Ransomware, stretta legislativa: proposta di legge vieta il pagamento dei riscatti

Gli attacchi ransomware continuano a crescere a ritmi preoccupanti, colpendo aziende, pubbliche amministrazioni e infrastrutture strategiche italiane. Lo certificano i rapporti mensili dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), secondo cui solo a marzo 2025 sono state registrate 23 rivendicazioni contro obiettivi italiani, quasi il doppio rispetto al maggio precedente. Un fenomeno che sta spingendo il legislatore a intervenire con decisione.

È infatti approdato al Senato della Repubblica il disegno di legge n. 1441, presentato il 3 aprile 2025 e ora in esame presso la Commissione Affari Costituzionali, che propone una stretta storica: vietare il pagamento dei riscatti in caso di attacchi ransomware per tutti i soggetti, pubblici e privati, inclusi nel cosiddetto Perimetro di Sicurezza Nazionale Cibernetica.

La norma prevede di delegare al Governo il compito di formalizzare questo divieto, prevedendo però la possibilità di deroga solo in situazioni eccezionali di grave e imminente pericolo per la sicurezza nazionale, previo via libera del Presidente del Consiglio dei Ministri. Il divieto riguarderebbe il pagamento richiesto dagli hacker dopo aver violato sistemi informatici, cifrato dati o minacciato ulteriori danni, come previsto dall’art. 629 c.p.

Oltre al divieto, il testo introduce diverse misure di prevenzione e risposta. Tra queste, l’obbligo di notificare gli attacchi ransomware al CSIRT nazionale entro sei ore dalla scoperta, pena sanzioni amministrative commisurate alla gravità della violazione. È previsto anche che l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale elabori un piano di supporto per i soggetti colpiti, con assistenza tecnica e la creazione di una task-force dedicata.

Sul fronte economico, il disegno di legge istituisce un fondo nazionale per il ristoro dei danni economici causati dagli attacchi, riservato a chi rispetta precisi standard di sicurezza o collabora con le autorità durante le indagini. Si incentivano inoltre le polizze assicurative contro i rischi informatici, specie per le PMI, considerate più vulnerabili.

Un altro punto forte della proposta riguarda la formazione obbligatoria annuale per i dipendenti pubblici e incentivi fiscali per la formazione in cybersicurezza nelle piccole e medie imprese, al fine di diffondere maggiore consapevolezza e capacità di difesa.

Il disegno di legge si inserisce nel più ampio contesto normativo europeo tracciato dalla Direttiva NIS 2, recepita in Italia nel 2024, e punta a rafforzare la resilienza nazionale contro un crimine informatico ormai divenuto uno dei più diffusi e dannosi. Un quadro normativo articolato che si compone anche di nuovi regolamenti europei, come il Cyber Resilience Act e il Cyber Solidarity Act, destinati a cambiare profondamente il modo in cui pubbliche amministrazioni e imprese si difendono nel cyberspazio.

Se approvata, la legge costituirà un passo deciso verso una strategia nazionale più incisiva contro le estorsioni digitali, imponendo ai soggetti strategici di dotarsi di difese adeguate e di non cedere più ai ricatti informatici.


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Consiglio Nazionale Forense: per i ricorsi serve un cassazionista, anche per gli avvocati stabiliti

Nuova precisazione sul fronte della rappresentanza legale nei procedimenti disciplinari. Con la sentenza n. 389/2024, pubblicata lo scorso 4 maggio, il Consiglio Nazionale Forense ha confermato che anche gli avvocati stabiliti — ovvero i legali provenienti da altri Paesi dell’Unione Europea che esercitano stabilmente in Italia con il proprio titolo professionale d’origine — devono ricorrere al CNF attraverso il patrocinio di un avvocato abilitato al foro di Cassazione.

La vicenda trae origine dal ricorso presentato da un avvocato stabilito contro una decisione disciplinare, firmato insieme al proprio difensore. Tuttavia, nessuno dei due risultava iscritto all’albo speciale degli avvocati abilitati al patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori, determinando così l’inammissibilità del ricorso stesso.

