Euro digitale, svolta vicina: nuova spinta politica e dubbi sulla privacy

Il progetto dell’euro digitale torna sotto i riflettori. A distanza di quasi due anni dalla proposta iniziale della Commissione Europea, i capi di Stato e di governo dell’area euro hanno deciso di imprimere un’accelerazione al percorso legislativo che dovrebbe portare alla nascita di una valuta digitale emessa direttamente dalla Banca Centrale Europea, da affiancare a banconote e monete. Una mossa destinata a rafforzare l’autonomia strategica del sistema dei pagamenti europeo, ma che non manca di sollevare interrogativi e perplessità.

Al momento nel mondo sono tre le valute digitali di banca centrale (CBDC) già operative al pubblico: il Sand Dollar alle Bahamas, il JAM-DEX in Giamaica e l’eNaira in Nigeria. E mentre la Cina è ormai a uno stadio avanzato di sperimentazione con il suo yuan digitale, l’Europa sembra ora decisa a colmare il ritardo.

Stando alle linee guida diffuse dalla Banca d’Italia, l’euro digitale sarebbe un mezzo di pagamento elettronico a corso legale, utilizzabile ovunque nell’area euro, sia online che di persona, e garantito dalla BCE. Non intende però sostituire contanti o strumenti di pagamento tradizionali, ma affiancarsi a essi offrendo un’alternativa pubblica e sicura, slegata dal controllo delle piattaforme private.

Il progetto prevede un ruolo centrale per le banche e i prestatori di servizi di pagamento, incaricati di distribuire e gestire l’euro digitale, mantenendo così in parte il modello attuale. Per i consumatori privati, l’apertura e la gestione dei conti digitali non dovrebbero comportare costi, mentre per commercianti e professionisti si ipotizzano commissioni proporzionate e limitate.

Uno degli aspetti più delicati riguarda la tutela della privacy. Se da un lato il regolamento in discussione garantisce un elevato livello di riservatezza, soprattutto per i pagamenti offline — che potrebbero avvenire senza che banche o BCE accedano ai dati delle transazioni —, dall’altro le operazioni online rimarrebbero soggette ai controlli previsti per contrastare frodi, riciclaggio e finanziamento del terrorismo. Un equilibrio non facile, che suscita timori tra cittadini e consumatori circa una possibile eccessiva tracciabilità.

Il dibattito politico si è riacceso dopo il vertice dei leader europei del 20 marzo scorso, che ha definito il completamento del progetto euro digitale “prioritario per la sicurezza economica dell’Unione”. Un segnale chiaro, confermato anche dalla BCE, che il 17 aprile ha per la prima volta citato ufficialmente la moneta digitale tra gli obiettivi di politica monetaria.

Ora la palla passa al Parlamento Europeo e alla Commissione Economica e Monetaria, dove il relatore incaricato ha già avviato i colloqui con banche, imprese e associazioni di consumatori. Se il 2025 sarà davvero l’anno della svolta per l’euro digitale, dipenderà dalla capacità delle istituzioni di costruire un impianto normativo equilibrato, capace di proteggere i diritti dei cittadini senza rinunciare alle opportunità di innovazione.


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Segnalazioni online negli uffici giudiziari, scoppia la protesta a Milano

Un sistema di segnalazioni telematiche che rischia di trasformarsi in una sorveglianza unilaterale e senza contraddittorio. È questa la denuncia che arriva dagli uffici giudiziari di Milano, dove il personale amministrativo ha proclamato lo stato di agitazione contro la piattaforma sperimentale avviata dall’Ordine degli avvocati cittadino. La UilPa, il sindacato che rappresenta buona parte dei dipendenti della giustizia, ha chiesto la sospensione immediata del progetto e un confronto pubblico con tutte le categorie coinvolte.

Il sistema, presentato come uno strumento per segnalare disfunzioni e comportamenti virtuosi di magistrati e personale amministrativo, prevede che le segnalazioni considerate fondate possano essere trasmesse alle autorità competenti. Una dinamica che ha già sollevato le perplessità dell’Associazione nazionale magistrati per il rischio di indebite pressioni su giudici e pubblici ministeri e che ora scatena la reazione degli amministrativi.

«Siamo rimasti sconcertati — spiega Giovanni Giannetto, responsabile UilPa all’ufficio del Giudice di pace di Milano —. Lavoriamo con organici dimezzati e ora dovremmo anche sottostare a un sistema che, senza coinvolgere i sindacati, rischia di schedare il personale». Il sindacato ha scritto al presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano chiedendo di sospendere l’iniziativa e aprire un tavolo di confronto.

