«Nordio assassino»: scritte d’odio sul Palazzo della Regione

Sabato 25 febbraio 2023 è stato imbrattato il palazzo della Regione Liguria. Ignoti, infatti, avrebbero lasciato delle scritte minacciose contro il Guardasigilli, Carlo Nordio.

«Nordio assassino», si legge nelle scritte, conseguenti a dei blitz che potrebbero essere collegati ad alcuni atti dimostrativi da parte degli anarchici, che manifestano solidarietà con il detenuto al 41-bis Alfredo Cospito.

Giovanni Toti, presidente delle Regione, condanna fermamente i gesti d’odio. «Le scritte comparse in queste ore sul palazzo della Regione Liguria dimostrano ancora una volta che il clima d’odio che sta dilagando nel nostro Paese è diventato intollerabile. Le Istituzioni devono essere unite e saper gestire con risolutezza e polso fermo i momenti di tensione. Al ministro Nordio, a cui sono indirizzate alcune delle scritte, va la nostra solidarietà».

Conclude Toti: «Non saranno di certo questi gesti ad intimidirci. Continueremo a lavorare a testa alta per combattere ogni forma di violenza e criminalità».

Il segretario provinciale della Lega Nord di Genova, Francesca Corso, ha dichiarato: «La Lega esprime tutta la sua solidarietà alle forze dell’ordine e a tutti coloro che hanno subito danni e condanna i gesti incivili compiuti da vandali che si sono intrufolati tra i manifestanti presenti al corteo organizzato dal Collettivo autonomo dei lavoratori del Porto. Scritte sulle auto della polizia locale, della finanza, sulle vetrate delle banche. Speriamo che questi teppisti vengano identificati al più presto e assicurati alla giustizia».

Cospito, nel frattempo, non accenna a voler fare passi indietro. «Una persona convinta di sé e di quello che sta facendo», riferisce il legale del detenuto, Flavio Rossi Albertini.

«Bisognerà tentare nuove strade che non abbiamo già percorso in precedenza, anche fuori dall’Italia», continua il legale. Cospito «prende atto dei passi che sono stati compiuti da chi doveva decidere delle sue sorti, ma lui vuole andare avanti, ne va della sua vita. Non solo della sua vita, ma anche delle sue prospettive di vita perché il 41-bis non dà grandi prospettive né di vita né di esercitare i propri diritti. Sta facendo una lotta per la vita: l’unica via possibile è quella fuori dal 41-bis».

Secondo le ultime relazioni mediche, i valori di Cospito sono nella norma. Durante il suo ricovero, durato circa due settimane, ha preso anche un paio di kg.

Nelle ultime ore, i difensori di Cospito stanno valutando un ricorso alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, per contestare il rigetto della Cassazione sull’annullamento del regime del 41-bis.

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I lati oscuri della digitalizzazione

La Facoltà di Giurisprudenza e la salute mentale dell’avvocato

I lati oscuri della digitalizzazione

Una delle minacce principali dell’era digitale è la criminalità informatica. Una criminalità che, sfruttando le tecnologie informatiche, commette reati come violazioni di copyright, frodi, furti, phishing, diffusione di virus, accessi non autorizzati e molto altro.

Sono attività criminali che hanno un grosso impatto sui sistemi informatici delle aziende, delle istituzioni, dei governi e delle persone, compromettendo la riservatezza, la sicurezza, l’integrità e la disponibilità dei dati e dei sistemi.

Oltre ai danni materiali, la criminalità informatica potrebbe causare danni finanziari, reputazionali, legali, ma anche psicologici.

Aumento dei crimini informatici

Il mondo è sempre più diretto verso il digitale, e aziende e istituzioni cominciano a dipendere sempre di più alla tecnologia, al fine analizzare, raccogliere e archiviare i dati.

A sua volta, questo ha portato ad un aumento dei crimini informatici, che potrebbero essere piccole violazioni così come grandi attacchi su scala globale, capaci di colpire miliardi di persone. Nel 2019, soltanto negli Stati Uniti sono state segnalate ben 1506 violazioni di dati.

Un numero che segna un netto aumento rispetto ai 498 casi che sono stati segnalati nel decennio precedente. Oggi, così come nel prossimo futuro, una delle più grandi sfide che dovremmo affrontare è la complessità del fenomeno della criminalità informatica.

I criminali, infatti, potrebbero trovare infiniti modi per sfruttare le vulnerabilità dei sistemi informatici, e le varie tecniche d’attacco diventeranno man mano sempre più sofisticate.

I costi della criminalità informatica

Il costo medio di una singola violazione di dati, nel 2020, a livello mondiale è costata quasi 4 milioni di dollari. I costi maggiori si sono verificati nel settore sanitario, nel quale qualsiasi violazione è costata 7,13 milioni di dollari.

