Post, selfie e “stories” che costano il posto: quando i social mettono a rischio il lavoro

La reputazione è un capitale intangibile, ma sempre più concreto, sia per le aziende pubbliche che per quelle private. E oggi i tribunali lo riconoscono apertamente, soprattutto quando a minacciarla sono comportamenti “virali” sui social network. Scatti pubblicati durante la pausa pranzo, stories ironiche, video goliardici e persino like su commenti offensivi possono costare caro: il licenziamento è spesso ritenuto legittimo.

A Roma, una commessa è stata licenziata per aver pubblicato su TikTok un video in cui si lamentava – con tanto di emoji buffa – del fatto che fosse solo mercoledì. Era in pausa, ma per il Tribunale (sentenza n. 6854/2023) il tono usato danneggiava l’immagine dell’azienda. A Messina, invece, un lavoratore ha perso il posto per aver pubblicato su Facebook un video in cui accusava il datore di lavoro di soprusi, apprezzando pubblicamente commenti denigratori altrui (sentenza n. 2275/2024).

I giudici ricordano che i social network, per quanto personali, sono da considerare “luoghi aperti al pubblico”, anche se l’account ha pochi contatti. La dimensione pubblica dei contenuti condivisi è determinante: il tono ironico o scherzoso non giustifica il danno alla reputazione del datore di lavoro. Per contro, le conversazioni su chat private restano tutelate dal diritto alla riservatezza. La Cassazione (sentenza n. 5334/2025) ha stabilito che non si può licenziare un dipendente solo perché ha condiviso su WhatsApp commenti critici, a meno che non li abbia resi pubblici.

Ma non si tratta solo di parole. Anche i contenuti visivi possono diventare un boomerang. A Napoli, una lavoratrice è stata licenziata per aver fotografato – e condiviso – un’auto industriale ancora non in commercio, immortalata durante l’orario di lavoro. La Corte d’Appello (sentenza n. 3470/2024) ha annullato il licenziamento solo per carenza di prova del danno e per la mancata comunicazione del divieto di uso del cellulare.

Ancora più gravi sono gli episodi legati a offese razziste, comportamenti contrari all’etica o immagini inappropriate. A Sassari, un infermiere ha perso il lavoro per essersi travestito da personaggio horror durante l’orario di servizio, scattandosi foto con le colleghe e postandole online (sentenza n. 387/2021). Il Tribunale ha sottolineato il messaggio diseducativo e l’incompatibilità con il ruolo ricoperto.

Nemmeno la vita privata è al riparo: il dipendente che pratica sport contrari alle prescrizioni mediche aziendali e pubblica i video sui social viola il dovere di diligenza e può essere licenziato. È il caso esaminato dalla Corte d’Appello di Roma (sentenza n. 4047/2025), in cui un lavoratore inidoneo a sollevare pesi è stato immortalato in intensi allenamenti in palestra.

Le investigazioni aziendali, sempre più frequenti, fanno leva sulle pubblicazioni online per dimostrare l’infedeltà del dipendente. A Benevento (sentenza n. 1053/2024), il giudice ha confermato che i video pubblici – anche se condivisi per vanità o leggerezza – possono legittimare sanzioni, specie se rivelano comportamenti contrari alle indicazioni mediche.

La giurisprudenza chiarisce anche i confini del diritto di critica: è garantito dalla Costituzione, ma deve rimanere nei limiti della “continenza espressiva”. Commenti e post offensivi, anche se fondati, non possono ledere la dignità e l’immagine dell’azienda. Un lavoratore che pubblica stories su Instagram insultando colleghi o superiori può dunque essere licenziato per giusta causa. E ciò vale anche per i dipendenti pubblici: offese rivolte all’ente di appartenenza, anche se mascherate da “sfoghi” personali, ledono il rapporto fiduciario e giustificano l’allontanamento.

Infine, attenzione anche ai permessi e alle malattie. Il dipendente che posta foto di vacanze o concerti mentre usufruisce di congedi o permessi studio rischia il licenziamento per violazione del vincolo fiduciario. È il caso deciso a Napoli (sentenza n. 658/2025), dove un lavoratore ha provato – invano – a giustificare con fotografie “datate” la propria presenza in Thailandia.

In un mondo sempre più interconnesso, i social sono diventati lo specchio non solo della vita privata, ma anche dell’affidabilità professionale. E la leggerezza, sui social, può costare molto più di un like.


