Pratica forense all’INPS: aperte le domande fino al 31 luglio 2025

Roma – C’è tempo fino alle ore 12:00 del 31 luglio 2025 per presentare domanda di partecipazione alla procedura di ammissione alla pratica forense presso l’Avvocatura centrale e le Avvocature territoriali dell’INPS. L’opportunità, destinata ai laureati in Giurisprudenza che intendano intraprendere il percorso di abilitazione alla professione forense, rientra nel più ampio piano formativo promosso dall’Istituto, attivo dal 1° ottobre 2024.

L’iniziativa consente ai candidati selezionati di svolgere la pratica legale direttamente all’interno degli uffici legali dell’INPS, sia a livello centrale che nelle sedi regionali e metropolitane. Sul sito ufficiale dell’Istituto è disponibile l’elenco completo delle sedi, con indicazione dei posti disponibili.

Come presentare la domanda

La domanda deve essere presentata esclusivamente online, una sola per candidato, selezionando un solo ufficio legale tra quelli indicati nel bando. Per accedere alla procedura telematica è necessario autenticarsi tramite uno dei seguenti strumenti digitali:

  • SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale)
  • CNS (Carta Nazionale dei Servizi)
  • CIE 3.0 (Carta di Identità Elettronica)

Il modulo online è disponibile alla pagina dedicata del portale INPS: https://www.inps.it/…/pratica-forense-presso-l-avvocatura-dell-inps

Alla domanda devono essere obbligatoriamente allegati:

  • un curriculum vitae, con l’indicazione di eventuali titoli post lauream;
  • una dichiarazione sostitutiva relativa agli esami sostenuti e le rispettive votazioni.

Requisiti richiesti

Possono candidarsi alla pratica forense presso l’INPS:

  • i cittadini italiani, cittadini di Paesi membri dell’Unione Europea, o cittadini extra-UE in possesso dei requisiti previsti dalla legge 247/2012;
  • i soggetti in possesso dei requisiti per l’iscrizione al Registro dei praticanti avvocati;
  • se già iscritti, coloro che abbiano anzianità di iscrizione inferiore a sei mesi.

Valutazione e graduatorie

Le candidature saranno esaminate da una commissione interna, che formerà una graduatoria in base ai criteri definiti nel bando. Le graduatorie saranno pubblicate sul sito dell’INPS, nella sezione dedicata.

Una pratica di valore pubblico

L’esperienza formativa offerta dall’Istituto rappresenta una valida opportunità per i giovani giuristi che desiderano approfondire il diritto amministrativo, previdenziale e del lavoro in un contesto istituzionale. La pratica forense presso l’INPS consente, inoltre, di operare a stretto contatto con professionisti di alto profilo e di misurarsi con contenziosi e procedimenti complessi, sviluppando competenze applicabili anche nel libero esercizio della professione.

Per ulteriori dettagli o per eventuali chiarimenti, è possibile consultare i bandi pubblicati sul sito istituzionale dell’INPS, dove sono indicati anche i recapiti delle sedi competenti.


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X nel mirino della Francia: aperta un’indagine per ingerenze straniere. Musk contrattacca: “Attacco politico ai nostri diritti”

Parigi – Una nuova frattura si apre nel già teso rapporto tra le autorità europee e le piattaforme digitali americane. Il 9 luglio, la Procura di Parigi ha ufficialmente avviato un’indagine contro il social network X (ex Twitter), di proprietà di Elon Musk, per presunta manipolazione algoritmica a fini di ingerenza straniera. L’accusa, gravissima, è che il sistema di raccomandazione della piattaforma possa essere stato modificato per alterare il dibattito democratico in Francia.

La risposta della società è arrivata puntuale e tagliente: in un comunicato pubblicato dal team degli Affari Governativi Globali, X respinge “categoricamente” le accuse, definendole “politicamente motivate” e una “violazione dei diritti fondamentali”, incluso quello al giusto processo. Secondo il social, le autorità francesi starebbero conducendo un’inchiesta “viziata da pregiudizi ideologici”, pilotata da attori “notoriamente ostili” alla piattaforma.

L’origine dell’inchiesta

Due sono le segnalazioni che hanno innescato l’indagine: la prima è stata presentata dal deputato centrista Eric Bothorel, esperto di cybersicurezza, che ha denunciato “una riduzione della pluralità delle voci” su X, accompagnata da un’evidente opacità nelle modifiche all’algoritmo. La seconda è arrivata, secondo Le Canard Enchainé, da un funzionario della cybersicurezza pubblica, che ha evidenziato l’esplosione di contenuti razzisti, omofobi e anti-LGBTQ nel flusso della piattaforma, con il sospetto che si tratti di un intervento mirato per polarizzare l’opinione pubblica.