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Dopo il settore sanitario, i due settori nella top 3 sono quello energetico e quello finanziario. In questi casi ogni violazione ha significato una perdita di 6 milioni di dollari, ovvero 2 milioni di più rispetto alla media globale.

I criminali informatici sono sempre più abili, e le minacce di attacchi digitali continuano a crescere. Le organizzazioni di tutto il mondo, nei prossimi anni, cominceranno a spendere sempre più per tutelare la propria sicurezza informatica.

Secondo Canalys, la spesa globale destinata alla sicurezza informatica nel 2023 aumenterà del 13,2%, arrivando ad un valore complessivo di 223,8 miliardi di dollari.

Le grandi violazioni di dati

La più grande perdita, stando alle stime di Statista, è stata la violazione dei dati del marzo 2020 di Cam4. Violazione che ha permesso l’esposizione di più di 10 miliardi di dati.

La seconda violazione più importante, invece, è stata quella ai danni di Yahoo nel 2013. L’azienda aveva inizialmente parlato di un miliardo di dati esposti. Tuttavia, dopo un’indagine, le stime sono state modificate, arrivando a parlare di 3 miliardi di account violati.

Significativa anche la fuga di dati del 2018 dal database indiano nazionale Aadhaar, che ha permesso l’esposizione di oltre 1 miliardo di informazioni personali e dati sensibili.

Cosa ne pensano gli utenti

Nel 2021, grazie ad un sondaggio condotto online da Statista, il 66% degli utenti di internet partecipanti ha dichiarato di avere delle preoccupazioni nei confronto del furto d’identità. Il 57%, invece, ritiene sufficienti le misure adottate per proteggersi adeguatamente dai criminali informatici.

Il 38%, invece, ha dichiarato di non aver proprio mai pensato che la propria identità sia a rischio di furto: è un valore alto, che rispecchia una situazione preoccupante, conseguenza della poca informazione in merito.

Il 71% degli utenti di Internet ha messo in atto almeno una misura di protezione per le proprie attività online. L’azione più comune è stata la protezione dei minori da parte dei genitori.

I giganti del settore tech (come Google, per esempio) negli ultimi anni sono stati spesso oggetto di preoccupazione in materia di privacy. E la fiducia del pubblico comincia a vacillare.

Per questo motivo, aumentano sempre di più gli ad-blocker, le VPN e l’utilizzo di motori di ricerca che tutelano la nostra privacy.

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La criminalità informatica è una preoccupazione e una sfida continua in quest’epoca digitale. Prevenire i crimini informatici sarà un duro lavoro, che richiede la collaborazione di tutti.

La digitalizzazione ha certamente aperto le porte a tante nuove opportunità, ma ha aperto anche un lato oscuro che dovrà essere affrontato con adeguate misure di sicurezza, con la formazione dei dipendenti, con l’aggiornamento delle politiche ma anche con la collaborazione tra vari settori.

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La Facoltà di Giurisprudenza e la salute mentale dell’avvocato

Da oggi in vigore la Riforma Cartabia. Le preoccupazioni di giudici e avvocati

La Facoltà di Giurisprudenza e la salute mentale dell’avvocato

La professione dell’avvocato è estremamente stressante. Sembra che gli avvocati sperimentino degli elevati livelli di stress, problemi di salute mentale e di alcolismo. Sono indubbiamente condizioni costose per il sistema giuridico, che vanno ad influenzare negativamente le capacità di servire i clienti.

Alla base dell’elevato livello di stress ci sono cause complesse, anche se, secondo alcuni studi, i fattori che fanno precipitare la salute mentale cominciano ad agire durante il periodo dell’università.

La Facoltà di Giurisprudenza, infatti, viene associata a diverse fonti di stress, a causa delle sue caratteristiche e della sua struttura, come, per esempio, il carico di lavoro impegnativo e l’ambiente troppo competitivo.

Gli studenti di giurisprudenza competono l’uno con l’altro per voto, tirocini, onori e lavori. La competitività e l’aggressività degli altri studenti, inoltre, contribuiscono ad aggiungere altro stress.

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Nel 1986 è stata condotta una ricerca su 320 ex studenti di giurisprudenza dell’Università dell’Arizona. Si è scoperto che gli studenti che entravano nella facoltà di giurisprudenza avevano meno sintomi, e, se presenti, erano meno gravi in confronto ai colleghi del terzo anno di giurisprudenza.

All’inizio del loro percorso, gli studenti avevano sintomi simili a quelle della popolazione generale, mentre già alla fine del primo anno di Università si notavano sintomi più gravi.

Più si andava avanti con il percorso accademico, più i sintomi aumentavano significativamente. Gli studenti del terzo anno, per esempio, riportavano maggior ostilità e depressione rispetto a quelli del secondo anno.