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Tra le misure più discusse, la possibilità per i datori di lavoro di interrompere il contratto in caso di assenza ingiustificata oltre i 15 giorni.

Ministeri al collasso, un dipendente su tre manca all’appello: in arrivo 4mila assunzioni per tamponare l’emergenza

ROMA – La fotografia scattata all’interno dei ministeri italiani è impietosa: manca un dipendente su tre. Una voragine negli organici che sta mettendo a dura prova il funzionamento della macchina statale e la qualità dei servizi offerti ai cittadini. Per tentare di arginare questa emorragia di risorse umane, il governo ha dato il via libera a un piano di assunzioni che prevede l’ingresso di oltre 4mila nuove unità di personale nelle amministrazioni centrali dello Stato nel corso di quest’anno.

A guidare la lista dei dicasteri con maggiore necessità di rinforzi è il Ministero della Giustizia. Via Arenula si prepara ad accogliere ben 1.734 nuovi dipendenti, tra cui 369 funzionari destinati al Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria. Un investimento significativo, con una spesa complessiva che supera i 55 milioni di euro, volto a colmare le gravi lacune che affliggono uffici giudiziari e tribunali in tutta la penisola.

Se la maggior parte delle nuove leve arriverà tramite l’espletamento di concorsi pubblici, il piano prevede anche misure di stabilizzazione per il personale precario e progressioni tra le aree professionali. Un piccolo spiraglio anche per l’Ufficio centrale archivi notarili, dove si prevede di coprire 17 posti attraverso lo scorrimento delle graduatorie. Tuttavia, la situazione rimane critica, con una pianta organica sottodimensionata rispetto alle reali esigenze operative dell’amministrazione, come si evince dal Piano integrato di attività e organizzazione (Piao) del ministero. A settembre 2024, il personale in servizio contava solo 387 unità (424 includendo comandati e distaccati), un numero ancora lontano dalle necessità.

L’Associazione nazionale magistrati (Anm) ha da tempo lanciato l’allarme sulla carenza di personale amministrativo, definendolo “essenziale per il funzionamento degli uffici giudiziari”. Tra le proposte avanzate al governo per una giustizia più efficiente spicca un piano straordinario di assunzioni mirato proprio a colmare le scoperture di organico e a stabilizzare il personale precario dell’Ufficio per il Processo. Richieste che, secondo l’Anm, rappresentano un’urgenza ben più impellente rispetto alla riforma Nordio.

Tuttavia, sull’annunciato piano di assunzioni non mancano le voci critiche. Claudia Ratti, segretario generale di Confintesa Funzione Pubblica, pur riconoscendo la necessità di stabilizzare il personale precario, spiega: “Nessuno deve dimenticare che i dipendenti del Ministero della Giustizia hanno un Contratto Collettivo Integrativo fermo al 2010, dunque ben 15 anni nei quali i problemi si sono aggravati a causa di una politica del personale miope. Nuove assunzioni sì, ma solo dopo aver sanato tutti i problemi del personale in servizio. La sfida per il governo sarà quella di trovare un equilibrio tra la necessità di rimpinguare gli organici e la gestione delle dinamiche interne alla Pubblica Amministrazione, per evitare che le nuove assunzioni si traducano in ulteriori disagi per chi lavora già da tempo nel settore”


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Violenza familiare, se il pregiudizio di genere entra nelle aule di giustizia

Una riflessione si impone a seguito della pubblicazione delle Linee guida sull’applicazione del delitto di cui all’art. 572 c.p. e su questioni procedimentali e processuali relative ai reati di violenza di genere, domestica e contro le donne, redatte dalla Procura della Repubblica di Tivoli, a firma del Procuratore Francesco Menditto e del Sostituto Procuratore Andrea Calì (vedi “Femminicidio, i proclami giustizialisti spesso nascondono un mondo di interessi”, di Rita Ronchi, pubblicato in “Dentro la notizia, La newsletter del giornale La Voce”, 20 marzo 2025, pag. 13).

