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Zoom: le conseguenze sul corpo e sulla psiche

Zoom è un prodotto originariamente sviluppato per uso aziendale, ma grazie alla pandemia si è affermato anche nel mercato di massa. Molte aziende si sono rivolte a Zoom per continuare a far funzionare gli uffici e i consumatori hanno utilizzato il software per svariati scopi, dalle comunicazioni familiari alle lezioni di yoga.

Ora, però, dopo il boom iniziale, sta registrando una crescita sempre più lenta, e le azioni sono crollate del 7%. L’utile, che un anno fa contava 316,9 milioni di dollari, ora è sceso a 45,7 milioni. Uno dei motivi è che l’azienda ha deciso di aumentare le spese di marketing: sta cercando di crescere, concentrandosi principalmente su grossi clienti aziendali e sulle attività dei call center.

Ma utilizzare Zoom (o piattaforme simili) potrebbe avere conseguenze sul nostro corpo e sulla nostra psiche?

L’interazione tra apprendimento ed emozioni

Negli ultimi due anni si è discusso molto della didattica a distanza, la cosiddetta DAD: quali potrebbero essere le conseguenze sullo sviluppo, sul benessere psicologico e sull’apprendimento? Chiaramente, molti effetti richiedono del tempo per poter essere rilevati, ma abbiamo già alcuni dati sul benessere psicologico degli studenti.

Dobbiamo tener presente che lo sviluppo di un singolo individuo non può essere separato dal contesto relazionale, ed è basato su una continua interazione tra apprendimento ed emozioni. Dunque, noi impariamo relazionandoci e apprendiamo emozionandoci.

In un contesto relazionale ed emotivo positivo, gli apprendimenti sono decisamente incentivati e molto più profondi. La mente è più propensa ad aprirsi per accogliere nuovi contenuti. Al contrario, in un contesto negativo, i contenuti sono come dei semi che non riescono a germogliare.

Zoom fatigue: nuovi dati

Una recente ricerca, coordinata da Ruth Feldman e Reichman, ha monitorato i livelli di sincronizzazione cerebrale di coppie di madri e figli tramite la tecnica dell’hyperscanning EEG, ovvero una mappatura degli emisferi cerebrali. I risultati hanno evidenziato come l’interazione in presenza riesca ad attivare 9 diversi canali di sincronizzazione. L’interazione a distanza, invece, ne attiva soltanto uno.

Questa scoperta ci dice qualcosa di più sul disagio e sulle conseguenze del ricorso massiccio alle interazioni a distanza, evidenziando l’impatto della comunicazione su Zoom (e su piattaforme simili) sul sistema nervoso centrale. Tutto questo potrebbe spiegare la cosiddetta Zoom fatigue, il malessere sperimentato da ragazzi e adulti dopo aver passato troppo tempo in DAD o nelle interazioni online.

Zoom elimina i segnali non verbali

Gli esseri umani comunicano sempre, anche quando non parlano. Durante una conversazione in presenza, il nostro cervello non si concentra soltanto sulle parole pronunciate, ma presta attenzione anche a tantissimi segnali non verbali.

L’uomo si è evoluto come animale sociale: percepire più segnali è naturale, perché richiede uno sforzo cosciente minimo e getta le basi per la vicinanza emotiva. Una videochiamata potrebbe alterare tutto questo: se una persona viene inquadrata soltanto dalle spalle in su, non sarà possibile notare il gesticolare delle mani o qualsiasi altro segnale del corpo. Alcune persone, poi, sono fortemente dipendenti dai segnali non verbali – dunque, potrebbe rappresentare un’enorme perdita non averli.

Videochiamate di gruppo

La modalità Gallery View, ovvero le schermate con più persone, amplificano tantissimo tutte queste cose. Il cervello si sforza di decodificare tante persone nello stesso tempo, quando nessuna di loro emerge in modo significativo. Secondo gli psicologi, questa è l’attenzione parziale continua: siamo sempre impegnati in attività multiple e non ci concentriamo mai su una in particolare.

Nelle videochiamate di gruppo parla solo una persona alla volta mentre tutti gli altri ascoltano. Ogni partecipante utilizza soltanto un flusso audio, dove sente tutte le altre voci. Le conversazioni parallele, chiaramente, sono impossibili. Se visualizziamo soltanto la persona che parla, non riusciamo a vedere le reazioni degli altri partecipanti, che normalmente vengono percepite attraverso la visione periferica.

Per alcuni, questa divisione prolungata dell’attenzione contribuisce a creare una strana sensazione di sfinimento: il cervello viene bombardato da stimoli e cerca inutilmente di individuare segnali non verbali. Una tradizionale chiamata risulta meno faticosa per il cervello, perché trasmette soltanto una voce.

Zoom e le persone con autismo

Per tutti quelli che hanno difficoltà neurologiche nell’interloquire dal vivo, il passaggio improvviso alle videochiamate è stato un vero toccasana. Le persone con autismo, infatti, si sentono sopraffatte quando più persone parlano.

Quando la pandemia ha costretto intere aziende a lavorare da remoto, le persone con autismo hanno notato con gioia che nelle videochiamate ci sono meno persone che parlano. Inoltre, a distanza si riducono di molto le chiacchere di circostanza prima e dopo i meeting, che nelle persone con autismo causano ansie e tensioni.

Alcuni consigli per evitare la Zoom Fatigue

Le riunioni online, ormai, sono entrate nella nostra quotidianità. Dunque, vediamo insieme alcuni consigli per gestire al meglio lo stress che provocano le videochiamate di lavoro:

  • prepara l’ordine del giorno ed evidenzia l’obiettivo dell’incontro, invitando non più di 7 partecipanti;
  • definisci il tuo ambiente di lavoro, per favorire al meglio la concentrazione ed individuando un’unica postazione dedicata esclusivamente al tuo lavoro. Per ridurre le distrazioni ambientali (che causano la Zoom fatigue) potresti anche mettere il telefono in modalità silenziosa;
  • ti senti a disagio nel vedere continuamente la tua faccia sullo schermo? Disattiva la modalità “self-view” ed evita il “full screen”;
  • distogli per qualche secondo gli occhi dallo schermo. Metti in pratica la tecnica del Triple-Twenty: ogni 20 minuti, fissa per 20 secondi un oggetto a 6 metri di distanza;
  • prendi appunti: fisserai meglio i concetti importanti;
  • pratica esercizio fisico, specialmente quando sai di avere in programma delle video riunioni;
  • alterna le videochiamate con attività diverse, oppure fai delle pause tra un collegamento e l’altro.

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SEO: che cos’è e perché dovresti sfruttarla per il tuo studio legale

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SEO: che cos’è e perché dovresti sfruttarla per il tuo studio legale

La SEO comprende l’insieme di pratiche e strategie finalizzate ad aumentare la visibilità di un sito web, migliorando la sua posizione all’interno dei motori di ricerca. SEO è un acronimo che sta per Search Engine Optimization, letteralmente “ottimizzazione per i motori di ricerca”. È proprio grazie alla SEO che il tuo sito si posiziona in maniera ottimale su Google attraverso una o più parole chiave di interesse, per arrivare ad una posizione unica e rilevante nel mondo del mercato.

Nel mondo del marketing ti devi differenziare

In rete ti devi differenziare. Soltanto chi si differenzia è in grado di vincere la guerra del marketing. Per cosa vorresti essere ricordato? Su che cosa vorresti concentrarti?

Comprendere per che cosa vorresti essere ricordato fa molta differenza. Devi scegliere cosa tagliar via: non puoi essere ricordato come avvocato civilista, penalista ed esperto in recupero crediti. Il posizionamento è uno e uno soltanto! «Ma faccio anche quello» non deve esistere.

Nel mondo online comunichiamo una determinata cosa ad un determinato pubblico, che ha determinati bisogni e che vede in te la soluzione più adatta per i propri problemi.

Individua un argomento specifico

Risulta molto più semplice posizionare in prima pagina un sito se si parla di un argomento specifico. Se si parla di tanti argomenti, è probabile che il tuo sito non si posizionerà mai (forse potrebbe anche posizionarsi, ma ci vorrà tanta, inutile fatica).

Se individui un argomento specifico, non ci sono storie: saprai di cosa parlare nei prossimi 10 anni! Avrai più possibilità di sviscerare e approfondire l’argomento. Più sei sicuro di te stesso e più mastichi l’argomento, più la tua autostima aumenterà radicalmente. Un avvocato che è esperto in una materia diventa un avvocato esperto, mentre un avvocato esperto in tutte le materie non è esperto in nulla!

Cosa cercano le persone su Google

Se voglio posizionarmi efficacemente nel mondo del mercato e se voglio essere esperto in una determinata materia, dovrò intercettare le possibili ricerche che le persone potrebbero fare su Google. Ma come faccio a sapere che cosa scrivono le persone? Dove trovo queste informazioni?

Ipotizziamo che tu sia un avvocato di Venezia esperto in recupero crediti. Potresti andare a vedere se esistono ricerche del tipo “avvocato recupero crediti”, “come recuperare un credito”, oppure “avvocato recupero crediti Venezia”. In questo modo capirai se esistono persone che scrivono su Google le parole chiave che hai selezionato.

Google Ads

Esiste la possibilità di iscriversi gratuitamente a Google Ads, il programma pubblicitario di Google. Per intenderci, quello che permette di creare annunci online per riuscire a raggiungere gli utenti nel momento in cui manifestano interesse per i servizi e i prodotti che offri.

Google Ads ti permette di capire se esistono effettivamente delle ricerche e il volume delle ricerche mensili per una singola parola chiave. Una volta capito se c’è mercato, potrai iniziare a fare attività SEO, ovvero fare in modo di essere tra i primi risultati su Google.