Nel mirino ci sono non solo X come entità giuridica, ma anche le “persone fisiche” che ne determinano la gestione, senza però che la procura abbia fatto esplicitamente il nome di Musk. L’inchiesta è affidata all’unità per la criminalità informatica della gendarmeria nazionale.

Le accuse incrociate

Il team di X accusa apertamente Eric Bothorel di essere l’“istigatore” dell’inchiesta e contesta la legittimità degli esperti coinvolti, tra cui David Chavalarias e Maziyar Panahi, accusati di pregiudizio per le loro ricerche precedenti e le critiche pubbliche alla piattaforma. “Un’indagine con un risultato predeterminato non può essere considerata equa”, si legge nel comunicato.

Secondo X, la richiesta delle autorità francesi di ottenere accesso in tempo reale ai dati degli utenti e all’algoritmo costituisce un attacco alla privacy e alla libertà di espressione. Ma i timori delle istituzioni francesi non sembrano infondati: numerosi studi internazionali hanno segnalato anomalie nei contenuti promossi dal social, con un crescente sbilanciamento a favore di narrazioni di destra radicale e populista.

Gli effetti globali dell’algoritmo

Nel luglio 2024, in piena campagna elettorale statunitense, una ricerca dell’Università di Queensland ha rilevato una correlazione tra modifiche algoritmiche su X e un’impennata di visibilità per l’account di Elon Musk e per contenuti filo-Trump. Contemporaneamente, un rapporto del Center for Countering Digital Hate ha documentato come i post di Musk abbiano raggiunto un pubblico doppio rispetto a tutta la pubblicità politica sulla piattaforma, spesso veicolando affermazioni false o fuorvianti.

In Europa, anche la Commissione Europea ha avviato un’indagine formale sull’operato di X, nell’ambito del Digital Services Act, con l’obiettivo di verificare se la piattaforma rispetti le normative sulla trasparenza algoritmica. A preoccupare sono i sospetti che il sistema possa favorire contenuti politici affini a Musk, in particolare di estrema destra, come avvenuto in Germania, dove il miliardario ha espresso pubblicamente sostegno al partito AfD.

Musk e la politica

Il sospetto che Musk stia utilizzando la sua piattaforma come uno strumento politico personale trova nuova linfa nel recente sondaggio pubblicato su X il 4 luglio, in cui il magnate ha chiesto ai suoi follower se fosse il caso di fondare un nuovo soggetto politico: “The America Party”. Il risultato – un plebiscito del 65% di sì – ha lanciato il progetto, con l’obiettivo dichiarato di “ridare libertà agli americani che non vivono più in democrazia”.

Un’iniziativa che allarma chi teme un uso distorto della tecnologia digitale in chiave politica. E che somiglia a un precedente inquietante: quello di Pavel Durov, fondatore di Telegram, arrestato a Parigi nell’agosto 2024 con l’accusa di non aver collaborato nella rimozione di contenuti illeciti sulla sua piattaforma. Durov fu rilasciato solo dopo il pagamento di una maxi-cauzione, innescando una crisi diplomatica tra Francia e Russia.

Libertà o manipolazione?

La difesa di Musk – secondo cui le modifiche servono a “favorire contenuti più informativi e divertenti” – non convince le istituzioni, preoccupate dalla coincidenza sistematica tra aggiornamenti tecnici e vantaggi politici per i profili a lui vicini.

Il caso francese rappresenta un banco di prova cruciale per il futuro dei rapporti tra democrazia, algoritmi e potere privato: chi controlla le piattaforme su cui si forma l’opinione pubblica? E fino a che punto può spingersi un imprenditore digitale nel rimodellare lo spazio del dibattito politico mondiale?


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Milano, boom del mattone di lusso: +57% in tre anni. Ma è il paradiso solo per i milionari

Milano – Mentre l’Italia cresce ancora dello “zero virgola”, Milano corre. Ma lo fa a modo suo: non sulla produttività diffusa o sull’inclusione, bensì sui prezzi degli immobili di lusso, che fra il 2021 e il 2024 sono saliti del 57%, arrivando a sfiorare i 27.000 euro al metro quadro nelle aree più esclusive. Un’accelerazione che ha trasformato la città nella capitale del mattone dorato e nell’epicentro italiano di una trasformazione profonda, guidata non solo dal mercato ma anche da scelte fiscali molto mirate.

Nella zona del quadrilatero della moda, le quotazioni hanno raggiunto i 39.000 euro al metro quadro, oltre sette volte la media milanese e diciotto volte quella nazionale. A fare da traino non è tanto il mercato interno, quanto un flusso crescente di individui ad altissimo reddito che scelgono Milano come nuova residenza fiscale.