Il documento, che si propone di orientare l’azione giudiziaria nei procedimenti familiari, civili e penali, sembra però introdurre una visione fortemente sbilanciata: l’uomo viene rappresentato come colpevole in quanto tale, mentre alla donna è attribuito un ruolo di vittima “per statuto”. Le linee guida suggeriscono una lettura ideologica della violenza familiare, ricondotta a una presunta “natura strutturale” del maschio volta al dominio e all’oppressione del genere femminile. Una concezione che, secondo gli estensori del documento, dovrebbe influenzare la valutazione delle condotte, le strategie investigative e persino l’interpretazione dei rapporti interpersonali.

Il rischio evidenziato da diversi osservatori è che, sulla base di tali presupposti, venga costruito un identikit precostituito della vittima e dell’autore del reato, rendendo superflua l’analisi oggettiva del caso concreto. Ne risente così il principio di terzietà e imparzialità che dovrebbe regolare ogni processo. Anche nei rari passaggi in cui si fa riferimento a donne come potenziali autrici di maltrattamenti, queste vengono comunque inquadrate come figure fragili, mosse da reazioni emotive legate a contesti di sopraffazione. La narrazione dominante resta quella di una “violenza maschile sistemica” che annulla la possibilità di valutare caso per caso, relegando l’uomo a un ruolo intrinsecamente colpevole.

La Procura arriva perfino a contestualizzare il reato di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.) come espressione di un progetto relazionale violento e discriminatorio dell’uomo verso l’ex partner, anche in presenza di fasi di concordia o assenza di aggressività documentata.

Il pericolo di una giustizia ideologizzata è evidente: l’equilibrio tra i sessi, invece di essere garantito, rischia di essere compromesso proprio nei luoghi deputati alla tutela dei diritti. La verità processuale potrebbe così lasciare il passo a una verità precostituita, fondata su stereotipi e visioni precarie della realtà. Una tale impostazione, infine, solleva dubbi anche di legittimità costituzionale, per la violazione del principio di uguaglianza tra i cittadini davanti alla legge e per l’inversione dell’onere della prova, che pare colpire selettivamente in base al genere.

Serve forse una nuova riflessione, lontana dalle semplificazioni e più vicina alla complessità delle relazioni familiari e dei conflitti che in esse possono maturare — senza pregiudizi, e con uno sguardo autenticamente giuridico. È cruciale riconoscere che la violenza domestica (ma tutta la violenza in genere) può manifestarsi in diverse forme e coinvolgere chiunque, e che un approccio giudiziario equo deve concentrarsi sui comportamenti individuali e sulle prove concrete, condannando fermamente ogni atto di violenza, a prescindere dal genere di chi lo perpetra.


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Competenze digitali, la chiave per trovare lavoro: valgono più di una laurea

Le competenze digitali avanzate sono il nuovo lasciapassare per il mondo del lavoro.

Secondo uno studio condotto dalla Fondazione Bruno Kessler e dall’Università di Trento, conoscere algoritmi, programmare, saper utilizzare software statistici o piattaforme di cloud computing può fare la differenza più di una laurea nel processo di assunzione. I ricercatori hanno analizzato il comportamento di oltre 700 recruiter in Italia, Germania e Regno Unito, scoprendo che il possesso di competenze digitali avanzate aumenta sensibilmente la probabilità di essere assunti: +7,6% per i ruoli manageriali e +6,7% per quelli tecnici.

L’analisi si basa su un esperimento fattoriale che ha messo alla prova la valutazione di quattro profili professionali per ciascuno dei tre Paesi, distinguendoli in base a tre livelli di padronanza digitale: avanzato, intermedio e base.
Non si tratta di semplici abilità informatiche come l’uso di Office o dei social network, ma di skill tecniche specifiche: programmazione, gestione dei Big Data, utilizzo di software analitici, conoscenza di algoritmi e strutture dati, oltre a familiarità con sistemi distribuiti.

Lo studio evidenzia differenze significative tra i mercati del lavoro europei. Il Regno Unito, con il suo modello flessibile e meritocratico, premia maggiormente le abilità digitali (+10,21%). Al contrario, in Italia e Germania il titolo di studio continua ad avere un certo peso: in Italia, ad esempio, la laurea incide ancora per un +4,58% sulle possibilità di essere assunti. Tuttavia, anche in questi contesti più tradizionali, le competenze digitali avanzate si rivelano decisive per emergere.

Un altro dato interessante riguarda il “mismatch” tra formazione e lavoro: le competenze digitali funzionano da “paracadute” nei casi in cui il percorso di studi non sia perfettamente allineato con la posizione ricercata. In altre parole, possono compensare eventuali lacune educative, aumentando le chance occupazionali.

