Welfare in crisi? Tremonti rilancia: via le tasse sulle donazioni al Terzo Settore

Giulio Tremonti torna alla ribalta politica non solo come presidente della Commissione Esteri della Camera, ma soprattutto come economista e legislatore. Con un disegno di legge che punta dritto al cuore del sistema sociale, l’ex ministro dell’Economia propone una misura destinata a far discutere: l’esenzione totale da ogni tassa per le donazioni, presenti e future, a favore degli enti del Terzo Settore.

L’iniziativa, assegnata con tempismo record alla Commissione Finanze di Montecitorio, arriva in un contesto che lo stesso Tremonti definisce “preoccupante”: un’Italia in cui, complice la denatalità e l’invecchiamento della popolazione, si rischia non solo un “autunno demografico” ma anche – e soprattutto – un “autunno democratico”, in cui solo le fasce più ricche della popolazione potranno permettersi un welfare privato.

Il futuro secondo Tremonti: meno Stato sociale, più società civile

La visione è netta: se non si interviene oggi, la progressiva riduzione dell’assistenza pubblica porterà a una società spaccata. Da un lato, pochi in grado di garantirsi servizi essenziali come sanità e previdenza; dall’altro, la maggioranza costretta ad assistere al crollo del welfare pubblico senza alternative.

Per arginare questa deriva, Tremonti propone di rafforzare il ruolo del volontariato e del Terzo Settore, intercettando le grandi eredità che i baby boomers – nati tra il 1946 e gli anni ’60 – si apprestano a lasciare. Non si tratta di sostituire lo Stato, ma di affiancarlo attraverso meccanismi incentivanti che stimolino l’impegno privato a beneficio collettivo.

Il cuore della proposta: donazioni esenti, rendite esenti

Il disegno di legge – firmato anche da altri 18 deputati di Fratelli d’Italia, tra cui Sara Kelany e Ylenja Lucaselli – introduce una detassazione totale per tutte le liberalità a enti civili e religiosi che si occupano di assistenza, ricerca, educazione, studio e utilità pubblica. La norma riguarda sia le donazioni in vita sia quelle testamentarie, e prevede l’esenzione perpetua anche su rendite e proventi derivanti dai beni oggetto della donazione.

Un esempio pratico: un immobile donato a un’associazione di volontariato non sarà tassato né al momento della donazione né in futuro, salvo che cambi proprietà. Il beneficio si applicherà solo a enti già esistenti alla data di entrata in vigore della legge, mentre per le nuove realtà sarà necessario un periodo di almeno tre anni di attività.

Il costo stimato per le casse pubbliche è di circa 500 milioni di euro l’anno, cifra che Tremonti considera un investimento strategico nella resilienza sociale del Paese.

L’appello all’impegno civico

“Non basta incentivare natalità e famiglie – spiega Tremonti nella relazione introduttiva – bisogna anche valorizzare la crescente disponibilità all’impegno civile che vediamo emergere in tante aree del nostro Paese”. Lo dimostrerebbe, secondo lui, anche il proliferare di campagne televisive e iniziative sociali incentrate sulla solidarietà e sul dono.

Non è un caso, del resto, che questa proposta arrivi proprio da colui che, anni fa, ideò il celebre meccanismo del 5 per mille. Ora, la nuova sfida è intercettare e canalizzare quella “grande eredità” che può diventare linfa per la tenuta sociale futura.

Una misura tampone o un cambio di paradigma?

Il ddl Tremonti si colloca in un momento in cui cresce la consapevolezza di un lento ma inesorabile arretramento del welfare pubblico. In questo scenario, la proposta rappresenta un tentativo di rendere strutturale un nuovo patto tra Stato, cittadini e società civile.

Resta da vedere se l’idea sarà accolta con favore trasversale o si scontrerà con chi vede nel rafforzamento del Terzo Settore una “fuga” dalle responsabilità pubbliche.


