CyberSec 2025: allarme sicurezza informatica, “Colmare i vuoti normativi”

ROMA – La quarta edizione della conferenza internazionale CyberSec 2025 ha acceso i riflettori sulle minacce informatiche globali e sulle sfide legate alle tecnologie emergenti. Un evento di punta per la cybersecurity italiana, che ha riunito istituzioni, forze dell’ordine, esperti del settore e rappresentanti della NATO per affrontare il tema sempre più pressante della sicurezza informatica in un contesto geopolitico instabile.

Dall’intelligenza artificiale alla crittografia post-quantistica, dallo spionaggio alla disinformazione online, le nuove frontiere del rischio cyber richiedono strumenti legislativi più efficaci. Questo il monito lanciato da Vittorio Rizzi, Direttore Generale del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (DIS), che ha sottolineato la necessità di colmare il gap normativo esistente:

“Abbiamo costanti vuoti nella legislazione in materia di cybersecurity che ci costringono a interpretazioni giuridiche acrobatiche. Il cambiamento nel dominio cyber è rapidissimo e il nostro ordinamento fatica a tenere il passo”.

La minaccia cyber: un rischio trasversale

Le istituzioni italiane sono nel mirino degli hacker: gli attacchi informatici contro enti governativi e infrastrutture critiche sono in costante aumento. La necessità di un’azione coordinata è stata ribadita da Lorenzo Guerini, Presidente del Copasir, che ha parlato dell’importanza di una strategia condivisa per la sicurezza nazionale:

“Le nostre democrazie sono sotto minaccia costante, interna ed esterna. Serve una visione strategica per proteggere l’interesse nazionale”.

Dello stesso avviso anche il Procuratore Nazionale Antimafia, Giovanni Melillo, che ha denunciato il ritardo del sistema giudiziario nell’adottare strumenti tecnologici adeguati:

“La criminalità organizzata cibernetica si è strutturata con modelli simili a quelli delle grandi aziende. Se non sviluppiamo sistemi di intelligence basati sull’IA, resteremo indietro”.

I nuovi scenari di rischio: IA, criptovalute e social media

La conferenza ha evidenziato come le tecnologie emergenti, se non adeguatamente regolamentate, possano diventare strumenti per il crimine e il terrorismo. Tra i principali vettori di rischio citati dagli esperti:

  • Intelligenza Artificiale: utilizzata per attacchi informatici sofisticati e per la manipolazione delle informazioni.
  • Criptovalute e blockchain: mezzi sempre più diffusi per il riciclaggio di denaro e il finanziamento di attività illecite.
  • Social media: terreno fertile per la radicalizzazione, la propaganda e la diffusione di fake news.

“Il dominio cyber è ormai centrale in tutti gli ambiti della nostra vita. Non possiamo più considerarlo solo una questione tecnica: è un tema politico, economico e di sicurezza nazionale”, ha concluso Rizzi.

Il futuro della cybersicurezza: serve più Europa

Uno degli aspetti più discussi è stata la necessità di un coordinamento internazionale. Come sottolineato dal Direttore del Servizio di Polizia Postale, Ivano Gabrielli, la pervasività degli attacchi informatici è aumentata in modo esponenziale, colpendo non solo istituzioni, ma anche sanità, finanza e industria.

“Serve un nuovo approccio investigativo e una legislazione europea più forte, perché nessun Paese può affrontare questa sfida da solo”, ha dichiarato Gabrielli.

L’appello lanciato dagli esperti di CyberSec 2025 è chiaro: senza un aggiornamento normativo e una strategia condivisa, il Paese rischia di trovarsi impreparato di fronte alle minacce del futuro.


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Maruotti (CdS): “Meno formalismi, più accesso alla giustizia”

“La Giustizia amministrativa è centrale nel Paese. Noi siamo quell’arbitro indispensabile per la regolarità della partita, e l’infrazione è fisiologica, ma tutti devono credere nelle regole”. Con queste parole, il Presidente del Consiglio di Stato, Luigi Maruotti, ha aperto il suo intervento all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2025 del Tar Lazio, sottolineando il ruolo fondamentale della magistratura amministrativa nel garantire equità e trasparenza.