«Lungi dal creare disoccupazione tecnologica – commenta Paolo Barbieri, professore di Sociologia economica all’Università di Trento e promotore della ricerca – l’innovazione e le competenze digitali aiutano a creare lavoro qualificato e a favorire il matching fra domanda e offerta. Questo ci dice quanto sia cruciale formare i nostri studenti con strumenti adeguati a un mercato sempre più globale e selettivo».

In un mondo del lavoro in continua evoluzione, non basta più il titolo: servono conoscenze pratiche, specifiche e aggiornate. E la rivoluzione digitale, ancora una volta, cambia le regole del gioco.


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Rischio povertà, molto più alto tra gli autonomi che tra i dipendenti

Tra tutti i nuclei che hanno come capofamiglia un lavoratore autonomo, il rischio povertà o esclusione sociale è al 22,7 per cento, mentre la quota riferita a tutte le famiglie con alla guida un lavoratore dipendente è decisamente inferiore e pari al 14,8 per cento. In altre parole, se negli ultimi decenni abbiamo assistito a una progressiva riduzione del potere d’acquisto dei salari che ha spinto verso l’area dell’indigenza molti operai/impiegati con bassi livelli di inquadramento contrattuale, ai lavoratori autonomi le cose sono andate molto peggio. I fatturati hanno subito delle forti contrazioni e, conseguentemente, la qualità della vita delle partite Iva ha subito un deciso aggravamento. La denuncia è sollevata dall’Ufficio studi CGIA che ha elaborato i dati dell’Istat[1].

Qualcuno potrebbe obbiettare che i dati riferiti alla povertà dei lavoratori autonomi sarebbero condizionati da importi reddituali  dichiarati non corrispondenti al vero. In realtà, il rischio povertà o esclusione sociale è un indicatore molto complesso che è dato dalla somma delle persone che si trovano in almeno una delle seguenti

condizioni: vivono in famiglie a rischio povertà; vivono in famiglie in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale; vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro. Ovviamente, tra le categorie monitorate dall’Istat la più disagiata economicamente e socialmente è quella dei pensionati, dove il rischio povertà delle famiglie è addirittura al 33,1 per cento.

  • Oltre 5 milioni di partite Iva, metà sono forfettari

In Italia il numero dei lavoratori indipendenti[2] è stimato in 5.170.000 unità[3]. Di questi, poco meno della metà opera in regime dei minimi. Stiamo parlando di attività economiche senza dipendenti e senza alcuna organizzazione d’impresa con un fatturato annuo al di sotto degli 85 mila euro. Insomma, una pura e semplice partita Iva che fa dell’autoimprenditorialità la sua ragione lavorativa.  E’ il caso di tanti giovani, di altrettante donne e di molte persone in età avanzata soprattutto del Mezzogiorno che sbarcano il lunario con piccoli lavori/consulenze senza disporre di alcun ammortizzatore sociale e/o sostegno pubblico. Soggetti che faticano a incassare le proprie spettanze e che, nella stragrande maggioranza dei casi, si trovano in condizioni economiche molto fragili e, quindi, a forte rischio di povertà o esclusione sociale.

  • Rispetto al 2003, reddito autonomi – 30%

Negli ultimi 20 anni il reddito degli autonomi è sceso del 30 per cento, mentre quello dei lavoratori dipendenti è diminuito di “solo” l’8 per cento. Per i pensionati, invece, il dato è rimasto pressoché stabile. La debolezza economica di molte partite Iva, il crollo dei consumi interni – causato dalle crisi economiche che si sono succedute in questi due decenni – e alla concorrenza praticata dapprima dalla grande distribuzione e negli ultimi anni dal commercio elettronico,  hanno fiaccato la tenuta reddituale di tantissime micro attività.