La flat tax dei milionari

Dal 2017, l’Italia ha introdotto – sull’esempio di altri paesi europei – un regime fiscale di favore per i cosiddetti “neo-residenti”, ovvero cittadini stranieri o italiani rientrati in patria dopo almeno nove anni trascorsi fiscalmente all’estero. Il regime, pensato per attrarre capitali e investitori, prevede il pagamento di una tassa piatta di 100.000 euro l’anno (diventati 200.000 dal 2024) su tutti i redditi prodotti all’estero, indipendentemente dalla loro entità.

È il modello applicato, ad esempio, al caso più celebre: Cristiano Ronaldo, che al momento del suo trasferimento in Italia nel 2018, pur avendo guadagni esteri stimati in oltre 100 milioni di euro, ha pagato al fisco solo 100.000 euro, evitando di versare oltre 43 milioni in imposte secondo il regime ordinario.

Il vantaggio, però, non si limita all’aliquota ridotta: i “neo-residenti” godono anche dell’esenzione totale da imposte su successioni, donazioni e sugli investimenti esteri, con effetti a cascata su un mercato immobiliare già sotto pressione.

L’effetto “Ronaldo” sul mattone

Secondo Marco Tirelli, uno dei principali operatori del settore immobiliare di pregio, l’aumento dei prezzi nel segmento più alto è stato tre volte superiore a quello degli immobili di fascia media. Non è un fenomeno isolato: dal 2018 al 2023 il regime ha attratto in Italia almeno 4.500 contribuenti ad altissimo reddito, di cui circa due terzi si sono stabiliti a Milano.

Il dato più impressionante: il 40% delle compravendite di case oltre il milione di euro in Italia avviene proprio nel capoluogo lombardo. E la domanda di residenze di lusso, alimentata da questi nuovi contribuenti, supera di gran lunga l’offerta.

«La scarsità dell’offerta, unita a una domanda selezionata e potente, sta creando un’inflazione immobiliare che impatta non solo sul lusso, ma anche su fasce medio-alte e persino popolari», osserva Ingrid Hallberg, altra esperta del mercato. Il risultato? Un effetto domino che esclude progressivamente le famiglie “normali” dal centro città e alimenta un meccanismo di esclusione urbana che preoccupa anche la magistratura.

Un paradosso fiscale e sociale

A tutto questo si aggiunge un altro paradosso. Il regime di favore non è riservato solo ai super-ricchi: esistono incentivi fiscali (con esenzioni fino al 70% dell’imponibile) anche per italiani di medio-alto reddito rientrati dopo due o quattro anni all’estero. Nel 2023, sono stati oltre 128.000 i beneficiari con redditi medi da 112.000 euro annui, molti dei quali concentrati – ancora una volta – a Milano.

Il problema, secondo molti osservatori, è che questi meccanismi premiano chi le tasse può permettersi di evitarle legalmente, mentre milioni di lavoratori e pensionati italiani – spinti in scaglioni Irpef più alti dall’inflazione – pagano di più con potere d’acquisto in calo.

«È il riflesso di un sistema che – nel tentativo di attrarre ricchezza – rischia di alimentare le disuguaglianze interne e destabilizzare l’equilibrio sociale ed economico delle città, come Milano», avverte un’analisi incrociata tra dati fiscali e dinamiche urbane.

La Milano dei due mondi

Milano, insomma, è oggi una città divisa in due: da un lato quella che conquista i nuovi milionari globali, dall’altro quella che fatica ad arrivare a fine mese. Un modello vincente nel breve periodo, forse. Ma che solleva interrogativi strutturali sul futuro dell’accessibilità abitativa, della coesione sociale e della reale sostenibilità della “capitale economica d’Italia”.


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Riforma della giustizia, il governo accelera sulla separazione delle carriere. Ma le carceri restano al palo

Roma – Una giornata storica per il centrodestra e per il governo guidato da Giorgia Meloni. Al Senato, infatti, è atteso il primo via libera in seconda lettura alla riforma della giustizia che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, uno dei cavalli di battaglia ideologici della coalizione. Un provvedimento che, secondo molti osservatori, segna l’approdo definitivo del sogno berlusconiano mai realizzato fino ad oggi: “il pubblico ministero che entra con il cappello in mano nell’ufficio del giudice”, come sosteneva il Cavaliere.

La riforma è stata costruita in tempi record: poco più di un anno dalla prima approvazione in Consiglio dei ministri, ed è destinata a diventare la bandiera della legislatura. Dopo il passaggio alla Camera e il ritorno in Senato – previsti solo per un sì o un no, senza possibilità di emendamenti – sarà verosimilmente sottoposta a referendum costituzionale nella primavera del 2026, visto che difficilmente il testo raccoglierà la maggioranza dei due terzi.