Il menù del sito

Se hai un sito web, un’ulteriore strategia vincente potrebbe risiedere nell’alberatura, ovvero nel menù del tuo sito.

La maggior parte dei menù che troviamo nei siti degli Avvocati si compone di homepage, chi siamo, servizi, contatti e in qualche caso blog/news. Tuttavia, nella homepage ci dovrebbe essere la tua parola chiave principale, ovvero quella che ha più ricerche ed è in linea con il tuo business. Sei un Avvocato Penalista di Milano? La tua homepage dovrebbe posizionarsi tramite la frase chiave “avvocato penalista Milano”.

L’obiettivo di un sito e del menù è quello di farsi vedere e trovare dai potenziali clienti. La pagina “servizi” potrebbe aiutarti a consolidare il tuo posizionamento, e magari a posizionare anche le parole chiave specifiche. Il blog, invece, è importantissimo per più motivi:

  • ti fai conoscere;
  • crei autorevolezza;
  • generi traffico al sito.

Grazie alla homepage e alle pagine della categoria “servizi” ci posizioniamo con parole chiave più “secche”, mentre con il blog riusciamo a posizionarci con parole chiave “informative”.

La SEO per attrarre potenziali clienti

Ipotizziamo di essere un Avvocato esperto in diritto alimentare. Puoi ottimizzare la tua homepage con “avvocato esperto in diritto alimentare”. Chi cerca queste parole chiave, infatti, sa già di aver bisogno di un avvocato.

Ma nel caso dei potenziali clienti, quelli che ancora non sanno di aver bisogno di un avvocato, entrano in gioco le parole chiave, quelle di tipo “informativo”. Sei tu che devi far capire al potenziale cliente che potrà risolvere il suo problema soltanto se si farà aiutare da un avvocato – da te. In questo caso, frasi e parole chiave di tipo informativo potrebbero essere “come difendersi dalle frodi alimentari”, oppure “normativa sulle frodi alimentari”.

Un potenziale cliente potrebbe digitare su Google “normativa sulle frodi alimentari” e trovare un articolo di blog, il tuo blog, che spiega molto bene l’argomento. Il potenziale cliente capisce di aver bisogno di te: quindi ti chiama, fissate un appuntamento, e diventa ufficialmente un tuo cliente! Se un Avvocato utilizza bene la SEO, i risultati arriveranno sicuramente.

Strategie SEO: la Link building

La terza e ultima strategia è la link building, ovvero una tecnica SEO che mira ad incrementare il numero ma soprattutto la qualità dei link in ingresso. Bisognerà produrre contenuti di alto livello per far sì che i siti ci “linkino”. Google interpreterà questi dati come segnali di autorevolezza, e il nostro sito crescerà in termini di popolarità.

Ma come fa Google a capire se meriti la prima o la decima pagina? Google si basa su diversi fattori, i cosiddetti “fattori di ranking”, ovvero elementi che influenzano il posizionamento di un sito web nei risultati dei motori di ricerca. Un fattore di ranking incide per circa il 35% sul posizionamento del tuo sito.

L’autorevolezza va costruita nel tempo

Dato che la SEO è un’attività di marketing a tutti gli effetti, per vedere dei risultati sarà necessario rimboccarsi le maniche e lavorare in modo continuativo. Il marketing è lavoro: non si può mollare dopo un mese, bisogna persistere con determinazione. I primi risultati della SEO, infatti, non si vedono subito, ma dopo mesi.

La link building implica autorevolezza, e per questo motivo va costruita nel tempo. Quello che dovrai fare sarà prima di tutto individuare dei siti ospitanti, che abbiano un’autorevolezza interessante. Questi siti dovranno, ovviamente, essere in linea con il tuo settore.

Tuttavia, la link building gratuita, soprattutto all’inizio, non esiste. Il budget consigliato per fare una buona link building dovrebbe girare intorno ai 150/200 € al mese.

Come misurare l’autorevolezza di un sito

Ma come si misura l’autorevolezza di un sito? Puoi scaricare l’estensione Moz su Google Chrome, che misura due valori: la DA (Domain Authority) e la PA (Page Authority). A noi interessa la DA, che dovrà essere di almeno 2.

Un valore inferiore potrebbe rappresentare un problema, poiché ti sta linkando un sito con una bassa autorevolezza. Se il sito che ti linka non ha autorevolezza, gira alla larga: stai perdendo tempo e soldi.

La SEO è di sicuro un’arma molto potente che gli avvocati italiani ancora non sfruttano abbastanza. Ma andando oltre la SEO, la cosa più importante resta sempre quella di creare dei contenuti di valore, utili per le persone. Non devi scrivere per Google, ma per le persone. Tutto il resto è una conseguenza.

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Come aumentare il fatturato di uno studio legale?

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Come aumentare il fatturato di uno studio legale?

In qualsiasi lavoro – dunque, anche in quello dell’avvocato – risulta necessario fissare obiettivi per riuscire a progredire nel futuro. La carriera legale non è tutta rose e fiori, e riuscire a ritagliarsi un piccolo spazio nella platea della concorrenza potrebbe essere più difficile di quanto si pensa.

Possiamo paragonare un avvocato senza obiettivi ad una persona senza sogni: nessuno rinuncerebbe mai ai propri desideri, anche se sono difficilissimi da realizzare. Gli obiettivi di un avvocato non mirano soltanto ad uno stipendio alto o all’essere il migliore di tutti. Ogni persona, infatti, ha delle aspettative differenti, legate alla propria attività e al proprio futuro. Una cosa, però, è certa: senza obiettivi, il fatturato non cresce.

Anche gli avvocati sono umani

In molti immaginano l’avvocato come un professionista ben vestito, con una bella famiglia, una casa ben arredata e con uno stile di vita agiato. Questa immagine è spesso dovuta all’immaginario creato dal mondo del cinema e dalle fiction, dove gli avvocati sono persone spietate e avide di denaro.

Per molte persone è difficile immaginare l’avvocato come un essere umano, dotato di fragilità e aspettative. Ma, sorpresa: l’avvocato, ancor prima di essere un legale, è una persona con sentimenti e aspirazioni!

Gli obiettivi dell’avvocato

Per molti, l’unico obiettivo è quello di diventare qualcuno. Altri, invece, vorrebbero essere contraddistinti per la professionalità e l’impegno con cui svolgono il loro mestiere. Alcuni professionisti hanno il desiderio di aprire uno studio in autonomia; altri, vorrebbero lanciarsi in attività trasversali, in modo tale da dare maggior vivacità al proprio lavoro.

Insomma, ogni avvocato è diverso dall’altro, ognuno con speranze e obiettivi diversi.

Generalmente, gli obiettivi di un avvocato variano a seconda dell’età. Se all’inizio il desiderio è quello di lavorare in uno studio professionale rinomato, man mano che passa il tempo i traguardi diverranno più concreti, specifici, e mireranno alla solidificazione del lavoro svolto in precedenza.

Gli obiettivi di un avvocato, generalmente, potrebbero essere:

  • aprire uno studio legale autonomamente;
  • creare una propria identità, al fine di fidelizzare i clienti attraverso la professionalità e la serietà;
  • aumentare i servizi offerti;
  • comunicare al meglio nel mondo online;
  • fondare una società che si avvale di professionisti di diverso genere, facendosi aiutare da figure esterne, come tecnici, ingegneri, geometri e architetti, per rispondere al meglio alle richieste dei propri clienti.

Gli obiettivi nel breve periodo, che servono per garantire dei risultati meno imprevedibili e certi rispetto a quelli di lunga durata, potrebbero essere:

  • necessità di ottimizzare l’attività professionale;
  • creazione di uno studio legale efficiente ed efficace;
  • avvalersi di collaboratori che realizzino gli obiettivi di efficacia ed efficienza nel più breve tempo possibile.

L’avvocato, dunque, deve ragionare come se fosse un imprenditore, facendo sì che la sua attività sia unica ed esclusiva rispetto alla concorrenza. L’imprenditore, però, può utilizzare strumenti di cui un avvocato non può usufruire. Per questo motivo, la sfida diventa sempre più difficile: se esistono regole ferree, alcune regolate dal codice deontologico, com’è possibile aumentare il proprio fatturato?

Obiettivi nel medio e nel lungo periodo

Se un avvocato ha intenzione di rivalutare la propria attività, in genere fissa una serie di obiettivi che possiamo distinguere in due macro categorie:

  • obiettivi nel breve periodo;
  • obiettivi di medio e lungo termine.

Questa distinzione risulta fondamentale per poter capire quale tattica o strategia adottare per raggiungere gli obiettivi prefissati. Siamo nel mondo dell’economia aziendale: gli obiettivi di breve periodo devono essere raggiunti in un lasso di tempo che non va oltre l’anno (al massimo due anni). Gli obiettivi di medio termine, generalmente vengono impostati nei 5 anni successivi, mentre quelli nel lungo periodo si protrarranno nei 10 anni successivi.

Strategie e tattiche

C’è differenza tra strategia e tattica: la prima riguarda una pianificazione globale, mentre la seconda riguarda una programmazione più dettagliata.

Nel lungo periodo, gli obiettivi riguarderanno l’evoluzione della propria attività legale. Invece, gli obiettivi del medio e del breve periodo riguarderanno l’impostazione di lavoro, dunque, la strada che il professionista avrà intenzione di percorrere per riuscire ad arrivare all’obiettivo del lungo periodo.

La pianificazione fa riferimento a tutto quello che si vorrebbe realizzare nei dieci anni successivi. La programmazione, invece, si focalizza su tutti gli step che porteranno all’obiettivo finale.