Non meno critica la posizione di Confintesa FP, che solleva dubbi sulla legittimità di una piattaforma del genere senza un adeguato quadro normativo. Il nodo principale riguarda la gestione dei dati personali e il rispetto delle tutele previste dal GDPR e dal Codice Privacy italiano. Un archivio informatico di questo tipo, contenente informazioni potenzialmente sensibili sul personale, potrebbe trasformarsi in una lista nera mascherata, con effetti gravi sulla serenità lavorativa e la reputazione degli interessati.

Anche se la Legge professionale forense attribuisce agli Ordini il compito di vigilare sul rispetto delle norme negli uffici giudiziari, questo potere è limitato alla segnalazione di irregolarità agli organi competenti e non contempla la creazione di archivi telematici permanenti. «È evidente il rischio — osserva Confintesa FP — che una banca dati di questo genere possa eccedere rispetto alle finalità istituzionali e necessiti di una regolamentazione chiara e condivisa, anche con le rappresentanze dei lavoratori».

Il dibattito è aperto e la richiesta dei sindacati è chiara: sospendere la piattaforma e avviare un confronto trasparente nell’interesse di tutte le componenti del sistema giustizia.


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Ufficio per il processo, oltre 11.700 addetti in servizio: il piano per le stabilizzazioni

Sono 11.780 gli addetti in servizio presso gli uffici giudiziari italiani nell’ambito dell’Ufficio per il processo, secondo i dati aggiornati al 31 gennaio 2025. Un contingente numeroso, destinato a essere mantenuto grazie alle prossime assunzioni previste attraverso lo scorrimento della graduatoria nazionale del concorso per 3.946 posti.

A fare il punto sulla situazione è stato il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari, intervenuto ieri alla Camera in risposta a un’interrogazione parlamentare. Nel corso del suo intervento, Ostellari ha ricordato che, in seguito alla revisione del Pnrr, è stato stabilito che il personale già in servizio al dicembre 2023 possa rimanere fino a giugno 2026, riducendo però il numero complessivo di contratti a tempo determinato da 19.719 a 10.000.

Nonostante il taglio programmato, i numeri attuali restano ben oltre la soglia richiesta dall’Unione europea per il raggiungimento degli obiettivi concordati. Sul tema delle stabilizzazioni post-2026, il sottosegretario ha spiegato che il dicastero di via Arenula è impegnato nel trovare una soluzione normativa e organizzativa, dal momento che la figura di addetto all’Ufficio per il processo non è ancora formalmente inclusa nella pianta organica ministeriale.

Il decreto legge 19/2024 prevede la possibilità di stabilizzazione a determinate condizioni, tramite una selezione comparativa su base territoriale e centrale, nel rispetto delle disponibilità assunzionali e dei posti in organico. Inoltre, il ministero punta a rendere operativa questa figura grazie agli aumenti di dotazione finanziaria già riconosciuti e ai lavori in corso per l’approvazione del nuovo contratto integrativo del personale della Giustizia.

In chiusura, Ostellari ha ricordato che il piano di bilancio prevede il mantenimento strutturale di 6.000 unità, mentre le ultime manovre economiche e il decreto Pa — che ha ottenuto ieri la fiducia al Senato — hanno già autorizzato la stabilizzazione di 3.000 addetti.


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Equo compenso, l’Osservatorio torna al lavoro: attesa per la riunione del 13 maggio

Dopo una lunga pausa, si riaccendono i riflettori sull’Osservatorio nazionale per il monitoraggio della legge sull’equo compenso per le prestazioni professionali. È stata infatti convocata per martedì 13 maggio la prima seduta del 2025, un appuntamento atteso tanto dalle istituzioni quanto dal mondo delle professioni autonome. A prendere parte all’incontro saranno rappresentanti del ministero della Giustizia e del Lavoro, insieme ai vertici di ordini professionali e associazioni di categoria.

All’ordine del giorno, gli aggiornamenti sulle risultanze della relazione 2024 — documento cruciale per valutare l’effettiva applicazione della normativa entrata in vigore nel maggio 2023 — e la definizione della programmazione dei lavori per l’anno in corso.

La convocazione arriva dopo mesi di attesa e di crescente insoddisfazione tra i professionisti. Diverse rappresentanze di settore avevano infatti denunciato pubblicamente la mancanza di riscontri da parte dei ministeri competenti in merito all’adeguamento dei parametri per la determinazione dei compensi minimi, nonostante fossero già state presentate proposte formali ai dicasteri di via Arenula e del made in Italy.