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Professioni, svolta digitale: il lavoro autonomo entra nel sistema Siisl

Il mondo delle professioni autonome entra nel cuore delle politiche attive del lavoro. È quanto emerso dal tavolo sull’occupazione autonoma, riconvocato dal Ministero del Lavoro dopo oltre un anno e mezzo di pausa e presieduto dalla ministra Marina Calderone. Una riunione densa di proposte e aperture concrete, tra cui l’estensione al lavoro autonomo della piattaforma Siisl (Sistema Informativo per l’Inclusione Sociale e Lavorativa), pensata per l’orientamento e l’avvicinamento al lavoro dei giovani, soprattutto dei cosiddetti Neet.

L’obiettivo è ambizioso: costruire un sistema moderno ed efficace per connettere i professionisti – attuali e futuri – alle opportunità del mercato, anche attraverso strumenti innovativi. Tra questi, AppLI, l’Assistente personale per il Lavoro in Italia, già operativo per l’orientamento dei giovani, che sarà oggetto di approfondimenti tecnici a partire da settembre. Una delle piattaforme previste, ha sottolineato Calderone, sfrutta l’intelligenza artificiale per incrociare domanda e offerta in tempo reale, favorendo il matching professionale anche per chi opera fuori dal tradizionale circuito del lavoro dipendente.

Una strategia condivisa e partecipata

Nel corso dell’incontro, cui hanno preso parte le rappresentanze del sistema ordinistico, delle associazioni professionali e delle organizzazioni sindacali, la ministra ha raccolto proposte in vista della legge di bilancio 2026. Tra i temi in evidenza, il rafforzamento delle tutele per i professionisti iscritti alla gestione separata INPS, con particolare attenzione all’Iscro – l’indennità straordinaria di continuità reddituale – per cui si chiede l’introduzione della contribuzione figurativa, come già previsto per gli altri ammortizzatori sociali.

Anna Rita Fioroni, presidente di Confcommercio Professioni, ha inoltre rilanciato la proposta di incentivare l’adesione a forme di sanità integrativa, in un contesto in cui il servizio pubblico fatica a garantire una risposta sufficiente alla domanda di cure.

Previdenza e investimenti: il confronto con le Casse

Importanti sviluppi anche sul fronte previdenziale. Dopo un confronto tra il sottosegretario all’Economia Federico Freni e i vertici delle Casse professionali, è stato concordato che, dopo la pausa estiva, eventuali modifiche al regolamento sugli investimenti (ancora in fase di definizione) saranno condivise con gli Enti coinvolti. Il testo, è stato chiarito, dovrà offrire linee guida di indirizzo, non prescrizioni vincolanti, lasciando autonomia a ciascuna Cassa nella definizione delle proprie strategie coerenti con le specificità settoriali.

La proposta di aprire le Casse anche a professionisti non iscritti agli Albi – avanzata dall’Adepp, nella persona della vicepresidente Tiziana Stallone – ha invece diviso i partecipanti: favorevoli alcuni enti per ragioni di sostenibilità, contrari altri, soprattutto tra le componenti associative regolamentate dalla legge 4/2013.

Il commento politico

Sul coinvolgimento degli enti nella costruzione delle nuove regole si è espresso anche l’on. Andrea De Bertoldi (Lega), che ha sottolineato la necessità di evitare un eccesso di burocratizzazione: “Serve partecipazione e condivisione, non imposizioni. Solo così si possono rispettare l’autonomia e la missione delle Casse”.


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Dopo anni di incertezze, cambia il meccanismo per ottenere l’indennizzo nei casi di “processo lumaca”. Con l’approvazione del decreto legge Giustizia da parte del Consiglio dei Ministri, arriva una stretta sui termini, ma anche una maggiore flessibilità per i cittadini che subiscono procedimenti giudiziari di durata irragionevole.

Una delle novità principali è la possibilità, in determinati casi, di chiedere la riparazione anche mentre il processo è ancora in corso, senza dover attendere la conclusione definitiva. Una modifica importante, che ripristina in parte quanto previsto dal testo originario della legge Pinto, prima della riforma del 2012.

Quando e come si può chiedere l’indennizzo?

Secondo la nuova disciplina, la domanda di riparazione può essere proposta anche “in itinere”, ovvero durante lo svolgimento del processo, se si è già superato il termine ragionevole di durata, come stabilito dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Tuttavia, se si sceglie di aspettare la fine del procedimento, resta il termine tradizionale: sei mesi dalla definitività della sentenza, pena la decadenza del diritto.

