Avvocato, sai prendere la vita con filosofia?

Sono in molti a pensare che la filosofia sia qualcosa di astratto e che non può essere applicata alla vita di tutti i giorni.

È quella cosa che rende una persona in grado di dire tutto e il contrario di tutto, oppure che ti fa estraniare dal mondo reale per farti occupare soltanto dei massimi sistemi. Ma la realtà non è così. Oggi più che mai la filosofia è essenziale per comprendere chi siamo, dove siamo, dove stiamo andiamo, dove vorremmo andare e il modo in cui arrivarci.

La nostra società

Viviamo nella società delle performance, ovvero dentro un sistema che ci porta a dover dimostrare a tutti che siamo sempre in movimento, perfetti e positivi, capaci di rendere il massimo in tutti gli ambiti della vita.

Conseguenza naturale di ciò è l’ansia da prestazione, che diventa normalità, alimentando l’inadeguatezza e i sensi di colpa. Questo modello suscita la paranoia da confronto (comparanoia), impedendo di sentirsi pienamente soddisfatti di quello che stiamo facendo o dei nostri risultati.

Nulla è mai abbastanza. Bisogna andare avanti, senza mai fermarsi.

Viviamo in una società ipercompetitiva, dove tutto è questione di sconfitta o vittoria. L’altro, che sia conoscente o sconosciuto, è un nostro competitor. Tutte le nostre relazioni si basano sull’idea per la quale vivere significa combattere senza interruzioni, sconfiggendo tutti i nemici che si interpongono tra noi e il nostro futuro.

Ma tutto questo non vuol dire che le colpe siano soltanto del mondo esterno. Chiediamoci, prima di tutto, che cos’è realmente in nostro potere e come distinguere i desideri autentici da quelli inautentici.

La fioritura personale

La filosofia ci può accompagnare in quest’opera di discernimento, per comprendere il modo in cui dobbiamo agire per riuscire a disegnare la strada della nostra esistenza. Questa è la fioritura personale, un processo fondamentale della filosofia antica, che consente lo sviluppo armonico di una persona.

Pierre Hadot, un filosofo francese, chiamava tutto ciò arte di vivere, ma già per Aristotele questa era l’arte di esistere. La filosofia antica non era soltanto teoria. Nasceva, infatti, come pratica trasformativa, con esercizi psicofisici e tecniche molto semplici ma altrettanto potenti. Ancora oggi risultano efficaci per coloro che sono capaci di appropriarsene.

La chiamiamo fioritura personale poiché ogni persona è dotata di un fiore diverso, anche se il mondo ci porta a pensare di doverci adeguare a standard eccessivamente rigidi, percorrendo strade pre-determinate. Ogni persona può far fiorire innumerevoli parti di sé, con fiori sempre nuovi e soprattutto secondo i propri tempi personali.

Tuttavia, solitamente siamo spinti a pensare che le cose debbano accadere immediatamente, o con tempi uguali per tutti. Per questo ci sentiamo sempre in ritardo sulla tabella di marcia, più deboli e lenti rispetti agli altri.

L’attrito che rivela chi siamo

Il processo di fioritura è un movimento che necessita di continue rielaborazioni. Lo scopo non è correre dritto verso il traguardo, e nemmeno rispettare la tabella di marcia – ma scoprire che non esiste nessun traguardo e nessuna tabella di marcia.

C’è soltanto un labirinto creato mentre viviamo, scegliamo e cerchiamo di realizzare i nostri desideri. Visto dall’alto, alla fine, il labirinto prenderà l’immagine del nostro volto.

Abbiamo la certezza di essere in fioritura quando sentiamo che dentro noi si sta muovendo qualcosa. In alcuni momenti ci sono dei segnali esterni e tangibili, come risultati personali o lavorativi. In altri, invece, apparentemente non appare nulla di quello che sta accadendo dentro noi. Ma il movimento c’è, ed è ancora più autentico e profondo.

Questo processo richiede attenzione, riflessione, contemplazione e azione. Ci deve provocare attrito, un attrito che libera la nostra energia vitale, che ci consente di scoprire chi siamo. Non è violenza, perché accade con urgenza, ma senza alcuna fretta.

E vissero per sempre felici e contenti

Di solito, le fiabe si concludono con “e vissero per sempre felici e contenti”. Anche se questa conclusione da piccoli poteva offrici un senso di serenità e sollievo, quando cresciamo cominciamo a capire che la vita delle favole non è possibile. Crederci significa vivere in un’illusione, pagando il caro prezzo del sogno ad occhi aperti. È qui che nascono la disillusione e il cinismo.

Tuttavia, come scritto da Gilbert K. Chesterton: “Le fiabe non insegnano ai bambini che i draghi esistono, loro lo sanno già che esistono. Le fiabe insegnano ai bambini che i draghi si possono sconfiggere”.

Da sempre, le fiabe aiutano le persone a riconoscere il proprio potenziale e a non accontentarsi di ciò che hanno già visto e conosciuto. Sono uno strumento fondamentale di educazione emozionale, e il modo in cui finiscono rappresenta un profondo insegnamento da non trascurare.

Differenza tra felicità e contentezza

Ma che cosa significa, veramente, vivere felici e contenti? Siamo di fronte a due termini molto diversi tra loro.

Felice deriva da felix, che ha la stessa radice di fecundus, ovvero, fertile. Sei felice, dunque, quando ti metti al mondo, quando realizzi la tua natura, quando fai qualcosa che ti mette in movimento e che tira fuori da te qualcosa che ancora non era emerso.

Di solito associamo alla felicità l’idea di una grande scorpacciata, anche se è più collegata ad un senso di fertilità che si prova quando si scopre qualcosa di nuovo di sé stessi e del mondo. È il momento in cui attraversiamo il ponte tra chi siamo e chi vogliamo essere.

Contento, invece, proviene da contentus, che indica l’essere pieni, appagati, riempiti. Sei contento quando sei soddisfatto, appagato.

Dobbiamo riconoscere la differenza tra essere felici ed essere contenti, dato che rispondono a bisogni necessari ma differenti.

La giusta via di mezzo

E tu, sei felice o contento? Quali sono le cose che ti danno felicità e quelle che ti danno contentezza?

Prendi un foglio e dividilo in due parti. Nella colonna di sinistra scrivi quello che ti rende felice, in quella di destra quello che ti rende contento.

Lo scopo non è l’analisi razionale della tua esistenza per riuscire a controllarla, ma anzi a prestare attenzione a quello che ora stai mettendo da parte, per lasciar emergere quello che influisce sulla tua vita.

Non devi nemmeno decidere se è meglio la felicità o la contentezza. Il segreto è trovare la giusta via di mezzo, che crea uno stato di meraviglia.

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Il dramma del suicidio nelle carceri italiane

Firma grafometrica: le linee guida per la perizia forense

Il dramma del suicidio nelle carceri italiane

Il 2022 si preannuncia essere l’anno con il più alto numero di suicidi in carcere dal 2009. Da gennaio ad oggi sono già avvenute 77 morti per suicidio.

Il 4 ottobre, gli attivisti di Antigone hanno tenuto un sit-in davanti al tribunale di Palermo. «Basta morti in carcere. Si è fatta una campagna elettorale nel silenzio perché nessuno dei leader nazionali ha toccato questo tasto, nonostante fosse un periodo molto caldo per i suicidi in carcere».

Il tema della salute mentale

Michele Miravalle, dell’osservatorio nazionale di Antigone, rivela: «Ci sono stati casi di suicidio pochi mesi prima dell’uscita dal carcere». Inoltre, la maggior parte delle persone erano in attesa di giudizio e ed erano affette da patologie psichiatriche.

Il problema della salute mentale in carcere «è forse la grande emergenza del carcere di oggi in Italia. Il 40% delle persone detenute fa uso sistematico di psicofarmaci», continua Miravalle. Il carcere «non ha strumenti per affrontare molte di queste situazioni perché c’è un’emorragia di personale professionale sanitario e di operatori di salute mentale che sistematicamente mancano e quindi, spesso, si ricorre allo psicofarmaco senza poter fare null’altro».

Le richieste alle istituzioni

Il tema della salute mentale era tra quelli trattati durante il sit-in di Palermo. «Chiediamo di evitare la detenzione per i soggetti fragili, identificati come malati psichiatrici o con gravi problemi psicologici».

