Trasferte, nuove regole sui rimborsi: obbligo di tracciabilità e rifusione sempre garantita

Dal 1° gennaio 2025 cambiano le regole per i rimborsi spese di trasferta. La nuova normativa introdotta dalla legge di Bilancio impone l’obbligo di tracciabilità per tutte le spese sostenute dai dipendenti fuori sede, rendendo necessario verificare, già nella fase di gestione e rimborso, che i pagamenti siano stati effettuati con mezzi tracciabili. Per agevolare i controlli e prevenire criticità, molte aziende stanno valutando di dotare i propri collaboratori di carte di credito aziendali.

Definizione e obblighi
La trasferta è definita come uno spostamento temporaneo del lavoratore dalla sede abituale a un altro luogo di lavoro. Il lavoratore è obbligato a svolgerla su disposizione unilaterale del datore e ha diritto al rimborso delle spese sostenute, come previsto dalla contrattazione collettiva. È esclusa la possibilità per il datore di lavoro di rifiutare il rimborso, pena il rischio di procedura disciplinare.

Modalità di rimborso
In base alle disposizioni contrattuali, i rimborsi possono avvenire tramite pagamento di un’indennità di trasferta e/o il rimborso delle spese effettive di vitto, alloggio, viaggio e trasporto. Le somme rimborsate saranno comunque soggette a tassazione e contributi, salvo nel caso di opzioni di miglior favore che prevedano il cosiddetto “lordizzazione” degli importi, cioè il calcolo del rimborso comprensivo del peso fiscale e contributivo per neutralizzare l’effetto sul netto in busta paga.

Nota spese e documentazione
Il documento ufficiale per richiedere il rimborso resta la nota spese, che dovrà essere compilata e sottoscritta dal dipendente, indicando data, motivo della trasferta, chilometri percorsi, importi richiesti e allegando i giustificativi delle spese e i relativi pagamenti tracciati. Dal 2025 la nota spese dovrà essere conservata dal datore di lavoro come documento giustificativo del rimborso erogato.

Made in Italy, il futuro passa dai mestieri: aziende e Terzo settore investono nella formazione dei giovani

Il cuore del Made in Italy batte ancora forte, ma per continuare a crescere ha bisogno di mani esperte e menti preparate. Dai settori della moda al design, dall’alimentare alla nautica, passando per l’ospitalità e la gioielleria, le imprese italiane cercano nuove generazioni di professionisti capaci di custodire e innovare le eccellenze artigianali e manifatturiere che rendono il nostro Paese unico nel mondo.

A rispondere a questa esigenza sono progetti che uniscono il mondo profit e quello no profit, con l’obiettivo di trasmettere competenze tecniche e creative ai giovani e offrire loro sbocchi professionali concreti. Tra gli esempi più significativi c’è “Adotta una Scuola”, iniziativa promossa da Altagamma in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione e il patrocinio della Commissione Europea. Un vero ponte tra scuole tecnico-professionali, Its Academy e le aziende del lusso, che in quattro anni ha coinvolto 59 imprese, 65 scuole e oltre 3.500 studenti in 12 regioni italiane. L’obiettivo è duplice: far riscoprire ai ragazzi il valore dei mestieri tecnici e dare alle aziende profili qualificati di cui hanno urgente bisogno.

Parallelamente, anche il Terzo settore si mobilita. È il caso di Distretto Italia, avviato nel 2023 dal consorzio di aziende dell’ente non profit Elis, che offre corsi gratuiti in settori strategici come energia e dati, mobilità, commercio, grandi opere, tecnologie digitali e ristorazione. Solo nell’ultimo anno sono stati oltre mille i giovani formati e inseriti professionalmente, un risultato importante in un Paese che, come sottolinea Pietro Cum, amministratore delegato di Elis, “è tra i primi in Europa per numero di Neet e tra gli ultimi per laureati”.

Competenze è la parola chiave che tiene insieme queste iniziative. Perché il Made in Italy non è solo una firma di prestigio, ma un sistema produttivo che vive di capacità, saper fare e passione. E per continuare a scrivere questa storia di eccellenza, servono giovani preparati e motivati, pronti a raccogliere il testimone.