Il Consiglio Nazionale Forense ha motivato la decisione facendo riferimento all’art. 8 del D.Lgs. n. 96/2001, che disciplina l’attività degli avvocati stabiliti nel nostro Paese, i quali possono esercitare attività difensiva soltanto congiuntamente a un avvocato italiano abilitato. E laddove il procedimento si svolga dinanzi a un organo di giurisdizione superiore o speciale — come nel caso del CNF — è necessario che tale patrocinio venga esercitato da un avvocato iscritto all’albo speciale per il patrocinio in Cassazione, in linea con quanto previsto anche dall’art. 613 del Codice di procedura civile.

Questa sentenza offre un chiarimento importante in materia di rappresentanza processuale e conferma l’attenzione del Consiglio nel garantire il rispetto delle procedure previste dall’ordinamento, soprattutto in ambiti delicati come i procedimenti disciplinari forensi. Un principio che rafforza l’importanza del ruolo degli avvocati cassazionisti nelle giurisdizioni superiori e il corretto esercizio della difesa tecnica anche per i professionisti comunitari operanti stabilmente in Italia.


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Intelligenza Artificiale in ufficio: risparmia tempo e aumenta la produttività, ma servono regole chiare

L’intelligenza artificiale sta entrando con decisione nelle abitudini quotidiane di chi lavora, offrendo nuovi strumenti in grado di velocizzare le attività e migliorare la qualità del lavoro. Secondo i dati raccolti dall’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano, il 33% dei lavoratori utilizza già soluzioni di AI nelle proprie mansioni quotidiane, spesso affidandosi a strumenti gratuiti disponibili online.

Il risultato più concreto è il risparmio di tempo: in media, chi impiega queste tecnologie guadagna circa 30 minuti al giorno, con punte di 50 minuti tra gli utenti più esperti e costanti. Tempo che viene utilizzato per svolgere le stesse attività con maggiore efficienza (per il 62%), dedicarsi a compiti a più alto valore aggiunto o semplicemente per alleggerire il carico di lavoro.

Nonostante l’utilizzo sia cresciuto del 23% nell’ultimo anno — e addirittura del 54% tra i lavoratori della Gen Z — l’adozione dell’intelligenza artificiale in ambito lavorativo resta frammentata e poco strutturata. La maggior parte dei dipendenti la impiega come semplice motore di ricerca o assistente per reperire informazioni, senza sfruttarne appieno le potenzialità.

Le aziende, da parte loro, stanno investendo: quasi la metà ha avviato progetti di AI a supporto dei processi produttivi e organizzativi. Tuttavia, soltanto una minoranza ha sviluppato un approccio sistemico in grado di valutare gli effetti delle nuove tecnologie sulle attività lavorative, sulle competenze e sul benessere del personale. Solo l’1% delle imprese, infatti, effettua analisi strutturate sull’impatto dell’AI sulle proprie dinamiche interne.

I benefici percepiti dai lavoratori che utilizzano AI sono significativi: il 51% dichiara di aver migliorato le proprie performance, mentre l’86% segnala un incremento della qualità del lavoro e della capacità di apprendere nuove competenze. Ma accanto agli aspetti positivi emergono anche preoccupazioni: il 32% teme ripercussioni sul proprio ruolo nei prossimi 3-5 anni, legate soprattutto alla crescente automatizzazione e al rischio di perdita di competenze strategiche.

Secondo Martina Mauri, direttrice dell’Osservatorio, la vera sfida non è solo integrare strumenti di AI, ma ripensare modelli organizzativi, competenze e ruoli in modo strategico, per liberare tempo, ridurre i carichi di lavoro e costruire organizzazioni più sostenibili.