Hanno chiesto anche di «creare le condizioni affinché i detenuti in attesa di giudizio possano scontare a casa il periodo che li vede lontani dalla condanna» e «un intervento svuota-carceri che metta fuori i ragazzi dai 20 ai 30 anni che sono negli istituti penitenziari per reati minori», che rappresentano la seconda fascia d’età nei casi di suicidio.

L’inadeguatezza dello Stato e delle carceri

Il suicidio di una persona che è stata privata della propria libertà rappresenta il fallimento del ruolo punitivo e riabilitativo del nostro Stato. Se uno Stato non riesce ad impedire la morte di un condannato, dovrebbe perdere le funzioni che ne giustificano la potestà punitiva.

I suicidi delle persone detenute provocano sempre scalpore e indignazione. Le loro storie sono testimonianze dell’ultimo step di vicende personali drammatiche, che nella carcerazione raggiungono il loro culmine.

Dopo notizie di questo genere, è evidente l’inadeguatezza delle carceri nell’affrontare i disagi delle persone che si trovano al loro interno per scontare una pena. Anzi, spesso la carcerazione diventa uno shock letale per le persone più fragili, incapaci di adattarsi alla drammaticità della situazione che devono affrontare.

La fragilità nelle nostre prigioni

Il nostro paese ha i più bassi tassi di suicidio. Ma da alcuni dati diffusi dall’OMS è emerso come in Italia, il divario tra l’incidenza del suicidio tra le persone incarcerate e quelle libere, sia il più alto in tutta Europa. La distanza ci porta inevitabilmente a ragionare sulla qualità delle nostre prigioni e sull’efficacia dei programmi di prevenzione.

Da non sottovalutare nemmeno gli episodi di autolesionismo e di tentato suicidio. La popolazione detenuta, infatti, si compone sempre più da soggetti fragili ed emarginati. La rivendicazione dei propri diritti, di conseguenza, viene sostituita dai corpi feriti e dalle condotte autolesioniste come richieste di supporto e attenzione.

Una telefonata allunga la vita

Il mondo del carcere si sta riprendendo dalla pandemia in maniera più lenta rispetto alla società. I progetti di volontariato sono andati avanti a singhiozzo e alcuni si sono interrotti definitivamente. Risulta evidente come il carcere rappresenti un luogo di abbandono e di solitudine, oggi più che mai.

La scorsa estate Antigone ha lanciato la campagna “Una telefonata allunga la vita”. Spiega Miravalle: «Ovviamente le telefonate non sono risolutive del problema, ma sono un importante strumento di prevenzione».

È recente la circolare del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) che affida ai direttori delle carceri le decisioni nelle autorizzazioni dei colloqui telefonici o delle videochiamate. L’intervento, tuttavia, dovrà essere stabilizzato dal nuovo governo.

Il Dap «ha scelto una strada abbastanza prudente suggerendo ai direttori di avere un’applicazione meno restrittiva del regime delle telefonate che era stato allargato durante il Covid e che noi auspicavamo diventasse legge. Non siamo ancora a quel punto, ma è un primo risultato di percezione di un disagio che va affrontato».

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Firma grafometrica: le linee guida per la perizia forense

I super-occhiali della Polizia di Arezzo non piacciono al Garante della privacy

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Come conseguenza del processo di dematerializzazione che interessa tutti i settori della nostra società, sono stati introdotti alcuni dispositivi di firma che riescono a catturare a e registrare dei parametri del gesto grafico, in modo tale da restituire un’esperienza di scrittura verosimile.

Si è favorito in tal modo il passaggio del mondo dell’analogico a quello del digitale. Questa innovazione, in campo forense, ha accelerato dei cambiamenti che interessano sia la parte tecnica dell’accertamento che la prassi procedurale.

Nel 2020, l’Associazione grafologica Italiana (A.G.I.), grazie al Dipartimento Peritale, si è impegnata nella stesura delle Linee guida operative per la verifica della firma biometrica con tecnologia grafometrica. L’operazione ha coinvolto anche la Polizia Scientifica di Roma e Namirial.

Un nuovo punto di riferimento

Siamo di fronte ad un documento unico nel suo genere, che diventa punto di riferimento non soltanto per i grafologi forensi, ma anche per pubblici ministeri e giudici.

Il codice di procedura civile, infatti, non contempla nessuna norma di riferimento per quanto concerne le procedure di acquisizione dati da parte dell’Esperto.

Il giudice, sostanzialmente, non dovrà più consegnare all’Esperto incaricato un documento analogico con la firma da verificare, ma un documento informatico con i dati biometrici della firma (strutturato adeguatamente in quanto a requisiti di conservazione e sicurezza).

Questa innovazione ha fornito un nuovissimo strumento di indagine per i grafologi, chiamati ad acquisire delle nuove competenze per restare aggiornati nei rapidi e costanti sviluppi che coinvolgono il settore digital.

Nel 2017 il primo documento

Da tempo, A.G.I. si occupa di scrittura biometrica, non soltanto con iniziative di ricerca, ma proponendo anche corsi di approfondimento che portano alla formazione di professionisti specializzati.

Già nel 2017, anno in cui si è tenuto il primo corso A.G.I. di formazione di grafometrica, era stato elaborato un primo documento con alcune indicazioni per il trattamento dei dati biometrici nelle sue fasi operative. Il documento è stato discusso, condiviso ed integrato con altri attori del progetto di cui oggi parliamo.

Nelle nuove Linee guida, invece, troviamo i dettagli dei percorsi operativi, con tutti i possibili scenari che nascono nell’ambito di una verifica, che ha per oggetto un documento sottoscritto con tecnologia grafometrica.

Le nuove linee guida

I dati che vengono acquisiti durante la scrittura, con l’aiuto di uno stilo e del tablet, divengono oggetto di analisi per il grafologo forense. Nelle linee guida ci sono le informazioni che possiamo rilevare dalla firma grafometrica, come:

  • pressione;
  • durata;
  • posizione in termini di coordinate;
  • tratti aerei a pressione zero;
  • rappresentazione grafica.

Tali dati vengono cifrati tramite la componente pubblica di una coppia di chiavi asimmetriche. La componente privata, tuttavia, può essere utilizzata soltanto previa autorizzazione del magistrato, poiché grazie ad essa si decifrano i dati biometrici della firma.

La firma cifrata, durante l’operazione di sottoscrizione, è contenuta nel documento informatico PAdES.

Una terza parte fidata, che ha l’incarico di conservare la propria chiave privata al fine di decifrare i dati biometrici del firmatario, gioca un ruolo chiave in caso di contenzioso.

Dati biometrici di base non standard

Aggiornare le Linee guida qui descritte era una necessità nata a causa della difficoltà di elaborare i dati biometrici di base non standard, prendendo come standard di riferimento l’ISO/IEC 19794-7. Quest’ultimo tratta nello specifico i formati di interoperabilità dei dati biometrici in relazione alle sottoscrizioni.

Utile sottolineare come venga utilizzata anche una versione non aggiornata dello standard, fatto non critico rispetto all’interoperabilità dei prodotti di mercato, dato che lo standard più recente non viene adottato dai fornitori.

Non gestire dati in questo formato non rappresenta una violazione delle regole, ma contribuisce a creare difficoltà a livello di interazione con i vari strumenti di perizia grafologica, che elaborano fisiologicamente i dati proprietari acquisiti attraverso un prodotto specifico.

Sono le stesse linee guida a proporre una metodologia best effort, con il vantaggio di essere condivisa anche dalla polizia scientifica nazionale.

Per concludere

Risulta utile dire che lo scenario operativo varia in base alla verifica, che può essere richiesta in ambito stragiudiziale o giudiziale.

In ambito giudiziale, l’Esperto può utilizzare i dati biometrici previa autorizzazione del magistrato, sui quali saranno possibili elaborazioni quantitative e qualitative. In ambito stragiudiziale, invece, l’esperto non dispone di dati biometrici, in quanto chiamato ad esprimersi su una firma flat, ovvero la semplice rappresentazione grafica della firma.

Nelle linee guida ci sono chiare indicazioni sull’acquisizione di un campione comparativo e su tutto quello che riguarda il report finale. Si descrivono, inoltre, possibili modalità operative che riguardano l’acquisizione di dati biometrici da parte dell’Esperto, che avvengono sia in presenza o tramite PEC.

