raptus omicida

Il “raptus omicida” esiste veramente?

Follia non è sinonimo di efferatezza. Quando parliamo di raptus omicida, non stiamo dicendo che un malato è una persona malvagia o che una persona malvagia è malata.

Spesso i media ci raccontano di delitti particolarmente efferati, ai quali non riusciamo a dare nessuna spiegazione. Sembrano dei delitti incomprensibili, che associamo inevitabilmente alla pazzia, alla follia. A tutti quegli stati mentali che si discostano dalla normalità.

Passare dalla tranquillità ad un brutale omicidio

È possibile che una persona, all’improvviso, passi da uno stato di tranquillità a compiere un brutale omicidio?

È recente l’omicidio di Alika Ogorchukwu, ucciso a mani nude da Filippo Ferlazzo, un uomo con invalidità civile al 100% per disturbi psichiatrici e con alle spalle numerosi trattamenti sanitari obbligatori. Dunque, ci troviamo di fronte a un uomo instabile dal punto di vista psichico.

La psichiatria e la criminologia moderne tendono ad escludere un cambiamento improvviso e repentino dei processi cognitivi di una persona. C’è sempre un vissuto dietro, una storia che permette di comprendere meglio l’epilogo.

Se si parla di raptus omicida significa che non conosciamo la vita e la storia del soggetto.

Il raptus come attenuante per alcuni reati

Nel diritto penale e nella psichiatria forense, la carenza di controllo degli impulsi è da considerarsi come una momentanea incapacità di intendere e volere – ma soprattutto come attenuante per alcuni reati. Tuttavia, per gli psichiatri il raptus non è una patologia psichiatrica: è la manifestazione estrema di alcuni disagi o di malattie pregresse, che culminano in un blackout mentale.

È come se il cervello fosse rapito, posseduto da una forza mistica che lo spinge a perdere il controllo. È una sorta di avaria che riguarda la mente degli esseri umani.

Le persone socialmente pericolose sono quelle “sane”

Secondo lo psichiatra Ugo Fornari, quello che i media definiscono “raptus” «sono gesti compiuti da persone con disturbi di personalità, con stati emotivi complessi che possono avere una componente patologica, ma che non li privano della capacità di valutare e decidere».

Continua: «La patologia mentale riguarda al massimo l’8-10% dei delitti. Oggi le persone socialmente pericolose sono in gran parte sane». Questo significa che “si può impazzire”, ovvero commettere azioni violente in un momento di scompenso psicotico. Ma sono casi rari, perché «la maggior parte dei malati di mente non commette crimini violenti».

È necessario distinguere il malato mentale da chi ha un disturbo di personalità: sono proprio quest’ultimi ad avere un ruolo concreto per quanto riguarda i crimini e la violenza. Soprattutto se abusano di sostanze stupefacenti e/o alcool. Mentre i malati di mente (come chi soffre di schizofrenia) si ritrovano spesso ad essere le vittime, non i carnefici. 

Il raptus omicida non esiste

Per il dottor Mencacci, ex-presidente della Società Italiana di Psichiatria e direttore del dipartimento di Neuroscienze al Fatebenefratelli, i raptus omicida non esistono. «Bisogna cominciare a parlare di cattiveria, aggressività e consapevolezza».

Da un punto di vista psico-patologico, questa condizione non esiste. «Spesso se ne fa un uso giustificazionista e assolvente. Normalmente c’è una lunga preparazione e un’attitudine alla violenza e all’aggressività, che trova un momento culminante già precedentemente manifestato».

Secondo Mencacci, l’espressione raptus omicida serve a chi fa le perizie, per riuscire a giustificare azioni violente, attenuando la gravità del fatto. «Servirebbe un impegno culturale e civile per non giustificare mai la prevaricazione, la prepotenza, la violenza esplosiva e cruenta. Perché giustificare in un certo senso è come avallare l’idea che sui più deboli si possa accanire la violenza».

Le perizie psichiatriche

Nel mondo giuridico, il giudizio legato alla salute mentale si inserisce nell’ambito della perizia psichiatrica. Nei crimini particolarmente violenti, la perizia psichiatrica viene concessa dal giudice per valutare se l’infermità mentale abbia inciso o meno nel momento in cui è stato commesso l’atto violento.

Possiamo definire compromessa la capacità di intendere se esiste uno stato confusionale e delirante, che porta a perdere contatto con la realtà circostante. Mentre la capacità di volere riguarda il fare o l’evitare un’azione. È qui che troviamo un’alterazione del funzionamento decisionale, che deriva da gravissime alterazioni del campo affettivo e dell’umore.

Ma l’aggressività e la malattia non sono sinonimi

Una valutazione psichiatrica non riguarda soltanto la malattia mentale, ma anche i disturbi di personalità. Secondo la sentenza n. 9163/2005, i disturbi di personalità «possono costituire causa idonea a escludere o scemare grandemente, in via autonoma e specifica, la capacità di intendere e di volere. A patto che tra il disturbo mentale e il fatto di reato sussista un nesso eziologico, che consenta di ritenere il secondo casualmente determinato dal primo».

Un aspetto da non sottovalutare è che le persone che soffrono di malattie mentali sono inconsapevoli o minimizzano il proprio stato di infermità – spesso per evitare un ricovero psichiatrico. Accade spesso, invece, che le persone “sane” dichiarino di essersi ritrovate improvvisamente in uno stato delirante o allucinatorio mentre commettevano il delitto. Ma queste motivazioni vengono lette in chiave di strategia difensiva, per cercare di sembrare meno criminali. La simulazione di un vizio di mente, però, potrebbe far emergere una personalità che non ha mai conosciuto un disturbo psicotico.

L’aggressività per Freud

In sede forense, psichiatrica o clinica, non si può mai prescindere dall’analisi del contesto familiare e socioculturale che potrebbe aver inciso sul delitto.

Per Freud tutti gli esseri viventi sono dotati di aggressività, ovvero un’energia finalizzata alla tutela e alla difesa della propria vita. Se orientata verso fini socialmente utili, si trasforma in creatività e cooperazione. Ma la stessa aggressività potrebbe non venire utilizzata positivamente, e le conseguenze sono proprio quelle del cosiddetto “raptus omicida”.

Intrinsecamente, una persona non è né buona né cattiva. Sono le relazioni, le occasioni, l’ambiente e i contesti che, intrecciati tra loro, spingono l’aggressività verso il bene o il male. Si può essere cattivi senza essere malati. E si può essere malati, senza essere cattivi.

Esempi

Le situazioni che portano all’incapacità di controllare le pulsioni possono essere:

  • disturbi deliranti acuti, che si manifestano in persone con disturbo di personalità, spesso dopo eventi psicotraumatizzanti acuti;
  • stress;
  • disturbi di personalità, che portano a disforia ed impulsività, condizioni tipiche del disturbo di personalità paranoide, antisociale o narcisistico;
  • disturbo di personalità borderline;
  • stati passionali o emotivi;
  • schizofrenia;
  • disturbo bipolare;
  • abuso di sostanze.

Conoscenza è comprensione

Di fronte a gesti così efferati, è importante conoscere il vissuto della persona che ha commesso il delitto. Soltanto così possiamo comprendere cosa c’è dietro l’agito specifico.

Ma dobbiamo anche cominciare a chiederci perché i crimini violenti sono associati alla follia. Tante volte si vuole semplicemente prendere le distanze da questi crimini, perché non sembra possibile che vengano commessi da persone “normali”. Riconoscere che il male è ovunque, però, potrebbe potenzialmente salvare delle vite.

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