Una doppia opzione, dunque, ma con limiti temporali precisi, pensati per evitare contenziosi infiniti e responsabilizzare le parti.

Ma non è tutto semplice

La riforma, pur ampliando le possibilità di azione, lascia ancora margini di incertezza. In molti casi, la valutazione sull’irragionevolezza dei tempi dipende dall’esito stesso del processo. Ad esempio:

  • se una causa si conclude con una condanna per lite temeraria, la riparazione può essere esclusa;
  • se il ricorrente perde la causa in maniera evidente, il quantum dell’indennizzo può essere ridotto o annullato.

Spetterà ai giudici, caso per caso, valutare il diritto all’indennizzo e la sua misura effettiva.

Termini e obblighi per incassare: attenti alla tagliola

Una delle innovazioni più rilevanti riguarda la fase successiva al riconoscimento del diritto alla riparazione.
Chi ha ottenuto un decreto favorevole dovrà presentare, a pena di decadenza, una dichiarazione con l’ammontare da ricevere e le modalità di pagamento prescelte, entro un anno dalla pubblicazione del provvedimento.

Chi non adempie a questo obbligo entro i 12 mesi, perde il diritto all’indennizzo, anche se riconosciuto. È il principio della cosiddetta “tagliola”, che punta a evitare lungaggini anche nella fase esecutiva.

Le disposizioni transitorie: attenzione alle scadenze

Per chi ha ottenuto somme da liquidare fino al 31 dicembre 2021, la nuova norma fissa un termine chiaro: entro il 31 dicembre 2026 dovranno presentare la dichiarazione per l’incasso, altrimenti decadranno dal diritto.

Nel frattempo, e fino al 21 gennaio 2027, non potranno essere avviate azioni esecutive o ricorsi per ottemperanza, e quelle eventualmente in corso saranno sospese.

Anche i creditori di somme riconosciute tra il 1° gennaio 2022 e l’entrata in vigore del nuovo decreto dovranno presentare l’apposita dichiarazione entro un anno dalla data di entrata in vigore, sempre a pena di decadenza.


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Savona (Consob): “Criptovalute senza regole? Un attentato alla democrazia”

Dietro l’illusione del progresso tecnologico si nasconde, secondo Paolo Savona, presidente della Consob, una minaccia profonda e sistemica. Non solo per la stabilità finanziaria, ma per la tenuta stessa della democrazia. In un intervento, pubblicato su Milano Finanza, l’economista lancia un monito sull’attuale corsa alla legittimazione delle criptovalute, definendole senza mezzi termini un “salto nel buio per la società intera”.


Il vero nodo: chi ha il diritto di battere moneta?

Savona parte da un principio cardine della dottrina democratica: il potere monetario è una prerogativa pubblica, legata alla responsabilità verso i cittadini e alla stabilità del sistema. Eppure, osserva, “le criptovalute sono state sdoganate senza un vero dibattito pubblico, senza che gli elettori fossero avvisati di questa scelta cruciale”.

«Kant ci ha insegnato che la democrazia consiste nel sostituire il dominio di pochi con il governo delle leggi votate da molti. Ma in questo caso, si è legittimato un potere di creazione monetaria a soggetti privati, al di fuori di un chiaro mandato democratico».


Registrazioni senza valore reale, ma con enormi conseguenze

Per Savona, le crypto non sono né oro digitale né strumenti neutri: sono registrazioni contabili senza controparte, prive di scarsezza intrinseca e soprattutto senza alcuna garanzia pubblica. A differenza delle monete legali, le criptovalute non sono sostenute da crediti reali o titoli di Stato, né da alcun sistema di protezione del risparmio.

Le cosiddette stablecoin cercano di compensare questa mancanza, legandosi ad asset reali e cercando una copertura normativa, come previsto dal Genius Act statunitense o dal regolamento europeo MiCAR. Ma, avverte Savona, l’apparente stabilità normativa non ne cancella la natura privatistica, e anzi può contribuire a una pericolosa confusione tra mercato e democrazia.


Il precedente storico: i subprime del 2008

Il paragone con la crisi finanziaria del 2008 non è casuale. Allora furono i crediti subprime, mascherati da titoli prime, a innescare un disastro sistemico. Oggi, secondo Savona, le criptovalute rischiano di replicare lo stesso schema, mescolandosi al risparmio tradizionale e ottenendo una legittimità che ne occlude i rischi reali.