Nasce a Milano la prima piattaforma online per segnalare i magistrati

Si chiama “Una giustizia che ascolta” ed è la prima piattaforma online in Italia dedicata alla raccolta di segnalazioni sul funzionamento degli uffici giudiziari e sull’operato dei magistrati. A promuoverla è il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano, che ha deciso di dotarsi di uno strumento digitale riservato e sicuro, in ottemperanza a quanto previsto dalla Legge 31 dicembre 2012, n. 247 e dai decreti legislativi n. 25/2006 e n. 160/2006.

Obbligatoria per legge, l’attività di raccolta delle segnalazioni è stata resa dalla componente forense milanese più accessibile e trasparente grazie a questa piattaforma innovativa, concepita per tutelare i magistrati segnalati e garantire un sistema di valutazione più efficace.

Lo strumento è riservato ad avvocati e praticanti, che potranno inviare in modo protetto segnalazioni dettagliate — sia positive che critiche — riguardanti esclusivamente “fatti specifici incidenti sulla professionalità dei magistrati, con particolare attenzione alle eventuali situazioni di esercizio non indipendente della funzione o a comportamenti che evidenzino mancanza di equilibrio o preparazione giuridica”.

Siamo orgogliosi di aver realizzato per primi una piattaforma che coniuga trasparenza, riservatezza e spirito collaborativo,” ha dichiarato il Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano. “Ogni segnalazione sarà valutata con attenzione, in un’ottica di dialogo costruttivo con la magistratura e con l’unico obiettivo di migliorare il funzionamento della giustizia e il pieno esercizio del diritto di difesa dei cittadini.”

Come funziona la piattaforma? Accessibile dall’area riservata del sito dell’Ordine, consente di trasmettere segnalazioni corredate da documentazione utile (verbali, provvedimenti, trascrizioni) secondo i criteri fissati dal Regolamento approvato il 22 luglio 2024. Le segnalazioni vengono esaminate da una Commissione interna (CVS), che formula un parere da sottoporre al Consiglio dell’Ordine, il quale decide sulle iniziative da intraprendere.

Se ritenute fondate, le segnalazioni possono essere trasmesse alle autorità competenti per contribuire alle valutazioni di professionalità o per risolvere eventuali disfunzioni. La tutela della riservatezza è garantita: l’identità del segnalante e dei soggetti coinvolti resta protetta fino all’eventuale trasmissione della segnalazione, e nessuna forma di profilazione o trattamento automatizzato è prevista.

Il trattamento dei dati avviene in conformità al Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR) ed è stato sottoposto a una Valutazione d’Impatto (DPIA) validata dal DPO dell’Ordine.

Fra 10 anni 3 milioni di persone in età lavorativa in meno

Le proiezioni demografiche indicano che, entro i prossimi dieci anni, la popolazione in età lavorativa [1] presente in Italia diminuirà di quasi 3 milioni di unità (precisamente 2.908.000), pari a una riduzione del 7,8 per cento. All’inizio del 2025 questa fascia demografica contava 37,3 milioni di persone [2]; si prevede che la platea nel 2035 scenderà a 34,4 milioni. Tale calo è attribuibile al progressivo invecchiamento della popolazione: con un numero sempre più ridotto di giovani e un consistente gruppo di baby boomer [3] prossimo all’uscita dal mercato del lavoro per raggiunti limiti d’età, il nostro Paese rischia lo “spopolamento” della coorte anagrafica potenzialmente occupabile.

Va sottolineato che tutte le 107 province italiane monitorate in questo studio registreranno entro il prossimo decennio una variazione assoluta negativa, confermando che il fenomeno colpirà indistintamente tutte le aree del Paese. L’analisi è stata realizzata dall’Ufficio studi della CGIA che ha elaborato le previsioni demografiche dell’Istat.

Previsto un progressivo rallentamento del Pil

Se si considera il declino demografico insieme all’instabilità geopolitica, alla transizione energetica e a quella digitale, nei prossimi anni le imprese sono destinate a subire dei contraccolpi molto preoccupanti. La difficoltà, ad esempio, nel reperire giovani lavoratori da inserire nelle aziende artigiane, commerciali o industriali è un problema sentito già oggi, figuriamoci tra un decennio.