Un percorso ancora in costruzione per molte aziende italiane, che spesso procedono in ordine sparso, senza una guida chiara né una valutazione puntuale degli effetti. L’intelligenza artificiale, da semplice strumento di supporto individuale, deve diventare leva per riprogettare il lavoro e non solo per renderlo più veloce.


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Microsoft annuncia 7.000 licenziamenti: tagli in tutto il mondo, colpita anche LinkedIn

Non si arresta l’ondata di tagli nel settore tecnologico. Microsoft ha annunciato il licenziamento di circa 7.000 dipendenti in tutto il mondo, pari a circa il 3% della propria forza lavoro globale. Una decisione che riguarda tutte le divisioni e le aree geografiche, e che coinvolgerà anche LinkedIn, la piattaforma professionale di proprietà del colosso di Redmond.

La scelta, spiegano dall’azienda, è legata alla necessità di adattare la struttura organizzativa a un mercato sempre più competitivo e dinamico, mantenendo al contempo sostenibili gli ingenti investimenti richiesti dall’espansione nell’ambito dell’Intelligenza Artificiale e delle infrastrutture digitali.

Microsoft, infatti, negli ultimi anni ha moltiplicato i fondi destinati ai data center e alle tecnologie AI, investendo solo in quest’anno fiscale circa 80 miliardi di dollari per rafforzare le proprie infrastrutture.

Nonostante i tagli, la società ha recentemente pubblicato risultati finanziari superiori alle attese, con un utile netto trimestrale di 25,8 miliardi di dollari e prospettive positive per i prossimi mesi.

Il ridimensionamento si inserisce in una tendenza più ampia che interessa l’intero comparto Big Tech. Amazon e Meta avevano già avviato riduzioni di personale nei mesi scorsi, con migliaia di posti eliminati a fronte di riorganizzazioni interne e strategie di contenimento dei costi. Solo nel 2023, Microsoft aveva già tagliato 10.000 posizioni.

Anche aziende del settore sicurezza informatica, come CrowdStrike, hanno recentemente annunciato riduzioni di organico, a conferma di un clima di incertezza che, nonostante gli utili record di molte multinazionali, spinge le big della tecnologia a rivedere modelli e dimensioni operative.

Un segnale che il boom dell’Intelligenza Artificiale, pur portando nuove opportunità, impone alle aziende profonde trasformazioni e scelte non sempre indolori.


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Nasce l’Osservatorio Nazionale sul Lavoro e l’Intelligenza Artificiale: il primo passo per una transizione digitale consapevole

Il mondo del lavoro cambia, e con esso le competenze richieste e le professioni del futuro. Per accompagnare cittadini, lavoratori e imprese in questa trasformazione, il Ministero del Lavoro ha lanciato ufficialmente l’Osservatorio Nazionale sull’adozione dei sistemi di Intelligenza Artificiale nel lavoro, disponibile online nella sua versione beta.

L’iniziativa segna il primo passo di un percorso istituzionale volto a monitorare, analizzare e anticipare gli effetti dell’IA sul mercato occupazionale italiano, con l’obiettivo di favorire un’adozione consapevole e inclusiva delle nuove tecnologie.

L’Osservatorio offre una panoramica aggiornata delle professioni più esposte all’impatto dell’Intelligenza Artificiale, indicando le competenze più richieste e i settori produttivi maggiormente coinvolti. Strutturato per rispondere alle esigenze di cittadini, lavoratori e imprese, il portale permette di consultare dati e previsioni utili a gestire il cambiamento in atto.

Tra le finalità principali c’è anche quella di ridurre il divario tra le competenze richieste dalle aziende e quelle effettivamente disponibili nella forza lavoro, oltre a fornire strumenti operativi per aiutare imprese e lavoratori a cogliere le opportunità offerte dall’IA, evitando al contempo possibili usi distorti delle tecnologie.

Il progetto si arricchirà nel tempo, integrando nuovi contenuti sulla base delle “Linee guida per l’implementazione dell’Intelligenza Artificiale nel mondo del lavoro”, attualmente oggetto di consultazione pubblica fino al 21 maggio sul sito istituzionale ParteciPA. I primi riscontri, fa sapere il Ministero, sono stati positivi e hanno fornito suggerimenti preziosi per migliorare il documento.