«Finché ci sarà qualcuno disposto a comprare, attratto dalla speranza di guadagno facile, il sistema reggerà. Ma è un meccanismo fragile, che alimenta bolle e sposta ricchezza verso chi non produce valore, ma lo estrae».


Una nuova ingiustizia sociale

Il punto più controverso dell’analisi di Savona riguarda l’effetto redistributivo delle crypto.
Secondo il presidente della Consob, attribuire potere d’acquisto a chi crea o possiede ricchezza digitale equivale a minare il patto sociale, penalizzando chi lavora, risparmia o investe nell’economia reale.

«La democrazia ne uscirebbe ferita. Si creerebbe una nuova élite, non fondata sul merito o sull’innovazione reale, ma sulla capacità di speculare in un contesto senza regole».


Regolare o rinunciare?

Il messaggio è chiaro: senza una regolamentazione solida e condivisa, le criptovalute possono trasformarsi in un fattore di disgregazione istituzionale. Un appello, quello di Savona, che arriva in un momento decisivo per i legislatori europei e italiani, impegnati nel recepimento delle norme MiCAR e nella definizione di un perimetro chiaro per l’uso delle crypto nei mercati finanziari.


Una sfida di civiltà

Chiude con una provocazione inquietante:

“Riusciremo a frenare l’orda dell’homo insipiens?”, evocando la responsabilità collettiva di affrontare un fenomeno che rischia di travolgere i pilastri dell’economia, della politica e della fiducia pubblica.


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Il caso Almasri continua a infiammare il dibattito tra magistratura e politica, generando nuove frizioni istituzionali. All’indomani dell’archiviazione delle indagini per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e della trasmissione alla Camera della richiesta di processo per tre esponenti del governo – i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, e il sottosegretario Alfredo Mantovano – il focus della polemica si è spostato sulle parole del presidente dell’ANM Cesare Parodi.

Intervenuto a Radio anch’io, Parodi ha sottolineato come un eventuale processo potrebbe avere ricadute politiche anche significative. Ma a far infuriare il governo è stato un presunto riferimento – poi smentito – al capo di gabinetto del ministro della Giustizia, Giusi Bartolozzi, il cui ruolo è emerso nelle comunicazioni interne al Ministero subito dopo l’arresto del generale libico Almasri.


La reazione di Nordio: “Affermazioni inaccettabili”

Immediata la replica del ministro della Giustizia, che ha bollato le parole di Parodi come “improprie e sconcertanti”:

“Non so come Parodi si permetta di citare la mia capo di gabinetto, il cui nome – per quanto mi risulta – non è presente negli atti. Se così fosse, dovrei presumere che abbia accesso a informazioni riservate. È un’invasione di campo che considero istituzionalmente inaccettabile”.

Anche il vicepremier Antonio Tajani ha espresso stupore: “È una reazione incomprensibile, sembra una vendetta”.

Nel pomeriggio, è arrivata la precisazione dello stesso Parodi, che ha negato qualsiasi riferimento diretto a Bartolozzi, spiegando di aver fatto un “ragionamento generale” e ribadendo di non voler entrare nel merito dell’inchiesta.


Il nodo Bartolozzi e il ruolo del Ministero

Il nome di Giusi Bartolozzi è emerso nei giorni scorsi in alcune email interne al Dipartimento affari di giustizia, nelle quali – poche ore dopo l’arresto del generale – si suggeriva di non protocollare nulla e di usare una chat cifrata su Signal per comunicare sul caso. Una scelta che, per gli inquirenti, dimostrerebbe la consapevolezza dell’esistenza del mandato della Corte penale internazionale (CPI) e una possibile volontà di non darvi seguito, in contrasto con le prime smentite ufficiali.

Bartolozzi non rientra però tra i soggetti per cui è richiesta l’autorizzazione a procedere: eventuali indagini nei suoi confronti seguirebbero un canale ordinario, distinto da quello riservato ai membri del governo, soggetti alla procedura del Tribunale dei ministri.