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I super-occhiali della Polizia di Arezzo non piacciono al Garante della privacy

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I super-occhiali della Polizia di Arezzo non piacciono al Garante della privacy

È stata aperta un’istruttoria dall’autorità Garante della privacy nei confronti del comune di Arezzo, che qualche giorno fa aveva annunciato la volontà di fornire agli agenti di Polizia locale dei super-occhiali, che controllano in tempo reale i documenti degli automobilisti.

La Polizia locale di Arezzo è la prima in assoluto in Italia a dotarsi di uno strumento simile. La sperimentazione dovrebbe cominciare il 1° dicembre 2022, a patto che il comune chiarisca i dubbi del Garante.

Questi super-occhiali sono dispositivi simili ai Google Glass, ovvero un apparecchio su cui Google aveva investito dieci anni fa ma che aveva abbandonato per lo scarso successo negli utilizzi civili.

La rivoluzione che promettevano i Google Glass non si è mai realizzata, anche se tale tecnologia non è mai stata abbandonata completamente. Oggi viene utilizzata principalmente nelle fabbriche dove si lavora a catena di montaggio.

Come funzionano i super-occhiali

Le caratteristiche dei super-occhiali della Polizia di Arezzo corrispondono esattamente a quelle dei Google Glass. Sulle lenti degli occhiali vengono visualizzate informazioni e notifiche che di solito si vedono sugli schermi degli smartphone.

Si possono vedere documenti e informazioni inerenti alle auto parcheggiate o in movimento, tramite un sistema che si basa sul numero delle targhe. Sostanzialmente, basta osservare la targa di un’auto nel traffico per capire subito se il veicolo è assicurato, revisionato o rubato.

Osservando la patente dell’automobilista, il sistema permette di vedere i punti dell’automobilista e se ci sono obblighi particolari, come quello delle lenti alla guida. Tutto il processo di ricerca e di acquisizione delle informazioni avviene grazie ad un software che si chiama URBANO 2.0.

Se ci sono irregolarità, gli agenti possono fermare l’auto, e se necessario stampare una sanzione attraverso una mini stampante contenuta nella cintura della divisa.

Gli occhiali potranno anche registrare video trasmessi in diretta nella centrale operativa, scattando foto che potrebbero risultare utili in caso di incidenti stradali.

Combattere la microcriminalità

Lucia Tanti, vicesindaca di Arezzo, ha detto che gli occhiali serviranno principalmente per controllare le zone della città che hanno un maggior tasso di microcriminalità, al fine di scovare i veicoli rubati o quelli che non sono in regola.

«L’adesione a questo progetto consentirà sostanzialmente una migliore e più efficace gestione e risparmio dei tempi di intervento importantissima per consentire agli agenti stessi di svolgere al meglio quella attività di prossimità che è tra i suoi ruoli primari».

Atteso l’ok del Garante per la privacy

In ogni caso, la sperimentazione partirà dopo l’ok del Garante per la privacy. E non è detto che l’autorizzazione arriverà nel giro di due settimane (come spera il comune). Il Garante, infatti, ha espresso delle riserve, poiché ai destinatari dei controlli si dovrebbe fornire un’informativa sul trattamento dei dati personali e agli agenti un’informativa sulla privacy.

Il rischio è che gli occhiali siano un metodo per il comune di controllare continuamente e a distanza le attività degli agenti di Polizia. I super-occhiali, senza i dovuti accorgimenti sul trattamento dei dati e delle immagini, rischiano di infrangere lo Statuto dei lavoratori che vieta espressamente il controllo a distanza del lavoro.

Secondo Aldo Poponcini, comandante della Polizia locale di Arezzo, non ci dovrebbero essere problemi collegati ai dati e alla privacy. «Il kit presentato è in via di sperimentazione, siamo i primi in Italia, ma non ha nulla a che vedere con il riconoscimento facciale».

«Il sistema ci permette», continua Poponcini, «di accedere a banche dati alle quali già abbiamo accesso, ma con modalità di lavoro innovative. Ringrazio il garante per aver posto l’accento su questi aspetti della privacy, perché di fatto si tratta di questioni per le quali ancora non è presente una normativa».

La moratoria del 2021

Negli ultimi anni, il Garante è intervenuto molte volte per far rispettare le norme sulla privacy, soprattutto per quanto riguarda i sistemi di videosorveglianza dei comuni e i controlli delle forze dell’ordine.

Il Parlamento, nel dicembre 2021, aveva approvato un emendamento presentato dal PD, istituendo una moratoria di due anni riguardo i sistemi di riconoscimento facciale. L’installazione di questi impianti di videosorveglianza, si legge nel testo, «sono sospese fino all’entrata in vigore di una disciplina legislativa della materia e comunque non oltre il 31 dicembre 2023».

Come funziona il riconoscimento facciale

Il riconoscimento facciale è una tecnologia che si appoggia ad un software per analizzare l’immagine di una persona, sotto forma di dati e pixel, dai quali ricava un modello matematico che viene successivamente applicato ad altre immagini per riuscire a trovare una corrispondenza.

L’archivio delle immagini risulta fondamentale per l’identificazione di una persona, e viene alimentato dai dati di tutte le persone che, mentre camminano per strada, vengono rilevate dalle telecamere. Alcuni software si sono evoluti così tanto da indentificare un individuo soltanto basandosi sulla sua andatura.

Attivisti ed esperti di tecnologie sostengono da tempo che i sistemi utilizzati, anche In Italia, sono troppo invasivi per quanto riguarda la privacy. Sono poco regolati, e non si sa molto sul loro funzionamento e sul modo in cui vengono raccolti e utilizzati i dati.

Sistemi illegittimi

Ce ne sono diversi nelle città italiane, ma tutti sono stati prontamente bloccati dal Garante. Il primo è stato installato a Como, nel 2019, nel parco di via Tokamachi, ma è stato dichiarato illegittimo dal garante nel febbraio del 2020. Un sistema simile è stato finanziato successivamente anche dal comune di Udine.

La moratoria ha introdotto una norma più chiara. I comuni, d’ora in poi, dovranno chiedere il parere del Garante, che fino ad oggi ha bocciato tutti i progetti di videosorveglianza dotati di riconoscimento facciale.

Per l’ex-deputato del PD Filippo Sensi, la norma approvata rappresenta «un primo passo che serve ad accendere un riflettore su questo tema, che riguarda la libertà e i diritti delle persone: siamo i primi a normare questi sistemi introducendo una moratoria in attesa di una legge del Parlamento europeo. Ora siamo certi che privati, comuni e in generale le P.A. non possono usare il riconoscimento facciale senza un parere favorevole del Garante della privacy: è una garanzia in più rispetto a prima».

L’esenzione dell’autorità giudiziaria

La moratoria non coinvolge l’autorità giudiziaria, che non ha l’obbligo di sottostare ad alcun controllo preventivo del Garante. L’articolo 12, infatti, recita che un parere è necessario «salvo che si tratti di trattamenti effettuati dall’autorità giudiziaria nell’esercizio delle funzioni giurisdizionali nonché di quelle giudiziarie del pubblico ministero».

Laura Carrer, giornalista e attivista presso il centro Hermes, spiega che «con le modifiche introdotte con questa moratoria, l’autorità di polizia giudiziaria e il pubblico ministero sono esentati dal controllo preventivo del Garante della privacy».

Inoltre, l’Associazione Privacy Network sostiene che la moratoria ha «un’incidenza estremamente ridotta, perché si applica solo a limitate ipotesi, come l’uso di sistemi di riconoscimento facciale in luoghi pubblici e aperti al pubblico».

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La tutela ambientale nel diritto penale

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Tra i liberi professionisti, la figura che più di tutte necessita di fare personal branding è proprio quella dell’avvocato.

Infatti, l’avvocato offre una prestazione puramente intellettuale, che viene scelta non tanto per la capacità e l’esperienza oggettiva, ma per la percezione soggettiva che innesca nei clienti. Nella professione legale ormai non conta soltanto la bravura, poiché è necessaria anche una buona comunicazione e un buon marketing.

Personal Branding per comprendere noi stessi

In sé, il personal branding non è crescita o cambiamento, ma comprensione ed esternazione di quello che si è.

È un percorso introspettivo da fare in precedenza, che permette di esprimere valori e competenze che contraddistinguono sia te che la tua attività. L’atto stesso di guardare al tuo interno al fine di definire il tuo focus è un percorso che conduce ad una reale crescita personale.