Maruotti ha voluto chiarire che il compito della giustizia amministrativa non è quello di “smentire” l’amministrazione, ma di correggerne eventuali errori: “Annullare un atto non significa sconfessare l’amministrazione, ma indicare che potrebbe essere migliorato”. Ha poi ricordato che i tribunali amministrativi non sono solo giudici dell’economia, ma anche dei diritti, come dimostrato dalla loro centralità durante la pandemia da Covid-19 e nelle decisioni sulla tutela degli alunni disabili.

Semplificazione e chiarezza: sentenze più accessibili

Uno dei punti chiave toccati dal Presidente ha riguardato la necessità di una maggiore sintesi e chiarezza negli atti giudiziari. “Dobbiamo essere più sintetici noi magistrati, non solo gli avvocati. A volte leggo sentenze di pagine e pagine, ma per capire la ratio decidendi devi arrivare alle ultime 10 righe finali. Non è possibile. La sentenza deve essere chiara, rispondere ai motivi e poter essere facilmente spiegata al cliente. Deve rivolgersi alla comunità, non solo agli addetti ai lavori”.

Maruotti ha auspicato che le decisioni amministrative possano essere scritte con maggiore immediatezza, affinché l’amministrazione stessa possa comprenderle e applicarle più facilmente. “Se miglioriamo le sentenze, semplifichiamo l’azione amministrativa e soddisfiamo meglio gli interessi della comunità”.

Contributo unificato troppo alto: servono interventi

Maruotti ha poi rivolto un messaggio agli avvocati, riconoscendo le difficoltà economiche legate al contributo unificato: “Sono consapevole che l’entità del contributo unificato è particolarmente elevata. Spero che nelle sedi competenti le proposte che anch’io ho sollevato per una sua riduzione vengano prese in considerazione. Troppi cittadini rinunciano al ricorso perché la legislazione è oscura o perché i costi sono eccessivi”.

Il Presidente del Consiglio di Stato ha anche esortato i giudici amministrativi a non essere troppo rigidi nell’applicazione delle norme sui ricorsi, specialmente quelle che incidono sulla difesa dei cittadini: “Ho visto sentenze molto formalistiche che non vorrei più rivedere. Bisogna sempre consentire il più ampio esercizio del diritto alla difesa, tenendo conto della complessità del caso concreto, e non solo del suo valore economico”.

Un dialogo aperto con gli avvocati

Infine, Maruotti ha assicurato che le voci degli avvocati saranno ascoltate nelle riforme che riguardano il sistema giudiziario amministrativo: “Chi teme che ci sarà un decreto frettoloso sbaglia. Sono sempre in contatto con le associazioni e gli enti che rappresentano gli avvocati, e le loro indicazioni saranno tenute nella massima considerazione”.


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Tar Lazio: nel 2024 giacenze ridotte del 25%, un risultato senza precedenti

Il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio ha chiuso il 2024 con un risultato straordinario: la riduzione del 25,22% delle giacenze di ricorsi, un traguardo senza precedenti nell’ultimo decennio. A confermarlo è stato il Presidente del Tar Lazio, Roberto Politi, nel corso della Cerimonia di inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2025.

“Alla data del 31 dicembre 2023, risultavano in attesa di definizione 38.400 ricorsi, mentre alla stessa data dello scorso anno il numero si è ridotto a 28.717”, ha dichiarato Politi, evidenziando il significativo progresso compiuto. Il Presidente ha inoltre sottolineato l’importanza della riorganizzazione strutturale del tribunale, ora composto da venti sezioni con 90 magistrati, 5 dirigenti e 176 unità di personale amministrativo.

Programma di smaltimento 2025 e arretrati

Nel corso del 2024, il Tar Lazio ha affrontato con determinazione l’arretrato, fissando in udienza di smaltimento migliaia di ricorsi. “Sono stati fissati 3.836 ricorsi depositati fino al 2019, 5.743 relativi al 2022 e pubblicate oltre 5.100 sentenze”, ha spiegato Politi. Il Programma di smaltimento per il 2025 prevede 35 udienze con la partecipazione di 137 Collegi giudicanti e oltre 3.000 ricorsi già calendarizzati fino a maggio, con l’obiettivo di abbattere fino al 60% dei ricorsi pendenti al 31 dicembre 2022.