Le accuse: omissione, favoreggiamento, peculato

Per Nordio, Piantedosi e Mantovano la Procura ipotizza i reati di:

  • Omissione di atti d’ufficio, per non aver eseguito il mandato della CPI;

  • Favoreggiamento personale, per aver consentito il rimpatrio di Almasri;

  • Peculato, per l’utilizzo del volo di Stato destinato al generale libico.

La posizione di Giorgia Meloni è stata invece archiviata: secondo il Tribunale dei ministri non è emersa alcuna prova che dimostri una partecipazione attiva alla gestione del caso. La sua generica informazione sulla vicenda, e la successiva rivendicazione politica, non bastano a sostenere una responsabilità penale.


Le reazioni politiche: attacchi dalle opposizioni

Le parole della premier – che ha parlato pubblicamente di una scelta politica consapevole – hanno dato ulteriore carburante alle critiche dell’opposizione.
Elly Schlein, segretaria del PD, ha chiesto a Meloni di riferire in Aula “sulla responsabilità politica che si è assunta”.
Più diretto Matteo Renzi (IV): “Non mi interessa il profilo giudiziario. Il governo ha mentito e ha gestito con superficialità una questione di sicurezza nazionale. Siamo di fronte a dilettanti”.
L’avvocato Francesco Romeo, difensore di una delle vittime, ha rilanciato: “Le dichiarazioni della premier sono una confessione. Le indagini possono riaprirsi”.


Prossimi passi: la parola al Parlamento

Gli atti del Tribunale dei ministri sono stati trasmessi dal Procuratore di Roma Francesco Lo Voi al presidente della Camera, che dovrà ora inoltrarli alla Giunta per le autorizzazioni a procedere.
Per Meloni, invece, l’archiviazione segue un canale separato e non richiede alcun passaggio parlamentare.


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Difesa, infrastrutture e industria: Meloni convoca le partecipate per il piano da 15 miliardi

“Produrre in Italia” è la parola d’ordine con cui il governo Meloni apre la partita strategica dell’utilizzo dei fondi Safe – il nuovo programma europeo dedicato al rafforzamento della sicurezza comune dell’Unione Europea. In ballo ci sono 15 miliardi di euro, da impiegare in progetti con ritorni tangibili sull’economia nazionale, evitando che le risorse si disperdano in interventi slegati dall’interesse produttivo e infrastrutturale del Paese.

Il vertice si è svolto a Palazzo Chigi, presieduto dalla premier Giorgia Meloni con la presenza del vicepremier Antonio Tajani, del ministro della Difesa Guido Crosetto e del titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Invitati al tavolo i vertici delle principali partecipate pubbliche: Leonardo, Fincantieri, Ferrovie dello Stato, Cassa Depositi e Prestiti e Invitalia.


Difesa e dual use: la strategia del doppio impiego

Sul tavolo del governo non c’è solo la questione sicurezza in senso stretto. L’obiettivo è attivare un circuito virtuoso: impiegare i fondi europei in progetti “dual use”, cioè capaci di coniugare le esigenze militari con applicazioni civili e industriali. Un modo per rafforzare il consenso attorno alla spesa per la difesa, spostandone l’immagine da “costo” a motore di sviluppo nazionale.

«La strategia – spiegano fonti di Palazzo Chigi – dovrà identificare priorità chiare e garantire una piena compatibilità tra gli investimenti italiani e quelli avviati dagli altri Paesi Ue».

Il messaggio è chiaro: niente investimenti scollegati, ma progetti sinergici e sostenibili, capaci di generare occupazione, know-how e ritorni economici concreti. In cima alla lista: elicotteri, navi e tecnologie strategiche, da sviluppare in Italia attraverso le filiere industriali nazionali.


Il Ponte sullo Stretto entra in partita

Tra le ipotesi in discussione anche l’inserimento del Ponte sullo Stretto di Messina nell’elenco dei progetti finanziabili con fondi Safe. L’opera, dal costo stimato di 13,5 miliardi di euro, potrebbe beneficiare del programma europeo in virtù della sua valenza logistica e strategica “dual use”: un’infrastruttura pensata per il traffico civile, ma con potenziale utilizzo anche in ambito difensivo.