  • Dazi: danni anche a molti lavoratori autonomi

Dal momento che non lavorano direttamente con i mercati stranieri e che sono pochissimi coloro che operano nelle filiere produttive coinvolte nelle esportazioni, i lavoratori autonomi non dovrebbero subire effetti negativi dall’introduzione dei dazi annunciati nei giorni scorsi dal Presidente Trump. Ma le cose potrebbero andare anche diversamente. Se le misure protezionistiche introdotte dall’Amministrazione statunitense dovessero provocare una flessione della crescita economica e un incremento dell’inflazione anche in Italia, gli autonomi più fragili potrebbero essere tra i lavoratori più danneggiati. Ecco perché è necessario, dove possibile, diversificare i mercati di vendita all’estero dei nostri prodotti e rilanciare la domanda interna, attraverso la messa a terra del PNRR e una ripresa dei consumi che potrebbe essere agevolata proseguendo nella riduzione delle imposte a famiglie e imprese.

  • In Italia in difficoltà 13,5 milioni di persone

In termini assoluti tutta la popolazione a rischio povertà o esclusione sociale presente in Italia è a pari a 13,5 milioni di persone (23,1 per cento del totale abitanti). Di questi, 7,7 milioni (pari al 57 per cento del totale) sono residenti nel Mezzogiorno. La regione che ne conta di più è la Campania con 2,4 milioni. Seguono la Sicilia con 1,9, il Lazio con quasi 1,5 e la Puglia con 1,46. Se, invece, prendiamo come riferimento la percentuale a rischio povertà sul totale abitanti, la regione con la quota più elevata è la Calabria (48,8 per cento). Seguono la Campania (43,5), la Sicilia (40,9) e la Puglia (37,7).

[1] Condizioni di vita e reddito delle famiglie anni 2023-2024, Roma 26 marzo 2025

[2] Artigiani, commercianti, esercenti, liberi professionisti, collaboratori familiari, etc.

[3] Istat, Occupati e disoccupati (dati provvisori), febbraio 2025, Roma 1 aprile 2025.


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Notifiche SEND: la rivoluzione digitale nelle comunicazioni legali

Le comunicazioni a valore legale delle Pubbliche Amministrazioni diventano interamente digitali grazie alla nuova funzionalità SEND sull’app IO. Cittadini, professionisti e ditte individuali possono ora ricevere notifiche ufficiali, leggere i documenti e pagare eventuali costi direttamente dal proprio smartphone.

Notifiche digitali per cittadini e professionisti

Il servizio SEND (Servizio Notifiche Digitali) consente di ricevere comunicazioni come esiti di pratiche, rimborsi, multe e avvisi di accertamento tributario direttamente online. L’accesso avviene tramite SPID o CIE, mentre l’app IO notifica l’utente alla ricezione di un nuovo documento. I professionisti e le ditte individuali possono inoltre gestire in modo rapido e sicuro le notifiche legate alla propria attività.

Come ricevere le notifiche

Per attivare il servizio, è necessario accedere alla piattaforma SEND e registrare un indirizzo PEC o altri recapiti digitali (email, numero di cellulare, app IO). Se l’utente non indica un recapito, la notifica verrà comunque recapitata tramite raccomandata cartacea.

Le modalità di consegna sono due:

  • Notifica via PEC: il documento è legalmente consegnato e si riceve un link per accedere ai file su SEND.
  • Notifica via app IO: se aperta entro 5 giorni, la notifica è valida senza necessità di raccomandata cartacea.

Vantaggi del sistema SEND

L’adozione del digitale comporta diversi benefici:
Risparmio sui costi: eliminando la raccomandata cartacea, si riducono le spese per l’utente e per l’amministrazione.
Tempi più rapidi: le comunicazioni vengono ricevute e gestite in tempo reale.
Zero carta: un passo avanti verso la digitalizzazione e la sostenibilità.
Possibilità di delega: l’utente può autorizzare altre persone a visualizzare le proprie notifiche online.

Accesso garantito anche a chi non è digitalizzato

Per chi non ha un’identità digitale o difficoltà di accesso a internet, sono in fase di apertura punti fisici di ritiro SEND su tutto il territorio nazionale. In queste sedi sarà possibile richiedere e ritirare in formato cartaceo la copia dei documenti notificati.


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Sempre più investitori scelgono l’assistenza legale per le controversie finanziarie

I risparmiatori italiani continuano a rivolgersi all’Arbitro per le Controversie Finanziarie (Acf), istituito da Consob nel 2016 per dirimere i conflitti tra investitori retail e intermediari. Nel 2024, il numero di ricorsi presentati si mantiene stabile, ma cala il totale dei risarcimenti riconosciuti, fermandosi a 9,4 milioni di euro rispetto ai 13 milioni del 2023.