Non mancano però le criticità, come il contenzioso relativo al pay-back sanitario, che ha raggiunto quasi 2.000 unità e rappresenta il 6,93% del totale delle controversie giacenti. “La rilevanza macrofinanziaria e occupazionale di queste cause impone soluzioni rapide”, ha sottolineato Politi. Altro nodo critico riguarda i ricorsi contro il silenzio amministrativo sul riconoscimento dei titoli di insegnamento conseguiti all’estero, che da oltre 6.000 nel 2022 si sono ridotti a poco più di 1.000, con l’obiettivo di azzerarli entro il 2025.

L’Intelligenza Artificiale e il futuro della giustizia amministrativa

Nel suo intervento, Politi ha affrontato anche il tema dell’Intelligenza Artificiale nel settore giudiziario, riconoscendone le potenzialità senza però sminuire il ruolo centrale del giudice. “L’AI può rappresentare un valido ausilio nella gestione dell’attività giudiziaria, velocizzando l’analisi e la raccolta di informazioni, ma senza sostituire il fattore umano nella decisione finale”, ha affermato.

A questo proposito, Politi ha definito “sovradimensionate” le preoccupazioni sollevate da più parti in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario in Cassazione. “L’AI non deve essere vista come una minaccia, ma come uno strumento che può migliorare l’efficienza del sistema giustizia”, ha concluso.


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Giudici di Pace, illegittima l’esclusione per chi compie 60 anni durante il concorso

Una recente sentenza del TAR Lazio ha stabilito che l’esclusione dal concorso per la nomina a Giudice di Pace per chi supera i 60 anni nel corso della procedura è illegittima. La decisione (sentenza n. 2727 del 6 febbraio 2025) segna un’importante inversione di rotta rispetto ai precedenti pronunciamenti dello stesso tribunale, che avevano sempre ritenuto legittimo il limite anagrafico.

Il caso: esclusione per un requisito anagrafico mobile

Il requisito dell’età per diventare Giudice di Pace è fissato dal decreto legislativo 116/2017, che stabilisce un intervallo compreso tra i 27 e i 60 anni. Tuttavia, nel caso esaminato dal TAR, il candidato aveva presentato domanda quando ancora rientrava nei limiti, ma aveva superato i 60 anni durante l’iter concorsuale. Nonostante fosse primo in graduatoria, veniva quindi escluso dalla selezione.

Il TAR ha ritenuto questa esclusione ingiustificata, sottolineando come il limite anagrafico non debba valere per l’intera durata della procedura, pena la creazione di un vincolo incerto e variabile, dipendente dai tempi amministrativi della selezione.

La procedura di nomina: un iter lungo e senza tempi certi

L’iter per la selezione dei Giudici di Pace è articolato in diverse fasi:

  1. Valutazione delle domande, gestita dalla Sezione autonoma per i magistrati onorari del Consiglio giudiziario presso le Corti d’Appello, che redige le graduatorie.
  2. Proposta di ammissione al tirocinio da parte del Consiglio Superiore della Magistratura.
  3. Nomina finale, che avviene solo dopo il tirocinio semestrale, su delibera del CSM e con decreto del Ministro della Giustizia.

Non esistendo limiti temporali rigidi per ciascuna fase, il rischio di superare i 60 anni prima della nomina è concreto. Il TAR ha quindi evidenziato come il requisito dell’età, se imposto fino alla fase finale, possa trasformarsi in un ostacolo ingiustificato, influenzato dalle tempistiche della pubblica amministrazione e non dalla volontà del candidato.

Magistrati ordinari e onorari: una disparità da colmare?

Il tema del limite anagrafico per i Giudici di Pace si inserisce in un dibattito più ampio sulla disparità di trattamento tra magistratura ordinaria e onoraria. Mentre per la prima non esiste un limite di età per l’accesso, per la seconda viene imposto il tetto dei 60 anni, ora contestato. Inoltre, i magistrati ordinari possono restare in servizio fino a 70 anni, mentre quelli onorari devono cessare l’attività a 65 anni.

