restrittive,  rispetto  a  quelle  disposte  ai  sensi  del  medesimo

articolo 2» sono sostituite dalle seguenti: «restrittive  rispetto  a

quelle disposte ai sensi del medesimo articolo 2,  ovvero,  nei  soli

casi e nel  rispetto  dei  criteri  previsti  dai  citati  decreti  e

d’intesa con il Ministro della salute, anche ampliative»;

    b) all’articolo 3, comma 1, le  parole  «15  ottobre  2020»  sono

sostituite dalle seguenti: «31 gennaio 2021».

  3.  Al  decreto-legge  30  luglio  2020,  n.  83,  convertito,  con

modificazioni, dalla legge 25 settembre 2020, n. 124, sono  apportate

le seguenti modificazioni:

    a) all’articolo 1, comma 3, le parole:  «15  ottobre  2020»  sono

sostituite dalle seguenti: «31 dicembre 2020»;

    b) all’Allegato 1 sono apportate le seguenti modificazioni:

      1) dopo il numero 16 e’ inserito il seguente: «16-bis  Articolo

87, commi 6 e 7, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18,  convertito,

con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27»;

      2) il numero 18 e’ sostituito dal seguente: «18  Articolo  101,

comma 6-ter, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito,  con

modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27»;

      3) dopo il numero 19 e’ inserito il seguente: «19-bis  Articolo

106  del  decreto-legge  17  marzo  2020,  n.  18,  convertito,   con

modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27»;

      4) dopo il numero 24 e’ inserito il seguente: «24-bis  Articolo

4  del  decreto-legge  8  aprile  2020,  n.   23,   convertito,   con

modificazioni, dalla legge 5 giugno 2020, n. 40»;

      5) i numeri 28 e 29 sono soppressi;

      6) dopo il numero 30-bis sono inseriti i seguenti:

        «30-ter Articolo 33 del decreto-legge 19 maggio 2020, n.  34,

convertito, con modificazioni, dalla legge 17 luglio 2020, n. 77;

        30-quater Articolo 34 del decreto-legge 19  maggio  2020,  n.

34, convertito, con modificazioni, dalla legge  17  luglio  2020,  n.

77»;

      7) dopo il numero 33 e’ inserito il seguente: «33-bis  Articolo

221, comma 2, del decreto-legge 19 maggio 2020,  n.  34,  convertito,

con modificazioni, dalla legge 17 luglio 2020, n. 77»;

      8) dopo il numero 34 e’ aggiunto il seguente: «34-bis  Articolo

35 del decreto-legge 14 agosto 2020, n. 104».

  4. All’articolo 87, comma 8, del decreto-legge 17  marzo  2020,  n.

18, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27,

le parole: «del  comma  1,  primo  periodo,»  sono  sostituite  dalle

seguenti: «dei commi 6 e 7».

In sostanza, la giustizia proseguirà secondo le modalità già stabilite con:

  • il deposito telematico degli atti;
  • il deposito telematico di note scritte («le sole istanze e conclusioni») per le udienze civili che non richiedono la presenza di soggetti diversi dai difensori delle parti;
  • la facoltà per il giudice di disporre la trattazione tramite udienza da remoto nel civile, sempre se non sia necessaria la presenza di soggetti diversi dai difensori, dalle parti e dagli ausiliari del giudice;
  • la partecipazione alle udienze civili delle parti o dei difensori, su istanza dell’interessato, tramite collegamenti audiovisivi a distanza;
  • il giuramento del CTU tramite dichiarazione con firma digitale depositata nel fascicolo telematico.
  • la partecipazione in remoto alle udienze penali degli imputati in custodia cautelare in carcere e dei detenuti, nei casi in cui sia prevista la partecipazione a distanza e con il consenso delle parti.

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È valida la procura scritta su un foglio separato e poi allegato al ricorso?
E se nella stessa mancasse un qualsiasi riferimento alla sentenza impugnata, potrebbe essere ritenuta una procura speciale?
Quali sono le conseguenze per un avvocato nel caso il ricorso venisse respinto?