È importante sottolineare che chi spera in un’inversione del trend demografico rischia di rimanere deluso, poiché non esistono misure efficaci in grado di modificare questa tendenza in tempi ragionevolmente brevi. Inoltre, nemmeno il ricorso alla manodopera straniera potrà risolvere completamente la situazione. Di conseguenza, dobbiamo prepararci a un progressivo rallentamento del Pil. Va inoltre considerato che una società con una popolazione sempre più anziana e meno giovane dovrà affrontare un aumento rilevante della spesa previdenziale, sanitaria e assistenziale, con implicazioni molto negative anche sui nostri conti pubblici.

Tra le imprese saranno le Pmi le più penalizzate

Da qualche anno in tutto il Paese le imprese denunciano grosse difficoltà nel reperire personale qualificato da inserire nei propri organici. Nei prossimi anni, tuttavia, il Mezzogiorno potrebbe incontrare meno problemi rispetto al Centronord. A differenza di quest’ultimo, infatti, il Sud e le Isole presentano tassi di disoccupazione e inattività significativamente elevati, che potrebbero consentire di colmare almeno parzialmente le lacune occupazionali previste soprattutto nel settore agroalimentare e in quello turistico-ricettivo.

È altresì evidente che molte aziende, in particolare quelle di piccole dimensioni, saranno costrette a ridurre gli organici a causa dell’impossibilità di procedere ad assunzioni. Per quanto riguarda le medie e grandi imprese, invece, la problematica potrebbe risultare meno rilevante: grazie alla possibilità di offrire salari superiori alla media, orari flessibili, benefit e pacchetti significativi di welfare aziendale, i giovani presenti sul mercato del lavoro tenderanno a preferire le realtà più strutturate piuttosto che le piccole e micro imprese che solo in piccola parte sono in grado di erogare tali benefici.

Ad avvantaggiarsene potrebbero essere solo le banche

Un Paese con una popolazione in progressivo invecchiamento potrebbe affrontare, nei prossimi decenni, significative sfide nel mantenimento dell’equilibrio dei conti pubblici, soprattutto a causa dell’incremento delle spese sanitarie, pensionistiche, farmaceutiche e assistenziali. La CGIA sottolinea che una ridotta presenza di giovani under 30 e un’alta incidenza di over 65 potrebbero determinare ripercussioni negative su settori economici strategici, comportando una contrazione strutturale del Pil.

Considerando la minore propensione alla spesa tipica della popolazione anziana rispetto a quella giovanile, una società prevalentemente composta da persone in età avanzata rischia di ridurre il volume d’affari del mercato immobiliare, dei trasporti [4], della moda e del settore ricettivo (HoReCa). Al contrario, il settore bancario potrebbe essere tra i pochi a beneficiare di alcuni effetti positivi: grazie a una maggiore inclinazione al risparmio rispetto alle altre coorti anagrafiche, la popolazione anziana potrebbe incrementare il valore economico dei propri depositi, favorendo così le istituzioni creditizie.

Le contrazioni più importanti si verificheranno nel Mezzogiorno. A Napoli calo record: -236.677 persone

Secondo l’elaborazione della CGIA, le contrazioni della popolazione in età lavorativa più importanti riguarderanno, in particolare, il Mezzogiorno.

Dei 3 milioni di persone in meno che occuperanno la fascia anagrafica tra i 15 e i 64 anni, la metà interesserà le regioni del Sud. Lo scenario più critico investirà la Sardegna che entro il prossimo decennio subirà una riduzione di questa platea di persone del 15,1 per cento (-147.697 persone).

Seguono la Basilicata con il -14,8 per cento (-49.685), la Puglia con il -12,7 per cento (-312.807), la Calabria con il -12,1 per cento (-139.450) e il Molise con il -11,9 per cento (-21.323). Per contro, le regioni meno interessate da questo fenomeno saranno il Trentino Alto Adige con il -3,1 per cento (-21.256) la Lombardia con il -2,9 per cento (-189.708) e, infine, l’Emilia Romagna con il -2,8 per cento (-79.007) . A livello provinciale, invece, la flessione più importante si verificherà a Nuoro con il -17,9 per cento.