Un primo passo verso un’equiparazione è stato compiuto con la legge di bilancio 2022, che ha innalzato a 70 anni il limite di permanenza per alcuni magistrati onorari già in servizio. Tuttavia, la disparità resta evidente, soprattutto considerando il ruolo cruciale che i Giudici di Pace svolgono nel sistema giudiziario, sia in ambito civile che penale.

La Corte Costituzionale, già nel 1993, aveva riconosciuto che la magistratura onoraria esiste per rispondere all’esigenza di una giustizia più efficiente e accessibile. Di conseguenza, il TAR Lazio ha evidenziato come le differenze nei limiti di età possano risultare irragionevoli, visto che l’attività di giudicare richiede imparzialità e competenza, indipendentemente dallo status del magistrato.

Una sentenza destinata a fare scuola?

La decisione del TAR Lazio potrebbe avere conseguenze rilevanti sul futuro dei concorsi per la magistratura onoraria. Se confermata in sede di appello, potrebbe aprire la strada a un’interpretazione più elastica del limite anagrafico, evitando esclusioni basate su ritardi burocratici piuttosto che su reali requisiti di merito.


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Giudici onorari, tra precariato e riforme: il nodo delle nuove retribuzioni

Per anni i magistrati onorari sono stati la spina dorsale della giustizia italiana, gestendo fino al 90% dei dibattimenti penali e circa la metà del contenzioso civile. Tuttavia, il loro ruolo è sempre stato segnato dal precariato: pagati a cottimo, senza contribuzione né copertura per malattia, e privi di una selezione tramite concorso.

L’Unione Europea ha aperto una procedura d’infrazione per questa situazione, spingendo il governo Draghi a varare dei concorsi ad hoc per stabilizzarli. Tuttavia, con la riforma voluta dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, attualmente in discussione al Senato, si rimettono in discussione le retribuzioni previste, con il rischio di creare nuove discriminazioni.

Il provvedimento introduce due categorie: gli “esclusivisti”, che rinunciano ad altre professioni e percepiranno 58 mila euro lordi all’anno, e i “non esclusivisti”, che continueranno a svolgere altre attività (come l’avvocatura o l’insegnamento) e saranno penalizzati con un tetto retributivo di 25 mila euro lordi annui.

“È un sopruso inaccettabile” commenta Maria Giovanna Miceli, viceprocuratore onorario e membro del direttivo dell’Associazione Magistrati Onorari Non Effettivi (AMNNE). “Prima si bandisce un concorso, poi, una volta che i vincitori hanno rinunciato ai loro contenziosi, si cambiano le condizioni in peggio.”

Il rischio è che questa riforma non risolva il problema della precarietà, ma lo aggravi, introducendo nuove disparità di trattamento tra chi sceglie il tempo pieno e chi, per necessità, deve mantenere un’attività parallela. I magistrati onorari, che da anni garantiscono il funzionamento della giustizia italiana, si trovano così di fronte a un bivio: accettare condizioni peggiorative o continuare la battaglia per il riconoscimento dei loro diritti.


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Prefetture in crisi: carenza di personale e mancanza di strategie concrete contro la mafia

ROMA – “Cara presidente Meloni, quale mafia sta combattendo il Governo?” È questa la provocatoria domanda posta da Maria Rosaria Ingenito Gargano, viceprefetta a Roma e segretaria nazionale dell’Unadis, il sindacato dei dirigenti prefettizi, in una lettera inviata a Palazzo Chigi. L’accusa è chiara: la lotta alla criminalità organizzata non può essere solo un proclama politico, ma necessita di strumenti adeguati, soprattutto nelle prefetture, che negli ultimi anni hanno subito un drastico ridimensionamento del personale e delle risorse.

Secondo i dati diffusi dall’Unadis, il personale delle prefetture e delle questure si è ridotto del 25% negli ultimi anni. Su un organico previsto di 21.250 unità, nel 2023 erano operative solo 15.549 persone, con oltre 6.000 posti vacanti. Particolarmente grave è la situazione dei dirigenti: manca il 47% dei viceprefetti e viceprefetti aggiunti. Eclatante il caso della prefettura di Rimini, dove, a fronte di sette posizioni dirigenziali previste, solo tre risultano coperte, costringendo l’ufficio a ricorrere a incarichi ad interim.