L’obiettivo di Sara

Ma facciamo degli esempi. Sara è un giovane avvocato che ha il desiderio di aprire uno studio legale nei prossimi dieci anni. Per raggiungere questo traguardo sarà necessario studiare una strategia che permette di costruire la strada migliore per raggiungere i propri obiettivi.

Sara fisserà degli obiettivi nel medio periodo, come, per esempio, la creazione di un portafoglio clienti con una garanzia economica che permette di mettersi in proprio. Dunque, Sara cercherà di fidelizzare i clienti, che forniranno feedback per attrarre altri potenziali clienti.

Altro esempio: un importante studio legale vorrebbe ampliare la propria clientela, diventando un punto di riferimento anche per soggetti esterni. L’obiettivo nel lungo periodo, in questo caso, sarà quello di creare e rafforzare il proprio brand nei 10 anni successivi.

Per far sì che ciò accada bisogna fissare un traguardo nel medio termine: per esempio, implementare la propria visibilità nei motori di ricerca online. Sarà necessario, come obiettivo nel breve periodo, individuare talenti esperti nel blogging e nel linguaggio SEO.

L’avvocato non può fare l’imprenditore

Se un imprenditore che segue i principi economici si pone come obiettivo la fidelizzazione dei clienti attraverso una buona strategia di marketing, il risultato dovrebbe essere l’incremento dei profitti da reinvestire nell’azienda.

Per aumentare i guadagni, però, si dovranno valutare alcuni elementi. L’imprenditore comincerà a tagliare i costi superflui, tentando di minimizzare le spese. Il prezzo di vendita sarà concorrenziale soltanto se il prodotto, a parità di qualità, costerà meno degli altri.

Ma un avvocato non può ragionare in questi termini: lo impedisce il codice deontologico forense. La pubblicità, per un avvocato, deve prendere la forma dell’informazione. Non è ammesso, dunque, fare alcuna comparazione con i propri colleghi. I servizi offerti dal legale, come se non bastasse, sono disciplinati dalla legge. Sarà molto difficile, dunque, fornire un servizio giuridico conforme ad un prezzo coerente rispetto a quanto dice la normativa.

Gli obiettivi di un imprenditore sono finalizzati al profitto. L’avvocato dovrebbe pensare al fatturato in maniera indiretta, aggirando (legalmente) i paletti imposti dalla legge. Il codice deontologico non vieta di puntare tutto sulla brand identity o di fidelizzare i clienti con servizi migliori rispetto alla concorrenza.

Chiaramente, sarà più difficile imporsi al pubblico rispetto ad un imprenditore. Tuttavia, la creazione di una reputazione professionale e seria è un ottimo passo.

Puntare tutto sui propri obiettivi

Se un avvocato rinunciasse ai propri obiettivi, probabilmente incapperebbe in una routine monotona, dove al mattino ci sono le sedute in tribunale e al pomeriggio le attività d’ufficio. La differenza tra la libera professione e il lavoro dipendente è che il professionista potrà investire tutto su sé stesso.

Il dipendente punta all’avanzamento di carriera, ma lo stipendio di solito resta uguale, mese dopo mese. Inoltre, gli obiettivi saranno equivalenti agli accordi che sono stati presi con l’azienda.

Quelli del professionista, invece, riguardano il modo in cui si potrebbe guadagnare di più. Un avvocato senza obiettivi, dunque, non aumenterà mai il suo fatturato.

Obiettivi e fatturato sono concetti che sono strettamente connessi tra loro: l’uno dipende dall’altro, tant’è che la mancanza di uno determina il fallimento dell’altro. Senza obiettivi e senza una giusta strategia per raggiungerli, il fatturato non esiste!

Alcuni consigli

Non importa se sei esperto o se sei alle prime armi: non puoi rinunciare ai tuoi obiettivi, poiché ne risentirebbe il tuo profitto. Qualsiasi sia il traguardo che hai prefissato, ricorda che il raggiungimento sarà possibile soltanto se la strada da percorrere è stata pianificata alla perfezione.

Per riuscire a comprendere quali saranno gli obiettivi migliori, quelli maggiormente consoni alle tue abilità, immaginati tra dieci anni: dove ti trovi? Quanto guadagni? Come vedi il tuo lavoro nel futuro?

Quando avrai delineato il tuo traguardo nel lungo periodo, dovrai cercare di capire quali sono le strategie da seguire per riuscire ad ottenere i risultati. Parliamo di strategie, perché ti stai focalizzando su qualcosa che avverrà nel futuro.

La strategia che seguirai sarà impostata con degli obiettivi nel medio periodo, per riuscire a capire quali sono le decisioni da intraprendere durante il tuo percorso. Fissa delle date in cui ti fermi per analizzare i vari risultati raggiunti. Soltanto così potrai modificare il tuo piano in base ai dati raccolti.

Dopo aver identificato degli obiettivi nel medio periodo, cerca di capire quali saranno i traguardi da raggiungere nel breve termine, magari nel giro di un anno. Troppo? Allora riduci questo periodo al semestre, o al trimestre. Serviti dell’aiuto di un quaderno dove annotare i successi e gli insuccessi.

Potresti anche trasformare i vari risultati identificando i successi con il segno + e gli insuccessi con il segno -. In questo modo riuscirai a fare meglio il resoconto delle varie tappe intraprese, come se stessi eseguendo un’equazione.

Se trovi più risultati negativi rispetto a quelli positivi, fermati un attimo per cercare di capire che cosa stai sbagliando e come potresti migliorare. Ricorda: l’analisi e la ponderazione sono elementi fondamentali per riuscire a incrementare il fatturato.

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LinkedIn è il social perfetto per un avvocato

Tra i vari social media adatti ai professionisti, il primo posto va sicuramente a LinkedIn. Usare in maniera consapevole questo social è molto importante per migliorare la propria comunicazione online.

LinkedIn è una delle reti professionali più grandi al mondo. Lanciata nel 2003, attualmente in Italia conta 16 milioni di iscritti e 850 milioni in tutto il mondo. Al contrario di quello che si pensa, non è soltanto un luogo dove cercare lavoro, ma un posto che mette in contatto tantissimi professionisti.

Ogni settimana 50 milioni di persone utilizzano LinkedIn per cercare lavoro. Negli ultimi anni, la piattaforma ha introdotto servizi e strumenti aggiuntivi, come Premium Career, LinkedIn Recruiter e LinkedIn Sales Navigator.

LinkedIn è un investimento che ripaga

Il social preferito dagli italiani è ancora Facebook. Ma LinkedIn è il canale più adatto per collegarsi con potenziali clienti, colleghi, affini e concorrenti. LinkedIn gode di un’ottima reputazione tra gli avvocati, che mostrano ancora parecchia diffidenza verso gli altri social.

Circa il 50% degli avvocati è presente su LinkedIn con una pagina professionale. Il 22%, invece, utilizza soltanto il profilo personale. Il 28% degli avvocati non è ancora presente su LinkedIn: è un dato sorprendente, se consideriamo che la maggior parte dei potenziali clienti ricerca il nome dell’avvocato online – e i contenuti di LinkedIn spesso sono tra i primi risultati.

Se si considera che stiamo parlando di visibilità a costo zero, utilizzare LinkedIn in modo appropriato è un vero e proprio investimento per gli avvocati e per gli studi legali. È un investimento che ripaga, e che consente di essere presente proprio dove ci sono moltissimi concorrenti.

Un social media non vale l’altro

LinkedIn costituisce un primo passo verso la comunicazione online di uno studio legale. Ricordiamo che un social media non vale l’altro! Per riuscire ad utilizzare al meglio questi canali dobbiamo prendere in considerazione le peculiarità di ogni social.

Dobbiamo conoscere bene le regole e le potenzialità che ci forniscono gli algoritmi e che caratterizzano il canale di comunicazione digitale che intendiamo sfruttare. In primo luogo, dobbiamo essere costanti nella condivisione dei vari contenuti, ma dobbiamo anche partecipare attivamente nelle discussioni e coltivare le nostre reti professionali. Quello che faremmo nella vita reale, insomma.

I primi passi da compiere su LinkedIn

Innanzitutto, i primi passi da compiere su LinkedIn per sfruttare al meglio le sue potenzialità sono:

  • invitare i contatti professionali a connettersi alla propria rete. Questo tipo di relazioni sono espressione della reputazione di un professionista, e questo vale in particolar modo online;
  • personalizzare i vari inviti: per esempio, basterà ricordare alla persona alla quale si scrive in quale occasione ci si è conosciuti;
  • personalizzare l’URL della pagina, con il nome del professionista e/o dello studio legale;
  • registrarsi ai gruppi di settore, per ricevere aggiornamenti e partecipare alle discussioni;
  • aggiornare periodicamente il profilo, mettendo in risalto le competenze;
  • segnalare eventi utili;
  • mettersi in contatto con i professionisti del settore;
  • creare contenuti d’impatto;
  • condividere feedback.

Tutte queste attività richiedono impegno e tempo. Ma vanno viste in ottica di investimento, al fine di migliorare le relazioni sociali e la propria comunicazione in ambito professionale.

Gli errori più comuni secondo uno studio di Passport-Photo Online

LinkedIn Recruiter rappresenta un’opportunità per tutte quelle aziende che desiderano intercettare talenti. Ma questa operazione potrebbe non essere così semplice come sembra. Ci sono, infatti, degli «errori fatali» che commettono i datori di lavoro mentre cercano di entrare in contatto con dei candidati.

Secondo questo studio, la maggior parte dei lavoratori ha un parere positivo nei confronti dei datori che li contattano direttamente su LinkedIn. Ma contattare il lavoratore non è sufficiente per riuscire a raggiungere i propri obiettivi. Inviare un messaggio troppo generico, con troppe parole chiave, termini specifici ed errori grammaticali sono tra le principali cause di fallimento.