Se all’inizio degli studi la percentuale di studenti con depressione oscillava tra i 3 e il 9%, nella primavera del primo anno si attestava al 32% e al 40% nella primavera del terzo anno. Questi dati suggeriscono che gli avvocati sperimentano problemi di salute mentale più alti rispetto al resto della popolazione generale.

Gli studenti di legge, infatti, sono sani quanto la popolazione normale, ma durante gli studi la situazione sembra peggiorare e spesso, dopo l’Università non migliora più.

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Da oggi in vigore la Riforma Cartabia. Le preoccupazioni di giudici e avvocati

Obbligo Fatturazione Elettronica: le novità del decreto Milleproroghe

Da oggi in vigore la Riforma Cartabia. Le preoccupazioni di giudici e avvocati

E’ arrivato il fatidico giorno: da oggi entra in vigore la riforma della Giustizia di Marta Cartabia. Tuttavia, magistrati e avvocati lanciano l’allarme. Aiga, Anf, Anm e Uncc «esprimono con forza tutta la loro preoccupazione nei confronti di un intervento normativo che difficilmente consentirà di raggiungere gli obiettivi prefissati di semplificazione, speditezza e razionalizzazione del rito».

Al contrario, «lo stesso rischia di rivelarsi pregiudizievole per la tutela dei diritti dei cittadini e per la competitività delle imprese sul mercato. Al fine di ottenere i finanziamenti previsti dal Pnrr, l’Italia si è impegnata con l’UE a ridurre l’arretrato dei processi civili del 55-65% entro la fine del 2024 e del 90% entro la metà del 2026. Come già è stato più volte evidenziato, tali percentuali di riduzione sono irrealistiche ed irrealizzabili nei tempi indicati e a parità di risorse di mezzi e di personale di magistratura ed amministrativo».

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Da oggi, dunque, entrano in vigore le novità della riforma del processo civile. Troviamo tra queste la nuova procedura unificata per i giudizi civili, il procedimento semplificato di cognizione, ma anche l’abrogazione del rito Fornero in materia di licenziamenti. Tutte le modifiche entreranno in vigore mercoledì 1° marzo.

Ma avvocati e magistrati dicono a gran voce no alla riforma, chiedendo anche la costituzione di un “tavolo di confronto” permanente con l’Avvocatura, la Magistratura e la PA, «che permettano finalmente di varare interventi idonei a rispondere alle vere carenze del settore giustizia».

Leggiamo in una nota congiunta: «Siamo, purtroppo, alla decima modifica nel corso degli ultimi quindici anni, senza che nessuna di esse abbia apportato grandi effetti in termini di riduzione dell’arretrato. In realtà, la forte carenza dell’organico, sia dei magistrati che del personale amministrativo, nonché la sua irrazionale distribuzione sul territorio nazionale, l’inadeguatezza dei sistemi telematici soggetti a continue interruzioni, oltre all’ormai cronica fatiscenza delle strutture destinate all’edilizia giudiziaria, sono le vere ragioni della dilatazione dei tempi del processo civile»

Per tale ragione, soltanto investendo in questi settori si potrebbero ottenere gli obiettivi del PNRR. Modificare nuovamente il rito, scegliendo un modello non tanto diverso da quello che creò il processo societario, dimostra che il Legislatore, così come il Governo, non soltanto non sono riusciti ad individuare le cause del problema, ma che percorreranno una strada che si è già confermata inefficace.

Tutto questo avverrà «a danno di cittadini e imprese i quali, oltre a non veder tutelati i loro diritti in maniera soddisfacente, ne subiranno tutti gli effetti sociali ed economici negativi».

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La riforma Cartabia introduce delle novità che andranno ad implementare il Processo Civile Telematico, ma senza intervenire prima sugli applicativi informatici, che sono inadeguati rispetto alle tecnologie di oggi. Si rischia, dunque, di andare incontro ad un rallentamento del sistema, che si ripercuoterà su imprese e cittadini.

Anche l’Ufficio per il processo, per quanto possa essere una cosa utile, non consente di raggiungere gli obiettivi irrealistici poiché, oltre ai gravi vuoti di organico nel personale di cancelleria, siamo di fronte ad assunzioni con contratto a tempo determinato, che spinge i più giovani a dare le dimissioni nel tentativo di trovare dei lavori più stabili.

La durata dei giudizi, inoltre, non dipende solo dal numero delle udienze istruttorie che si svolgono durante una controversia giudiziale, ma dal rapporto d’equilibrio tra le risorse umane e il numero dei procedimenti in entrata. Senza questo equilibrio, qualsiasi riforma processuale, per quanto innovativa, è destinata al fallimento.

Aiga, Anf, Anm e Uncc, per queste ragioni, chiedono al Governo di dimostrare il coraggio per scongiurare una paralisi degli uffici giudiziari, adottando tutte le misure opportune, come la costituzione di un tavolo di confronto permanente con l’Avvocatura, la Magistratura e il Personale.