Una volta conclusa la fase di raccolta contributi, sarà pubblicata una versione aggiornata e consolidata delle Linee guida, che verrà periodicamente rivista per rimanere al passo con l’evoluzione normativa e tecnologica.


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Nordio firma a Lussemburgo la Convenzione europea per la protezione degli avvocati

Roma, 14 maggio 2025 – Il Ministro della Giustizia Carlo Nordio ha firmato ieri a nome dell’Italia in Lussemburgo la Convenzione Europea per la Protezione degli Avvocati, promossa dal Consiglio d’Europa.

Si tratta del primo trattato internazionale vincolante in questa importante materia e assicurerà protezione agli avvocati e, in generale, a tutta l’attività difensiva.

La Convenzione, aperta a tutti gli Stati che vogliano aderirvi, prevede che i medesimi vigilino al rispetto di tutti i diritti della difesa e assicurino la più ampia libertà nell’esercizio della professione forense oltre che l’incolumità degli avvocati. L’Italia è uno dei primi Stati Membri del Consiglio d’Europa a firmare la Convenzione dopo aver avuto parte attiva nella predisposizione del testo.

A margine della cerimonia il Ministro ha detto che “la figura dell’avvocato è essenziale all’esercizio della giurisdizione e auspico che, dopo le prossime riforme costituzionali, anche il suo ruolo venga riconosciuto e inserito nella carta fondamentale dello Stato”.


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L’UE avvia una banca dati europea delle vulnerabilità per rafforzare la sicurezza digitale

La Commissione europea ha approvato oggi l’avvio della banca dati europea delle vulnerabilità (EUVD) da parte dell’Agenzia dell’UE per la cibersicurezza (ENISA). La banca dati rafforzerà la sicurezza digitale dell’Europa. Aiuterà a soddisfare le prescrizioni in materia di gestione della catena di approvvigionamento e delle vulnerabilità previste dalla direttiva NIS2, che migliora la cibersicurezza per settori critici quali energia, trasporti e salute. Sosterrà inoltre l’attuazione del regolamento sulla ciberresilienza, garantendo che i prodotti con elementi digitali, quali software e dispositivi intelligenti, siano protetti dalle minacce informatiche.

Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, ha dichiarato: “La banca dati europea delle vulnerabilità è un passo importante verso il rafforzamento della sicurezza e della resilienza dell’Europa. Mettendo insieme le informazioni sulle vulnerabilità pertinenti per il mercato dell’UE, innalziamo gli standard di cibersicurezza, consentendo alle parti interessate del settore pubblico e privato di proteggere meglio i nostri spazi digitali condivisi con maggiore efficienza e autonomia.”

La banca dati raccoglie informazioni sulle vulnerabilità da fonti affidabili, migliorando la conoscenza situazionale e proteggendo l’infrastruttura digitale da potenziali minacce. Offre inoltre strumenti fondamentali per le parti interessate dei settori pubblico e privato, comprese le autorità nazionali e i ricercatori, per navigare in sicurezza nello spazio digitale. Questa iniziativa sostiene l’impegno dell’UE a rafforzare la sovranità tecnologica, fornendo risorse affidabili per gestire e attenuare i rischi per la cibersicurezza in tutti i prodotti e i servizi delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Maggiori informazioni sulla banca dati europea delle vulnerabilità sono disponibili online.


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Riforma dell’ordinamento forense: il tempo c’è, serve la volontà

Il Ministro della Giustizia Carlo Nordio è stato chiarissimo. Prima l’avvocato in Costituzione, poi — eventualmente — l’aggiornamento dell’ordinamento forense. Una presa di posizione netta, espressa nel corso del dibattito di Siracusa organizzato dal Consiglio nazionale forense e dalle istituzioni forensi siciliane, che segna un punto politico importante nel dibattito sulla modernizzazione della professione forense.