Più della metà degli intervistati presta attenzione anche alla scarsa presenza dell’azienda sulla piattaforma, poiché non riescono e reperire informazioni su servizi, prodotti e recensioni.

Il ghosting nel mondo del lavoro

Il problema del ghosting nel mondo del lavoro non deve essere sottovalutato.

Inizialmente, il termine veniva utilizzato nel mondo delle relazioni amorose, per descrivere quelle persone che spariscono, interrompendo all’improvviso qualsiasi comunicazione. Persone che, quindi, scompaiono come un fantasma! Non rispondono ai messaggi, alle telefonate e non forniscono alcuna spiegazione.

Questo fenomeno sta colpendo anche il mondo del lavoro, sia dalla parte dei datori che da quella dei dipendenti. Indeed ha condotto uno studio su questo fenomeno, e ha visto che è aumentato molto dopo l’emergenza Covid.

Le ragioni che spingono a fare ghosting da parte del candidato sono diverse: potrebbe aver ricevuto un’altra offerta, oppure essere insoddisfatto per lo stipendio. Ma anche gli stessi candidati sono vittime di ghosting: il 77% delle persone che cerca lavoro ha subito ghosting da parte del datore di lavoro.

Alcune regole per attirare un candidato

Per attirare un candidato, l’annuncio di lavoro dovrebbe seguire alcune regole. Un lavoratore spende circa 50 secondi prima di passare all’annuncio successivo. La descrizione, dunque, dovrebbe essere chiara e concisa.

Secondo i partecipanti, alcune informazioni non possono essere omesse, come:

  • nome della professione;
  • descrizione del lavoro;
  • luogo di lavoro;
  • tipo di impiego (smart working o in presenza);
  • benefit;
  • compiti principali;
  • competenze richieste;
  • competenze aggiuntive;
  • cultura organizzativa;
  • procedura di candidatura dettagliata.

Inoltre è molto importante includere nell’annuncio la fascia salariale. La pratica, però, non sembra essere molto comune. Secondo SHRM soltanto il 12% degli annunci di lavoro include delle informazioni sullo stipendio. Se presente, lo stipendio contribuisce ad una maggior trasparenza, permettendo al candidato di capire subito se l’opportunità rispetta le sue aspettative.

Procedure fastidiose

Alle volte si chiede ai candidati di compilare un modulo di domanda separato, dove inserire alcune informazioni inerenti all’istruzione e alle esperienze lavorative precedenti. Gran parte delle persone trova la prassi fastidiosa, e tantissimi abbandonano la procedura per la candidatura perché la compilazione risulta eccessivamente lunga e complicata.

Nemmeno le attività pre-colloquio sono apprezzate dai candidati. Anche se potrebbero essere procedure determinanti nel processo di selezione, perché permettono al datore di avere un’idea chiara sull’esperienza e sulle competenze del candidato.

Davide Caiazzo: da avvocato a imprenditore

Davide Caiazzo ha più di 100.000 followers su LinkedIn, ed è la voce under 40 più ascoltata in Italia. Caiazzo nasce come avvocato, e quando diventa Responsabile Affari Legali di Colgate-Palmolive è addirittura under 30. Poi decide di cambiare strada, diventando imprenditore grazie alle sue competenze legali e alla passione per la tecnologia. Dal 2009 al 2022 ha lanciato ben 7 start-up.

Grazie alle competenze che ha acquisito sul campo, Davide è un esperto di personal branding e di crescita su LinkedIn. Che dite, ascoltiamo i suoi consigli?

I suoi consigli

Prima usavamo Google per conoscere qualcuno, ma ora andiamo su LinkedIn per conoscere un professionista. Ecco perché è importantissimo essere presenti sulla piattaforma (in modo non banale).

Se scrivo che sono un generico Avvocato, non avrò molte possibilità di trovare clienti. Se invece scrivessi Avvocato, giuslavorista per le multinazionali del settore lusso andrei a colpire direttamente il mio target.

Su LinkedIn bisogna fare personal branding: bisogna raccontarsi, entrare nell’inconscio delle persone. Bisogna riuscire a collegare quello che facciamo alla nostra storia personale. Raccontiamo chi siamo e le persone ricorderanno chi siamo!

Possiamo sfruttare, per esempio, l’immagine di copertina per far capire quello che facciamo. Ricorda che hai 2 secondi per catturare l’attenzione di qualcuno. Davide, sulla sua immagine di copertina ha scritto: «Ti faccio emergere su LinkedIn».

LinkedIn è sicuramente uno strumento molto potente, che mette in contatto domanda e offerta. Secondo le statistiche, ogni minuto vengono assunti 6 candidati grazie a LinkedIn. Questi sono numeri che fanno capire le potenzialità di un “semplice” social. Sfruttiamolo!

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Risale a pochi giorni fa l’annuncio della collaborazione tra La legge per Tutti, ovvero «il portale di diritto che parla il linguaggio del cittadino» e Amazon. Il sito di Angelo Greco, infatti, ha detto di aver completato «un progetto a cui ha lavorato per diversi anni: la nascita di un avvocato digitale gratuito».

Leggiamo nel sito: «chiunque abbia un dispositivo come Amazon Echo (Alexa) o Google Assistant potrà ottenere informazioni sul mondo della legge e della giurisprudenza: notizie, informazioni, consulti e curiosità in formato vocale, in qualsiasi momento della giornata. […] Il vostro assistente vocale vi riassumerà la risposta già presente sul portale laleggepertutti.it, offrendovi una versione ancora più Smart del nostro format».

Il parere del presidente dell’Aiga

Ma secondo il presidente dell’Aiga, Francesco Paolo Perchinunno, questa collaborazione rappresenta l’ennesimo attacco alla dignità della categoria forense. «Amazon mette in vendita, anzi svende, la professione legale».

Continua: «Questa notizia è l’ennesima conferma di quanto sia urgente fermare questo scempio. Così si mette a rischio la tutela dei cittadini che faranno affidamento su pareri di garanzia. […] La tecnologia deve essere un ausilio ai professionisti, ma non potrà mai sostituirsi all’avvocato».

L’avvocato digitale gratuito

L’avvocato digitale punta tutto sulla gratuità del servizio. Chi vuole, infatti, potrà ricevere la sua consulenza legale senza sborsare un centesimo e senza la fatica di ricercare articoli su internet. Inoltre, il linguaggio adottato sarà accessibile e comprensibile per tutti.

La paura condivisa è che l’avvocato digitale potrebbe essere considerato un alter ego dell’avvocato in carne ed ossa. Noi sappiamo molto bene che per una consulenza seria bisognerà sempre affidarsi ad un legale di fiducia. E sicuramente lo saprà anche la maggior parte dei cittadini!

La tecnologia non sostituirà mai l’avvocato

La tecnologia è senza dubbio un ausilio per tutti. Ma non si trasformerà mai nella figura dell’avvocato!

Per Carla Secchieri, consigliera del CNF e vicepresidente del Comitato IT del CCBE, il principio è simile a quello dell’Avvocato nel cassetto, che in molti hanno tenuto in casa – così come hanno fatto con il Medico nel cassetto.

Dunque, secondo Secchieri dire che tutto questo rappresenta una rivoluzione che porta alla nascita dell’avvocato digitale è assolutamente eccessivo! Il vero rischio è che le risposte fornite non siano corrette e che i cittadini facciano affidamento su informazioni non pertinenti al caso.

La funzione legale non è soltanto l’applicazione della norma giuridica. L’avvocato è molto di più!

Alexa è una minaccia per la privacy?

Chiediamoci invece che cos’è Alexa, e se dovremmo fidarci a tenere in casa dispositivi che supportano questo servizio.

Alexa è un’intelligenza artificiale, che può essere utilizzata come assistente personale. È possibile comunicare con Alexa attraverso comandi vocali, che avvengono tramite gli smart speaker Amazon, ma anche con computer, tablet o smartphone.

Con Alexa puoi gestire la giornata: imposti la sveglia, controlli il meteo e il traffico. Se hai dei dubbi, puoi formulare una domanda e l’intelligenza artificiale, basandosi sulle informazioni che trova su Internet, ti risponderà.

Per eseguire i comandi vocali che le vengono impartiti, Alexa ha un microfono sempre attivo, e per questo potrebbe potenzialmente ascoltare tutto quello che avviene nella nostra casa. Inoltre, Alexa registra la nostra voce, inviandola ai server che elaborano le richieste in tempo reale.

Sono molte le funzioni di Alexa, ma la domanda principale che la gente si pone pensando al dispositivo è: Alexa è una minaccia per la privacy?

La parola di attivazione

Il microfono di Alexa è sempre acceso, anche se la registrazione inizia soltanto quando sente la parola di attivazione, come Alexa, Echo o Amazon. Per capire se stiamo pronunciando la parola di attivazione, Alexa non ascolta direttamente le nostre conversazioni. Semplicemente riconosce il comando attraverso gli impulsi sonori che corrispondono alla parola di attivazione.

Gli impulsi sonori che vengono trasmessi al cloud di Amazon, sostanzialmente sono soltanto quelli che seguono la parola di attivazione. Senza quest’ultima, l’intelligenza artificiale non ascolta o registra nulla. Inoltre, esiste anche la possibilità di cancellare le registrazioni inviate al server: «Alexa, cancella quello che ho appena detto».

Quindi l’utente dovrebbe avere il pieno controllo delle informazioni. Ma la funzione “elimina” non è mai veramente “elimina”. Questo è quello che sostiene Theresa Payton, ex capo delle informazioni della Casa Bianca e fondatrice di Fortalice, una società di sicurezza informatica. «Eliminare significa semplicemente che non puoi più vederlo».