A questa carenza di organico si aggiunge una riduzione delle attività di verifica e controllo, fondamentali nella prevenzione e nel contrasto alla mafia. Nel 2020 erano state esaminate il 54,97% delle domande di emersione dal lavoro nero, mentre nel 2023 la percentuale è scesa al 44%. A Milano, al 1° luglio 2023, solo il 59,21% delle 26.225 domande ricevute era stato definito, con ritardi imputati prevalentemente alla carenza di personale.

Prefetture indebolite e mafia più forte

“La persistente mancanza di personale nelle prefetture compromette inevitabilmente l’efficacia dei controlli antimafia, in particolare nelle verifiche legate agli appalti pubblici e all’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)”, denuncia Ingenito Gargano. Una situazione che rischia di favorire infiltrazioni mafiose nei settori chiave dell’economia pubblica, rendendo più difficile il contrasto alla criminalità organizzata.

Pierpaolo Romani, coordinatore nazionale dell’associazione Avviso Pubblico, sottolinea come la riforma del codice degli appalti, che richiederebbe un maggiore controllo delle prefetture, rischi di rimanere inefficace proprio per l’assenza di risorse adeguate. “Stiamo registrando una fuga dalla pubblica amministrazione: molte persone preferiscono lavorare nel privato, dove ci sono più guadagni e meno responsabilità”, aggiunge Romani.

Anche il procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, ha evidenziato le difficoltà nel contrasto alle mafie sul fronte tecnologico: molte amministrazioni pubbliche, tra cui le prefetture, soffrono di un ritardo digitale che ne limita la capacità di risposta. “Gran parte del personale negli enti locali non è nativo digitale, il che crea ulteriori rallentamenti”, osserva Romani.

Una riforma insufficiente e un problema culturale

Il Governo ha avviato un piano di rafforzamento del personale per il triennio 2025-2027, con le prime assunzioni di funzionari previste a partire da febbraio 2025. Ma per il sindacato Unadis e per Avviso Pubblico, l’efficacia di queste misure dipenderà dalla loro tempestiva attuazione e dalla capacità di colmare le lacune esistenti.

Secondo Ingenito Gargano, la recente riforma della giustizia voluta dal ministro Nordio, che si pone in continuità con la riforma Cartabia, non sta portando a una giustizia più efficiente, ma rischia di ridurre i controlli, compromettendo ulteriormente la capacità dello Stato di contrastare la criminalità organizzata.

“Si parla tanto di sicurezza, ma bisogna parlare anche di mafia e corruzione, senza metterci un ‘o’ avversativo”, conclude Ingenito Gargano. “Oggi si parte dai reati fiscali, si arriva alla mafia attraverso la frode e la corruzione. Noi abbiamo bisogno di potenziare i controlli, affinché tra efficienza e legalità ci sia un connubio, e non un’alternativa”.

Per Avviso Pubblico, il problema non è solo normativo, ma anche culturale. “Dobbiamo spiegare che i piani anticorruzione non sono inutili, non sono solo carte. Sono un argine fondamentale contro le mafie, insieme alla formazione e al senso di appartenenza allo Stato”, conclude Romani. Ma la sensazione, avverte, è che ci sia un nuovo e generale “fastidio per le regole”. Un pericoloso segnale di arretramento nella lotta alla criminalità organizzata.


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Nordio in Argentina, focus su lotta al crimine organizzato ed estradizioni

Ultima tappa in Sudamerica per il Guardasigilli Carlo Nordio. Nella breve visita a Buenos Aires, in Argentina, il Ministro ha avuto un colloquio con l’omologo Mariano Cuneo Libarona. I due colleghi hanno approfondito il settore degli strumenti di lotta alla criminalità organizzata, sui quali l’Italia ha una lunga esperienza ed è considerata dall’Argentina un partner strategico.

Durante l’incontro – il secondo dopo quello del 18 febbraio scorso in via Arenula – Nordio ha ribadito la volontà di proseguire con i negoziati per nuovi accordi di cooperazione in materia di assistenza penale e di estradizione. A questo proposito, il Guardasigilli ha espresso soddisfazione per il sostegno assicurato dal governo argentino sul caso di Leonardo Bertulazzi, noto esponente della colonna genovese delle Brigate Rosse arrestato per la prima volta a Buenos Aires lo scorso agosto, dopo decenni di latitanza. Di pochi giorni fa è il via libera della Quinta Camera della Suprema Corte argentina all’estradizione in Italia.