Seguono la Sud Sardegna con il -17,7, Caltanissetta con il -17,6, Enna con il -17,5 e Potenza con il -17,3. In valore assoluto la provincia che subirà la perdita più importante è Napoli con -236.677 persone. Tra le province meno interessate dalla contrazione segnaliamo Bologna con il -1,4 per cento, Prato con il -1,1 e, infine, Parma con il -0,6.

[1] Tra i 15 e i 64 anni
[2] Secondo l’Istat, a inizio 2025 gli occupati totali presenti in Italia erano 24,3 milioni
[3] Persone nate negli anni ’60 del secolo scorso
[4] Minore propensione a viaggiare e ad acquistare un’auto nuova

Giustizia e intelligenza artificiale: il DDL n.1146 approvato dal Senato introduce regole prudenti

Il 20 marzo 2025 il Senato ha approvato il DDL n.1146, recante la delega al Governo in materia di intelligenza artificiale. La normativa introduce una disciplina nazionale trasversale all’utilizzo dei sistemi di IA, con particolare attenzione al settore della giustizia. Il provvedimento si inserisce nel contesto europeo tracciato dall’AI Act, il regolamento UE approvato il 13 giugno 2024 che classifica come “ad alto rischio” l’impiego di sistemi di intelligenza artificiale in ambito giudiziario.

Il nuovo disegno di legge definisce principi generali applicabili a tutti i settori, tra cui tutela dei diritti fondamentali, sicurezza, trasparenza e rispetto dell’autonomia decisionale dell’essere umano. In ambito giuridico, le disposizioni seguono un’impostazione improntata alla prudenza, limitando l’uso dell’intelligenza artificiale a funzioni di supporto e organizzative, escludendone l’impiego per le decisioni di merito.

IA e professioni legali

In particolare, l’articolo 13 del DDL stabilisce che i professionisti, inclusi gli avvocati, possano utilizzare sistemi di IA esclusivamente per attività strumentali e di supporto, preservando la centralità del lavoro intellettuale umano nella prestazione professionale. È inoltre previsto l’obbligo di comunicare ai clienti l’utilizzo di tali sistemi.

IA nella pubblica amministrazione

Per la pubblica amministrazione, l’articolo 14 consente l’utilizzo dell’IA per migliorare efficienza e qualità dei servizi, con l’obbligo di assicurare trasparenza e di mantenere la responsabilità decisionale in capo alle persone fisiche. La norma dispone altresì l’adozione di misure organizzative e formative per un utilizzo consapevole e responsabile delle tecnologie.

IA e attività giudiziaria

Nell’ambito dell’attività giudiziaria, l’articolo 15 riserva al magistrato ogni decisione in ordine a interpretazione della legge, valutazione dei fatti e delle prove e adozione dei provvedimenti. L’intelligenza artificiale potrà essere impiegata per la ricerca giurisprudenziale, la semplificazione del lavoro giudiziario e la gestione dei servizi, previa autorizzazione del Ministero della Giustizia. Il Ministero assume competenza anche in materia di sperimentazione e formazione degli operatori del settore.

Altre disposizioni e deleghe

Il disegno di legge prevede inoltre norme sul contenzioso relativo al funzionamento dei sistemi di intelligenza artificiale, attribuendo competenza per materia al Tribunale, e introduce una nuova aggravante nel codice penale per i reati commessi mediante l’impiego di sistemi di IA in modo insidioso o con aggravamento delle conseguenze.

Infine, il testo contiene diverse deleghe al Governo per disciplinare settori specifici, tra cui l’utilizzo di IA per attività di polizia, indagini preliminari e addestramento dei sistemi, con particolare attenzione ai principi di proporzionalità, tutela dei diritti e trasparenza.