Evitiamo di tenere gli assistenti vocali in camera da letto

Hannah Fry, una matematica del London College, ha invitato a prestare molta attenzione quando facciamo entrare in casa dispositivi dotati di microfono: non è scontato che si spengano quando glielo diciamo! Ma soprattutto, è bene non tenere gli assistenti vocali in camera da letto o in luoghi dove non vogliamo essere sentiti.

Hannah Fry studia da molto tempo temi legati alla privacy e alle moderne tecnologie digitali. «Penso che ci siano degli spazi nelle case, come la camera da letto e il bagno, che debbano continuare a restare totalmente privati. Queste tecnologie di assistenza vocale sono attivate da una parola, ad esempio “Alexa”, ma continuano a registrare per un certo periodo dopo che è terminata la conversazione. La gente ormai lo accetta, ma dovremmo pensare con più attenzione a quello che significa per noi».

Oltre ad Amazon, anche l’assistente di Google e quello di Apple sono stati accusati di ascoltare senza consenso nelle case delle persone. La giustificazione fornita è sempre la stessa: le conversazioni registrate servono ai dispositivi per riuscire a migliorarsi, con un processo di autoapprendimento che utilizza l’esperienza come fonte principale di conoscenza.

Geoffrey A. Fouler, esperto di tecnologia che scrive per il Washington Post, ha detto che con questi dispositivi dobbiamo comportarci come in Downton Abbey. I nobili si facevano aiutare dai servitori, che imparavano molto dai loro comportamenti e dalle loro abitudini. Ma il Conte Crawley e Lady Violet stavano parecchio attenti a cosa i servitori potevano sentire o vedere.

Alcune semplici regole per difendere la nostra libertà

La tecnologia ci offre moltissimi vantaggi, ma la nostra libertà e i nostri diritti sono principi per i quali dobbiamo sempre lottare e avere consapevolezza. Ecco alcune semplici regole da seguire:

  • leggere sempre bene la Privacy Policy o l’informativa sulla Privacy per capire come saranno trattati i nostri dati personali. Attraverso la valutazione di questo aspetto, possiamo confrontare i vari prodotti e scegliere quello che secondo noi offre più garanzie per la nostra privacy;
  • preferire dispositivi che non restano sempre accesi oppure che possono essere accesi attraverso un comando vocale (un aspetto che però è ancora critico);
  • proteggere casa, ufficio e rete internet con misure di sicurezza che riducono il rischio di intrusioni informatiche. A tal proposito, puoi dare un’occhiata ai nostri prodotti cliccando qui;
  • utilizzare in modo consapevole questi dispositivi, informando tutti i membri della famiglia cosa significa sfruttare questa tecnologia;
  • informarsi, tramite internet o rivolgendosi ad associazioni che tutelano consumatori e professionisti.

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Il blogpost del developer è stato modificato. Riportiamo in seguito la comunicazione:

*Con riferimento all’articolo pubblicato in data 1 agosto 2022 dal titolo “Nasce il primo avvocato digitale gratuito” informiamo che, a seguito di una richiesta di precisazioni del contenuto dell’articolo pervenuta da Amazon, la creazione della skill è stata implementata dalla società laleggepertutti in autonomia sulla parte di caratteristiche e contenuti, utilizzando il supporto tecnico offerto da Amazon a tutti gli sviluppatori di skill solo per la parte dei training e documentazione tecnica di implementazione e funzionamento nei dispositivi. La skill, come anche scritto nell’articolo, non può sostituirsi ad un avvocato, trattandosi di un semplice strumento che, benché sfrutti complesse tecnologie, fornisce a richiesta vocale dell’utente risposte con notizie e chiarimenti in materia legale e fiscale ricercando all’interno del database di articoli già presenti sul portale laleggepertutti.it”.

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raptus omicida

Il “raptus omicida” esiste veramente?

Follia non è sinonimo di efferatezza. Quando parliamo di raptus omicida, non stiamo dicendo che un malato è una persona malvagia o che una persona malvagia è malata.

Spesso i media ci raccontano di delitti particolarmente efferati, ai quali non riusciamo a dare nessuna spiegazione. Sembrano dei delitti incomprensibili, che associamo inevitabilmente alla pazzia, alla follia. A tutti quegli stati mentali che si discostano dalla normalità.

Passare dalla tranquillità ad un brutale omicidio

È possibile che una persona, all’improvviso, passi da uno stato di tranquillità a compiere un brutale omicidio?

È recente l’omicidio di Alika Ogorchukwu, ucciso a mani nude da Filippo Ferlazzo, un uomo con invalidità civile al 100% per disturbi psichiatrici e con alle spalle numerosi trattamenti sanitari obbligatori. Dunque, ci troviamo di fronte a un uomo instabile dal punto di vista psichico.

La psichiatria e la criminologia moderne tendono ad escludere un cambiamento improvviso e repentino dei processi cognitivi di una persona. C’è sempre un vissuto dietro, una storia che permette di comprendere meglio l’epilogo.

Se si parla di raptus omicida significa che non conosciamo la vita e la storia del soggetto.

Il raptus come attenuante per alcuni reati

Nel diritto penale e nella psichiatria forense, la carenza di controllo degli impulsi è da considerarsi come una momentanea incapacità di intendere e volere – ma soprattutto come attenuante per alcuni reati. Tuttavia, per gli psichiatri il raptus non è una patologia psichiatrica: è la manifestazione estrema di alcuni disagi o di malattie pregresse, che culminano in un blackout mentale.

È come se il cervello fosse rapito, posseduto da una forza mistica che lo spinge a perdere il controllo. È una sorta di avaria che riguarda la mente degli esseri umani.

Le persone socialmente pericolose sono quelle “sane”

Secondo lo psichiatra Ugo Fornari, quello che i media definiscono “raptus” «sono gesti compiuti da persone con disturbi di personalità, con stati emotivi complessi che possono avere una componente patologica, ma che non li privano della capacità di valutare e decidere».

Continua: «La patologia mentale riguarda al massimo l’8-10% dei delitti. Oggi le persone socialmente pericolose sono in gran parte sane». Questo significa che “si può impazzire”, ovvero commettere azioni violente in un momento di scompenso psicotico. Ma sono casi rari, perché «la maggior parte dei malati di mente non commette crimini violenti».

È necessario distinguere il malato mentale da chi ha un disturbo di personalità: sono proprio quest’ultimi ad avere un ruolo concreto per quanto riguarda i crimini e la violenza. Soprattutto se abusano di sostanze stupefacenti e/o alcool. Mentre i malati di mente (come chi soffre di schizofrenia) si ritrovano spesso ad essere le vittime, non i carnefici. 

Il raptus omicida non esiste

Per il dottor Mencacci, ex-presidente della Società Italiana di Psichiatria e direttore del dipartimento di Neuroscienze al Fatebenefratelli, i raptus omicida non esistono. «Bisogna cominciare a parlare di cattiveria, aggressività e consapevolezza».

Da un punto di vista psico-patologico, questa condizione non esiste. «Spesso se ne fa un uso giustificazionista e assolvente. Normalmente c’è una lunga preparazione e un’attitudine alla violenza e all’aggressività, che trova un momento culminante già precedentemente manifestato».

Secondo Mencacci, l’espressione raptus omicida serve a chi fa le perizie, per riuscire a giustificare azioni violente, attenuando la gravità del fatto. «Servirebbe un impegno culturale e civile per non giustificare mai la prevaricazione, la prepotenza, la violenza esplosiva e cruenta. Perché giustificare in un certo senso è come avallare l’idea che sui più deboli si possa accanire la violenza».

Le perizie psichiatriche

Nel mondo giuridico, il giudizio legato alla salute mentale si inserisce nell’ambito della perizia psichiatrica. Nei crimini particolarmente violenti, la perizia psichiatrica viene concessa dal giudice per valutare se l’infermità mentale abbia inciso o meno nel momento in cui è stato commesso l’atto violento.

Possiamo definire compromessa la capacità di intendere se esiste uno stato confusionale e delirante, che porta a perdere contatto con la realtà circostante. Mentre la capacità di volere riguarda il fare o l’evitare un’azione. È qui che troviamo un’alterazione del funzionamento decisionale, che deriva da gravissime alterazioni del campo affettivo e dell’umore.

Ma l’aggressività e la malattia non sono sinonimi

Una valutazione psichiatrica non riguarda soltanto la malattia mentale, ma anche i disturbi di personalità. Secondo la sentenza n. 9163/2005, i disturbi di personalità «possono costituire causa idonea a escludere o scemare grandemente, in via autonoma e specifica, la capacità di intendere e di volere. A patto che tra il disturbo mentale e il fatto di reato sussista un nesso eziologico, che consenta di ritenere il secondo casualmente determinato dal primo».

Un aspetto da non sottovalutare è che le persone che soffrono di malattie mentali sono inconsapevoli o minimizzano il proprio stato di infermità – spesso per evitare un ricovero psichiatrico. Accade spesso, invece, che le persone “sane” dichiarino di essersi ritrovate improvvisamente in uno stato delirante o allucinatorio mentre commettevano il delitto. Ma queste motivazioni vengono lette in chiave di strategia difensiva, per cercare di sembrare meno criminali. La simulazione di un vizio di mente, però, potrebbe far emergere una personalità che non ha mai conosciuto un disturbo psicotico.

L’aggressività per Freud

In sede forense, psichiatrica o clinica, non si può mai prescindere dall’analisi del contesto familiare e socioculturale che potrebbe aver inciso sul delitto.

Per Freud tutti gli esseri viventi sono dotati di aggressività, ovvero un’energia finalizzata alla tutela e alla difesa della propria vita. Se orientata verso fini socialmente utili, si trasforma in creatività e cooperazione. Ma la stessa aggressività potrebbe non venire utilizzata positivamente, e le conseguenze sono proprio quelle del cosiddetto “raptus omicida”.