Secondo la Relazione annuale dell’Acf, illustrata dal presidente Gianpaolo Barbuzzi, dal 2017 ad oggi l’Acf ha restituito ai risparmiatori oltre 165 milioni di euro, con una media annua di 20,6 milioni. Quest’anno, per la prima volta, il valore medio delle istanze ha superato i 70.000 euro.

Aumentano i ricorsi con assistenza legale

Nonostante la gratuità del servizio, cresce il numero di risparmiatori che scelgono di farsi assistere da un legale: nel 2024 si arriva al 68,2% dei ricorrenti (655 su 961), contro il 60% del 2023. In particolare, il 59,4% di chi si affida a un procuratore sceglie un avvocato, sebbene in calo rispetto al 72,5% dell’anno precedente. In netto declino, invece, il supporto delle associazioni dei consumatori, coinvolte solo nell’1,2% dei casi.

“L’elevata percentuale di ricorsi assistiti da legali conferma la complessità delle controversie e l’importanza di una rappresentanza qualificata” si legge nella Relazione. Il tasso di accoglimento dei ricorsi è sceso per la prima volta sotto il 50% (49,7%), segnale che i casi più recenti sono meno legati ai grandi scandali finanziari del passato e più orientati su dispute complesse e innovative.

Attenzione alle truffe online

Un allarme specifico arriva per le sollecitazioni di investimento via web, soprattutto nel settore delle criptovalute. “Il rischio di cadere in trappola è elevatissimo”, ha avvertito Barbuzzi, sottolineando che l’Acf non può intervenire nelle controversie relative a investimenti con operatori non autorizzati. “Diffidate dalle promesse di facili guadagni”, ha esortato.

Nuovo protocollo tra Consob e Banca d’Italia

A rafforzare la tutela dei risparmiatori, Consob e Banca d’Italia hanno siglato un nuovo Protocollo d’intesa tra l’Acf e l’Arbitro Bancario Finanziario (Abf), mirato a migliorare il coordinamento tra i due organismi e fornire maggiore chiarezza ai clienti su quale sia l’autorità competente a gestire le loro istanze.


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Via oltre 30mila norme prerepubblicane: il Senato approva il ddl 1314

Con il via libera definitivo del Senato al disegno di legge n. 1314, che ha già ottenuto l’approvazione della Camera, l’Italia compie un importante passo nella semplificazione normativa. Ora manca solo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale per sancire l’abrogazione di oltre 30.000 atti risalenti al periodo prerepubblicano (1861-1946).

L’intervento legislativo mira a eliminare dall’ordinamento una vasta quantità di provvedimenti ormai obsoleti, tra cui regi decreti, decreti luogotenenziali, decreti del Capo del Governo e persino decreti firmati dal Duce del Fascismo.

Il ddl si compone di due articoli e dodici allegati che elencano nel dettaglio gli atti da abrogare. Gli atti sono suddivisi in base alla loro natura e al periodo storico di appartenenza, con un’attenzione particolare a quelli il cui contenuto normativo è stato superato da successive regolamentazioni.

Tra gli esempi di norme eliminate figurano atti istitutivi di enti non più esistenti, regolamenti comunali, provvedimenti fiscali ormai superati e decreti relativi a trattati internazionali i cui effetti si sono esauriti. L’operazione di “pulizia normativa” si rende necessaria considerando l’ingente stock di leggi prodotte dal 1861 a oggi: su oltre 204.000 atti normativi, circa 94.000 erano già stati espressamente abrogati.

Con l’approvazione del ddl 1314, il legislatore prosegue nel processo di razionalizzazione del corpus giuridico italiano, eliminando disposizioni ormai inutilizzabili e contribuendo alla chiarezza e all’efficienza del sistema normativo.


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Avvocatura in trasformazione: meno iscritti, più reddito, ma divari persistenti

L’Avvocatura italiana cambia volto: calano gli iscritti a Cassa Forense, ma crescono fatturato e reddito medio. Restano però forti disparità di genere e territoriali. È quanto emerge dal nono Rapporto sull’Avvocatura, “Nuovi orizzonti per l’Avvocatura: tra sfide e opportunità”, realizzato da Cassa Forense in collaborazione con il Censis e presentato a Roma.