Nel mondo legale, quindi, devi comprendere a fondo le tue particolarità, per focalizzarti su quelle e vivere la tua professione con più serenità. Questo andrà ad incidere sulla soddisfazione dei tuoi clienti ma ti consentirà anche di essere avvantaggiato nel mercato legale, afflitto dalla “guerra delle tariffe”.

Differenziandoti dagli altri avvocati diventerai un professionista più interessante per una nicchia specifica di potenziali clienti. Ovvero, per chi, avendo uno specifico problema da risolvere, ti vedrà come la miglior scelta.

Un approccio simile permette di creare una clientela che se ne frega delle tariffe più alte, dato che il servizio sarà ottimo (se non il migliore!).

Attenzione alle recensioni

Attenzione anche alle recensioni online dei clienti. La loro importanza è stata confermata da numerose ricerche di marketing, che hanno dimostrato come idee e suggerimenti online sulla qualità di servizi e prodotti acquistati sembrano influenzare parecchio consumatori e clienti.

Potrebbero essere di gran lunga più efficaci di qualsiasi altra strategia di mercato. La scelta di un bene o di una prestazione precede sempre una ricerca di prodotti e prestazioni simili e allo stesso prezzo, che di solito si conclude dopo una valutazione attenta delle recensioni dei clienti.

Un uovo modello di marketing

La pandemia ha costretto i consumatori a sperimentare l’e-commerce, che, sorprendentemente, è piaciuto.

Se un consumatore ha informazioni trasparenti su quello che andrà ad acquistare, poi sarà maggiormente predisposto a provare ciò che vuole.

Le recensioni online, dunque, sembrano influenzare gli acquisti offline. Alcuni non acquistano nuovi prodotti se non leggono prima le recensioni online. In questo nuovo modello di marketing, il cliente è parte della catena di rivendita, non come attore passivo, ma come protagonista sempre più critico.

Conclusione

Cerchiamo, quindi, di scrivere opinioni, partecipare a dibattiti, condividere commenti sui social e rilasciare interviste. Il tutto tenendo sempre ben presente che siamo di fronte ad un cambiamento radicale del paradigma fondamentale del comportamento di clienti e consumatori.

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Tutelare la vita e la salute umana significa tutelare anche la salute dell’ambiente. In generale, la presa di coscienza sulla necessità della tutela dell’ambiente progredisce sempre più. Questa evoluzione storica ci porta a comprendere che ci troviamo di fronte ad un nuovo diritto umano, in quanto la salute dell’ambiente è collegata, inevitabilmente, a quella degli esseri umani.

Nell’art. 37 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea troviamo la necessità di tutelare l’ambiente come diritto fondamentale. Anche la risoluzione n. 48/13 approvata dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha riconosciuto il diritto ad un ambiente sano, pulito e sostenibile come diritto fondamentale dell’uomo.

Il valore dell’ambiente non si relaziona soltanto con il diritto alla vita, ma anche con il diritto alla salute sociale ed economica dei cittadini.

Breve storia della tutela ambientale in Italia

Con la sentenza 127/1990, la Corte Costituzionale affermò che il limite di inquinamento non poteva superare «quello rappresentato dalla tollerabilità per la tutela della salute umana e dell’ambiente in cui l’uomo vive: tutela affidata al principio fondamentale di cui all’art. 32 della Costituzione, di cui lo stesso art. 41, secondo comma, si richiama».

Dunque, da tempo l’ambiente è riconosciuto come un autentico valore costituzionale, previsto dagli articoli 9 e 32, anche se la materia ambientale verrà inserita nel Testo Costituzionale soltanto con la legge costituzionale 1/2022.

Questo non vuol dire che prima, in Italia, non ci fosse alcuna forma di tutela ambientale. Senza dubbio, tale legge costituzionale è nata grazie alle maggiori attenzioni degli ultimi anni nei confronti dei cambiamenti climatici, specialmente quelli avvenuti come conseguenza dell’azione umana.

Leggiamo dai lavori preparatori della legge costituzionale 1/2022 che «l’80% dei disastri naturali, che hanno già duramente colpito e continuano a colpire, anche il nostro Paese, è legato ai cambiamenti climatici».

La necessità di tutelare il nostro ambiente comincia a partire dalla Conferenza della Nazioni Unite sull’Ambiente Umano, tenutasi a Stoccolma nel 1972. Una conferenza che segna l’inizio della coscienza ambientale a livello istituzionale.

L’ordinamento italiano, prima di allora, non “snobbava” la tutela della salute dell’ambiente, che inizialmente era inteso come decoro urbano. Tuttavia, analizzando gli interventi specifici in materia nel Codice Civile del 1942 ci troviamo di fronte alla settorialità degli interventi legislativi e al grande apporto della Giurisprudenza Costituzionale in materia ambientale.

Il legislatore italiano tutelava l’ambiente come valore unitario in maniera puramente incidentale. Le discipline erano settoriali, come la legge sull’inquinamento dell’aria e delle acque. Ma un grosso evento ha mosso la coscienza del Legislatore.

Il disastro di Chernobyl, avvenuto il 26 aprile 1986, portò alla nascita del Ministero dell’Ambiente. È proprio qui che si esplicita il collegamento tra lo stato dell’ambiente con la tutela della vita umana, dove si stabilisce anche che i cittadini possono e devono esercitare un controllo sociale anche attraverso osservazioni alla P.A.

Il cittadino diviene, dunque, protagonista della tutela della sua salute. Con la legge 308/2004 si conferirà al governo una delega per procedere alla “codificazione” del Diritto ambientale in Italia. Si arriverà ad unificare la disciplina ambientale con il decreto legislativo 152/2006 “Testo Unico Ambientale”.

Ambiente e tutela penale

Come naturale conseguenza della tecnologia scientifica e industriale, si è resa necessaria una tutela sempre maggiore dell’ambiente.

La mancanza di un’adeguata disciplina di tutela penale a livello ambientale ha consentito che la criminalità organizzata cominciasse ad intendere l’inquinamento come nuova frontiera di guadagno, facendo nascere in tal modo le ecomafie.

Nel 2008 i paesi membri sono stati invitati a legiferare sulla tutela penale dell’ambiente, invitandoli ad elencare le violazioni ambientali punibili come reati all’interno dell’UE. Nell’incipit della direttiva si legge che «attività che danneggiano l’ambiente, le quali generalmente provocano o possono provocare un deterioramento significativo della qualità dell’aria, compresa la stratosfera, del suolo, dell’acqua, della fauna e della flora, compresa la conservazione delle specie» esigono importanti sanzioni penali.

Tali attività comprendono i reati di tipo ambientale ma anche il trattamento illecito di rifiuti. I paesi dell’Unione Europea, dunque, sono tenuti ad applicare sanzioni penali proporzionali, persuasive ed efficaci in caso di reato ambientale, commesso intenzionalmente o per grave negligenza.

Nel reato ambientale vengono puniti anche il concorso, l’istigazione e il favoreggiamento. Nel 2015, il legislatore recepisce la necessità di rafforzamento della tutela, ed inserisce nel Codice Penale gli ecodelitti (legge 68/2015).

Una visione antropocentrica dell’ambiente

Nella nostra cultura giuridica, la tutela dell’ambiente è vista da un punto di vista personalista, ovvero di tutela del singolo all’interno di una comunità. Tale prospettiva si traduce in un principio antropocentrico, tipicamente occidentale.

Per esempio, la Legge tedesca del 1990 sulla responsabilità per danno ambientale prevede che «l’inquinamento colpisce tutti coloro che vengono costretti a vivere in una situazione di degrado ambientale». Per questo, «ciascuno è leso individualmente in quanto l’ambiente è una condizione di vita della persona».

Tale modalità di tutela dell’ambiente è direttamente contrapposta alla visione latino-americana, che opta per il riconoscimento della soggettività giuridica alla natura, ed è frutto di un processo inverso a quello europeo.

Secondo l’art. 71 della Costituzione dell’Ecuador, la natura ha «il diritto al rispetto integrale della sua esistenza e al mantenimento e alla rigenerazione dei suoi cicli vitali, delle sue strutture, delle sua funzioni e dei suoi processi evolutivi».

Per concludere

Non ci sono dubbi: è assolutamente necessario tutelare l’ambiente in quanto diritto umano, poiché collegato direttamente alla tutela della vita e della salute. Ma non dobbiamo sottovalutare il ruolo del cittadino in tutto questo.

Vigilare sull’ambiente non è soltanto responsabilità del legislatore o della P.A, ma è un diritto e un dovere del cittadino. Quest’ultimo deve avere riguardo della propria condizione ma anche della condizione dell’ambiente in cui vive.