Intrinsecamente, una persona non è né buona né cattiva. Sono le relazioni, le occasioni, l’ambiente e i contesti che, intrecciati tra loro, spingono l’aggressività verso il bene o il male. Si può essere cattivi senza essere malati. E si può essere malati, senza essere cattivi.

Esempi

Le situazioni che portano all’incapacità di controllare le pulsioni possono essere:

  • disturbi deliranti acuti, che si manifestano in persone con disturbo di personalità, spesso dopo eventi psicotraumatizzanti acuti;
  • stress;
  • disturbi di personalità, che portano a disforia ed impulsività, condizioni tipiche del disturbo di personalità paranoide, antisociale o narcisistico;
  • disturbo di personalità borderline;
  • stati passionali o emotivi;
  • schizofrenia;
  • disturbo bipolare;
  • abuso di sostanze.

Conoscenza è comprensione

Di fronte a gesti così efferati, è importante conoscere il vissuto della persona che ha commesso il delitto. Soltanto così possiamo comprendere cosa c’è dietro l’agito specifico.

Ma dobbiamo anche cominciare a chiederci perché i crimini violenti sono associati alla follia. Tante volte si vuole semplicemente prendere le distanze da questi crimini, perché non sembra possibile che vengano commessi da persone “normali”. Riconoscere che il male è ovunque, però, potrebbe potenzialmente salvare delle vite.

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Una coppia di chiavi

Due ricercatori, Diffie ed Hellman, nel 1976 ebbero un’idea sulla crittografia “a chiave pubblica”. Nel 1977, altri tre ricercatori trovarono il modo per riuscire ad applicare questa idea.

I due ricercatori avevano pensato all’associazione di ogni soggetto ad una coppia di chiavi, una privata e una pubblica. La chiave pubblica doveva essere diffusa il più possibile, mentre quella privata doveva essere custodita gelosamente.

Le due chiavi dovevano essere collegate da una relazione matematica: ovvero, se si cifra con una, si decifra con l’altra.

La relazione matematica tra Alice e Bob

Descriviamo questa relazione matematica con un esempio: Alice vuole mandare un messaggio M a Bob, che dovrà essere certo che chi invia il messaggio è proprio Alice. Se con F intendiamo la cifratura del messaggio M inviato a Bob, quest’ultimo riceverà la coppia M’, F’, che coincide con quella inviata.

Bob può verificare se il messaggio arriva dalla vera Alice: potrà decifrare F’ attraverso la chiave pubblica di Alice. In questo modo troverà M’.

La funzione di hashing

Tuttavia, l’idea della relazione matematica tra Alice e Bob non era ancora perfetta. Quindi, si è deciso di introdurre la funzione di hashing.

Una funzione di hashing (o funzione hash) trasforma un documento nella sua impronta, che in questo caso corrisponde ad una sequenza binaria. Se si modifica un documento, avviene una modifica radicale nell’impronta.

Spieghiamo meglio: parliamo di un concentrato di dati, che ha una lunghezza fissa e viene utilizzato per rappresentare parole, dati e messaggi di qualsiasi lunghezza.

Facciamo un esempio pratico: un hacker accede ad un database ed identifica il messaggio “ID Carta di Mario 1234”. È un gioco da ragazzi raccogliere dati e utilizzarlo per sottrarre informazioni. A meno che quel messaggio non sia stato rielaborato con la funzione di hash: l’hacker troverà un codice del tipo “7e07dfgkh3489349bd3923897”. Un’informazione inutile, senza una chiave in grado di decifrarla!

Alla larga dagli impostori

La crittografia a chiave pubblica ha fornito molte soluzioni, anche se ha continuato a soffrire di un problema fondamentale: come possiamo essere sicuri che la chiave pubblica di Alice appartenga veramente ad Alice? Come essere sicuri che dietro non ci sia qualche impostore?

Una possibile soluzione consiste nei certificati digitali, ovvero documenti digitali che sono stati emessi da un’autorità di certificazione. Questi documenti stabiliscono l’associazione tra il soggetto e la chiave pubblica.

Un’autorità di certificazione è un’organizzazione che ha il compito di certificare le chiavi pubbliche. In Italia esiste una lista di autorità di certificazione ufficialmente riconosciute da AgID. Di queste autorità, AgID rende disponibile anche la chiave pubblica.

Compromissione o perdita della chiave privata

Esistono anche circostanze che provocano la revoca delle chiavi. Le chiavi, infatti, non hanno soltanto una scadenza naturale, ma vengono revocate per alcuni motivi specifici, come la compromissione o la perdita della chiave privata.

Per accertare la non revoca di una chiave ci sono due metodi principali, come le CRL (Certificate Revocation Lists) e il protocollo OCSP (Online Certificate Status Protocol). Le prime corrispondono a documenti digitali che vengono emessi periodicamente dall’autorità e che vengono firmati digitalmente dalla stessa.

Il protocollo OCSP, invece, consente di verificare le informazioni in maniera puntuale e istantanea, con una URL contenuta nel certificato che si deve verificare. Questa risorsa non è sempre disponibile, soprattutto nei certificati che sono stati redatti secondo vecchi standard.

Confrontiamo le due impronte

La firma digitale deve essere verificata. AgID ci aiuta, in questo senso, fornendoci una lista di software che consentono di fare la verifica. Sono software commerciali che richiedono l’acquisto del servizio, ma permettono di svolgere l’attività di verifica gratuitamente.

La verifica della firma va fatta precisando che si vuole il controllo del certificato e della non-revoca. Se la verifica non è stata completata con successo, il file sembrerà firmato ma non sapremo mai se la firma è valida o meno.

La verifica consiste nel confrontare due impronte. M, F è la coppia inviata e M’, F’ è quella ricevuta – se corrispondono, tutto va bene! La firma potrà essere accettata e il documento sarà valido. Se l’esito è negativo, invece, la firma non sarà accettata e la validità legale compromessa.

Il tempo è un parametro critico

Alice può firmare oggi e avere la scadenza delle chiavi domani. Se effettuiamo la verifica della firma dopodomani, la domanda sarà: le chiavi erano valide al momento della firma?

Una firma resta valida per sempre, anche oltre la scadenza delle chiavi. Tuttavia, il tempo è un parametro critico. Una firma digitale apposta con un dispositivo indicherà la data del dispositivo, non quella precisa! In questo caso interviene la marcatura temporale, che indica la data e l’ora precisa in cui si appone la firma.

Ti serve una marcatura temporale? Niente paura, Servicematica è qui per te! Dai un’occhiata ai nostri prodotti cliccando qui 🙂

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Dal 30 giugno, tutti i commercianti che rifiutano di accettare un pagamento tramite carta di debito o di credito potrebbero essere soggetti ad una sanzione di 30 euro – alla quale dobbiamo aggiungere il 4% del valore della transazione rifiutata.

Queste sanzioni sarebbero dovute entrare in vigore soltanto dal 1° gennaio del prossimo anno. Tuttavia, il decreto PNRR-bis ha anticipato il provvedimento di sei mesi, rispettando uno degli obiettivi del PNRR stabiliti entro giugno, al fine di contrastare l’evasione fiscale.

Le spese per l’acquisto e l’installazione del Pos

I commercianti, per utilizzare il Pos, devono pagare delle spese fisiche, collegate all’acquisto e all’installazione del dispositivo. Queste spese variano a seconda della banca o della società che si sceglie come fornitrice del servizio.

Nexi, ad esempio, è una delle aziende italiane specializzate in servizi destinati ai pagamenti digitali: consente di attivare un Pos partendo da 29 euro. I dispositivi di SumUp, invece, vanno da 30 a 150 euro, senza costi di installazione o attivazione. Poste Italiane, invece, ha fissato il prezzo del Pos a 79 euro.

Ci sono alcuni gestori che prevedono un canone annuale o mensile per utilizzare il Pos. Nexi fissa queste spese dai 15 ai 35 euro al mese, a seconda del modello selezionato. Poste Italiane, invece, richiede un canone di 9,90 euro mensili.

Le spese più contestate, però, sono quelle che riguardano le commissioni che deve pagare l’esercente per riuscire a permettere ai clienti di utilizzare le carte di credito/debito.

Come funzionano le commissioni

Il fornitore di servizi per il pagamento con carte è chiamato acquirer. «Quando un cliente paga con la carta, per ogni transazione il commerciante è tenuto a pagare al proprio acquirer una commissione, che è fatta di diverse componenti» spiega Matteo Risi, ricercatore del Politecnico di Milano.

La prima componente riguarda le commissioni interbancarie, ovvero quelle commissioni inerenti allo scambio tra la banca che emette la carta utilizzata e la banca che riceve il pagamento. Dunque, per ogni transazione la banca trattiene un certo importo dal totale pagato dal cliente. Una parte di questo importo viene inviato alla banca che ha emesso la carta del cliente. Un’altra, invece, resta alla banca che riceve il pagamento per conto del commerciante.

In base a una direttiva europea del 2015, le commissioni interbancarie non possono superare lo 0,2% del pagamento totale per le carte di debito, lo 0,3% per le carte di credito. Continua Risi: «Un secondo pezzetto sono le commissioni dei circuiti, come Bancomat, Visa e MasterCard, che svolgono un ruolo abilitante nella transazione, perché altrimenti le banche non potrebbero parlarsi tra loro».