Calo degli iscritti e invecchiamento della professione
Nel 2024 gli iscritti a Cassa Forense sono scesi a 233.260, segnando un calo dell’1,6% rispetto all’anno precedente. A soffrire di più sono le donne, con una riduzione di oltre 2.100 unità. La professione continua a invecchiare: l’età media degli avvocati è oggi di 48,9 anni, rispetto ai 42,3 di vent’anni fa, mentre il numero di pensionati è aumentato da 29.868 nel 2019 a 34.719 nel 2024.

Redditi in crescita, ma le avvocate restano indietro
Il reddito medio annuo degli avvocati è salito a 47.678 euro (+6,8%), ma la differenza tra uomini e donne resta marcata: gli avvocati uomini guadagnano in media 62.456 euro, mentre le colleghe si fermano a 31.115 euro. Anche le disparità territoriali sono significative: in Lombardia il reddito medio è di 81.115 euro, mentre in Calabria scende a 24.203 euro.

L’intelligenza artificiale: opportunità poco sfruttata
Sebbene il 31,7% degli avvocati stia valutando di adottare l’AI, solo il 27,5% la utilizza nelle attività professionali, principalmente per la ricerca giurisprudenziale. Il 72,3% non la usa affatto, e il 16,3% dichiara di non conoscerla o non saperla utilizzare.

Aggregazioni e previdenza
Tra le nuove tendenze, emerge una maggiore diffusione di studi associati tra gli under 40, ma persistono ostacoli legati alla ripartizione degli utili. Sul fronte previdenziale, cresce la consapevolezza: il 52% degli avvocati in regime forfettario sarebbe interessato alla contribuzione modulare volontaria, a condizione che sia fiscalmente deducibile.

Militi: “Innovazione e nuovi modelli organizzativi sono il futuro”
Durante la presentazione del Rapporto, il presidente di Cassa Forense Valter Militi ha sottolineato la necessità di rinnovamento: “Se è vero che il 33,3% degli avvocati ha pensato di abbandonare la professione, è altrettanto vero che il dato è in calo. La professione dimostra straordinaria capacità di resilienza e innovazione. L’apertura a nuovi modelli organizzativi e la digitalizzazione sono le chiavi per una professione più solida e sostenibile”.


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Redditi e parità di genere, l’Ordine Forense di Roma: “Avvocati sotto la soglia di povertà”

Quasi 13 mila avvocati dichiarano reddito zero, oltre 44 mila hanno un reddito di 10 mila euro l’anno, meno di mille al mese. Hanno un reddito compreso fra i 10 mila e i 21 mila euro ben 45 mila avvocati, il che vuol dire per oltre centomila avvocati, la metà del totale, redditi inferiori ai 2 mila euro al mese.

È la difficile situazione della professione forense descritta dall’ultimo Rapporto Censis sull’Avvocatura italiana commissionato da Cassa Forense. “Un quadro a tinte fosche – commenta il Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Roma, Paolo Nesta – che vede moltissimi colleghi in forti difficoltà economiche. Per questo credo che sia il momento di sollecitare l’intervento delle istituzioni”.

Che la professione forense sia diventata via via meno appetibile lo testimoniano i dati diffusi da Cassa, che per il quarto anno consecutivo vedono una flessione del numero degli iscritti. Ma cosa si può e si deve fare?

“In primo luogo analizzare quali sono i fattori che hanno reso meno attraente la professione – prosegue Nesta – Ci sono molti fattori di rischio che incidono sui redditi, penso ai tanti, troppi adempimenti amministrativi e fiscali, a un’eccessiva burocratizzazione, ai ritardi nei pagamenti da parte dei clienti, all’offerta sovrabbondante di servizi legali poco regolamentati… aggiungiamo poi l’instabilità normativa, l’aumento dei costi per l’accesso alla giustizia che scoraggia i cittadini. Ecco, su questi fattori si può e si deve intervenire”.

C’è poi il delicato aspetto della disparità di genere che penalizza le colleghe, che hanno un reddito pari al 50% di quello percepito dagli uomini. “Un fenomeno meno radicato rispetto al passato – conclude Nesta – per fortuna certi pregiudizi del passato sono stati superati nel pubblico, ma è paradossale notare che quei pregiudizi rimangono spesso nelle assegnazioni degli incarichi da parte della stessa Autorità Giudiziaria. Ecco, se in merito i capi degli uffici imponessero un maggior rispetto della parità di genere non sarebbe male”.


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