Basandoci sulla struttura dell’art. 52 della nostra Costituzione, la difesa dell’ambiente è un dovere sacro del cittadino, in quanto è proprio da esso, dalla “Madre Terra”, che deriva la propria vita.

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Continuano ad aumentare i rilasci e gli accessi per Spid. A fine settembre 2022, infatti, 32,2 milioni di cittadini italiani erano in possesso di identità digitale. Il dato segna un incremento del 30% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Identikit del cittadino con Spid

Il Sistema pubblico di identità digitale, a conti fatti, è nelle mani del 63% della popolazione italiana con più di 18 anni, anche se la distribuzione non è omogenea né per quanto riguarda le fasce d’età né per quanto riguarda l’area geografica.

Questo è quanto afferma la nuova ricerca dell’Osservatorio Digital Identity della School of management (Politecnico di Milano). Tutti i ragazzi della fascia 18-24 anni sono in possesso di Spid, mentre 1 su 4 over 75 ha attivato la propria identità digitale.

Anche a livello geografico si riscontrano delle differenze: la regione Lazio detiene il record del 74% della popolazione con Spid, seguita dal 70% della Lombardia a dal 62% di Emilia-Romagna, Campania e Piemonte. Ultimi posti per Calabria (54%), Marche (53%) e Molise (52%).

Carta d’Identità Elettronica

Ma in Italia non esiste soltanto lo Spid. Cresce, infatti, anche la diffusione della Cie, la Carta d’Identità Elettronica. Ben 31,3 milioni di cittadini sono già in possesso del documento, registrando un aumento del 29% rispetto al 2021.

Tali livelli di diffusione posizionano l’Italia ben oltre gli obiettivi che sono stati definiti dal Pnrr per l’anno 2024. Anche se gli obiettivi sono stati raggiunti con due anni d’anticipo, la partita dell’Identità Digitale in Italia è tutt’altro che conclusa.

Identità Digitale in Europa

L’Osservatorio ha rivelato che, a livello europeo, i vari sistemi di identità digitale che negli anni passati hanno attraversato una rapida fase di sviluppo, hanno continuato poi il loro percorso di diffusione e consolidamento tra aziende e utenti. Il ritmo di crescita, tuttavia, rallenta progressivamente.

Se analizziamo i sistemi digitali che non si basano su smart card, si passa dal 95% della popolazione olandese che utilizza il sistema DigiD, seguita da Norvegia (79%), Svezia (78%) con BankID e Repubblica Ceca (9%) con MojeID.

L’Italia, invece, con lo Spid posseduto dal 54% della popolazione totale, raggiunge degli ottimi risultati di diffusione, con dei tassi di crescita che possono essere paragonati a quelli del sistema francese FranceConnet, che raggiunge il 59% e del sistema belga itsme (56%).

Nuove rivoluzioni

Nel settore si fa strada una vera e propria rivoluzione, spinta dalle nuove norme in atto. Il mercato dell’Identità digitale sta infatti migrando verso il concetto di wallet, che permette di integrare credenziali, pass, certificazioni e altri attributi in un unico strumento messo direttamente nelle mani degli utenti.

Spiega Giorgia Dragoni, direttrice dell’Osservatorio Digital Identity: «L’ecosistema di riferimento della digital identity, a livello mondiale, sta attraversando una forte evoluzione verso sistemi di identità digitale sempre più interoperabili e transnazionali».

«Nella direzione di un wallet digitale si stanno muovendo soggetti tradizionali e big tech. Queste ultime iniziano a scorgere maggiori opportunità di business nell’identità sicura e certificata, si propongono come partner tecnologici degli enti istituzionali nei vari Paesi, mettendo a disposizione competenze su interoperabilità e fruibilità dei loro applicativi, oltre al vastissimo bacino di utenti che attualmente già utilizza le soluzioni da loro erogate».

European digital identity wallet

Nel giugno del 2021, una bozza di revisione del regolamento eIDAS ha provveduto a delineare la creazione di un European digital identity wallet. La Commissione europea sembra che abbia l’intenzione ampliare la competizione, introducendo il nuovo ruolo di wallet provider, che potrebbe essere ricoperto da attori tradizionali ma anche da nuovi soggetti.

Al fine della sperimentazione del nuovo paradigma si è spinto verso l’incentivazione di iniziative di collaborazione tra diversi Paesi per sviluppare wallet, utilizzabili in più casi in ambito privato o pubblico.

Afferma Valeria Portale, direttrice dell’Osservatorio Digital Identity: «Siamo davanti a un bivio, che potrebbe portare ad una rivoluzione del settore. Se il wallet sarà considerato solo come un nuovo “contenitore” per identità digitali e credenziali esistenti, senza modificare la configurazione attuale del mercato e dell’offerta all’utente, sarà semplicemente un ritocco di quanto siamo già abituati a utilizzare».

«Se invece», continua, «davvero si riuscirà a raggiungere l’interoperabilità, abilitando sinergie tra servizi digitali in Stati diversi, allora si assisterà davvero alla rivoluzione dell’identità digitale. L’Italia è chiamata ad affrontare una sfida difficile a fianco di altri paesi europei. Senza una chiara strategia sull’identità digitale, sarà estremamente difficile per le aziende, e più in generale, per l’intero Paese, catturare le opportunità generate dal wallet comunitario: è importante lavorare ora per essere davvero parte di questa rivoluzione ed evitare di rimanerne travolti».

Spid nella quotidianità

Secondo i dati, siamo ancora lontani dall’utilizzo quotidiano e strutturale dello Spid. Nel corso del 2022 il Sistema è stato utilizzato mediamente dagli italiani 25 volte all’anno, contro le 22 del 2021 e le 9 del 2020.

Emerge un utilizzo meno dipendente dagli obblighi normativi (cashback o greenpass) e sempre più spinto verso servizi chiave per il cittadino.

Nel 2022 ci sono stati sviluppi importanti per quanto riguarda il piano normativo. È stato definito anche il ruolo dei soggetti aggregatori dei servizi privati, rendendo più semplice il processo di adesione delle aziende da un punto di vista tecnologico e amministrativo.

Inoltre, sono state diffuse le linee guida per i gestori di attributi qualificati (università e albi professionali) che saranno in grado di certificare eventuali qualifiche da integrare nel set dei dati già presenti in Spid.

Addio a pin e password

Nei settori finance, utility e telco, l’80% delle grandi aziende consente di avviare e concludere la procedura di riconoscimento nel digitale. Nella maggioranza dei casi, la verifica dei dati dell’utente può essere effettuata a distanza, senza doversi per forza recare allo sportello.

Le aziende cominciano, dunque, ad integrare la modalità di riconoscimento senza pin o password, sostituendo questi metodi con l’invio di sms o email contenenti un codice otp (o app per generare codici otp e notifiche push). Nell’8% dei casi vengono utilizzati anche fattori biometrici.

Strutture interne ancora inadeguate

Manca comunque una struttura interna adeguata, che presidi la gestione dell’identità digitale. Il 63% delle aziende non ha mai valutato di integrare i sistemi certificati a livello nazionale, come Cie e Spid.

Finora, le aziende hanno lavorato a compartimenti stagni, per sviluppare sistemi non interoperabili e per procedere senza una visione d’insieme. Soltanto il 12% sta attualmente valutando la possibilità di valorizzare il profilo identificativo dell’utente, per abilitare il suo accesso anche ad ulteriori servizi di terzi, seguendo una logica di wallet.

L’importanza di un’identità digitale interoperabile

Luca Gastaldi, direttore dell’Osservatorio Digital Identity, afferma che «l’ecosistema italiano deve lavorare per essere pronto al cambiamento portato dagli identity wallet. È importante», continua, «sviluppare maggiore sensibilità e consapevolezza sull’importanza di un’identità digitale interoperabile, per creare sinergia tra settori e contesti nazionali diversi».

Bisogna lavorare parallelamente «su Spid e Cie, affinché siano pronti a un’arena competitiva allargata dalle evoluzioni normative. Delegare il presidio su asset tecnologici e dati contenuti nel wallet nelle mani di pochi attori, ci taglierebbe fuori da questo cambiamento, vanificando di fatto lo sforzo di aver creato un sistema che metta al centro l’utente e il controllo sui suoi dati, snaturando i sistemi nazionali su cui si è investito negli ultimi anni».