Il governo starebbe valutando l’ipotesi di coprire una parte del finanziamento europeo, riducendo l’impatto sulla finanza pubblica e liberando risorse del Fondo di sviluppo e coesione.

Meloni presiederà oggi la riunione del CIPESS per l’approvazione del progetto definitivo dell’opera, con un cronoprogramma che prevede fino a 470 giorni per la stesura del progetto esecutivo.


Coordinamento permanente e clausole ReArm

Nel corso del vertice è stata decisa l’istituzione di un tavolo di coordinamento permanente per il monitoraggio dell’avanzamento dei progetti. Un segnale di attenzione alla governance delle risorse e alla necessità di evitare ritardi e frammentazioni operative.

Si è discusso anche della clausola di salvaguardia nazionale per l’aumento della spesa militare nell’ambito del programma europeo ReArm. Tuttavia, il governo ha chiarito che non intende attivarla finché l’Italia non sarà uscita dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo. L’asticella resta chiara: rapporto deficit/PIL sotto il 3%, obiettivo che – secondo le previsioni – potrebbe essere raggiunto già in autunno, ma solo se l’andamento dell’economia lo consentirà.


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Una rivoluzione silenziosa si prepara a trasformare il mondo del lavoro digitale in Italia. Con l’approvazione della Legge di delegazione europea n. 91/2025, il Parlamento ha conferito al Governo il compito di recepire diverse direttive UE, tra cui una delle più attese e dibattute: la Direttiva 2024/2831 sul lavoro tramite piattaforme digitali.

Al centro della riforma, una misura dirompente: l’introduzione di una presunzione legale di subordinazione nei confronti delle piattaforme digitali, ogni volta in cui siano riscontrabili specifici indici di controllo, direzione o coordinamento.
Un cambiamento di prospettiva che ribalta l’onere della prova: non sarà più il lavoratore a dover dimostrare di essere un dipendente subordinato, ma toccherà alla piattaforma provare il contrario.


Verso un nuovo equilibrio tra flessibilità e tutela

Il principio dovrà trovare attuazione attraverso un decreto legislativo previsto entro dodici mesi, che interverrà sul Dlgs 81/2015, già contenente la disciplina delle collaborazioni organizzate dai committenti.
Il nuovo meccanismo dovrà essere integrato senza annullare quanto già esiste: oggi, infatti, l’articolo 2 del Dlgs 81 prevede che le collaborazioni etero-organizzate siano assoggettate alla disciplina del lavoro subordinato, anche in assenza di una formale qualificazione come rapporto di dipendenza. Una tutela “rimediale”, secondo la Corte di Cassazione.

La direttiva UE introduce invece una presunzione diretta e qualificatoria: se ci sono determinati indici, il rapporto è giuridicamente subordinato a prescindere da come è stato formalmente definito. Una differenza non da poco.


Un doppio binario normativo?

Il recepimento della direttiva dovrà quindi risolvere un nodo centrale: come far coesistere il sistema “rimediale” italiano con quello “presuntivo” europeo.
Tra le ipotesi allo studio, quella di un doppio binario: da un lato, mantenere il regime attuale basato sull’estensione ex lege delle tutele; dall’altro, introdurre una presunzione automatica modellata sull’esperienza della “legge Fornero” del 2012 (già applicata in caso di false partite IVA), in cui la presenza di specifici requisiti produce una qualificazione immediata del rapporto come subordinato, salvo prova contraria.

Secondo gli osservatori, tale meccanismo potrebbe essere collocato all’interno degli articoli 47-bis e seguenti del Dlgs 81/2015, in modo da creare una struttura coerente e organica.


Oltre la subordinazione: le altre novità in arrivo

Ma la delega non si ferma alla presunzione legale. L’articolo 11 della legge prevede anche una serie di criteri direttivi che arricchiranno la disciplina del lavoro tramite piattaforma:

  • ridefinizione giuridica del concetto di piattaforma digitale;

  • nuove procedure per accertare la natura del rapporto;

  • limitazioni all’uso di algoritmi per il controllo e le decisioni automatizzate;

  • adeguamento delle tutele previdenziali;

  • maggiore trasparenza nella gestione dei dati;

  • rafforzamento delle misure per la salute e sicurezza sul lavoro, incluse quelle contro molestie e violenze.