Il cuore della riforma è la modifica della Costituzione per stabilire due carriere separate fin dall’inizio del percorso professionale: una per i giudici, una per i pubblici ministeri. È previsto anche un doppio Consiglio Superiore della Magistratura, con competenze distinte per ciascun ambito, e la nascita di un’Alta Corte disciplinare per giudicare i magistrati ordinari, sottraendo questa funzione al CSM. Le nuove norme dovranno essere attuate entro un anno dall’entrata in vigore.

Una rivoluzione istituzionale che però avanza in un paese che sembra disinteressato al tema, più preoccupato dal caro vita e dalle emergenze sociali che dalla struttura costituzionale della giustizia. E non è un caso che, mentre sul fronte delle riforme si corre spediti, su quello della realtà quotidiana – in particolare sulle condizioni del sistema carcerario – il passo del governo resta incerto, se non fermo.

Nel Consiglio dei ministri successivo al voto sul disegno di legge costituzionale, è atteso l’annuncio del cosiddetto piano carceri, che promette 10mila nuovi posti e sconti di pena per buona condotta. Ma il contesto è tutt’altro che incoraggiante: le precedenti misure si sono rivelate inefficaci o addirittura mai attuate. Dal mini-piano da 384 posti attraverso prefabbricati nei cortili degli istituti penitenziari, fino al decreto per il reinserimento in comunità dei tossicodipendenti senza fissa dimora, il bilancio resta desolante.

La contraddizione è evidente: una riforma della Costituzione approvata in tempi record, mentre i cantieri per nuove strutture penitenziarie non decollano. Un paradosso che rende ancora più evidente la “giustizia a due velocità” evocata da molti analisti.

In questo contesto, l’impatto simbolico della riforma prevale su quello pratico. È il segnale di un cambio di passo politico più che una risposta a esigenze urgenti della macchina giudiziaria. Eppure, la cronaca giudiziaria continua a smentire le narrazioni ideologiche: a Milano la procura indaga sull’amministrazione di centrosinistra, come ieri aveva indagato su figure del centrodestra. A Palermo si giudica Salvini nel rispetto delle garanzie, a Bibbiano si smontano tesi accusatorie. Il sistema, nel suo equilibrio tra autonomia e indipendenza, continua a funzionare.

Ma il governo punta a dare una forma normativa a una visione politica, in cui la giustizia non è solo un potere dello Stato, ma anche un campo di battaglia per ridefinire i rapporti tra toghe, politica e opinione pubblica.


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Gas liquefatto, l’Italia accelera sulla diversificazione: +35% di import nel 2025

Roma – Il gas naturale liquefatto (GNL) si conferma sempre più strategico per la sicurezza energetica dell’Italia. Nei primi sei mesi del 2025, il nostro Paese ha importato circa 10 miliardi di metri cubi di GNL, segnando un incremento del 35% rispetto allo stesso periodo del 2024. A certificarlo è Snam, che evidenzia come il GNL rappresenti oggi il 30% delle forniture complessive di gas, dietro solo ai flussi via tubo provenienti dall’Algeria (34%).

Un dato che non solo testimonia l’efficacia del piano di diversificazione avviato dopo la crisi russo-ucraina, ma sottolinea anche il ruolo crescente degli Stati Uniti: i carichi americani sono raddoppiati, passando da 31 a 56 navi in un anno e coprendo il 45% delle importazioni via nave.

«La crescita del GNL nel mix energetico italiano – ha dichiarato Agostino Scornajenchi, amministratore delegato di Snam – è una buona notizia. Significa ridurre la dipendenza da rotte fisse e predeterminate, garantendo al sistema maggiore resilienza di fronte alle instabilità geopolitiche». Parallelamente, ha aggiunto, «prosegue a pieno ritmo la campagna di riempimento degli stoccaggi, fondamentali per gestire i picchi di domanda».

La spinta al GNL è stata possibile anche grazie all’ingresso in funzione dei terminali di Piombino e Ravenna, che hanno portato la capacità italiana di rigassificazione a 28 miliardi di metri cubi l’anno. Un volume che, se pienamente sfruttato, coprirebbe oltre il 40% della domanda nazionale.

Alle spalle degli Stati Uniti restano fornitori tradizionali come il Qatar (25,8%) e l’Algeria (18,5%), ma stanno emergendo anche nuovi partner africani: Egitto, Congo, Angola e Guinea Equatoriale. Un mosaico che riflette una strategia chiara: diversificare, per non dipendere da nessun singolo Paese o infrastruttura.