Si andrebbe a perdere posizione, infatti, nel mercato «degli attori che finora hanno sviluppato servizi legati all’identità digitale».

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Avvocato, attenzione al sovraccarico di lavoro

Viviamo in una società frenetica, e sentirsi stressati per un eccesso di lavoro, soprattutto se si è avvocati, è molto semplice. Ed è ancor più semplice passare dal sovraccarico di lavoro ad un sovraccarico emotivo.

Può accadere a tutti, anche se è un punto di rottura che si può benissimo evitare. Soprattutto se abbiamo la consapevolezza di vivere un momento in cui richiediamo troppo a noi stessi.

I periodi difficili sono normali

Capita, talvolta, di sentici soffocati a causa delle pressioni esterne avvenute per lungo tempo. Alcuni perdono la motivazione e si sentono svuotati, altri sperimentano intensi attacchi di panico, altri ancora reagiscono con brutti scatti d’ira.

Ma è del tutto normale, soprattutto se stiamo attraversando periodi difficili in cui non riusciamo a soddisfare i nostri bisogni emotivi e personali. Ma se sappiamo a che cosa prestare attenzione possiamo liberarci dai nostri ostacoli mentali, imparare a gestire lo stress e a mantenere il controllo, evitando di spingerci oltre il limite.

Lo stress è positivo

Proviamo molte emozioni. Ovviamente, vorremmo provare soltanto quelle belle e stare sempre bene. Ma sappiamo che non è possibile.

Anche se ci portano ad uno stato di malessere, emozioni come la rabbia, la paura, la tristezza o l’insicurezza sono del tutto normali e soprattutto inevitabili. Non vuol dire, però, che non possiamo trasformarle in preziose risorse per la nostra crescita personale.

Se le guardiamo con attenzione, le emozioni sono delle porte d’accesso alla nostra dimensione interiore. È normale essere stressati davanti a tante attività da svolgere che incontriamo durante la nostra vita lavorativa e personale.

Tuttavia, lo stress potrebbe anche essere positivo, se visto come stimolo a tirare fuori il meglio di noi. Il problema nasce quando sensazioni, pensieri ed emozioni si ingarbugliano al punto da prendere completamente il sopravvento, interferendo con la nostra capacità di fare le cose che dobbiamo fare.

I sintomi dell’esaurimento emotivo

Un esaurimento emotivo influenza vari aspetti della nostra vita, impattando a livello fisico, mentale e comportamentale. I sintomi fisici possono essere:

  • cefalea;
  • tachicardia;
  • oppressione al petto;
  • spossatezza;
  • mal di schiena;
  • tensioni al collo;
  • cattiva digestione;
  • mal di stomaco;
  • perdita di peso;
  • insonnia o eccessiva sonnolenza.

I sintomi comportamentali, invece, potrebbero riguardare:

  • pianto;
  • difficoltà di concentrazione;
  • difficoltà a prendere decisioni;
  • voglia di fuggire;
  • uso di alcol o sostanze stupefacenti;
  • fatica nel mantenere una conversazione.

I sintomi emotivi, invece, sono strettamente connessi alle emozioni dominanti vissute dalla persona:

  • rabbia;
  • panico;
  • senso di impotenza;
  • sopraffazione;
  • empatia.

[Attenzione: le informazioni contenute nell’articolo non sostituiscono in alcun modo il rapporto diretto medico-paziente. Si raccomanda di rivolgersi sempre al proprio medico se si hanno questi sintomi, che potrebbero essere riconducibili ad altre patologie]

Le cause del sovraccarico emotivo

Ma quali sono le cause più frequenti che ci portano a vivere una situazione di sovraccarico emotivo? Di solito questo è dovuto ad un insieme di cause che durano a lungo nel tempo, alimentando un processo emotivo che porta a sempre più stress.

Una tra le cause principali di sovraccarico emotivo è lo stress lavorativo. Se il carico di lavoro è troppo grande, la vita privata perde tutto il suo spazio, e comincia a prevalere un senso di malessere e frustrazione.

Stai lavorando troppo, accumulando stress lavorativo, quando:

  • fai fatica a staccare dal lavoro;
  • ti sembra di non riuscire a produrre più nulla, anche se ti impegni;
  • provi ansia per le troppe cose da fare;
  • ti sembra di non dedicare abbastanza tempo alla famiglia e alle amicizie;
  • sei sempre di fretta;
  • trascuri i tuoi interessi.

Tutto questo, alla lunga, ti porta al burnout, andando ad incidere sul tuo benessere emotivo e sulla tua salute. Per questo, è cruciale presentare attenzione prima di raggiungere il punto di rottura.

Come gestire un sovraccarico emotivo?

Vediamo insieme alcuni modi per gestire il sovraccarico emotivo.

#1 Prendi un po’ di tempo per te

Dedicati del tempo. Ritagliare del tempo per alcune attività che potrebbero rilassarti e che ti mettono in contatto con chi sei veramente potrebbe risultare fondamentale.

Camminare, leggere un libro, guardare il mare, incontrare gli amici, fare sport, andare al cinema, ascoltare musica, suonare uno strumento, regalarsi una cena speciale. Pensa a tutte le cose che ti fanno stare bene, e ricordati sempre di fare spazio nella tua vita per una di queste.

Se ti sembra di non avere del tempo per farlo, ricorda che è soltanto una percezione. Se hai la consapevolezza di averne bisogno, potrai fare le scelte che ti servono per dare delle nuove priorità ai tuoi numerosi impegni.

Piano piano riuscirai ad introdurre nella tua quotidianità quei momenti indispensabili, seppur brevi, per dedicarti a quello che ti appaga e che ti fa stare bene.

#2 Impara ad accettare le tue emozioni

Tutte le emozioni fanno parte della vita. Si ha la tentazione di evitare quelle più negative, ma la verità è che sono assolutamente essenziali per la nostra crescita personale. Anzi: accogliere un’emozione negativa significa conoscersi un po’ meglio e liberarsene più in fretta.

La maggior parte delle nostre frustrazioni, infatti, deriva dal nostro voler combattere ed eliminare le cose negative che sentiamo. Ma non giudichiamoci. Osserviamoci, e cerchiamo di essere compassionevoli con noi stessi.

Accettiamo le nostre emozioni, utilizziamole per capire quale direzione vogliamo prendere e in che modo possiamo migliorare la nostra vita.

#3 Scrivi un diario

Un diario potrebbe essere un ottimo esercizio per evitare di cadere nel sovraccarico emotivo. Scrivere significa materializzare pensieri e sentimenti che ci accompagnano durante la giornata.

Tenere un diario aiuta a mettere ordine e a fare chiarezza, poiché riusciamo a vederci in maniera più distaccata e lucida. Se teniamo un diario ci accorgeremo dei cambiamenti e delle sensazioni che si ripresentano più spesso e che forse, meritano più attenzione.

Sembra sciocco, ma è un semplice ed estremamente potente esercizio da attuare.

#4 Medita

Praticare la meditazione potrebbe essere un valido esercizio al fine di dirigere l’attenzione, ridurre lo stress e gestire le emozioni. Ma non ti preoccupare: non devi vestirti come un eremita e andare a levitare sulla cima della montagna.

Bastano semplicemente pochi minuti al giorno, per fermarsi ad ascoltare mente e corpo in uno spazio tranquillo. La meditazione è qualcosa alla portata di tutti, utile per scoprire dove le emozioni si manifestano fisicamente.

Andare ad agire sul corpo, magari soltanto attraverso il respiro, ci fa calmare e ritrovare il nostro equilibrio.

Ri-organizzati

Se il tuo sovraccarico emotivo ha origine in un carico di lavoro eccessivo, ci sono delle azioni ben precise che puoi intraprendere per migliorare la tua condizione.

Innanzitutto, analizza le tue giornate e tutti i tuoi impegni professionali, al fine di ridefinire un piano che ti permette di riorganizzarti in maniera più efficiente:

  • fai un elenco delle attività da svolgere durante la giornata;
  • cronometra il tempo che dedichi ad ognuna di queste attività;
  • identifica le distrazioni;
  • individua le attività superflue;
  • scopri quanto tempo dedicare al giorno ai vari imprevisti;
  • valuta se il lavoro che svolgi è effettivamente eccessivo.

Se sei il titolare dello studio legale potresti confrontarti con i collaboratori di cui ti fidi di più per ridefinire i carichi di lavoro. Se sei un collaboratore, nulla ti vieta di parlare con il tuo referente per ripianificare le varie attività.