Inoltre, annunciano anche la costituzione di nuclei di monitoraggio, mirati all’individuazione di soluzioni congiunte che attenuino le criticità che emergeranno dopo l’entrata in vigore della Riforma Cartabia.

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Obbligo Fatturazione Elettronica: le novità del decreto Milleproroghe

Con l’approvazione del decreto Milleproroghe sono state introdotte alcune novità per quanto riguarda la fatturazione elettronica e la trasmissione telematica al sistema Tessera Sanitaria dei corrispettivi da parte degli operatori sanitari.

Con decreto Milleproroghe si fa riferimento ad un decreto legge che vuole risolvere delle disposizioni urgenti entro la fine dell’anno. Lo scopo principale è quello di prorogare delle scadenze di legge che stanno per terminare. Dovrebbe essere una misura eccezionale, ma in realtà è stata riproposta più volte a partire dal 2005.

Spesso il decreto Milleproroghe include alcune misure che il governo, per vari motivi, non è riuscito ad inserire nella Legge di Bilancio, che necessita di essere approvata entro il 31 dicembre.

Le novità

Nel decreto Milleproroghe del 2022 troviamo anche la proroga all’introduzione dell’obbligo di trasmissione dei corrispettivi tramite il sistema Tessera Sanitaria per le prestazioni sanitarie.

Dallo scorso 1 gennaio, infatti, sarebbe dovuto scattare l’obbligo di fatturazione elettronica per le prestazioni sanitarie. Tuttavia, con il decreto Milleproroghe, tutto slitta al 1° gennaio 2024. Dunque, i medici e gli operatori del settore sanitario resteranno fuori da tale obbligo per un altro anno.

Fino al prossimo 31 dicembre, tutti i soggetti che devono inviare i dati al Sistema Tessera Sanitaria per l’elaborazione della dichiarazione dei redditi precompilata, per effetto delle novità del provvedimento, non potranno emettere fattura elettronica.

Nello specifico, non potranno emettere fattura elettronica tramite Sistema di Interscambio (SdI) gli operatori sanitari che:

  • devono inviare al sistema Tessera Sanitaria i dati di spesa che i propri clienti hanno sostenuto durante l’anno, ex art 10-bis del 119/2018;
  • non sono tenuti ad inviare informazioni sulle spese sanitarie al sistema Tessera Sanitaria ma che sono tenuti ad assistere privati ex art.9-bis comma 2 DL 135/201.

Questi soggetti dovranno continuare ad emettere fattura cartacea e a trasmettere i dati secondo le modalità ordinarie.

Al fondamento dell’estensione del divieto di fatturazione elettronica all’interno del settore sanitario troviamo l’esigenza di riservatezza e tutela dei dati personali dei cittadini. Introdotto nel 2019, l’obbligo generalizzato di emissione di fattura elettronica non si è mai attivato per le prestazioni sanitarie, in base alla tutela della privacy dei pazienti come previsto dall’articolo 10-bis del DL 199/2018.

Nel 2018 le professioni sanitarie erano state escluse dall’obbligo di emissione di fatturazione elettronica a seguito di alcune criticità che sono state evidenziate dal Garante per la Protezione dei dati personali.

Le strutture sanitarie convenzionate con il SSN, che siano pubbliche o private, grazie al decreto Milleproroghe potranno utilizzare la fatturazione elettronica per le prestazioni sanitarie che hanno erogato dal prossimo 1 gennaio 2024. L’unica condizione è che tali prestazioni siano state pagate con bancomat, carta di credito o con ulteriori strumenti di pagamento elettronici.

Dunque, dal 1° gennaio 2024, i soggetti che dovranno inviare i dati al sistema Tessera Sanitaria, dovranno adempiere agli obblighi di memorizzazione elettronica e di trasmissione telematica all’Agenzia delle entrate dei dati attraverso il loro invio al sistema Tessera Sanitaria. Per farlo, dovranno utilizzare strumenti tecnologici capaci di garantire la sicurezza e l’inalterabilità dei dati.

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Esiste il Diritto alla Felicità?

Negoziazione assistita: cosa cambia con la Riforma Cartabia?

Esiste il Diritto alla Felicità?

In base alle definizioni dizionaristiche, la felicità è uno stato d’animo positivo conseguente alla soddisfazione dei propri desideri. Parliamo di un insieme di sensazioni ed emozioni dell’intelletto e del corpo, che procurano gioia e benessere per lungo tempo.

Un concetto molto dibattuto in molteplici culture e società è il diritto alla felicità. Andando oltre i dizionari, sono molti i fattori che incidono sul concetto di felicità, e quello che rende felici le persone cambia in base all’individuo. Tuttavia, sono in molti a sostenere che la felicità, per qualsiasi essere umano, sia un diritto fondamentale, e che lo Stato debba garantire le condizioni per il suo pieno raggiungimento.