IL CASO

Un avvocato impugna una sentenza a fronte di una procura con cui la parte lo autorizza a rappresentarla e difenderla «in ogni grado del presente giudizio, nei conseguenti processi esecutivi ed eventuali giudizi di opposizione è chiamata in garanzia» e con cui gli viene data facoltà di «transigere, conciliare, rinunziare agli atti del presente giudizio, farsi sostituire»,  di «presentare istanza di mediazione ex articoli 4 e 5 del decreto legislativo 28/2010 nonché a comparire agli incontri che verranno all’uopo fissati, con promessa di rato e valido del suo operato» e «di essere stato informato della possibilità di ricorrere alla convenzione di negoziazione».

La procura, come già suggerito, è presentata su un foglio a parte spillato al ricorso.

PROCURA GENERICA E SU FOGLIO SEPARATO: PERCHÈ IL RICORSO È INAMMISSIBILE

Con l’ordinanza 21335/2020, la Cassazione decide che tale ricorso sia da considerarsi inammissibile perché la procura così scritta e «estesa su un foglio separato e materialmente congiunto al ricorso (e non al margine o in calce di quello) non è una procura speciale».

In particolare, la dicitura «in ogni grado del presente giudizio» potrebbe tranquillamente riferirsi a qualsiasi tipo di iniziativa giudiziaria. Manca, insomma, un minimo, tenue, persino indiretto riferimento alla sentenza impugnata.

La Cassazione ricorda che la giurisprudenza della propria Corte è sempre stata coerente nel giudicare «inammissibile il ricorso per Cassazione allorquando la procura, apposta su foglio separato e materialmente congiunto al ricorso, contenga espressioni incompatibili con la proposizione dell’impugnazione e univocamente dirette ad attività proprie di altri giudizi e fasi processuali» (cfr., ex multis, Cass. n. 1525/2020, n. 17708/2019, n. 28146/2018).

Nulla di nuovo, insomma.

LE CONSEGUENZE PER L’AVVOCATO

Dato che il ricorso per Cassazione risulta inammissibile perché manca una procura valida, e che l’attività processuale a cui è riferita prevede che la responsabilità ricada esclusivamente sull’avvocato, è proprio su di lui che ricadrà l’onere delle spese del giudizio e anche del contributo unificato con importo raddoppiato (Art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. 115/2002, come novellato dalla L. n. 228/2012).

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Ultime novità in materia di notifiche telematiche

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Nel Supplemento ordinario n. 35 alla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 241 del 29.9.2020 contiene la ripubblicazione del testo del decreto-legge n. 76/2020, coordinato con la legge di conversione n. 120/2020, recante Misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitale, corredato delle relative note. L’art. 28 del predetto decreto-legge (al quale la legge di conversione non ha apportato modifiche) ha introdotto significative novità in materia di notificazioni telematiche, riformando gli artt. 16, commi 12 e 13, e 16 ter d.l. n. 179/2012 (conv. con modif. dalla l. n. 221/2012).

In particolare, i commi 12 e 13 dell’art. 16 (rubricato Biglietti di cancelleria, comunicazioni e notificazioni per via telematica) d.l. n. 179/2012 (conv. con modif. dalla l. n. 221/2012) oggi recitano:

“12. Al fine di favorire le comunicazioni e notificazioni per via telematica alle pubbliche amministrazioni, le amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, comunicano al Ministero della giustizia, con le regole tecniche adottate ai sensi dell’articolo 4, comma 1, del decreto-legge 29 dicembre 2009, n. 193, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 febbraio 2010, n. 24, l’indirizzo di posta elettronica certificata conforme a quanto previsto dal decreto del Presidente della Repubblica 11 febbraio 2005, n. 68, e successive modificazioni, a cui ricevere le comunicazioni e notificazioni. L’elenco formato dal Ministero della giustizia è consultabile esclusivamente dagli uffici giudiziari, dagli uffici notificazioni, esecuzioni e protesti, e dagli avvocati. Con le medesime modalità, le amministrazioni pubbliche possono comunicare altresì gli indirizzi di posta elettronica certificata di propri organi o articolazioni, anche territoriali, presso cui eseguire le comunicazioni o notificazioni per via telematica nel caso in cui sia stabilito presso questi l’obbligo di notifica degli atti introduttivi di giudizio in relazione a specifiche materie ovvero in caso di autonoma capacità o legittimazione processuale. Per il caso di costituzione in giudizio tramite propri dipendenti, le amministrazioni pubbliche possono altresì comunicare ulteriori indirizzi di posta elettronica certificata, riportati in una speciale sezione dello stesso elenco di cui al presente articolo e corrispondenti a specifiche aree organizzative omogenee, presso cui eleggono domicilio ai fini del giudizio.

13. In caso di mancata comunicazione ai sensi del comma 12, le comunicazioni e notificazioni a cura della cancelleria si effettuano ai sensi dei commi 6 e 8 e le notificazioni ad istanza di parte si effettuano ai sensi dell’articolo 16 ter, comma 1 ter.”

L’art. 16 ter (rubricato Pubblici elenchi per notificazioni e comunicazioni) d.l. n. 179/2012 (conv. con modif. dalla l. n. 221/2012) oggi recita:

“1. A decorrere dal 15 dicembre 2013, ai fini della notificazione e comunicazione degli atti in materia civile, penale, amministrativa, contabile e stragiudiziale si intendono per pubblici elenchi quelli previsti dagli articoli 6 bis , 6 quater e 62 del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, dall’articolo 16, comma 12, del presente decreto, dall’articolo 16, comma 6, del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, convertito con modificazioni dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2, nonché il registro generale degli indirizzi elettronici, gestito dal Ministero della giustizia.

1 bis. Le disposizioni dei commi 1 e 1 ter si applicano anche alla giustizia amministrativa.

1 ter. Fermo restando quanto previsto dal regio decreto 30 ottobre 1933, n. 1611, in materia di rappresentanza e difesa in giudizio dello Stato, in caso di mancata indicazione nell’elenco di cui all’articolo 16, comma 12, la notificazione alle pubbliche amministrazioni degli atti in materia civile, penale, amministrativa, contabile e stragiudiziale è validamente effettuata, a tutti gli effetti, al domicilio digitale indicato nell’elenco previsto dall’articolo 6 ter del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, e, ove nel predetto elenco risultino indicati, per la stessa amministrazione pubblica, più domicili digitali, la notificazione è effettuata presso l’indirizzo di posta elettronica certificata primario indicato, secondo le previsioni delle Linee guida di AgID, nella sezione ente dell’amministrazione pubblica destinataria. Nel caso in cui sussista l’obbligo di notifica degli atti introduttivi di giudizio in relazione a specifiche materie presso organi o articolazioni, anche territoriali, delle pubbliche amministrazioni, la notificazione può essere eseguita all’indirizzo di posta elettronica certificata espressamente indicato nell’elenco di cui all’articolo 6 ter del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, per detti organi o articolazioni.”

Il comma 1 ter dell’art. 16 ter d.l. n. 179/2012 (conv. con modif. dalla l. n. 221/2012) è di immediata applicazione (ex art. 28 comma 2 n. 76/2020).

L’Indice delle Pubbliche Amministrazioni (IPA) è oggi pubblico elenco ai fini della validità delle notifiche telematiche ex art. 3 bis l. n. 53/1994

Ai fini della validità della notifica, l’art. 3 bis l. n. 53/1994 stabilisce che, per effettuare una notifica telematica, l’avvocato deve utilizzare una casella di posta elettronica risultante da un “pubblico elenco” e che anche l’indirizzo PEC del destinatario risulti da tale elenco.