Non solo approvvigionamenti: l’Italia sta rafforzando anche la rete di trasporto interna con la Linea Adriatica, il più grande progetto infrastrutturale per il gas degli ultimi dieci anni. L’opera – cofinanziata con 2,5 miliardi nell’ambito del nuovo PNRR-RePowerEU – prevede l’espansione della capacità sud-nord attraverso 425 km di gasdotti hydrogen-ready e una nuova centrale a Sulmona. I lavori per la prima fase sono in corso e la conclusione è prevista per il 2026, mentre la seconda fase sarà completata nel 2027.

Il quadro è completato da un livello di riempimento degli stoccaggi già oltre il 75%, ben al di sopra della media UE e in netto anticipo sugli obiettivi. Una riserva preziosa, soprattutto in un anno che sta registrando una crescita della domanda del 6%, trainata dalla produzione termoelettrica (+13%) e dall’utilizzo estivo dei condizionatori, che richiedono maggiore integrazione rispetto alle rinnovabili.

A guidare questo cambio di passo, anche l’iniziativa del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, che ha accelerato sul completamento degli impianti e sostenuto l’infrastrutturazione del sistema gas.


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Professioni, no alle riforme “a taglia unica”: serve un approccio su misura

Le riforme delle professioni non possono essere confezionate “in serie”. A lanciare un chiaro segnale in questa direzione sono i presidenti del Consiglio Nazionale Forense, Francesco Greco, e del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, Elbano de Nuccio, che si oppongono all’idea di un riordino complessivo degli ordinamenti professionali attraverso una legge quadro.

L’allarme nasce dalle indiscrezioni riportate da ItaliaOggi, secondo cui il Governo starebbe valutando di aggiornare il D.P.R. 137 del 2012, norma di riferimento per l’organizzazione e il funzionamento degli Ordini professionali, riaprendo così un confronto generale avviato informalmente già nel luglio 2024, durante un incontro a Palazzo Chigi promosso dal sottosegretario Alfredo Mantovano con la partecipazione del Ministro del Lavoro Marina Calderone.

Il nodo della riforma: unicità o specificità?

Secondo i due presidenti, una riforma uniforme rischia di compromettere l’identità e l’equilibrio delle singole professioni. «Ogni categoria – avverte de Nuccio – ha caratteristiche specifiche da preservare. Un progetto generale, anziché modernizzare, potrebbe penalizzare le differenze strutturali e funzionali che ciascun ordinamento ha sviluppato nel tempo».

Il presidente dei commercialisti ribadisce che una riforma “orizzontale” non è una priorità e non è condivisibile, soprattutto in un momento in cui molte professioni stanno autonomamente aggiornando i propri statuti e regolamenti, secondo processi già avviati e calibrati sulle singole realtà.

Il fronte dell’avvocatura: “Promessa del Guardasigilli”

Più netto ancora è il giudizio del presidente del CNF, Francesco Greco, che giudica “incredibile” l’ipotesi di rivedere oggi il D.P.R. 137/2012. «Significherebbe sconfessare le dichiarazioni pubbliche del ministro della Giustizia Carlo Nordio», afferma, ricordando come il testo di riforma dell’ordinamento forense sia già stato trasmesso al Ministero dell’Economia per la cosiddetta “bollinatura” e, nelle intenzioni, dovrebbe arrivare in Consiglio dei Ministri prima della pausa estiva.

Greco auspica che la riforma dell’avvocatura, contenuta in un disegno di legge delega, venga esaminata e approvata quanto prima. «È l’impegno preso dal Guardasigilli e confidiamo che venga mantenuto», ha dichiarato.

Le priorità: praticantato, giovani, accesso alla professione

Durante l’incontro del luglio 2024, il Ministro Calderone aveva comunque espresso l’esigenza di rivedere alcuni aspetti puntuali dell’attuale assetto ordinistico, come le regole del praticantato, per favorire un accesso più rapido e meno burocratico alla professione. Un intervento reso urgente anche dall’innalzamento dell’età media degli iscritti, che oggi si aggira intorno ai 50 anni.

Tuttavia, gli stessi presidenti delle categorie economico-giuridiche ribadiscono che tali interventi devono essere mirati, condivisi e specifici, non inseriti in un contenitore unico che rischia di appiattire esigenze profondamente diverse tra avvocati, commercialisti, ingegneri, architetti, medici e tutte le altre professioni ordinistiche.


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Minori nell’era digitale: verso una nuova cittadinanza protetta online

La tutela dei minori nello spazio digitale è diventata una delle grandi sfide giuridiche, politiche ed etiche del nostro tempo. In un contesto in cui bambini e adolescenti trascorrono sempre più tempo online – spesso in ambienti non pensati per loro – si impone l’urgenza di definire regole chiare, efficaci e rispettose dei diritti fondamentali. Un’esigenza ormai riconosciuta a livello internazionale e che attraversa più livelli normativi, dal diritto internazionale alle legislazioni nazionali, fino alla strategia digitale dell’Unione Europea.