Ma esiste veramente il diritto alla felicità? Che cosa prevede la nostra Costituzione a tal proposito?

La Costituzione riconosce il diritto alla felicità?

Nella nostra Costituzione non esiste un riconoscimento del diritto alla felicità. O per lo meno, non esplicitamente.

Il concetto di felicità è qualcosa di soggettivo, che cambia a seconda della persona. Per qualcuno, infatti, essere felice vuol dire avere un lavoro, mentre per altri la felicità corrisponde al diritto al riposo.

Potremmo fare tantissimi esempi, ma in generale è difficile stabilire una definizione universalmente condivisa di felicità. Ancora più difficile, dunque, stabilire come tale ipotetica definizione possa essere garantita dalla Costituzione e dallo Stato.

La nostra Costituzione, tuttavia, garantisce a qualsiasi cittadino strumenti finalizzati al raggiungimento del proprio concetto personale di felicità. Di conseguenza, predispone anche i mezzi per raggiungere la felicità, come la tutela della salute, della libertà, della sicurezza, l’assistenza sociale, previdenziale, l’uguaglianza e la possibilità di realizzare le proprie aspirazioni e i propri sogni.

La felicità è un concetto relativo e astratto, certo, ma lo Stato deve sempre garantire degli strumenti affinché ogni persona possa realizzarla attraverso le sue sfaccettature.

La Costituzione italiana, per esempio, stabilisce che lo Stato abbia l’obbligo di garantire, come diritto fondamentale, la tutela alla salute, il lavoro e la sicurezza pubblica. Diritti cruciali, dunque, per poter raggiungere la felicità, dato che salute e sicurezza sono condizioni assolutamente indispensabili per una vita serena e dignitosa.

La Costituzione italiana, inoltre, garantisce la parità di trattamento dinanzi alla legge e la libertà individuale: sono presupposti fondamentali per la felicità, in quanto condizioni necessarie per sviluppare la propria personalità e realizzare aspirazioni e sogni.

La Costituzione non riconosce esplicitamente il diritto alla felicità al fine di evitare di insinuare che gli interessi del singolo precedono quelli della collettività.

Ma così non è, ovviamente, dato che le libertà personali sono compatibili con l’interesse delle persone e degli altri cittadini. Anzi: sono numerose le norme che antepongono l’interesse della cittadinanza a quella dell’individuo.

I padri costituenti sapevano bene che l’interesse del singolo non può prescindere dal benessere collettivo nel quale è inserito. Questo ben rappresenta il concetto di società, che collega tutti e tutto: quello che succede ad un unico individuo si ripercuote tutto intorno a lui.

Per concludere

Nonostante le norme della Costituzione e le leggi che cercano di garantire alle persone un’esistenza serena, pacifica e felice, non esiste un vero e proprio riconoscimento esplicito di tale diritto. La felicità, infatti, dipende da più circostanze, come la salute, la carriera, le relazioni: non può, dunque, essere garantita grazie ad una legislazione.

Questo non vuol dire che il diritto alla felicità venga ignorato dalle autorità giudiziarie, ma che, semplicemente, non esiste una vera e propria norma che lo tuteli.

La realizzazione dei diritti fondamentali che garantisce la Costituzione contribuisce alla felicità e al benessere delle persone. Le istituzioni, inoltre, possono lavorare per la creazione di ambiente sociale positivo ed equilibrato, che aiuti le persone a raggiungere pienamente la felicità.

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Con la Riforma della Giustizia di Marta Cartabia cambiano anche le regole della negoziazione assistita, in particolar modo per quanto riguarda il gratuito patrocinio e la procedura stragiudiziale.

Oltre a velocizzare la risoluzione delle controversie, le parti in accordo potranno beneficiare della procedura telematica. In particolar modo, gli atti del procedimento dovranno essere firmati in base alla normativa del Codice di Amministrazione Digitale (CAD).

Gli atti e l’accordo conclusivo, dunque, dovranno essere trasmessi via Pec oppure ad un altro recapito elettronico. Gli avvocati dovranno certificare la sottoscrizione delle parti attraverso la firma elettronica, che sia qualificata o avanzata. Escluse dalla modalità telematica, invece, le dichiarazioni del terzo.

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La riforma, al fine di semplificare la procedura il più possibile, prevede l’adozione di un modello convenzionale, appositamente elaborato dal Consiglio Nazionale Forense per la negoziazione assistita. A meno che, tuttavia, le parti non desiderino procedere in maniera diversa.

Il CNF ha già provveduto ad approvare dei nuovi modelli in previsione dell’attuazione della riforma, che sono suddivisi in: modello di convenzione di negoziazione assistita standard, nelle controversie di lavoro e in materia di famiglia.

Controversie di lavoro

Con la nuova negoziazione assistita si può procedere alla risoluzione delle controversie in ambito lavorativo. Tali controversie sono individuate dall’art. 409 del Codice di procedura penale, rispettando le garanzie fissate dall’art. 2113 del Codice Civile.