A riaccendere il dibattito è stata anche un’interrogazione parlamentare depositata dal deputato dem Arturo Scotto, che ha sollecitato il ministro della Giustizia Carlo Nordio a chiarire le ragioni dello stallo nelle attività dell’Osservatorio. Parallelamente, l’Autorità Antitrust ha aperto un’istruttoria in merito all’applicazione della normativa da parte del Consiglio nazionale forense, rilevando possibili criticità legate all’estensione delle disposizioni sulla giusta remunerazione previste dal nuovo codice deontologico.

Il confronto di metà maggio si preannuncia dunque carico di aspettative e decisivo per il futuro assetto della disciplina sull’equo compenso, soprattutto sul delicato tema dell’applicazione alle gare pubbliche, già indicato come priorità nella relazione inviata alle Camere a fine 2024.


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Giustizia civile, task force al banco di prova: l’UNCC auspica interventi strutturali e maggiori risorse

La recente iniziativa del Ministero della Giustizia di costituire una task force di 500 magistrati per affrontare il nodo cruciale dell’arretrato nella giustizia civile, in un contesto in cui gli obiettivi del PNRR appaiono ancora distanti, sollecita una riflessione equilibrata. Alberto Del Noce, presidente dell’Unione Nazionale delle Camere Civili, pur riconoscendo la volontà di intervento, evidenzia come tale misura debba necessariamente integrarsi con un piano di riforme strutturali e un adeguato stanziamento di risorse per garantire un miglioramento duraturo ed efficace del sistema.

I dati sul disposition time presentati dal Ministero indicano un progresso, seppur parziale, nei tempi processuali. Tuttavia, la meta di una riduzione del 40% entro il 2026 rimane una sfida complessa, acuita dalla persistente pressione su alcuni tribunali metropolitani. In questo scenario, la task force rappresenta una risposta all’urgenza di alleggerire il carico pendente.

Pur comprendendo la logica di un intervento emergenziale, l’UNCC sottolinea l’importanza di considerare attentamente le implicazioni di un modello di giustizia basato prevalentemente sull’operatività remota di magistrati non sempre coinvolti nella fase istruttoria. Le riflessioni già avanzate dal Consiglio Superiore della Magistratura in merito alla tutela del principio del giudice naturale e alla qualità complessiva della funzione giurisdizionale meritano una ponderata valutazione. Analogamente, l’efficacia a lungo termine di una misura che si affianca a un Ufficio per il Processo i cui risultati appaiono ancora in fase di consolidamento necessita di un monitoraggio costante.

In quest’ottica, l’UNCC auspica che l’iniziativa della task force non rimanga un intervento isolato, ma si inserisca in una visione più ampia e strategica per la giustizia civile. È fondamentale che il legislatore consideri con attenzione la necessità di un investimento più consistente e continuativo nel settore, equiparandolo all’importanza di altri servizi pubblici essenziali. Parallelamente, una riflessione approfondita sul sistema di reclutamento e formazione della magistratura e del personale amministrativo, unitamente a misure di razionalizzazione del contenzioso, appare imprescindibile per affrontare le criticità strutturali del sistema.

L’Unione Nazionale delle Camere Civili, pur nella consapevolezza delle difficoltà contingenti, si pone come interlocutore propositivo, disponibile a collaborare per individuare soluzioni che coniughino l’esigenza di una risposta rapida all’arretrato con la necessità di costruire una giustizia civile efficiente, moderna e pienamente rispettosa dei principi costituzionali.


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Giustizia civile in affanno: arriva una task force di 500 magistrati per smaltire l’arretrato

A fronte di una giustizia civile ancora rallentata e di un arretrato ben superiore agli obiettivi fissati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), il Ministero della Giustizia ha deciso di correre ai ripari. Dopo il via libera del Consiglio Superiore della Magistratura, è pronta a partire una task force composta da 500 magistrati che saranno temporaneamente applicati per occuparsi esclusivamente del contenzioso pendente.

Nonostante l’introduzione dell’Ufficio per il Processo, infatti, molte sedi giudiziarie – in particolare quelle più grandi – continuano a registrare numeri allarmanti. L’obiettivo di ridurre del 40% il carico di cause civili entro i tempi previsti dal PNRR appare lontano, e la situazione richiede misure straordinarie.

I magistrati coinvolti nel piano opereranno da remoto, senza spostarsi fisicamente dagli uffici di appartenenza. La loro attività verrà svolta in modalità agile e remunerata con fondi straordinari: il Ministero ha già ipotizzato uno stanziamento di circa 20 milioni di euro per coprire i compensi fino al prossimo anno.