Conclusioni

Il DDL n.1146 si propone di affiancare alle disposizioni europee una cornice normativa nazionale che disciplini con cautela l’impiego dell’intelligenza artificiale nella giustizia, ponendo particolare attenzione ai profili di garanzia e responsabilità umana. Restano aperte le questioni relative all’applicazione pratica della disciplina, alla verifica del rispetto dei limiti d’uso e alle modalità con cui le nuove tecnologie potranno essere integrate nel sistema giudiziario italiano.

Agorà Forense, il CNF presenta la riforma: Nesta chiede più rappresentanza per i grandi fori

ROMA — È stata presentata ieri, 29 aprile 2025, nel corso dell’Agorà dei Presidenti degli Ordini e delle Unioni forensi convocata a Roma dal Consiglio Nazionale Forense, la proposta unitaria di riforma dell’ordinamento professionale forense. Un disegno di legge ampio e articolato, frutto di mesi di lavoro ai tavoli tecnici coordinati dal CNF e dall’Organismo Congressuale Forense, che ora si prepara ad avviare il proprio iter parlamentare.

Nesta: “Bene le novità, ma serve più rappresentanza proporzionale”

Tra gli interventi più attesi quello di Paolo Nesta, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Roma — il più numeroso d’Italia — che ha espresso apprezzamento per molte delle modifiche proposte, in particolare su incompatibilità, monocommittenza, rete professionale e procedimenti disciplinari. Ma ha anche posto l’accento su due nodi critici, destinati a restare al centro del dibattito: il sistema di elezione dei componenti del Consiglio Nazionale Forense e la durata dei mandati.

“La legge professionale dell’Avvocatura va cambiata, adeguandola ai tempi. L’obiettivo comune a tutti deve essere quello di garantire una rappresentanza forte e autorevole della famiglia forense”.

“A nome mio e dell’Ordine forense di Roma, che ricordiamo è il più grande d’Italia – prosegue Nesta – ho espresso il mio apprezzamento per le modifiche che riguardano, tra l’altro, la disciplina delle incompatibilità, della monocommittenza, la rete dei professionisti, i procedimenti disciplinari. Altro però si può e si deve cambiare per proiettare l’Avvocatura nel futuro soprattutto per quanto riguarda la sua rappresentanza, che diventa poi cardine del suo confronto con la politica e con la società civile”.

Secondo il Presidente Nesta, che è intervenuto sul punto unitamente al Presidente dell’Unione Forense del Lazio, David Bacecci, “è necessario ragionare sulla modifica del progetto di riforma nella parte che riguarda i criteri di nomina dei rappresentanti distrettuali al CNF, non conforme al principio di proporzionalità della rappresentanza in riferimento al numero degli iscritti. Non solo, c’è anche un altro aspetto,  sottolineato dal Presidente dell’Unione Forense del Lazio David Bacecci,  che riguarda l’inopportunità dell’ampliamento a tre dei mandati consecutivi dei componenti degli Ordini territoriali, dello stesso CNF e anche dell’Organismo Congressuale Forense, sia pure con la riduzione ad un triennio di ciascuno di essi”.

“Comunque, l’importante è partire – conclude il Presidente Nesta – successivamente, in sede parlamentare, ci sarà la possibilità di apportare qualche modifica al progetto di riforma”.

1° Maggio: lavoro, diritto e silenziosa dedizione. Il valore dell’avvocatura nella società che cambia

Il 1° Maggio è la festa di chi lavora. Di chi fatica, di chi costruisce, di chi crea. Ma è anche — e forse soprattutto — la festa di quei lavori che restano ai margini della celebrazione collettiva, nonostante siano indispensabili. Tra questi c’è l’avvocatura, mestiere antico e più attuale che mai, come ricorda Alberto Del Noce, presidente dell’Unione Nazionale Camere Civili (UNCC), nel suo messaggio in occasione di questa ricorrenza.

«In un mondo che cambia, tra intelligenze artificiali, nuove economie e vecchie guerre che non si spengono, l’Avvocato resta un mestiere fatto di ascolto e parola, di studio e presenza», scrive Del Noce. Un mestiere che non produce merci, ma protegge equilibri, che non vende cose ma custodisce diritti. Un lavoro di cui spesso si dimentica il valore sociale, e che invece è parte integrante della tenuta democratica e civile del nostro Paese.