La negoziazione, in ogni caso, non potrà costituire causa di procedibilità dell’azione. Le parti verranno assistite da un avvocato e, se necessario, da un consulente del lavoro.

Negoziazione assistita

La negoziazione assistita è vista come una delle migliori soluzioni al fine di evitare il sovraffollamento all’interno delle aule dei tribunali. Inoltre, permette anche di non sovraccaricare il sistema giudiziario con delle cause che rischiano di durare eccessivamente e che potrebbero essere evitate.

Uno degli obiettivi della Riforma, tuttavia, è l’estensione del gratuito patrocinio, che consente ai cittadini che hanno i giusti requisiti di usufruire dell’assistenza legale statale e alla negoziazione assistita.

In tal modo si incentiva il ricorso alla negoziazione assistita, evitando, se possibile, di andare in tribunale. Al tempo stesso verrà garantito ai cittadini un metodo alternativo di risoluzione delle controversie, funzionale ma anche meno oneroso.

Per avvalersi del gratuito patrocinio nella negoziazione assistita bisognerà presentare l’istanza al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati del tribunale competente della controversia in oggetto. Successivamente, il Consiglio dovrà pronunciarsi entro 20 giorni dalla presentazione della richiesta, avvisando immediatamente il richiedente.

Un’importante novità introdotta dalla riforma per quanto riguarda la negoziazione assistita riguarda l’istruzione stragiudiziale, al fine di acquisire dichiarazioni di terzi, esclusi i minori di 14 anni e soggetti con interesse nella controversia, consentendo la confessione stragiudiziale in forma scritta.

La confessione di questo genere potrà essere presentata come vero e proprio mezzo di prova in fase stragiudiziale. La negoziazione dell’interrogatorio o le dichiarazioni false, inoltre, comportano delle sanzioni penali.

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Separazioni e divorzi: le nuove norme che velocizzano i tempi

E’ ufficialmente partito il countdown per il nuovo processo delle separazioni e dei divorzi. Infatti, ai procedimenti che si instaureranno dal prossimo 1° marzo, verrà applicato il nuovo rito unito riconducibile alla riforma del processo civile. Parliamo del DL 149/2022, che entrerà in vigore martedì 28 febbraio.

Per quanto riguarda i procedimenti pendenti al 28 febbraio, le regole seguiranno le attuali disposizioni. Cambia la scansione delle fasi processuali ma anche l’organizzazione dell’attività difensiva, che si concentrerà prima della prima udienza.

Le nuove regole

Il nuovo rito unico si basa sugli art. dal 473-bis al 473-bis 71 del DL 149 del Codice di Procedura Civile.

Le nuove norme verranno applicate «ai procedimenti in materia di persone, minorenni e famiglie», attribuibili alla competenza del giudice tutelare, del tribunale ordinario e del tribunale per i minorenni. Restano esclusi i procedimenti per l’adozione dei minori, per la dichiarazione di adottabilità, di protezione internazionale e in materia di immigrazione.

I temi relativi alla separazione oppure allo scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio seguiranno a tutti gli effetti la nuova disciplina. Le novità introdotte costringeranno gli operatori del contenzioso a ripensare alle varie prassi e strategie.

Superare i vecchi schemi

Le novità cominciano proprio dalla forma della domanda di divorzio o separazione, che dovrà essere proposta con ricorso.

La riforma intende superare l’organizzazione del processo delle crisi familiari con due fasi, quella previdenziale e quella dell’approfondimento istruttorio. Tale schema vuole essere sostituito con un giudizio che va ad imporre alla parte istante di indicare sin dal principio «i mezzi di prova dei quali l’attore intende valersi» e i «documenti che offre in comunicazione».

Inoltre, seguendo il comma 3 dello stesso art, «in caso di domande di contributo economico o in presenza di figli minori» occorre allegare al ricorso tutte le informazioni di carattere reddituale e patrimoniale, ovvero: le dichiarazioni dei redditi degli ultimi 3 anni, la documentazione che attesta la titolarità dei diritti su beni mobili e immobili registrati, delle quote sociali e degli estratti conto dei rapporti finanziari e bancari degli ultimi 3 anni.

Parliamo, dunque, di meno informazioni rispetto a quelle che ad oggi è necessario fornire.

Inoltre, se nel procedimento sono coinvolti anche figli minori, bisognerà allegare anche un piano genitoriale, contenente le regole per esercitare la bigenitorialità, con tutti gli impegni scolastici ed extrascolastici dei figli e il possibile schema delle frequentazioni.

Con questa riforma, nei ricorsi di separazione e divorzio, scompare la fase presidenziale.