Questo caso mi riporta al mio ingresso in magistratura; ho indagato sulla colonna veneta delle Br tra il 1980 e il 1982, ascolto questi nomi con una certa emozione”, ha detto il Guardasigilli rivolgendosi al collega Cuneo Libarona, e aggiunto che “è massimo il rispetto dell’autonomia e indipendenza della magistratura argentina, e a maggior ragione delle decisioni che prenderà il governo, al quale peraltro siamo molto grati perché ha dimostrato grande sensibilità”.

Sul fronte della cooperazione, il Ministro ha annunciato l’intensificazione degli scambi sul piano della formazione, con l’invio di due magistrati italiani esperti in materia di confische alle mafie, lotta alla corruzione e attività antiriciclaggio per tenere un corso di due settimane a beneficio dei colleghi argentini.


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Intelligenza artificiale e giornalismo: otto giornalisti su dieci chiedono regole chiare

L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il mondo dell’informazione, ma i giornalisti italiani chiedono chiarezza e regole precise. Otto su dieci ritengono necessaria una regolamentazione dell’IA generativa e chiedono trasparenza nell’indicazione dei contenuti prodotti o modificati con questi strumenti. È quanto emerge dalla ricerca “L’IA nella professione giornalistica”, realizzata dall’Ordine nazionale dei giornalisti in collaborazione con l’Università LUMSA, con l’obiettivo di analizzare l’impatto della tecnologia sul settore dell’informazione.

Il profilo del campione e il livello di conoscenza dell’IA

L’indagine, condotta tra novembre 2024 e gennaio 2025, ha coinvolto 972 giornalisti tra professionisti e pubblicisti, con un’età media tra i 43 e i 58 anni. Il 63,3% dei rispondenti è pubblicista, mentre il 36,7% è giornalista professionista. La maggior parte lavora in piccole redazioni (1-10 giornalisti) e con contratti atipici.

Nonostante il dibattito sull’intelligenza artificiale sia in crescita, il livello di familiarità con questi strumenti è ancora basso. L’unico ambito con una diffusione significativa è la traduzione automatica, probabilmente per la sua immediata utilità nel lavoro quotidiano. Strumenti avanzati come il fact-checking automatizzato, la gestione dei social media e la generazione di contenuti audiovisivi vengono ancora utilizzati sporadicamente.

IA tra opportunità e rischi

I giornalisti riconoscono alcuni vantaggi dell’IA nel loro lavoro: il 63,3% ne apprezza la capacità di velocizzare la produzione di contenuti, mentre il 60,8% la considera utile per raccogliere informazioni. Tuttavia, solo il 20% ritiene che l’intelligenza artificiale possa migliorare la verifica delle fonti, confermando l’importanza del ruolo umano nel controllo delle notizie.

Le principali preoccupazioni riguardano la qualità dell’informazione: il 50,2% teme un aumento di contenuti di bassa qualità, mentre altri sottolineano il rischio di una maggiore diffusione di fake news e il possibile ampliamento del divario generazionale nelle redazioni.

Una forte richiesta di formazione

Un dato significativo emerso dalla ricerca è l’interesse per la formazione sull’uso dell’IA: il 70% dei giornalisti si dichiara molto interessato a partecipare a corsi specifici, mentre un altro 20% è moderatamente interessato. Tra le priorità formative richieste, spiccano un corso introduttivo sull’IA (30,2%), l’uso degli strumenti di IA per la raccolta e l’analisi dei dati (28,7%) e il fact-checking automatizzato (15,7%).

Barachini: “Superare la dicotomia tra rischi e opportunità”

Alla presentazione della ricerca presso la LUMSA è intervenuto, con un videomessaggio, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Editoria, Alberto Barachini, che ha sottolineato l’importanza di trovare un equilibrio tra innovazione e regolamentazione.