L’arte invisibile di rendere giustizia

La vita dell’avvocato è fatta di ore di studio per prevenire conflitti, di notti passate a scrivere memorie, di udienze vissute nell’attesa, di silenzi densi che precedono una sentenza. È il mestiere della pazienza e della discrezione, di chi opera lontano dai riflettori per tutelare i diritti altrui. Un lavoro che non fa rumore ma che costruisce silenziosamente argini contro il disordine e la paura.

«Il 1° maggio ci ricorda che anche l’Avvocatura è lavoro, spesso invisibile, sempre necessario», sottolinea ancora Del Noce. E mai come oggi, in un’epoca in cui le tecnologie ridefiniscono il concetto stesso di professione e di presenza, questo lavoro conserva il suo valore umano insostituibile.

Giustizia come vocazione civile

In un tempo in cui le guerre tornano a occupare le cronache e il rumore delle armi sovrasta la voce della ragione, il ruolo dell’avvocato si fa ancora più essenziale. È la figura che crede nella forza del diritto come strumento di civiltà, che sa che oltre alle norme servono coscienza e coraggio. Che ogni giorno si schiera — talvolta controvento — dalla parte della legalità, della persona, della dignità.

«Chi indossa la toga sa che non bastano le norme, servono coscienza e coraggio. Servono donne e uomini che, anche senza clamore, ogni giorno lavorano per rendere la Giustizia un po’ più giusta», conclude il presidente UNCC.

E allora, in questo 1° Maggio, mentre celebriamo il valore di ogni mestiere, c’è un pensiero speciale da rivolgere a chi ha scelto di fare della propria vita uno spazio per il diritto, un rifugio per i diritti degli altri. A tutte le avvocate e a tutti gli avvocati, buon 1° Maggio.

Il futuro del lavoro è ibrido: fianco a fianco con gli agenti AI

Nelle aziende più all’avanguardia, il futuro del lavoro è già realtà: team composti non solo da persone, ma anche da agenti intelligenti, strumenti digitali dotati di intelligenza artificiale in grado di svolgere compiti autonomamente dopo un adeguato training. È quanto emerge dal Microsoft Work Trend Index 2025, che ha coinvolto professionisti di 31 Paesi, Italia compresa.

A raccontarlo è Veronica Rosso, direttrice di AI at Work di Microsoft Italia, tornata nel nostro Paese dopo anni di esperienza negli Stati Uniti: «Il modello delle cosiddette Frontier Firms si basa su una nuova configurazione del lavoro, grazie all’AI on demand e a team misti, dove il collega accanto potrebbe non essere umano. Ma l’elemento umano resterà sempre centrale, accanto a questi agenti AI che potenziano le competenze disponibili nel team».

Nasce la figura dell’Agent Boss

Con l’arrivo massiccio di questi agenti intelligenti, il modello organizzativo delle aziende più evolute sta cambiando. La figura dell’Agent Boss si sta diffondendo: persone incaricate di coordinare e gestire gli agenti AI, creando sinergie tra competenze umane e digitali per aumentare produttività e dedicarsi ad attività a maggior valore aggiunto.

Secondo i dati dell’indagine, il 46% dei leader globali (e il 45% in Italia) utilizza già soluzioni di agent AI per automatizzare attività in aree come customer service, marketing e sviluppo prodotto. La formazione sull’intelligenza artificiale viene considerata centrale dal 51% dei manager nel mondo e dal 47% in Italia.

Cambia il concetto di produttività

Il report fotografa anche una situazione di crescente pressione sui risultati aziendali e sui dipendenti: ogni due minuti, in media, i lavoratori vengono interrotti da e-mail, notifiche o riunioni, riducendo la capacità di concentrazione e produttività. Il 53% dei leader globali ritiene che la produttività debba aumentare, ma l’80% dei lavoratori dichiara di non avere abbastanza tempo o energia per svolgere il proprio lavoro.