L’Indice delle Pubbliche Amministrazioni (IPA), ad accesso libero in cui si trovano quasi tutte le PEC delle PP.AA., da tempo non era più legalmente utilizzabile ai fini delle notifiche telematiche. In particolare, dal 19.8.2014 non era più un “pubblico elenco” ai fini delle notificazioni telematiche l’IPA, previsto dall’art. 6 ter CAD (e già dall’art. 57 bis CAD), realizzato e gestito dall’AgID, il quale costituisce l’archivio ufficiale contenente i riferimenti organizzativi, telematici e toponomastici delle PP.AA. e dei gestori di pubblici servizi. Per effetto di modifiche legislative succedutesi nel tempo, l’IPA è stato in passato un “pubblico elenco” ai fini della validità delle notifiche telematiche dal 15.12.2013 al 18.8.2014.

Grazie al c.d. “decreto semplificazioni”, IPA è tornato a essere un “pubblico elenco” ai fini della validità delle notifiche telematiche alle PP.AA. Come già accennato, il comma 1 ter dell’art. 16 ter d.l. n. 179/2012 (conv. con modif. dalla l. n. 221/2012) prevede oggi che, in caso di mancata indicazione nel predetto registro PP.AA., la notificazione alle PP.AA. degli atti in materia civile, penale, amministrativa, contabile e stragiudiziale è validamente effettuata, a tutti gli effetti, al domicilio digitale (in caso di più domicili, alla p.e.c. primaria) indicato nell’IPA.

Infatti, l’art. 16 ter d.l. n. 179/2012 (conv. con modif. dalla l. n. 221/2012), attualmente, stabilisce che, ai fini della notificazione e comunicazione degli atti in materia civile, penale, amministrativa, contabile e stragiudiziale, sono “pubblici elenchi” dai quali possono essere attinti gli indirizzi p.e.c. dei destinatari delle notifiche telematiche quelli previsti dalle seguenti norme:

  1. art. 6 bis d. lgs n. 82/2005 (“CAD”) (rubricato Indice nazionale dei domicili digitali delle imprese e dei professionisti), il quale prevede la istituzione di un pubblico elenco denominato Indice nazionale dei domicili digitali (INI-PEC) delle imprese e dei professionisti, presso il Ministero dello sviluppo economico;
  2. art. 6 quater CAD (rubricato Indice nazionale dei domicili digitali delle persone fisiche e degli altri enti di diritto privato, non tenuti all’iscrizione in albi professionali o nel registro delle imprese), che non risulta essere stato ancora istituito;
  3. art. 62 CAD (rubricato Anagrafe nazionale della popolazione residente-ANPR), non ancora istituito. Al completamento dell’ANPR di cui all’art. 62, l’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) provvede al trasferimento dei domicili digitali contenuti nell’elenco di cui all’art. 6 quater CAD nell’ANPR;
  4. art. 16 comma 12 d.l. n. 179/2012 (conv. con modif. dalla l. n. 221/2012), il quale prevede la istituzione di un registro, formato dal Ministero della giustizia, contenente gli indirizzi di PEC delle PP.AA., consultabile esclusivamente dagli uffici giudiziari, dagli uffici notificazioni, esecuzioni e protesti, e dagli avvocati;
  5. art. 16 comma 6 d.l. n. 185/2008 (conv. con modif. dalla l. n. 2/2009) ovvero il Registro delle Imprese;
  6. il Registro Generale degli Indirizzi Elettronici (ReGIndE), gestito dal Ministero della giustizia, il quale contiene i dati identificativi nonché l’indirizzo di PEC dei soggetti abilitati esterni;
  7. art. 6 ter CAD (rubricato Indice dei domicili digitali delle pubbliche amministrazioni e dei gestori di pubblici servizi), realizzato e gestito dall’AgID, ma solo in caso di mancata indicazione nell’elenco di cui all’art. 16, comma 12, d.l. n. 179/2012 (conv. con modif. dalla l. n. 221/2012) dell’indirizzo di PEC della PA.