Secondo Nordio, infatti, la riforma dell’ordinamento forense, pure da più parti attesa e sollecitata, resta subordinata al riconoscimento costituzionale della funzione difensiva quale pilastro della giurisdizione. “Credo ci sia spazio in questa legislatura per introdurre l’avvocato in Costituzione, purché vi sia convergenza politica. Se questo avvenisse, tutto il resto procederebbe di conseguenza”, ha dichiarato il Guardasigilli. E a questo punto il tema vero è proprio questo: i tempi e la volontà politica.

Oggi sono quattro i disegni di legge costituzionale depositati in Parlamento, due alla Camera e due al Senato, divisi equamente tra maggioranza e opposizione. Tutti intervengono sull’articolo 111 della Costituzione per inserire esplicitamente la figura dell’avvocato, ma nessuno ha ancora visto partire l’iter parlamentare. E sappiamo bene che il procedimento di revisione costituzionale previsto dall’articolo 138 della Carta è lungo, complesso e politicamente impegnativo: doppia lettura in entrambe le Camere a distanza di tre mesi, maggioranze qualificate o, in mancanza, referendum confermativo. E siamo già a metà legislatura.

Eppure, la storia recente ci dice che, se c’è la volontà politica, anche le riforme ordinamentali complesse si possono realizzare in tempi ragionevoli. Basti ricordare che nel giugno 2005 la riforma dell’ordinamento dei dottori commercialisti e degli esperti contabili fu completata — legge delega e decreto legislativo attuativo — in appena un anno e nove mesi. Una riforma profonda, che ridisegnò competenze, accesso, formazione, incompatibilità e governance della professione.

Ora, la legislatura in corso terminerà tra due anni e cinque mesi. Il tempo tecnico per costruire e approvare una nuova legge sull’ordinamento forense, parallelamente o successivamente alla riforma costituzionale, c’è tutto. E c’è anche un’occasione politica e simbolica che l’avvocatura istituzionale non dovrebbe perdere di vista: il Congresso Nazionale Forense di Torino del 2026. Portare una riforma compiuta o, quanto meno, un testo già avviato in Parlamento, rappresenterebbe un segnale concreto di capacità progettuale e politica della categoria, oltre che una risposta alla crescente domanda di modernizzazione proveniente da dentro e fuori la professione.

Del resto, non è certo una novità che l’inserimento dell’avvocato in Costituzione sia una storica battaglia dell’avvocatura istituzionale, rilanciata con forza già ai tempi della presidenza Mascherin al Consiglio nazionale forense. Un obiettivo di alto profilo simbolico e giuridico, che tuttavia non può e non deve diventare un alibi per rinviare all’infinito la necessaria revisione dell’ordinamento professionale, ormai anacronistico in molte delle sue parti.

Il punto vero non è dunque se fare la riforma, ma quando e come avviarla. La presa di posizione del Ministro è legittima e comprensibile sotto il profilo istituzionale. Ma la responsabilità politica della professione è anche quella di non lasciare che la riforma resti nel limbo di una priorità “subordinata”. Se davvero la volontà politica c’è, i precedenti dimostrano che i tempi possono essere compatibili con il calendario parlamentare e congressuale. Tocca ora all’avvocatura fare la propria parte e chiedere con determinazione che il tema torni al centro dell’agenda politica e legislativa.

Il tempo c’è. La storia lo insegna. La posta in gioco — il futuro della professione forense — merita di essere affrontata con coraggio e visione.


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Voucher Innovazione: prorogato il termine per la richiesta del saldo

Con il Decreto Direttoriale del 5 maggio 2025, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) ha ufficializzato la proroga dei termini per la presentazione delle richieste di erogazione a saldo relative al Voucher per consulenza in innovazione. Si tratta del contributo destinato alle micro, piccole e medie imprese e alle reti d’impresa per l’acquisto di consulenze specialistiche, finalizzate a favorire i processi di trasformazione tecnologica e digitale e di ammodernamento organizzativo.