La trasparenza dei nuovi operatori

Le commissioni sulle transazioni non sono regolamentate da leggi nazionali o normative europee. Il loro peso può variare a seconda delle banche o dei circuiti coinvolti. Ma anche dal modello di Pos utilizzato

Le commissioni comportano un costo per i commercianti. Stabilire con precisione il loro valore complessivo, tuttavia, non è cosa semplice. «E’ molto complicato sapere quali sono i valori precisi delle commissioni imposte dalle banche, al più si possono conoscere i valori massimali, che non sono mai quelli realmente applicati. Il sistema è poco trasparente, anche se le cose stanno migliorando negli ultimi anni, per questioni soprattutto di concorrenza: ogni banca ha le sue commissioni e cerca di non farle sapere al concorrente per evitare di perdere la clientela».

Tuttavia, l’arrivo sul mercato di nuovi operatori per i pagamenti con il Pos sta cambiando tutte le carte in tavola. Questi nuovi operatori offrono condizioni chiare e trasparenti, aumentando la concorrenza con le banche e distribuendo ai vari attori coinvolti le commissioni raccolte.

SumUp, per esempio, propone ai clienti una commissione fissa dell’1,95% per qualsiasi transazione. Le commissioni di Nexi, invece, vanno dallo 0,99% all’1,89%. Con Unicredit la commissione è dello 0,9%.

La parola ai commercianti

Per alcuni commercianti queste percentuali, anche se si aggirano su livelli molto bassi, potrebbero avere un impatto piuttosto elevato. Emilio, che gestisce un’edicola a Milano, ci dice la sua: «In attività come le edicole, i margini di profitto sono talmente bassi che avere dei costi aggiuntivi riferiti a quest’obbligo diventa un problema. Un intervento statale che imponga costi ragionevoli per il servizio potrebbe essere un’utopia da perseguire».

Tuttavia, i commercianti possono godere di alcuni benefici dall’utilizzo dei clienti dei pagamenti con carta, che sono ritenuti più sicuri di quelli effettuati con monete e contanti. Jessica, responsabile di un negozio di abbigliamento vintage di Milano dice: «Il Pos lo abbiamo sempre avuto: so che le commissioni sono alte, ma è un metodo di pagamento molto utilizzato, soprattutto dopo la pandemia».

I provvedimenti per ridurre i costi

Gli ultimi due governi hanno preso dei provvedimenti per riuscire ad abbassare il costo complessivo delle commissioni sulle varie transazioni elettroniche a carico dei commercianti. È stata introdotta la possibilità per gli esercenti, con ricavi inferiori ai 400mila euro, di richiedere un credito d’imposta del 30% sull’importo pagato. In sostanza, i commercianti devono pagare tutte le commissioni, anche se a fine anno possono richiedere allo Stato di essere rimborsati del 30%.

Il governo Draghi, con la conversione in legge del decreto Sostegni bis, ha aumentato temporaneamente la percentuale del credito d’imposta al 100% per i pagamenti avvenuti tra il 1° luglio 2021 e il 30 giugno 2022. Per un anno, quindi, le imprese hanno avuto modo di richiedere un rimborso del totale delle spese sostenute a causa delle commissioni.

A inizio luglio, la percentuale rimborsabile è tornata al 30%. Il decreto Sostegni bis ha introdotto un bonus di 320 euro, per aiutare i commercianti ad acquistare Pos o sistemi per i pagamenti elettronici.

Bancomat Spa, che in Italia gestisce il circuito principale di pagamenti con carta di debito, ha deciso di eliminare le commissioni sui pagamenti fino a 5 euro per due anni (1° gennaio 2021 – 31 dicembre 2022). L’iniziativa punta ad ampliare «la diffusione e l’accettazione dei micropagamenti, che oggi rappresentano solo il 2,3 % delle transazioni e a facilitare l’adozione del Pos da parte degli esercenti».

Il contante non è più economico

Anche il contante ha i suoi costi: per la società, per i commercianti e per le banche. Pensiamo ai rischi di furto e al trasporto del contante incassato per i depositi bancari. Secondo alcuni ricercatori: «Il contante può essere percepito quale mezzo di pagamento più economico da imprese ed esercenti se commisurato alla singola transazione. Tenuto anche conto che questi operatori non sostengono del tutto i costi direttamente imputabili al contante».

Il costo privato del contante, tuttavia, «se commisurato in percentuale del valore della transazione, risulta il più elevato a causa dei maggiori oneri legati alla sicurezza». L’incidenza dei costi è più bassa laddove presente una struttura distributiva organizzata, come i supermercati. Mentre per altre categorie, come bar e distributori di carburante, l’incidenza è più elevata.

Alcuni limiti

Al di là dei costi, la norma che inserisce le sanzioni per mancata accettazione delle carte rischia di non essere molto efficace. Il governo Renzi, con la legge di Bilancio del 2016, ha precisato che l’obbligo del Pos non si applica nei casi di «oggettiva impossibilità tecnica». Questa definizione potrebbe includere situazioni in cui un commerciante dichiara di avere il Pos fuori uso.

I commercianti, secondo le norme in vigore, hanno l’obbligo di accettare i pagamenti con almeno una carta di credito e una di debito, e non con tutti i circuiti possibili. Quindi un commerciante potrebbe accettare Mastercard ma non Visa o American Express.

La sanzione scatta soltanto in seguito ad una denuncia presentata direttamente dal cliente che si è visto rifiutare la transazione, e questo, secondo alcuni, rischia di mettere in dubbio l’applicabilità effettiva delle sanzioni.

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Gli errori da non fare per evitare di perdere clienti importanti

È difficile attrarre i clienti importanti: la concorrenza, in questo settore, è parecchio elevata. Una volta riuscito ad avere un portfolio di clienti di un certo tenore, però, dovrai anche riuscire a gestirli

Un avvocato sa benissimo quanto può essere difficile attrarre clienti importanti. In questo settore, infatti, la concorrenza è molto elevata. Ma nel momento in cui riesci ad avere un portfolio clienti di un certo livello, come imprenditori che hanno spesso bisogno di un consulto o persone che a causa della loro posizione economica/sociale si ritrovano coinvolti in rapporti giuridici, devi imparare a gestirli bene.

Vediamo insieme gli errori da non fare, per evitare di perdere i clienti più importanti.

Evitare di creare distanza con il cliente

Se qualcuno va da un avvocato, lo fa perché ha incontrato dei problemi e vorrebbe risolvere una questione di tipo giuridico. Ma non mancano di certo i casi in cui viene richiesto un appuntamento all’avvocato per capire soltanto se un atto che si intendere compiere è legale.

È normale che il cliente sia preoccupato per la sua situazione, arrabbiato e nervoso. Quando entra nello studio legale si aspetta una persona che lo rassicuri e che lo aiuti a comprendere meglio la situazione. Di certo non vuole trovare una persona che passa tutto il tempo ad elencare articoli di leggi e codici che potrebbero essergli utili!

È bene essere sempre cordiali, sin dai primi incontri, e cercare di tranquillizzare il cliente adattandosi al suo stile comunicativo.

Creare un rapporto di fiducia

Creare un rapporto di fiducia già al primo impatto si rivela un punto essenziale. Soltanto in questo modo il cliente riesce a fidarsi e a fornire più informazioni utili possibili. Parlare in maniera comprendibile al proprio cliente aiuta a fare meglio il proprio lavoro.

In questa fase, l’avvocato deve essere accomodante, lasciando che il cliente parli liberamente, esponendo la situazione. Si possono anche prendere appunti al fine di trovare e proporre una soluzione ragionevole.

La soluzione non deve essere per forza contenuta in una sentenza, poiché l’avvocato potrebbe proporre rimedi stragiudiziali. Questi sono molto apprezzati, in quanto evitano lungaggini che spingono il cliente a non ritornare dall’avvocato.

Non mentire al cliente

Un errore da evitare in tutti i casi è mentire al cliente: è sempre bene essere onesti.

Una lunga attività giudiziale con citazioni, appelli e sentenze di primo grado potrebbe portare guadagni elevati per un avvocato. Ma in alcuni casi, la situazione appare chiarissima sin dal principio, rendendo impossibile che entrambe le parti ne escano vincitrici.

Ci sarà sempre una parte soccombente, e se tutto va bene ci sarà una rideterminazione dei rapporti tra le parti, con una divisione delle spese. Ma se risulta evidente che il cliente importante non riuscirà ad ottenere in tribunale ciò che intende chiedere, è importante essere onesti, dicendo la verità. Spetta al cliente scegliere se andare avanti o meno con le sue pretese.

Avere il coraggio di dire di no

Ma l’avvocato dovrà essere molto onesto, esponendo tutti i rischi a cui il suo cliente va incontro. Se una lite risulta particolarmente temeraria bisogna avere il coraggio di dire di no, motivando chiaramente al cliente le sue ragioni. Dopo la delusione e la rabbia iniziale, il cliente capirà che l’avvocato è stato onesto, evitandogli eccessivi sborsi di denaro e inutili perdite di tempo.

Se non vogliamo perdere clienti, dobbiamo sempre tutelarli. È probabile che un cliente vada anche in un altro studio, che potrebbe scegliere di proseguire con il caso. Ma il risultato sarà un’inutile perdita di tempo per il cliente, che si sentirà ingannato e non otterrà i risultati sperati. A quel punto, capirà quale studio legale è quello più serio e dove tornare in caso di necessità.

L’avvocato deve diventare un fratello/una sorella maggiore; un confidente che fidelizza i clienti proteggendoli dalle perdite economiche.

I piccoli dettagli fanno la differenza

Proprio perché abbiamo di fronte un cliente conosciuto e importante, capita di prestare poca attenzione ai dettagli e dare tutto per scontato. Questo atteggiamento potrebbe essere pericoloso: a fare la differenza, spesso, sono proprio i piccoli dettagli. Soprattutto se vengono sfruttati bene dalla controparte.