Tra le criticità sollevate, anche dai rappresentanti del Consiglio Superiore e dagli avvocati, c’è la questione del giudice naturale e della continuità territoriale dei procedimenti. Le preoccupazioni riguardano soprattutto l’impatto sulla qualità delle decisioni e sulla stabilità delle udienze, oltre al fatto che, nonostante gli investimenti degli ultimi anni sull’Ufficio per il Processo, ci si trovi ora costretti a ricorrere a una misura d’emergenza.

Il Guardasigilli Carlo Nordio ha già ventilato la possibilità di rendere strutturale questo tipo di applicazioni, inserendo una modifica normativa nel prossimo intervento legislativo di settore. La questione approderà presto in Parlamento, ma nel frattempo l’obiettivo resta uno: alleggerire il peso dei fascicoli nei tribunali italiani prima della scadenza fissata dal PNRR.


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Procedimenti disciplinari, stop al “fai da te” per gli avvocati stabiliti: serve il cassazionista

Nessun “fai da te” nei procedimenti disciplinari davanti al Consiglio Nazionale Forense per gli avvocati stabiliti. Con la sentenza n. 389 del 25 ottobre 2024, il CNF ha infatti ribadito che il professionista iscritto nella sezione speciale dell’albo — ovvero il cittadino di uno Stato membro UE che esercita in Italia con il titolo professionale d’origine — non dispone di un autonomo ius postulandi nel nostro ordinamento.

Secondo la normativa vigente, richiamata dal Consiglio, l’avvocato stabilito può svolgere attività di rappresentanza, assistenza e difesa solo se agisca di intesa con un avvocato abilitato in Italia. Ma non basta: quando si tratta di difendersi in sede disciplinare dinanzi al CNF, giurisdizione speciale assimilata alle giurisdizioni superiori, è obbligatorio il patrocinio di un avvocato cassazionista.

Nel caso deciso dal CNF, il ricorso era stato sottoscritto dall’avvocato stabilito e da un difensore non iscritto nell’albo speciale per il patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori. Entrambi, ha rilevato il Consiglio, erano dunque privi della legittimazione necessaria a proporre l’impugnazione, che è stata dichiarata inammissibile.

La decisione riafferma un principio già consolidato: nelle sedi di giurisdizione speciale, compreso il procedimento disciplinare forense, la rappresentanza tecnica è riservata agli avvocati cassazionisti. Un vincolo che, anche nell’era dell’integrazione europea e della libera circolazione dei professionisti, resta presidio di legalità e corretto svolgimento del contraddittorio.

Un richiamo puntuale, che conferma l’importanza di una difesa tecnicamente qualificata e rispettosa delle regole di rappresentanza, soprattutto in procedimenti che incidono direttamente sull’esercizio della professione.


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Comunicazioni PEC e processo civile: solo i file originali fanno prova

In un’epoca in cui la digitalizzazione della giustizia è ormai realtà quotidiana, la Corte d’Appello di Milano ha rimesso ordine su un aspetto tutt’altro che secondario del processo civile: il valore probatorio delle comunicazioni via PEC. Con una sentenza destinata a fare scuola, i giudici milanesi hanno stabilito che le ricevute PEC devono essere depositate in formato originale — “.eml” o “.msg” — e non semplicemente convertite in PDF, pena la loro inutilizzabilità come prova.

La vicenda nasce da una causa per il recupero di crediti derivanti dalla fornitura di energia elettrica, nella quale la parte creditrice aveva tentato di dimostrare l’interruzione della prescrizione producendo, solo nella fase istruttoria avanzata, alcune ricevute PEC in formato PDF. Una scelta che non ha convinto né il giudice di primo grado né, successivamente, la Corte d’Appello.

I magistrati hanno ribadito un principio fondamentale già affermato dalla Cassazione con la sentenza n. 16189/2023: la validità della prova informatica dipende dal rispetto delle forme previste dalla legge. Solo attraverso l’apertura del file nel suo formato nativo è possibile verificare con certezza la ricezione effettiva del messaggio da parte del destinatario e il contenuto dell’atto allegato. La trasformazione in PDF, invece, non consente tale verifica e compromette la certezza giuridica.

Non si tratta di formalismi, sottolinea la Corte, ma di una garanzia sostanziale per il corretto svolgimento del contraddittorio e la tutela del diritto di difesa. La decisione rimarca inoltre l’importanza di rispettare i termini processuali: la produzione tardiva di documenti fondamentali, soprattutto se contestata tempestivamente dalla controparte, non può essere sanata.

Questa pronuncia si inserisce nel più ampio contesto di riflessione sul processo telematico e sulla necessità di un approccio rigoroso e consapevole alle nuove modalità di gestione degli atti giudiziari. La digitalizzazione, ammoniscono i giudici milanesi, non significa semplificazione indiscriminata, ma evoluzione tecnica e culturale che impone agli operatori del diritto attenzione, precisione e conoscenza degli strumenti informatici.