Con le nuove disposizioni, da un lato, la PA può inserire in tale Registro gli indirizzi PEC di propri organi o articolazioni, anche territoriali, presso cui eseguire comunicazioni o notificazioni telematiche in caso di obbligo di notifica presso questi degli atti introduttivi di giudizio per specifiche materie ovvero di autonoma capacità o legittimazione processuale; dall’altro, per il caso di costituzione in giudizio tramite propri dipendenti, le PP.AA. possono comunicare in una speciale sezione dello stesso elenco ulteriori indirizzi PEC di specifiche aree organizzative omogenee, presso cui eleggono domicilio ai fini del giudizio.

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Avvocato Ione Ferranti

Avvocato dal 1998, nel 2004 ha fondato lo Studio legale Ferranti a Roma. Autrice di numerose pubblicazioni fin dal 1996. Dal 1998 al 2016 ha collaborato con il Prof. Nicola Picardi all’aggiornamento del commento di alcuni articoli del Codice di Procedura Civile, edito dalla Giuffré Editore nella Collana "Le fonti del diritto italiano".
Nel 2008/2009 ha vinto una procedura di selezione per una docenza a contratto indetta dall’Università di Perugia, dove ha insegnato diritto dell’Unione Europea. Pubblica periodicamente anche articoli in materia di giustizia digitale, IT/IP e processi telematici

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Opposizione a decreto ingiuntivo: l’onere della proposta di mediazione ricade sull’opposto

Opposizione a decreto ingiuntivo: l’onere della proposta di mediazione ricade sull’opposto

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha stabilito che in caso di giudizio promossi con opposizione a decreto ingiuntivo l’onere della proposta di mediazione ricade sull’opposto e non sull’opponente.

Nella sentenza 19596/20 si legge:

«Nelle controversie soggette a mediazione obbligatoria ai sensi dell’art.5, Comma 1-bis, del d.lgs. n.28 del 2010, i cui i giudizi vengano introdotti con un decreto ingiuntivo, una volta instaurato il relativo giudizio di opposizione e decise le istanze di concessione o sospensione della provvisoria esecuzione del decreto, l’onere di promuovere la procedura di mediazione è a carico della parte opposta; ne consegue che, ove essa non si attivi alla pronuncia di improcedibilità di cui al citato comma 1-bis conseguirà la revoca del decreto ingiuntivo».

Questo principio rettifica quanto in precedenza stabilito dalla Terza Sezione Civile della Cassazione con la sentenza 24629/15, di orientamento completamente opposto:

«poiché è l’opponente il soggetto interessato alla proposizione del giudizio di cognizione è su di lui che deve gravare l’onere di avviare la procedura di mediazione».

DECRETO INGIUNTIVO. PERCHÈ L’ONERE DI PROMUOVERE LA MEDIAZIONE RICADE SULL’OPPOSTO

Come spiega l’Avv. Giancarlo Renzetti, Delegato di Cassa Forense, la rettifica è così giustificata:

1) seguendo quanto indicato dall’artt. 4 e 5 del d.lgs. 28/2010, l’onere di promuovere la mediazione è a carico del creditore e in caso di opposizione a decreto ingiuntivo si può considerare l’opposto come creditore;

2) se l’onere della promozione della mediazione fosse a carico dell’opponente, la sua mancanza comporterebbe l’improcedibilità dell’opposizione e il passaggio in giudicato del decreto ingiuntivo. Con l’onere a carico dell’opposto, in caso non fosse proposta la mediazione, l’improcedibilità comporterebbe la sola revoca del decreto ingiuntivo che però potrebbe essere nuovamente proposto. In questo modo viene maggiormente tutelato il diritto di difesa.

Qui l’articolo originale pubblicato sul sito di Cassa Forense.

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