Confrontarsi con un responsabile è molto importante per gestire lo stress lavorativo e per evitare il sovraccarico emotivo.

Tieni conto, inoltre, che non c’è lavoro che tenga senza momenti di pausa. Sono fondamentali per ricaricarsi, ma anche per arricchirsi di nuovi spunti da apportare nel lavoro.

Basta un piccolo aiuto

Un sovraccarico emotivo determina una sensazione d’impotenza molto difficile da gestire, che rende difficile trovare le energie per andare avanti. Ci si ritrova invischiati in un circolo vizioso, che non finisce mai…anche se non è così. Ricorda che a volte basta un piccolo aiuto per vedere la soluzione.

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Bonus 200 per gli iscritti

Lo scorso 25 ottobre Cassa Forense ha reso noto l’avvio del pagamento dell’indennità una tantum di 200 euro per i propri iscritti. L’indennità, come noto, è stata introdotta grazie al Decreto Aiuti, a favore dei lavoratori autonomi e a quelli iscritti alle Casse obbligatorie di previdenza, con un reddito 2021 complessivo che non superi i 35.000 euro.

Con il Decreto Aiuti Bis lo stanziamento già previsto è stato ulteriormente innalzato, arrivando a 600 milioni di euro per l’anno 2022. Di questi, oltre 95 milioni e mezzo sono in favore degli iscritti alle Casse di previdenza obbligatorie private.

Per accedere all’indennità, uno dei requisiti fondamentali è l’aver effettuato entro il 18 maggio 2022 almeno un versamento, parziale o totale, per la contribuzione dovuta con competenza a decorrere dall’anno 2020.

Non possono accedere al bonus, invece, gli iscritti alla Cassa già pensionati prima del 30 giugno 2022. Chi è iscritto alla Cassa e al tempo stesso ad una gestione previdenziale INPS doveva presentare la domanda direttamente all’Istituto.

Come presentare la domanda

La modalità di presentazione delle richieste si deve inoltrare esclusivamente online, dal 26 settembre al 30 novembre 2022. Inammissibili, dunque, le richieste pervenute in forma cartacea o comunque con modalità diverse.

Cassa Forense ha quindi predisposto una procedura telematica apposita, che può essere attivata accedendo alla propria posizione personale sul sito e avviata contemporaneamente ad altri Enti previdenziali privati.

In questo modo si consente l’accesso, con una sola domanda, anche al bonus 150 euro previsto dal decreto Aiuti Ter, destinato ai professionisti che nel 2021 hanno avuto un reddito non superiore a 20.000 euro. In riferimento a ciò, leggiamo sul sito della Cassa che con separato bonifico (valuta beneficiario 26 ottobre) si dispone il pagamento dell’indennità 150 euro ai 57.000 aventi diritto.

Dal calcolo retributivo a quello contributivo

È stata approvata la Riforma della previdenza forense. Dal 2024, in virtù del nuovo regolamento stabilito dal Comitato dei Delegati di Cassa Forense, il sistema pensionistico del mondo dell’Avvocatura passerà gradualmente dal calcolo retributivo delle pensioni a quello contributivo.

Spiega la Cassa che si tratta di un «passaggio necessario per far fronte alle mutate esigenze e rispondere alle previsioni emerse dall’ultimo bilancio tecnico attuariale a 30 anni».

Calcolo integrale e misto

Duque, ai futuri iscritti verrà applicato il sistema di calcolo contributivo delle prestazioni, in maniera integrale.

Invece, per gli avvocati con anzianità di iscrizione con meno di 18 anni al 31 dicembre 2023 verrà applicato un sistema di calcolo misto. Questo equivale al contributivo pro-rata, ovvero retributivo per gli anni precedenti all’entrata in vigore della riforma e contributivo per gli anni successivi.

Per tutti gli avvocati iscritti che hanno un’anzianità di almeno 18 anni al 31 dicembre 2023 si continuerà ad applicare il sistema retributivo attuale, modificando il coefficiente di rendimento per il calcolo della pensione da 1,40% a 1,30% soltanto per gli anni successivi all’entrata in vigore di tale riforma.

L’aliquota destinata al calcolo del contributivo verrà innalzata gradualmente di due punti (16% dal 2024, 17% dal 2026). Per quanto riguarda il contributivo soggettivo minimo, ci sarà una riduzione da 3.000 euro a 2.200 euro. In tal modo si andrà incontro alla fascia più debole dell’Avvocatura, quella con reddito fino a 17.324 euro, che potrà contare sulla riduzione effettiva della contribuzione, rispetto alla normativa vigente.

Per i primi quattro anni, il periodo iniziale di iscrizione prevedrà una contribuzione soggettiva direttamente proporzionale al reddito professionale, senza alcun obbligo di contributo minimo. Mentre dal quinto all’ottavo anno, il minimo soggettivo subirà una riduzione del 50% (1.100 euro).

In ogni caso, resta la possibilità, su base volontaria, di integrare i minimali non versati entro i primi 12 anni di iscrizione. L’aliquota per la contribuzione modulare viene invece elevata dal 10% al 15%. In tal modo verrà reintegrato il montante contributivo per calcolare la quota modulare di pensione, mantenendo i benefici fiscali attuali.

Pensione di vecchiaia e maternità

Le regole d’accesso per la pensione di vecchiaia, anzianità e vecchiaia anticipata restano le stesse. Per gli iscritti dal 2024, invece, i tre istituti verranno riunificati nella pensione di vecchiaia, con calcolo contributivo e requisiti d’accesso più favorevoli.

Resta garantita l’adeguatezza delle prestazioni per tutti i nuovi iscritti grazie ad un meccanismo di calcolo che aggiunge al contributivo anche un punto percentuale di quello che è stato versato a titolo integrativo.

Per quanto riguarda la maternità, la paternità e l’adozione si prevedono ulteriori benefici, in sede di pensionamento, riconoscendo il coefficiente di trasformazione aumentato di un anno rispetto all’età anagrafica effettiva. Questo determina per alcuni iscritti un aumento delle pensioni di vecchiaia, che vengono calcolate con sistema contributivo.

L’integrazione minima della pensione, riservata a chi si limita a versare contributi minimi, verrà rimodulata gradualmente fino a 9.000 euro all’anno, mantenendo un buon tasso di sostituzione rispetto ai redditi dichiarati e prodotti.

Convenzione Revela

Cassa Forense annuncia la sottoscrizione di una convenzione con Revela, una società specializzata in attività di reportistica investigata, relativa all’offerta di servizi per le azioni investigative e per le indagini commerciali e finanziarie per le azioni di recupero crediti.

Revela ha messo a disposizione degli iscritti alla Cassa alcune soluzioni in ambito investigativo, come:

  • rintraccio dell’attività lavorativa: verifica del posto di lavoro, delle pensioni e delle prestazioni assistenziali);
  • rintraccio dei debitori;
  • rintraccio dei conti correnti;
  • indagini socio-economiche e patrimoniali;
  • rintraccio degli eredi;
  • business information pre-fido – rating solvibilità e affidabilità Italia/Estero;
  • elaborazione dei dati e lavorazioni su tracciati Excel.

L’offerta a favore degli iscritti comprende un listino riservato, con la possibilità di usufruire di diversi servizi beneficiando dell’applicazione di un trattamento di sconto dal 15% al 30% sulle tariffe del listino pubblico.

Si prevede anche la possibilità di ottenere sconti ulteriori aderendo alla Promo Plafond Ricaricabile, che permette di attivare un contratto di acquisto prepagato per accedere ai servizi, ottenendo uno sconto fino a 200 euro.

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Nell’epoca della digitalizzazione, capita sempre più spesso che le storie d’amore nascano nel mondo virtuale. Ci si incontra online, iniziando ad intrattenere dei rapporti che potrebbero evolversi in qualcosa di concreto e reale.

Ma non è sempre così: in molte situazioni, la persona con cui stiamo chattando non è chi crediamo che sia. Scoprire l’inganno, anche a distanza di anni, potrebbe innescare delle reazioni drammatiche, che portano ad esiti tragici.

Questo è quello che è successo a Daniele, un ventiquattrenne di Forlì, che nel 2021 ha deciso di uccidersi dopo aver scoperto che dietro alla sua fidanzata virtuale, Irene, si nascondeva un uomo di 64 anni, Roberto Zaccaria.  Oltre a spacciarsi per la ragazza, Zaccaria ha finto anche di essere un’amica di lei (Claudia) e suo fratello (Braim).