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Abuso d’ufficio, la Consulta valuta la riforma Nordio: udienza domani, 7 maggio

ROMA, 6 maggio 2025 – Sarà la Corte Costituzionale a decidere il destino della riforma Nordio che ha cancellato dal codice penale il reato di abuso d’ufficio. L’udienza pubblica è fissata per mercoledì 7 maggio a Palazzo della Consulta, dove i giudici costituzionali discuteranno i rilievi di legittimità sollevati da 14 ordinanze provenienti da diverse autorità giudiziarie italiane.

Al centro del dibattito la compatibilità dell’abrogazione dell’articolo 323 del codice penale con i principi sanciti dalla Costituzione — in particolare gli articoli 3, 11, 97 e 117 — e con gli obblighi internazionali derivanti dalla Convenzione Onu contro la corruzione (Convenzione di Merida), sottoscritta dall’Italia nel 2003 e ratificata nel 2009.

A sollevare il caso è stata, tra gli altri, la Corte di Cassazione che, in una recente ordinanza, ha criticato la scelta del legislatore di eliminare il reato senza prevedere contestualmente strumenti di prevenzione amministrativa adeguati contro le condotte abusive e le violazioni dell’imparzialità da parte dei pubblici ufficiali. Secondo i giudici della Suprema Corte, questa decisione potrebbe compromettere il rispetto degli impegni internazionali assunti dall’Italia e ostacolare gli obiettivi fissati dalla Convenzione.

Anche il gup di Firenze, nell’ottobre scorso, ha rimesso alla Consulta il dubbio di costituzionalità, sostenendo che l’eliminazione del reato di abuso d’ufficio rischia di violare l’articolo 3 della Costituzione, che tutela il principio di uguaglianza e impone ragionevolezza nelle scelte legislative.

Relatore della causa sarà il vicepresidente della Corte, Francesco Viganò. In udienza pubblica interverranno i legali delle parti coinvolte e gli avvocati dello Stato Ettore Figliolia, Lorenzo D’Ascia e Massimo Di Benedetto. L’attesa è alta, anche alla luce delle polemiche che hanno accompagnato la riforma fin dal suo varo e delle ripercussioni che una decisione di incostituzionalità potrebbe avere sull’intero impianto normativo.


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La Calabria omaggia Maria Chindamo, Nordio: “Stato vicino ai familiari, in questa battaglia non resterete soli”

Roma, 6 maggio 2025 – «Nell’oscurità dell’omicidio di Maria Chindamo, paradossalmente, vi è la luce di un riscatto, e, al contempo la condanna corale e generazionale di eventi che hanno straziato queste terre. Oggi, a nove anni dalla sua scomparsa, Maria Chindamo è diventata il simbolo di una nuova società calabrese. Una società che non si piega alle regole di un patriarcato violento; che non accetta la prepotenza di culture sanguinarie e ‘ndranghetiste; che invita la gente arrabbiata a trasformare quella stessa rabbia in speranza. Ogni 6 maggio, qui, si consolida un presidio di legalità».

È un estratto del messaggio che il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha inviato agli organizzatori dell’evento “Illuminiamo noi le terre di Maria” in memoria di Maria Chindamo, l’imprenditrice calabrese scomparsa il 6 maggio 2016 a Limbadi, in provincia di Vibo Valentia. Vittima della ‘ndrangheta, il suo corpo non è mai stato ritrovato.

Domani, martedì 6 maggio alle 10, alla presenza delle autorità locali e della Sottosegretaria di Stato all’Interno, Wanda Ferro, le associazioni unite nel comitato “Controlliamo noi le terre di Maria” inaugurano davanti all’azienda agricola di Maria Chindamo, luogo della scomparsa, una scultura commemorativa e un giardino, progettato dagli studenti dell’Istituto d’Istruzione Superiore Itg, Iti e Ite di Vibo Valentia. Durante la commemorazione si terrà anche un estratto dello spettacolo teatrale “Se dicessimo la verità”, che racconta la storia dell’imprenditrice, di Giulia Minoli, fondatrice e vicepresidente di “Crisi come opportunità”, ed Emanuela Giordano.

«Lo Stato, nella memoria di Maria, resta vicino ai familiari, agli amici di Maria, a queste terre mai dimenticate», prosegue il Ministro. Che conclude: «Perché sia chiaro che qui il messaggio dello Stato è tutt’altro che simbolico: in questa battaglia non resterete soli».


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