“Dobbiamo superare la dicotomia tra rischi e opportunità e lavorare affinché l’IA possa svilupparsi nel miglior modo possibile per il giornalismo,” ha dichiarato Barachini. Il governo sta lavorando a un disegno di legge che prevede tre pilastri fondamentali: la difesa del copyright per garantire il sostegno economico al settore, l’obbligo di identificare chiaramente i contenuti modificati con IA e l’introduzione del reato di deepfake per contrastare la manipolazione delle informazioni.

“In un’epoca in cui la fiducia nel giornalismo è messa alla prova, è fondamentale preservare l’integrità del sistema informativo e formare nuovi professionisti con competenze digitali avanzate. L’IA deve essere uno strumento al servizio del giornalismo, non una minaccia alla sua essenza,” ha concluso il sottosegretario.


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Regolamentare il potere digitale: la sfida delle tecnologie emergenti

Dall’inizio del XXI secolo, il progresso tecnologico ha trasformato profondamente la società, rivoluzionando le modalità di comunicazione, produzione e interazione sociale. L’accesso diffuso a Internet, la nascita delle piattaforme digitali e l’avvento dell’intelligenza artificiale (IA) hanno reso il mondo più interconnesso, ma anche più vulnerabile a nuove forme di concentrazione del potere economico e decisionale.

Se da un lato la tecnologia ha aperto opportunità senza precedenti, dall’altro ha sollevato questioni complesse su privacy, sorveglianza, manipolazione delle informazioni e concentrazione del potere in poche mani. Il cuore del problema è come bilanciare innovazione e regolamentazione, evitando che la tecnologia diventi strumento di esclusione e dominio.

Il potere degli algoritmi e la regolamentazione tardiva

L’intelligenza artificiale è oggi una tecnologia pervasiva, impiegata in settori strategici che vanno dalla sanità alla sicurezza, dalla finanza alla pubblica amministrazione. I sistemi di riconoscimento facciale, i modelli predittivi per la gestione del rischio e gli algoritmi che influenzano le scelte di consumo sono solo alcuni esempi del ruolo crescente dell’IA nella società. Tuttavia, il potere algoritmico nasce e si sviluppa prevalentemente in un contesto privatistico, dominato da grandi corporation che estraggono valore dai dati personali.

Questa dinamica ha portato a un fenomeno di concentrazione del potere senza precedenti: le grandi piattaforme digitali controllano enormi quantità di informazioni e influenzano in modo significativo le economie nazionali e le democrazie. Le autorità di regolamentazione, spesso in ritardo rispetto all’evoluzione tecnologica, faticano a rispondere con normative adeguate, lasciando aperta la questione su come garantire un accesso equo alle risorse digitali e proteggere i diritti fondamentali dei cittadini.

Tecnologia e società: progresso o disuguaglianza?

Il progresso tecnologico è sempre stato un motore di cambiamento sociale, ma non necessariamente sinonimo di progresso umano. La storia dimostra che ogni innovazione porta con sé vincitori e vinti, creando nuove infrastrutture e nuove forme di potere. Se l’invenzione del motore a vapore e dell’elettricità hanno rivoluzionato l’economia e migliorato le condizioni di vita, la rivoluzione digitale pone sfide inedite: la dematerializzazione delle comunicazioni e la monetizzazione dei dati personali stanno ridefinendo il concetto stesso di autonomia individuale e collettiva.

Gli effetti negativi della concentrazione di potere digitale sono già evidenti: dal controllo monopolistico delle informazioni ai rischi per la sicurezza informatica, dall’uso distorto degli algoritmi per influenzare opinioni e comportamenti fino alla creazione di nuove disuguaglianze sociali.

Governo dell’IA: un approccio interdisciplinare

La regolamentazione dell’intelligenza artificiale e delle piattaforme digitali non può essere affrontata solo da un punto di vista tecnico o giuridico, ma richiede un approccio interdisciplinare che coinvolga tecnologi, giuristi, economisti ed esperti di etica.

Un passo fondamentale in questa direzione è lo sviluppo di un quadro normativo che promuova la trasparenza e la responsabilità nell’uso degli algoritmi. Le recenti normative europee, come il Regolamento sull’Intelligenza Artificiale (AI Act), cercano di stabilire principi chiari per garantire che l’IA sia utilizzata in modo sicuro ed equo. Tuttavia, resta ancora molto da fare per evitare che la regolamentazione si limiti a una reazione tardiva ai problemi emergenti, invece di prevenire il consolidamento di nuovi squilibri di potere.