La famiglia del ragazzo ora chiede giustizia, perché convinta che il suicidio sia avvenuto a causa della truffa subita. La Procura, invece, ha richiesto l’archiviazione del caso.

Daniele scopre l’inganno

Daniele e Irene si sono scambiati più di 8mila messaggi nel corso di un anno. Parole dolci, progetti di vita insieme tra matrimonio e figli: tutto senza mai incontrarsi nel mondo reale.

Daniele credeva di stare insieme ad una ragazza bellissima di 20 anni. Ma dopo un po’ di ricerche online scopre che le foto della ragazza appartengono ad una modella di Roma. Quindi chiede subito spiegazioni alla fidanzata, che, colta in fragrante, non esita a metter un punto alla relazione.

Il 24enne capisce di essere stato ingannato per lungo tempo. Il mondo gli cade addosso, e decide di togliersi la vita il 21 settembre 2021, lasciando ai familiari una lettera d’addio.

Le Iene entrano in scena

La Procura di Forlì ha ritenuto Zaccaria colpevole del reato di sostituzione di persona, convertendo la condanna in sanzione pecuniaria di 825 euro e archiviando l’ipotesi secondo la quale la condotta dell’uomo avrebbe spinto il giovane al suicidio.

La decisione non è piaciuta alla famiglia di Daniele, che ha deciso di rivolgersi al programma Le Iene per avere più giustizia. Matteo Viviani, volto storico del programma, ha raggiunto il truffatore con le telecamere, per metterlo di fronte alle proprie responsabilità.

L’uomo, apparentemente turbato, ha risposto che «era uno scherzo, non volevo che finisse così». Una giustificazione che era già stata respinta dall’avvocata Sabrina Mancini, che rappresenta la famiglia di Daniele, che sottolinea come il ragazzo «gli aveva detto che voleva suicidarsi, ma a nostro parere l’indagato non ha fatto nulla per evitare questa tragedia».

La gogna mediatica

Matteo Viviani, nel servizio, ha posto delle domande parecchio pressanti a Zaccaria, che cercava di allontanarsi mentre spingeva la carrozzina dove sedeva la madre disabile.

Nel servizio delle Iene il volto di Zaccaria è stato oscurato, ma l’uomo è stato riconosciuto lo stesso. Il giorno dopo, infatti, a Forlimpopoli, città dove viveva Zaccaria, erano apparsi alcuni manifesti con il volto dell’uomo con scritto “Muori e vai all’inferno”.

L’uomo è stato contattato successivamente dal Resto del Carlino, dichiarando: «Sono stanco, mi stanno rovinando la vita». Zaccaria non ha retto alla gogna mediatica, e lo scorso 6 novembre ha deciso di uccidersi: è stato ritrovato morto nella sua casa, a causa di un mix letale di farmaci.

“Una tragedia nella tragedia”

Zaccaria, tramite l’avvocato Pier Paolo Benini, qualche giorno prima del suicidio aveva inviato una diffida a Mediaset per non mandare in onda il servizio. Per il legale, «dal programma si evince chiaramente malgrado i pixel del volto che molte immagini sono state mandate in onda senza il consenso di Roberto Zaccaria».

Non è la prima volta che il programma viene accusato di utilizzare metodi aggressivi e di sottoporre le persone alla gogna mediatica. Secondo il web, la responsabilità del suicidio è da attribuire a Le Iene, e sono in molti a chiedere che il programma venga cancellato.

Il programma ha replicato alle polemiche e alle accuse durante la trasmissione dell’8 novembre, che ha contato 1.228.00 telespettatori, con uno share del 9,5%. Viviani ha dichiarato: «Sicuramente continueremo a occuparci di catfishing perché imparare a riconoscere il problema è un passo per evitarlo».

Teo Mammucari, conduttore del programma, ha spiegato: «Una tragedia nella tragedia, sono giorni che non parliamo d’altro. Questo tema merita riflessioni profonde che continueremo a condividere con voi». Secondo il programma, altri ragazzi hanno avuto rapporti virtuali con “Irene”.

Viviani ha continuato: «Il catfishing è un fenomeno molto più ampio e pericoloso di quello che si può immaginare e le vittime sono sempre i soggetti più deboli, quelli che dovrebbero essere maggiormente tutelati. La domanda è: abbiamo gli strumenti per proteggere le persone più a rischio? Nel nostro ordinamento è previsto il reato di sostituzione di persona, ma siamo sicuri che sia sufficiente?».

Che cos’è il Catfish

Il termine Catfish (pesce-gatto) è stato utilizzato per la prima volta in un docufilm del 2010, diventato successivamente una serie tv/reality trasmessa in Italia su MTV, dove gli autori aiutavano le vittime a smascherare le reali identità che si nascondevano dietro ai profili falsi.

Navigando in Internet e chattando sui vari social network, occorre prestare molta attenzione a non imbattersi su profili falsi. Di solito, questi profili utilizzano nickname particolari, hanno poche informazioni personali e rendono discutibile la veridicità dell’account.

L’attivazione di un profilo falso potrebbe sembrare uno scherzo innocente, ma in realtà non sono pochi i casi in cui gli utenti denunciano di aver subito delle molestie da parte di soggetti che si nascondono dietro a false identità.

Reato di sostituzione di persona

Secondo Ansa, un account su tre è fake. Per la Cassazione «l’attivazione di un profilo fake è reato punibile con la reclusione fino ad un anno». Utilizzare questi profili significa realizzare reato di sostituzione di persona, come disciplinato dall’art. 494 del codice penale:

«Chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all’altrui persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, o un falso stato, ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici, è punito, se il fatto non costituisce un altro delitto contro la fede pubblica, con la reclusione fino ad un anno.»

Costituisce reato sia la creazione di profili falsi con immagini riferibili ad un’altra persona, sia l’attivazione di un profilo falso per molestare gli interlocutori.

I motivi del Catfish

Non si sanno ancora i motivi per cui Zaccaria si è finto Irene per più di un anno. Di solito, le persone scelgono questa strada per:

  • insicurezza: alcune persone si sentono “brutte”, o “non abbastanza brave”, e si sentono più a loro agio se usano immagini di altre persone, “attraenti” e “degne”;
  • malattie mentali: alcune forme di malattia mentale spingono una persona a provare ansia nel rivelare il proprio sé, creando un alter ego come unico modo per comunicare con gli altri;
  • estorsione di denaro;
  • vendetta, magari nei confronti di partner precedenti, per umiliarli o danneggiare la loro reputazione;
  • molestie: qualcuno crea più di un account falso, al fine di massimizzare l’impatto emotivo del catfishing;
  • esplorare le preferenze sessuali.

Le conseguenze psicologiche

Essere vittime di catfishing potrebbe rivelarsi estremamente dannoso per la salute mentale, soprattutto nei casi in cui si è investito molto nell’amicizia o nella relazione d’amore con la persona nascosta dietro il profilo fake.

Le vittime potrebbero trovare molte difficoltà nel fidarsi ancora di qualcuno, influenzando negativamente tutte le loro future relazioni personali e professionali.

Secondo il dottor Davide Algeri, psicologo e psicoterapeuta milanese, «cadere in queste trappole è facile perché tendiamo a fidarci delle persone, quando conosciamo qualcuno non stiamo a fare tante dietrologie. Ma quando una persona fa tante domande e racconta poco di sé tutta questa gratuità di attenzioni dovrebbe far accendere qualche spia».

Continua: «Un fattore di protezione può essere lavorare sulla propria autostima. La paura di rimanere soli, la tendenza a svalutarsi o costruire il proprio valore sul fare per gli altri sono tutte fragilità su cui i manipolatori possono fare leva. Prendersi cura di sé aiuta a rafforzare le proprie difese emotive, sia online che offline».

Vittima e carnefice

La vicenda de Le Iene ci dovrebbe spingere a soffermarci e a riflettere su ogni gesto, pensiero, o clic di tastiera, che nel web diventa un’arma di distrazione delle masse e di distruzione dei singoli.

Daniele e Roberto, vittima e carnefice, non hanno retto al peso dello stesso identico meccanismo perverso, seppur con ruoli diversi. Nella piazza virtuale tutti i drammi si fondono: sono lì, e ci richiedono il conto. Soprattutto quando divengono assolutamente reali.

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