Il principio dell’interesse superiore del minore: un faro nell’ambiente digitale

Già la Convenzione ONU sui Diritti del Fanciullo del 1989 pone al centro delle politiche pubbliche il principio dell’interesse superiore del minore, da applicare anche al contesto digitale. Il Comitato sui Diritti del Fanciullo ha colto per tempo i segnali di rischio connessi all’uso non regolamentato della rete, anticipando nel Commento Generale n. 15 (2013) e poi nel n. 25 (2021) i pericoli legati a dipendenze, abusi, esposizione a contenuti nocivi e problemi di salute mentale. Gli Stati, viene ribadito, devono adottare un approccio proattivo e preventivo, fondato su ricerca, regolazione e vigilanza.

Europa: nuove regole per un Internet a misura di minore

Con il Digital Services Act (Reg. UE 2022/2065), l’Unione Europea introduce un paradigma innovativo di responsabilità per le piattaforme digitali. Il Considerando 89 esplicita l’obbligo di proteggere i minori da contenuti che possano compromettere il loro sviluppo psicofisico. La strategia “BIK+” (Better Internet for Kids) della Commissione mira a garantire un accesso sicuro, contenuti adeguati e la partecipazione attiva dei minori nello spazio digitale.

Nel 2022, la Commissione ha definito l’obiettivo di sviluppare sistemi efficaci di verifica dell’età, oggi al centro del dibattito europeo. Alcuni Paesi, come Francia, Spagna e Grecia, propongono di introdurre una “maggior età digitale europea”, fissando soglie minime per l’accesso autonomo ai social network. La proposta più avanzata è quella della Francia: vietare l’uso dei social ai minori di 15 anni in assenza di consenso genitoriale.

Verso sistemi integrati di protezione

Accanto agli strumenti normativi, emergono nuove soluzioni tecnologiche. La Grecia ha sviluppato il Kids Wallet, un’identità digitale minorile integrata nei servizi pubblici per certificare l’età online e supportare il controllo genitoriale. La Spagna ha introdotto l’obbligo di verifica dell’età per accedere ai siti per adulti, mentre la Francia, con la legge SREN del 2024, ha attribuito all’ARCOM poteri sanzionatori contro i siti non conformi.

Il GDPR (Reg. UE 2016/679) già prevede che i minori sotto i 16 anni non possano autorizzare il trattamento dei dati senza il consenso dei genitori, ma consente agli Stati di abbassare questa soglia fino ai 13 anni. L’Italia, ad esempio, ha optato per i 14 anni, mentre altri Paesi hanno adottato età diverse, creando una frammentazione normativa che l’Europa oggi tenta di superare.

La sfida dell’architettura digitale

Il dibattito non si limita all’età, ma riguarda anche la progettazione delle interfacce. Sistemi di autoplay, notifiche incessanti, algoritmi di profilazione e contenuti “comparativi” (come filtri estetici o messaggi pro-anoressia) possono avere effetti deleteri sulla salute mentale e sull’autostima dei più giovani. Per questo, si propone l’adozione di un design “a misura di minore”, limitando tecniche persuasive e promuovendo strumenti di media literacy e pensiero critico.

Il caso spagnolo e francese: tutela differenziata e responsabilità proattiva

In Spagna, la Ley Orgánica 3/2018 e la Ley General de Comunicación Audiovisual del 2022 impongono obblighi precisi ai fornitori di contenuti digitali, distinguendo tra fasce d’età e imponendo verifiche efficaci, sistemi di rating e classificazioni indipendenti. In Francia, la legislazione si fonda su un approccio collaborativo e rispetta il principio della privacy-preserving verification, in coerenza con le raccomandazioni del Conseil d’État.

Verso un patto europeo per la protezione online dei minori

Alla luce delle diverse esperienze nazionali, si rafforza la richiesta di armonizzare a livello UE le soglie di accesso ai servizi digitali, introducendo obblighi vincolanti per le piattaforme, standard comuni di verifica e meccanismi interoperabili. In questo quadro, la Commissione Europea sta testando soluzioni come il “mini wallet”, un’applicazione per la verifica dell’età direttamente sui dispositivi.

Ma la tutela dei minori non può fermarsi alla tecnologia. Occorre anche educare, coinvolgere le famiglie, sostenere scuole e insegnanti, promuovere un uso consapevole e critico del digitale.