Un confronto necessario con imprese e lavoratori

Vista la delicatezza della materia e l’impatto sull’intero ecosistema digitale, sarà cruciale che il Governo apra un tavolo di confronto con le parti sociali.
Solo attraverso il dialogo sarà possibile adottare regole eque, sostenibili e applicabili, in grado di proteggere i lavoratori senza mettere in crisi la competitività delle imprese digitali.


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Luci e ombre nel pubblico impiego: la Corte dei Conti lancia l’allarme su costi, età media e smart working

Nel suo ultimo report sul costo del lavoro pubblico, la Corte dei Conti traccia una fotografia chiara e, per molti aspetti, preoccupante del pubblico impiego italiano. Il dato più immediato è quello dei 201 miliardi di euro previsti nel 2025 per le retribuzioni dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche. Una cifra che equivale al 9% del PIL nazionale, in crescita del 2,3% rispetto al 2024, e destinata ad aumentare anche nei prossimi anni: +2,4% nel 2026, +0,5% nel 2027, +1,7% nel 2028.

Questi aumenti, osserva la Corte, riflettono sia l’impatto dei rinnovi contrattuali previsti dalla legge di bilancio, sia la necessità di rivalutare gli stipendi per allinearli al tasso d’inflazione. Tuttavia, nel biennio 2022-2023, l’aumento dei prezzi ha superato la crescita salariale, con una perdita generalizzata del potere d’acquisto per tutti i lavoratori, pubblici e privati.


Le retribuzioni: forti le differenze tra settori

Nel 2023 la retribuzione media lorda annua di un dipendente pubblico si è attestata a 39.890 euro, in aumento del 3,1% rispetto al 2022. Ma i dati disaggregati rivelano una significativa disomogeneità tra i comparti:

  • Istruzione: 33.124 euro annui

  • Funzioni centrali: 41.710 euro

  • Sanità: 43.883 euro

  • Magistratura e forze dell’ordine (comparti autonomi): 52.469 euro


Le criticità strutturali: invecchiamento, smart working, formazione

Oltre alle cifre, la Corte segnala criticità strutturali storiche, aggravate da anni di moratoria sulle assunzioni. L’età media dei dipendenti pubblici resta alta e solo negli ultimi anni, anche grazie agli investimenti del PNRR, si è avviato un parziale rinnovamento generazionale. Ma il cammino sarà lungo: serviranno anni per colmare il divario e ringiovanire davvero gli organici.

Particolare attenzione è riservata al lavoro agile, divenuto pratica diffusa in molte amministrazioni dopo la pandemia. Pur riconoscendone l’utilità per la conciliazione vita-lavoro, la Corte invita a non trasformarlo in un automatismo:

«Le amministrazioni devono valutare con attenzione lo smart working, in un’ottica di efficienza e miglioramento dei servizi alla collettività».

Una presa di posizione che riaccende il dibattito sull’effettiva efficacia di alcune pratiche introdotte in emergenza e poi stabilizzate senza un’adeguata valutazione dei risultati.


Meritocrazia e formazione: la vera sfida

Tra i punti cruciali sottolineati dalla magistratura contabile spicca la necessità di valorizzare il merito individuale, puntando su:

  • formazione continua,

  • aggiornamento delle competenze,

  • premialità legata ai risultati.

Un obiettivo ambizioso che richiederà interventi normativi, pianificazione strategica e pieno utilizzo delle risorse del PNRR. Ed è già al centro della riforma avviata dal ministro della Pubblica Amministrazione, Paolo Zangrillo.


Contratti e aumenti: cosa aspettarsi

Infine, la Corte ribadisce il ruolo centrale della contrattazione collettiva, a cui resta affidata la definizione delle politiche retributive. Per il triennio 2022-2024, le risorse disponibili garantiranno un aumento salariale medio del 5,78% a partire dal 2025. E sono già previsti ulteriori fondi per il rinnovo dei contratti nel triennio successivo.


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Sembrano innocui, veloci, comodi. E spesso lo sono. Ma i QR code, entrati stabilmente nella nostra quotidianità per pagamenti digitali, menù online o download di app, possono nascondere una minaccia invisibile e insidiosa: il Quishing.