Se un cliente importante si presenta allo studio, è giusto ascoltare tutte le vicende narrate, controllando se i fatti coincidono con il racconto. Così possiamo capire se ci sono delle lacune, inesattezze o imprecisioni (che potrebbero anche essere volutamente taciute dal cliente). Soltanto se abbiamo un quadro ben preciso e dettagliato delle varie posizioni, possiamo proporre una soluzione.

Ricordiamo che, se ci sono degli errori da parte dell’avvocato dovuti a negligenza, l’avvocato potrebbe essere condannato. Meglio studiare bene tutti i documenti!

Inoltre, se proprio dobbiamo dirla tutta, una macchia del genere sul proprio curriculum porta a perdere clienti: i concorrenti diffonderanno sicuramente la notizia per accaparrarsi i clienti migliori. Dunque, meglio curare la propria immagine professionale, per evitare di perdere clienti importanti.

L’avvocato inarrivabile

Parecchi avvocati, in particolar modo quelli della vecchia scuola, sono restii all’utilizzo delle nuove tecnologie, come i social. Per loro sono una perdita di tempo o addirittura un danno per la professione.

Ovviamente questo non è vero! I social rappresentano una risorsa. Le persone amano cercare i professionisti sui social, per capire se sono affidabili o meno. Il proprio profilo sui social dovrebbe essere equilibrato: magari si potrebbero aggiungere squarci di vita privata, mostrando la parte umana e sensibile.

Online è bene essere professionali, condividendo notizie che arrivano direttamente dai vari tribunali e sentenze che potrebbero essere curiose e interessanti.

L’importante è dare un’impressione umana, per creare empatia con i potenziali clienti e per portarli a provare più fiducia nei confronti dell’avvocato. Questo non guasta mai, dato che le persone oggi faticano a fidarsi dei professionisti.

Un cliente si deve fidare del tuo team nello stesso modo in cui si fida di te

In uno studio legale è normale passare molto tempo in tribunale e poco tempo in ufficio

Il lavoro potrebbe essere facilitato grazie ad un team di lavoro adeguatamente istruito. Dovrebbe trattarsi di persone affidabili e selezionate, che rispettano la privacy del cliente. Le persone dovrebbero essere presentate adeguatamente ai clienti più importanti, per fare in modo che si interfaccino anche con il team nei momenti in cui non sei disponibile. Devono sapere che possono fidarsi di loro nello stesso modo in cui si fidano di te.

I vari collaboratori dovrebbero essere preparati a fare in modo che le incombenze, soprattutto quelle burocratiche, possano essere delegate a loro. Tu dovresti avere la possibilità di usufruire di più tempo per occuparti dei clienti importanti, evitando di perderli. Più tempo dedichi loro, infatti, più saranno predisposti a tornare da te. E tu eviterai anche di sembrare stanco, dopo una lunghissima giornata di lavoro.

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La delega digitale diventa realtà: ecco cosa cambia con il DL Concorrenza

La delega digitale diventa realtà! La Camera dei deputati in questi giorni ha approvato alcuni emendamenti per rafforzare l’istituzione della delega digitale, grazie al DL Concorrenza, che cerca di contribuire alla semplificazione amministrativa e alla transizione digitale dell’Italia.

Gli emendamenti che sono stati approvati prevedono di semplificare i procedimenti che riguardano l’ingegnerizzazione dei provvedimenti autorizzatori. Al fine di una completa e definitiva digitalizzazione, è stata approvata la possibilità di delegare ad un soggetto terzo (persona fisica o libero professionista) di provvedere ai relativi adempimenti presso gli uffici della PA.

Grazie a questi emendamenti, si è stabilito l’obbligo di coinvolgimento delle associazioni delle categorie professionali (non soltanto quelle imprenditoriali) nelle scelte che riguardano la semplificazione del procedimento amministrativo. Questo sarà un aspetto importante, che consentirà alle varie categorie di esprimere suggerimenti e valutazioni.

Il dibattito pubblico sulla semplificazione amministrativa

La delega telematica è un’istituzione giuridica che accompagna il dibattito pubblico sulla semplificazione amministrativa da una decina d’anni. La rivoluzione digitale ha trasformato il processo di digitalizzazione che recentemente ha fatto sì che le pratiche amministrative avessero un loro corrispondente digitale.

In ogni caso, la digitalizzazione cominciava ad essere riconosciuta come una componente indispensabile per semplificare il mondo amministrativo, nonostante le differenze in materia di competenze di base e avanzate nella nostra popolazione.

L’accelerazione grazie alla pandemia e al lockdown

La pandemia e il lockdown hanno rappresentato degli straordinari fattori di accelerazione della digitalizzazione in atto. Nel 2020 e nel 2021, infatti, dei disegni di legge avevano introdotto la possibilità per ogni cittadino di delegare ad un soggetto terzo alcuni tipi di pratiche amministrative.

Questa delega veniva accreditata tramite l’istituzione del Sistema Gestione Deleghe, che avrebbe dovuto essere disciplinato mediante un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri.

Alcune perplessità

Qualsiasi cittadino poteva delegare ad un conoscente o ad un congiunto l’espletamento delle pratiche amministrative. Ma non c’era nulla di specifico riguardo la delega da parte di un soggetto che si occupasse, per professione, delle autorizzazioni amministrative di imprese e cittadini.

Anche il Garante per la Protezione dei Dati Personali ha espresso delle perplessità riguardo l’estensione del diritto personale alla delega semplice a professionisti, che per conto di imprese e cittadini si occupano di gestire le pratiche di autorizzazione e quelle amministrative.

Il Garante, prendendo come riferimento le consolidate esperienze dell’Agenzia delle entrate e dell’INPS metteva in guardia nei confronti dei rischi di un’estensione delle deleghe al di fuori dei casi prestabiliti dal Regio decreto del 1931.

Paradossi

Seppur legittima, la posizione del Garante cadeva vittima di un paradosso straordinario. Da un lato si precludeva il riconoscimento della delega a chi svolge professionalmente attività di procura. Dall’altro si permetteva ad ogni cittadino di ricorrere indiscriminatamente alla delega semplice, per espletare velocemente e facilmente gli adempimenti di proprio interesse.

Il Garante era consapevole di tale paradosso, perché nel suo parere si ritrovava a segnalare al Legislatore l’esigenza di intervenire per disciplinare al meglio questo e altri aspetti della delega semplice. Ma la consapevolezza si fermava allo stato di consapevolezza.

Il riconoscimento giuridico della delega digitale

Ma ora, proprio grazie all’approvazione di questi emendamenti nel DL Concorrenza, la delega digitale ottiene il riconoscimento giuridico che le spettava. I professionisti delle pratiche amministrative si sono battuti per molto tempo per riuscire ad introdurre questa novità.

Il sistema degli adempimenti amministrativi ne trarrà un grandissimo vantaggio, per concorrere più velocemente una strada ancora troppo lunga e tortuosa che prende il nome di semplificazione amministrativa.

Semplificare i rapporti tra PA, cittadini e imprese

Il riconoscimento del ruolo dei professionisti dell’esercizio della delega digitale consente di superare le difficoltà che spesso hanno incontrato, nei confronti della Pubblica Amministrazione, gli stessi professionisti e i loro clienti.

Quella che è da sempre stata l’attitudine dei professionisti verso la semplificazione dei rapporti tra PA, cittadini e imprese ha trovato modo di esprimersi in maniera compiuta. Risulterà utile nell’agevolazione e nell’accelerazione degli adempimenti amministrativi, soprattutto rispetto al ruolo fondamentale esercitato per colmare il divario digitale che affligge aziende e cittadini.

Velocizzare le pratiche amministrative

L’implementazione delle linee di investimento che prevede il Piano dipende in modo decisivo dal rendere più veloci, semplici e agevoli l’insieme delle pratiche amministrative che imprese e cittadini dovranno espletare per realizzare le azioni previsti dagli obiettivi del Piano.

Secondo i tempi e le scadenze del PNRR, ad oggi non abbiamo le condizioni per migliorare l’alfabetizzazione digitale per attraversare il percorso di crescita delle competenze di base e quelle più avanzate del nostro Paese.

Per riuscire ad essere più veloci, i professionisti delle pratiche amministrative daranno un contributo decisivo per agevolare la realizzazione tempestiva dei procedimenti amministrativi. Senza che questo implichi dei tempi eccessivamente lunghi.

Il riconoscimento giuridico dei vari professionisti nella loro attività potrà risultare molto utile per quanto riguarda la razionalizzazione dei procedimenti autorizzativi. L’istituzione della delega telematica favorirà più omogeneità per quanto riguarda le pratiche amministrative – così come il POS obbligatorio ha permesso di fare un passo in avanti per l’utilizzo di carte di credito e bancomat.

Ridurre le differenze digitali

Uffici e pubbliche amministrazioni, se costrette a trattare in maniera privilegiata il procedimento amministrativo nel mondo digitale, ridurranno drasticamente le differenze ingiustificate che esistono tuttora tra i diversi enti.

Il riconoscimento giuridico della delega digitale accelererà ancora di più la transizione digitale. Con il trasferimento digitale delle pratiche amministrative, avremmo una mole di informazioni e dati trattabili facilmente con tecniche di elaborazione dei big data e con algoritmi predittivi, rendendo in questo modo più semplice monitorare gli adempimenti.

Tutto questo permetterà di muoversi più velocemente verso la razionalizzazione e l’ingegnerizzazione di ciò che è necessario per una riforma efficace per la semplificazione amministrativa.

La partita non è ancora conclusa

Abbiamo visto le ragioni per cui istituire la delega digitale rappresenta una finestra di opportunità per la transizione digitale e per la semplificazione amministrativa. La partita, però, non è ancora conclusa.

Sarà infatti necessario procedere con i decreti attuativi necessari. Spetterà a noi vigilare affinché il sistema delle PA italiane faccia propria questa norma.

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