La misura, prevista dall’articolo 1, commi 228, 230 e 231 della Legge n. 145/2018, aveva fissato originariamente un termine massimo di 15 mesi per la conclusione delle attività progettuali e la successiva presentazione della domanda di saldo. Ora, per venire incontro alle esigenze delle imprese beneficiarie, il Mimit ha disposto un’estensione del termine a 18 mesi, calcolati a partire dalla data del decreto cumulativo di concessione delle agevolazioni in cui figura il soggetto beneficiario.

Resta fermo che per ottenere il contributo, le consulenze dovranno essere erogate esclusivamente da società o manager qualificati, iscritti in un apposito elenco istituito con decreto del Ministro dello sviluppo economico.

Una proroga attesa e utile per permettere alle aziende di completare con più respiro i progetti di innovazione e digitalizzazione, strategici in un contesto competitivo in continua evoluzione.


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Fideiussioni bancarie: confermata la nullità delle clausole ABI

Le fideiussioni bancarie “a fotocopia” continuano a essere bocciate nei Tribunali italiani. Con la sentenza n. 1432 del 6 maggio 2025, il Tribunale di Lecce ha dichiarato la nullità parziale di alcune clausole presenti in contratti di garanzia fideiussoria, confermando l’ormai consolidato orientamento giurisprudenziale che censura le condizioni contrattuali riprese dallo schema ABI del 2003, già sanzionato dalla Banca d’Italia per violazione della normativa antitrust.

Il caso: fideiussioni e clausole viziate

Protagonisti della vicenda, alcuni garanti che, opponendosi a una richiesta di pagamento avanzata dalla banca, hanno eccepito la nullità di specifiche clausole (le nn. 2, 6 e 8 dello schema ABI) contenute nel contratto fideiussorio. Clausole che, secondo i fideiussori, riproducevano pedissequamente quelle già ritenute contrarie alla libertà di concorrenza dalla Banca d’Italia con il provvedimento n. 55/2005. Il giudice ha dato loro ragione, accertando la nullità parziale dei contratti e dichiarando la banca decaduta dal diritto di agire in giudizio, non avendo rispettato i termini previsti dall’art. 1957 c.c.

Nullità di protezione estesa anche ai contratti “specifici”

Il Tribunale salentino ha ribadito che la nullità delle clausole oggetto di censura non riguarda soltanto le fideiussioni “omnibus” — riferite a obbligazioni future e indeterminate — ma si estende anche a quelle “specifiche”, stipulate per singole obbligazioni. La ragione? La violazione antitrust non risiede nel tipo di fideiussione, bensì nella diffusione di condizioni contrattuali standardizzate che limitano la concorrenza.

Il nodo dell’art. 1957 c.c. e la decadenza del creditore

Uno degli aspetti più rilevanti della pronuncia riguarda l’applicazione dell’art. 1957 c.c., che impone al creditore di agire giudizialmente contro il debitore principale entro sei mesi dalla scadenza dell’obbligazione. Nel caso in esame, il Tribunale ha accertato che la banca aveva avviato l’azione monitoria solo nel 2023, mentre l’obbligazione era scaduta già nel 2019. Una comunicazione inviata nel 2018 e la pendenza di una procedura di sovraindebitamento sono state ritenute inidonee a interrompere il termine decadenziale.

La prova dell’intesa anticoncorrenziale

Non essendo in presenza di una fideiussione omnibus — e quindi formalmente esclusa dall’accertamento della Banca d’Italia — i garanti hanno dovuto fornire la prova dell’esistenza e persistenza dell’intesa illecita attraverso il deposito di modelli contrattuali utilizzati da più banche a livello nazionale, contenenti le medesime clausole contestate. Il Tribunale ha ritenuto sufficiente tale documentazione per dimostrare la continuità della pratica anticoncorrenziale.


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