La prima udienza avverrà soltanto dopo i passaggi che sono previsti dagli art. 473-bis 14, 473-bis 16 e 473-bis 17. Il primo provvedimento del giudice, quindi, sarà preceduto da uno scambio di scritti difensivi, con l’effetto di dilatare i tempi per un provvedimento urgente per tutelare le parti deboli.

Al fine di trattare le questioni più delicate e urgenti, la riforma prevede la possibilità di emettere dei «provvedimenti indifferibili» nel caso in cui emerga «un pregiudizio imminente e irreparabile, o quando la convocazione delle parti potrebbe pregiudicare l’attuazione dei provvedimenti».

Se viene rilevata la fondatezza dei rischi, il giudice adotterà «con decreto provvisoriamente esecutivo i provvedimenti necessari nell’interesse dei figli».

Prima udienza

Nel caso in cui non vengano richiesti dei provvedimenti indifferibili, il primo intervento del giudice verrà rimandato all’udienza dalla data della prima comparizione delle parti, che dovrà tenersi entro 90 giorni dal deposito del ricorso (art. 473-bis 14).

La prima udienza dovrà arrivare prima della costituzione del convenuto, ovvero almeno trenta giorni prima. Le parti potranno presentare «ulteriori difese» nei termini fissati.

La prima udienza viene regolata dagli art. 473-bis 21 e 22, che regolano la comparizione delle parti e il tentativo di conciliazione da parte del giudice. Nel caso in cui la conciliazione non riesca, l’ordinanza prevede i «provvedimenti temporanei e urgenti», seguendo l’interesse dei figli e delle parti.

La stessa ordinanza inciderà sulle richieste istruttorie, disponendo anche il rinvio, nei 90 giorni successivi, per l’assunzione dei mezzi di prova. Se l’assunzione delle prove non è necessaria, allora si dovrà passare direttamente alla discussione orale e alla successiva decisione della causa.

Dopo aver assunto le prove, il giudice provvederà a fissare l’udienza di rimessione di tale causa, lasciando alla parte un termine di 60 giorni prima dell’udienza per le conclusioni mediante note scritte; 30 giorni, invece, per depositare le comparse conclusionali e 15 giorni per il deposito delle memorie di replica.

Subito dopo l’udienza, la sentenza che ha definito il processo di separazione dovrà essere depositata entro 60 giorni. Tempi che si potranno dilatare, nel caso in cui dovranno essere espletate le CTU.

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Il Tribunale di Venezia, con un’ordinanza, ha stabilito che le divisioni tedesche e quelle italiane dell’azienda produttrice di giocattoli Ravensburger, dovranno pagare le royalties, ovvero i diritti di riproduzione, per poter produrre e distribuire i puzzle con sopra l’Uomo Vitruviano.

Era stato presentato un ricorso in tribunale da parte del ministero della Cultura italiano e dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia (il museo che conserva l’opera).

Ravensburger, in Europa, è l’azienda leader per quanto riguarda la produzione di puzzle. Dal 2009 l’azienda produce puzzle con l’immagine dell’Uomo Vitruviano, e dal 2019 le Gallerie dell’Accademia hanno cominciato a richiedere il pagamento delle royalties pari al 10% dei guadagni.

Il puzzle in questione costa circa 20 euro, online e nei negozi. Tuttavia, è complicato stimare il risarcimento complessivo, dato che Ravensburger non ha mai esplicitamente dichiarato la cifra guadagnata da tali vendite.

Il Codice dei beni culturali e del paesaggio

Il Tribunale di Venezia si è basato sul Codice dei beni culturali e del paesaggio, ovvero un DL del 2004 che stabilisce che le opere d’arte possono essere riprodotte soltanto previa autorizzazione degli enti pubblici territoriali che le custodiscono, rispettando, in tal modo, le leggi sul diritto d’autore.

Ravensburger dovrà rispettare necessariamente questa decisione, ma potrà impugnarla soltanto per quanto riguarda la percentuale del 10% che ha richiesto il museo per i diritti.

È un provvedimento importante in quanto è il primo in Italia che fa rispettare il Codice dei Beni Culturali, anche per quanto riguarda le opere che vengono riprodotte all’estero. Il gruppo Ravensburger, per difendersi, aveva sostenuto che avrebbe dovuto pagare soltanto i diritti per i prodotti venduti in Italia, ovvero dove vige il Codice in questione.

Giacomo Galli, l’avvocato rappresentante il ministero e il museo, ha dichiarato a Repubblica che dopo questa ordinanza «diverse realtà museali italiane potrebbero avvalersi di questo provvedimento», dato che attualmente esistono contenziosi del genere, la maggior parte riconducibili ai musei di Firenze.

Oltre al contenzioso con il gruppo Ravensburger, Giulio Manieri Elia, direttore delle Gallerie dell’Accademia, ha dichiarato a Repubblica che nel 2019, l’anno in cui ha assunto l’incarico, ha avviato una serie di iniziative per poter far rispettare il Codice dei beni culturali e per recuperare tutte le royalties non pagate sull’immagine riprodotta dell’Uomo Vitruviano, operazione che avrebbe permesso al museo di raccogliere di più di 272mila euro.