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Le stime arrivano dall’Ufficio studi della CGIA: il nord “ospita” buona parte dello stock delle imprese presenti nel nostro Paese e, conseguentemente, dovrà farsi carico…

Agibilità regolarizzata dopo la vendita: niente risarcimento per il compratore

La mancata consegna del certificato di abitabilità al momento della vendita non basta, da sola, a configurare un danno risarcibile per l’acquirente, se il documento viene regolarmente ottenuto in un secondo momento. È quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, Seconda Sezione Civile, con l’ordinanza n. 19923, depositata oggi, che conferma un orientamento sempre più consolidato in materia di trasferimenti immobiliari.

La vicenda trae origine dall’acquisto, avvenuto nel 2013, di un immobile privo al momento del rogito del certificato di agibilità. Nel 2016, l’acquirente si è rivolta al giudice, lamentando danni patrimoniali e non patrimoniali per la presunta perdita di valore commerciale del bene, oltre a chiedere una riduzione del prezzo. Tuttavia, il certificato era stato regolarmente ottenuto nel giugno 2014, dunque a meno di un anno dalla compravendita.

La decisione delle corti

Il Tribunale aveva inizialmente dichiarato improcedibile la domanda, per il mancato rispetto dei termini. In secondo grado, la Corte d’Appello aveva invece riconosciuto la procedibilità, ma rigettato nel merito la richiesta di risarcimento: la successiva regolarizzazione dell’agibilità aveva infatti sanato ogni irregolarità, escludendo qualsiasi danno da “non commerciabilità”.

La Cassazione conferma integralmente questo orientamento. La vendita, ha stabilito la Corte, non può essere qualificata come aliud pro alio, ovvero come trasferimento di un bene completamente diverso da quello pattuito, poiché non vi erano carenze strutturali o funzionali tali da impedire l’abitabilità effettiva dell’immobile.

Nessun automatismo nel risarcimento

La Suprema Corte ribadisce un principio fondamentale: l’assenza formale del certificato non è di per sé sufficiente a fondare una richiesta di danno. Per ottenere un risarcimento, l’acquirente deve dimostrare un pregiudizio concreto, come ad esempio:

  • la diminuzione del valore del bene;
  • l’impossibilità di utilizzo per la destinazione d’uso pattuita;
  • spese affrontate per ottenere l’agibilità in sanatoria.

Nel caso in esame, sottolinea la Corte, non è emersa alcuna prova concreta di danno subito dalla parte attrice, né elementi che giustificassero una riduzione del prezzo o un ristoro economico.

L’agibilità resta un requisito importante

Pur non assumendo valore assoluto ai fini della validità del contratto, il certificato di abitabilità continua a rivestire un ruolo essenziale nella commerciabilità giuridica e funzionale dell’immobile. Tuttavia, come chiarito dalla giurisprudenza, la sua assenza deve essere valutata caso per caso, tenendo conto di eventuali irregolarità sanabili e delle effettive conseguenze sull’utilizzo del bene.

Questa decisione rafforza il principio secondo cui l’equilibrio contrattuale e la tutela del compratore vanno ancorati a circostanze concrete e dimostrabili, evitando automatismi che rischiano di sovraccaricare di responsabilità il venditore per mere carenze documentali superabili.


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Suicidi in carcere, Nordio sul sovraffollamento: “È una forma di controllo, non la causa”

Non è il sovraffollamento a spingere i detenuti al suicidio, ma “la solitudine, la mancanza di speranza e l’incertezza del domani”. Così il Ministro della Giustizia Carlo Nordio, intervistato dal Corriere della Sera, interviene su uno dei temi più drammatici dell’emergenza penitenziaria italiana: l’aumento dei suicidi dietro le sbarre.

Una posizione destinata a far discutere. Per Nordio, anzi, la promiscuità delle celle sarebbe in certi casi un deterrente: “Alcuni tentativi di suicidio sono stati sventati proprio dai compagni di cella. Il sovraffollamento è una forma di controllo”, ha dichiarato. Una visione che rovescia la lettura dominante, secondo cui l’affollamento, l’assenza di privacy, le condizioni igienico-sanitarie precarie e l’insufficienza di personale aggravano il disagio psichico e alimentano il rischio di gesti estremi.

Nessuna amnistia o indulto all’orizzonte

Nordio esclude categoricamente qualsiasi provvedimento straordinario per ridurre la pressione carceraria: “Né indulto né liberazione anticipata. Misure di questo tipo rappresentano una resa dello Stato e, come dimostrano i dati del 2006, sono inefficaci”. Il riferimento è all’indulto concesso dal governo Prodi, che liberò oltre 20.000 detenuti. “Tre anni dopo eravamo punto e a capo, con un tasso di recidiva del 48%”.