Il termine nasce dalla fusione di “QR” e “phishing” e identifica una tecnica sempre più diffusa tra i cybercriminali, che sostituiscono i codici autentici con versioni contraffatte. L’utente ignaro li scansiona e viene reindirizzato a siti web malevoli, pensati per rubare credenziali bancarie, password, dati personali o aziendali.


Come difendersi dal Quishing? Ecco le buone pratiche da adottare:

🔒 Scansiona solo QR code da fonti sicure e attendibili
🔍 Controlla sempre l’URL prima di cliccare su un link
🚫 Non inserire mai dati sensibili in pagine sospette o poco conosciute


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Riforma dell’ordinamento forense rinviata: il nuovo disegno di legge slitta a dopo l’estate

Per l’avvocatura ci sarà ancora da aspettare. Il disegno di legge delega per il nuovo ordinamento forense, atteso al Consiglio dei ministri di inizio agosto, non è stato discusso e verrà esaminato solo dopo la pausa estiva. Un rinvio tecnico, ma che ritarda l’iter di una riforma considerata centrale da tutti i soggetti rappresentativi della professione.

Il testo in preparazione – frutto di un lavoro concertato tra il Consiglio nazionale forense, le unioni regionali, gli ordini, le associazioni, i comitati pari opportunità e i consigli di disciplina – ha l’obiettivo di superare le ambiguità interpretative della legge 247 del 2012, che negli anni ha generato contenziosi e incertezze normative, erodendo la coesione interna alla categoria.

Le novità previste dal nuovo impianto normativo

Il disegno di legge, così come finora delineato, introduce interventi strutturali che vanno dalla ridefinizione della compatibilità tra l’esercizio della professione forense e la titolarità di cariche societarie, alla valorizzazione delle collaborazioni continuative e delle posizioni monocommittenti, passando per il rafforzamento delle reti tra professionisti e l’incentivazione della dimensione organizzata dell’attività forense.

Tra le misure più significative, figura la possibilità per l’avvocato di ricoprire la qualifica di socio illimitatamente responsabile, purché limitata alla gestione di beni personali o familiari. Una novità che mira a conciliarne il ruolo con il principio di autonomia professionale, evitando automatismi di incompatibilità ritenuti ormai superati.

Il ruolo dell’avvocatura e il nodo costituzionale

Il percorso verso un nuovo ordinamento forense si intreccia con un’altra questione da tempo dibattuta: l’inserimento della figura dell’avvocato in Costituzione. Un riconoscimento simbolico e sostanziale, che il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva tentato di inserire nel disegno di legge costituzionale sulla separazione delle carriere. Ma quella finestra si è chiusa, e ora si cerca un nuovo spazio legislativo.

Secondo quanto trapela, il guardasigilli starebbe valutando la possibilità di agganciare la modifica costituzionale a un’altra riforma più ampia, confidando nel sostegno trasversale di diverse forze politiche. Un’operazione che richiederebbe un’attenta costruzione del consenso, ma che potrebbe dare all’avvocatura il riconoscimento costituzionale della sua funzione pubblica e democratica.

Un’attesa strategica per una riforma condivisa

Il rinvio del disegno di legge è vissuto, da una parte, come un’occasione per affinare ulteriormente il testo, anche alla luce delle osservazioni arrivate dai rappresentanti istituzionali e dalle associazioni. Dall’altra, però, rischia di alimentare un senso di frustrazione all’interno di una categoria che da anni chiede una normativa più chiara, moderna e aderente alle evoluzioni della professione.

Nel frattempo, la coesione mostrata dalle componenti dell’avvocatura nella fase di redazione preliminare rappresenta un segnale politico importante: la riforma nasce da un confronto inclusivo, non da una spinta unilaterale. E questo potrebbe essere determinante per garantirle un iter parlamentare più lineare e meno esposto alle tensioni di parte.


Verso settembre con nuove sfide

Con il rientro dalle ferie, il governo sarà chiamato a sciogliere i nodi rimasti sul tavolo e a calendarizzare l’esame del provvedimento. L’obiettivo dichiarato è di chiudere il percorso della delega entro la fine del 2025. Ma molto dipenderà dagli equilibri politici post-estivi e dalla capacità di mantenere aperto il dialogo tra istituzioni e categoria forense.


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