Un futuro basato su equità e partecipazione

Per controllare il potere digitale e garantire un accesso equo alle infrastrutture tecnologiche, è necessario un impegno collettivo che ponga al centro valori pubblici e umanistici. La partecipazione attiva dei cittadini ai processi decisionali, la promozione di un’economia digitale più inclusiva e l’integrazione di principi etici nello sviluppo delle nuove tecnologie rappresentano strumenti essenziali per affrontare le sfide del futuro.

L’intelligenza artificiale e le tecnologie digitali possono essere una leva straordinaria di progresso, ma solo se governate con regole chiare, trasparenti e orientate al bene comune. Il dialogo tra innovazione e regolamentazione non deve essere visto come un ostacolo allo sviluppo, ma come un’opportunità per costruire una società digitale più equa e sostenibile.


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AI Act: l’Europa tra divieti e linee guida

Dal 2 febbraio 2024 è ufficialmente iniziata la prima fase attuativa dell’AI Act (Regolamento UE 2024/1689), il primo quadro normativo europeo per disciplinare l’uso dell’Intelligenza Artificiale. Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale UE lo scorso luglio, il regolamento introduce misure graduali per garantire un utilizzo sicuro e responsabile della tecnologia AI, prevedendo anche divieti per sistemi considerati ad alto rischio.

Tra le prime disposizioni entrate in vigore rientrano quelle relative alle pratiche vietate (art. 5), che impediscono l’uso di applicazioni IA ritenute a “rischio inaccettabile”. In particolare, il divieto riguarda strumenti capaci di manipolare il comportamento umano, sistemi di riconoscimento biometrico atti a classificare le persone e applicazioni che analizzano le emozioni nei luoghi di lavoro. Si tratta di un primo passo fondamentale nella tutela dei diritti fondamentali nell’Unione Europea, ma la piena applicazione del regolamento arriverà solo il 2 agosto 2026, attraverso fasi successive.

Le prossime tappe dell’AI Act

Dal prossimo agosto entreranno in vigore ulteriori disposizioni riguardanti le autorità di notifica, le norme specifiche per i sistemi di IA ad uso generale, il quadro di governance e il regime sanzionatorio. Uno degli strumenti chiave per accompagnare questa fase sarà il Codice di Condotta, un documento che definirà criteri e indicatori per la valutazione della conformità ai requisiti normativi.

L’Ufficio AI della Commissione Europea, incaricato di supervisionare l’attuazione dell’AI Act, ha avviato quattro gruppi di lavoro composti da esperti indipendenti per la stesura del Codice di Condotta. Questi gruppi analizzeranno aspetti cruciali come la trasparenza, la governance dei modelli di AI ad uso generale (GPAI), il rispetto del diritto d’autore e la gestione dei rischi associati all’IA. Il documento definitivo è atteso per la fine di aprile.

Un regolamento complesso con impatti su imprese e professionisti

L’AI Act rappresenta una sfida significativa per imprese e professionisti del settore. Con le sue 144 pagine, 113 articoli e 180 considerando, il regolamento è un testo normativo articolato, che impone alle aziende di verificare la conformità dei propri prodotti AI e di adattare le pratiche contrattuali nelle forniture e negli acquisti di componenti AI.

Per questo motivo, il Codice di Condotta è atteso con particolare interesse dagli operatori del mercato, che necessitano di linee guida chiare e applicabili. Oltre a fornire strumenti di valutazione e mitigazione dei rischi, il documento avrà il compito di semplificare l’adozione delle nuove norme e di ridurre l’esposizione delle aziende a sanzioni, che possono essere molto onerose.

Infine, il regolamento pone nuove sfide anche per i professionisti della consulenza legale e tecnologica. La crescente complessità delle tecnologie AI richiede competenze specifiche, spesso non ancora diffuse tra gli esperti del settore. La formazione e l’aggiornamento continuo diventeranno elementi essenziali per supportare le imprese nella corretta applicazione della normativa e per garantire un equilibrio tra innovazione e tutela dei diritti nell’ecosistema digitale europeo.


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