Il piano carceri: più personale, più sorveglianza

Sul fronte delle soluzioni strutturali, il Ministro ha annunciato un interpello per 102 nuovi amministrativi destinati alla magistratura di sorveglianza, e un ampliamento della pianta organica di 58 magistrati, due per ciascun distretto. Inoltre, una quota significativa dei 6.000 addetti all’Ufficio per il processo sarà assegnata, a partire da settembre, al settore penitenziario.

Le misure rientrano in un piano più ampio che, secondo Nordio, inizierà a produrre effetti concreti a breve termine: “Interverremo su tre fronti: la carcerazione preventiva, che coinvolge oltre 15.000 detenuti; il trasferimento degli stranieri nei Paesi d’origine; e il trattamento dei tossicodipendenti, con 5 milioni di euro all’anno per programmi alternativi alla detenzione”.

Le reazioni: “Parole pericolose”

Le dichiarazioni del Ministro hanno immediatamente sollevato polemiche. Diverse sigle dell’avvocatura e dei garanti dei detenuti hanno definito “sconcertante” l’idea che il sovraffollamento possa essere considerato un fattore di contenimento. “In un Paese dove ogni anno decine di detenuti si tolgono la vita, parole simili rischiano di legittimare l’abbandono istituzionale e la negazione del disagio psichico”, commentano fonti del mondo penitenziario.

Secondo i dati aggiornati, nel solo 2024 si sono già registrati oltre 50 suicidi nelle carceri italiane, un tasso superiore alla media europea e in costante crescita.

L’altra faccia della giustizia

A chi lo accusa di insensibilità, Nordio risponde con i numeri e rivendica le sue scelte: “La custodia cautelare non deve essere uno strumento abusato, e la mia riforma ha evitato il carcere a Milano anche nel caso dell’inchiesta urbanistica. Le leggi non si fanno sull’onda dell’emotività”.


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“Innocenti”, viaggio nell’Italia degli errori giudiziari: 100 mila vite rovinate e un miliardo speso in risarcimenti

Cento mila. Tanti sono gli innocenti finiti in carcere ingiustamente in Italia dal 1992 a oggi. Un numero impressionante che equivale a riempire uno stadio per un derby o a formare una catena umana tra Roma e Napoli. A riportare alla luce questa tragedia collettiva è il libro-inchiesta Innocenti (Giappichelli editore), scritto dai giornalisti Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, fondatori di errorigiudiziari.com, la più completa banca dati italiana sull’ingiusta detenzione e gli errori giudiziari.

Nel volume, appena uscito in libreria e disponibile sulle principali piattaforme online, gli autori danno voce a un’Italia invisibile: quella dei danneggiati dalla giustizia, colpevoli solo di essere stati nel posto sbagliato al momento sbagliato, o vittime di omonimie, indagini lacunose, errori procedurali e decisioni affrettate.

Una strage silenziosa

Secondo i dati raccolti, lo Stato italiano ha sborsato quasi un miliardo di euro in indennizzi negli ultimi trent’anni, ma solo un terzo degli aventi diritto riceve effettivamente un risarcimento. Molti, dopo anni di dolore e umiliazione, rinunciano persino a chiederlo: non vogliono più rivivere l’incubo o non possono permettersi le spese legali.

A pesare su questo scenario è anche l’abuso della custodia cautelare, che troppo spesso viene utilizzata non come extrema ratio, ma come strumento di pressione investigativa. “Pericolo di fuga, inquinamento probatorio e reiterazione del reato sono condizioni sovente presunte in automatico, senza un effettivo vaglio di necessità”, denuncia Gian Domenico Caiazza, avvocato ed ex presidente dell’Unione delle Camere Penali, nella prefazione al libro.

Custodia cautelare: da garanzia a scorciatoia

Il carcere preventivo, così come gli arresti domiciliari, dovrebbe essere disposto solo quando strettamente indispensabile, come misura eccezionale e temporanea. Invece, troppo spesso si trasforma in una scorciatoia giudiziaria, uno strumento per “spezzare” il presunto colpevole e accelerare l’indagine.

Ma quando l’impianto accusatorio crolla, resta l’ingiustizia irreparabile: mesi o anni di libertà negata, famiglie distrutte, reputazioni annientate, esistenze spezzate. Il tutto, senza garanzie di reale risarcimento e con la macchina giudiziaria che raramente riconosce le proprie colpe.

Una lettura necessaria

Innocenti è più di un’inchiesta giornalistica: è un atto d’accusa documentato, una raccolta di storie vere che mettono in discussione il modo in cui si esercita la giustizia penale nel nostro Paese. È anche un invito a riflettere, con dati e testimonianze alla mano, su quanto sia fragile la presunzione d’innocenza e quanto possa essere drammatico un errore, quando ad esserne vittima è un essere umano.


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