Proprio per colmare questo divario, il 70% delle aziende leader ha già avviato percorsi di trasformazione digitale e il 70% delle grandi imprese globali sta utilizzando strumenti come Copilot, la soluzione di AI generativa e agentica di Microsoft.

Un modello scalabile e accessibile

Il modello AI delle Frontier Firms non è vincolato al numero di dipendenti o alle competenze specialistiche: è scalabile e accessibile a chiunque voglia innovare, accelerando i percorsi di carriera e democratizzando l’accesso alle competenze avanzate.

Come sintetizza Rosso: «Immaginiamo il futuro dell’intelligenza artificiale nel lavoro come una piramide: alla base c’è la produttività individuale, al vertice il beneficio organizzativo, che tocca prodotti, innovazione, servizi e coinvolgimento dei clienti e dei dipendenti. E il futuro, in realtà, è già qui».

Lavoro notturno in reperibilità: sì all’indennità mensile, ma attenzione ai criteri retributivi

Nuovo intervento della Corte di Cassazione sul delicato tema della reperibilità notturna. Con l’ordinanza n. 10648 del 23 aprile 2025, la Suprema Corte ha stabilito che le ore di permanenza obbligatoria presso la sede di lavoro, pur se prive di effettiva attività, devono essere considerate orario di lavoro e retribuite adeguatamente.

La vicenda nasce dall’interpretazione di un contratto collettivo nazionale (Ccnl) che prevedeva per tali turni un’indennità fissa mensile, escludendo però quelle ore dal conteggio dell’orario di lavoro. La Cassazione ha precisato che, in base alla normativa europea e alla giurisprudenza della Corte di Giustizia UE, il concetto di “orario di lavoro” deve essere distinto dal “tempo di riposo”, senza zone grigie: se il dipendente è obbligato a restare sul posto di lavoro, anche senza dover intervenire attivamente, quel tempo è a tutti gli effetti orario di servizio.

La Corte sottolinea inoltre che la retribuzione per tali prestazioni deve rispettare i principi di proporzionalità e sufficienza sanciti dall’articolo 36 della Costituzione. Il compenso, quindi, non può essere fissato arbitrariamente, ma deve essere adeguato alla prestazione richiesta e ai sacrifici imposti al lavoratore.

Un principio importante che impone alle aziende di verificare con attenzione la correttezza dei trattamenti economici previsti per i turni di reperibilità e di permanenza notturna, evitando disparità e il rischio di contenziosi.

Rinnovo protocollo digitalizzazione processi interesse storico

Roma, 30 aprile 2025 – Con la firma del Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e del Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, è stato rinnovato per il triennio 2024/2027 il Protocollo d’Intesa per la digitalizzazione dei processi di interesse storico.

L’accordo è stato sottoscritto per la prima volta il 6 maggio 2015 e ha raccolto successivamente l’adesione del Consiglio Superiore della Magistratura (nel febbraio 2017), del Centro Documentazione Archivio Flamigni e della Cassa delle Ammende (entrambi nel luglio 2020), nell’ottica della cooperazione per il raggiungimento degli obiettivi di ampia divulgazione perseguiti dalla Rete degli archivi per non dimenticare.

Oggetto dell’iniziativa sono stati procedimenti giudiziari di notevole importanza archivistica e documentale, come quelli relativi al Moro bis, ter e quater, alla Strage di Ustica, al processo nei confronti dei Nuclei armati rivoluzionari e per le stragi mafiose del 1993 e 1994 (bombe di via dei Georgofili a Firenze, nelle chiese romane di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano e il fallito attentato allo Stadio Olimpico di Roma).

Nel corso del progetto sono stati coinvolti anche detenuti ristretti presso diverse Case Circondariali sul territorio, impiegati nell’attività di descrizione analitica, riordino, rilegatura e studio delle carte con la consultazione online della documentazione.

Iso 27017
Iso 27018
Iso 9001
Iso 27001
Iso 27003
Acn
RDP DPO
CSA STAR Registry
PPPAS
Microsoft
Apple
vmvare
Linux
veeam
0
    Prodotti nel carrello
    Il tuo carrello è vuoto