L’Uomo Vitruviano è un disegno di Leonardo Da Vinci, fatto a penna e inchiostro nel 1490. Rappresenta un corpo umano, dalle proporzioni ideali, inscritto in un cerchio e in un quadrato, ovvero le figure perfette. Il primo corrispondeva alla perfezione divina, mentre il secondo a quella terrena.

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IrpiMedia, un sito di giornalismo investigativo, ha raccontato nel dettaglio il modo in cui operano le agenzie che danno visibilità ad alcuni contenuti nei motori di ricerca oppure, al contrario, a farli sparire, in quanto sconvenienti per il cliente.

Il tema ha molto a che fare con il trattamento dei dati personali degli utenti online e del diritto all’oblio. Questo diritto spesso entra in conflitto con quello dell’informazione, e dovrebbe esser valutato caso per caso.

IrpiMedia si è concentrata su un’agenzia in particolare, ovvero Eliminalia.

Diritto all’oblio e libertà d’espressione

Abbiamo spesso parlato del Gdpr. Il cuore del regolamento è l’articolo 17, che afferma come i dati personali che vengono utilizzati al di fuori dei confini stabiliti da coloro che li hanno concessi potranno ricevere richieste di rimozione.

In Italia, così come in Europa, si tende ad andare verso un’applicazione piena del diritto all’oblio, grazie anche alla riforma della Giustizia di Marta Cartabia.

Nel 2021, la Corte europea dei diritti dell’uomo si è espressa ben due volte riguardo il limite sulla libertà d’espressione e il diritto all’oblio. Si è stabilito, in entrambi i casi, che la deindicizzazione non entri in contrasto con la libertà d’espressione poiché, se l’originale cartaceo non è modificabile, potrà esserlo soltanto «la sua accessibilità sul sito del giornale».

Si rischia, tuttavia, che le notizie abbiano una data di scadenza, e si rende impossibile la costruzione di archivi online sugli articoli di cronaca giudiziaria.

Eliminalia è un’organizzazione nata nel 2013 dall’imprenditore Didac Sanchez, che si definisce «l’inventore dell’impiego delle false richieste per la violazione del copyright». In un volantino pubblicitario del 2018, l’organizzazione dichiarava di avere 900 clienti in tutto il mondo, oltre ad aver rimosso ben 10.000 link online.

Lo scopo di Eliminalia è quello di far sparire dal web tutto quello che i clienti non gradiscono.

Di solito, i contenuti “di valore” sono quelli che ottengono più link e che appaiono nei primi risultati dei motori di ricerca. Dato che sono più visibili, questi link vengono cliccati dalla maggior parte degli utenti.

Ma come opera Eliminalia? Quali strumenti utilizza per distruggere o pompare dei contenuti?

Le mail di Raùl Soto

Uno strumento che viene utilizzato spesso sono le mail da parte di un certo Raùl Soto che dice di far parte di un ufficio della Commissione Europea e che, con tono intimidatorio, richiede di cancellare alcuni contenuti.

Tuttavia, IrpiMedia ha osservato che le motivazioni della richiesta di diritto all’oblio non sembrano essere ben dettagliate. La notizia è sempre «vecchia e irrilevante». Non viene mai specificato se i dettagli collegati alla persona coinvolta siano scorretti o se la sua situazione processuale abbia subito delle mutazioni.

In certi casi, le richieste si riferiscono ad un possibile reato di diffamazione, o in generale di violazione dei dati personali, in riferimento all’esercizio del diritto all’oblio.

Google, rimuovi questo articolo?

Eliminalia ha depositato centinaia di richieste di rimozione di articoli in italiano, da parte di finti gruppi editoriali importanti, sulla scia del Digital Millennium Copyright Act, la legge americana sul copyright.

Il fine è quello di fare da esca con centinaia di siti e blog creati appositamente: attraverso un finto articolo retrodatato richiedono la rimozione di quello originale. Basta che Google ci caschi per raggiungere l’obiettivo (anche se il motore di ricerca avrebbe dichiarato di opporsi a queste richieste false).

Nel 2022 sono state depositate ben 1,4 milioni di richieste per la rimozione di 5,3 milioni di link, il doppio rispetto al 2017.

Fake news

Nei casi in cui Eliminalia non riesca nell’intento di rimuovere i link allora tenterà di farli sparire. Come? Sotterrandoli sotto una montagna di falsi articoli, che sfruttano le tecniche di posizionamento sui motori di ricerca.

In questo modo riescono a sormontare gli articoli legittimi, portandoli in seconda o terza pagina su Google.

Sono stati individuati più di 3000 articoli falsi in 600 diversi siti web riconducibili a 48 clienti di Eliminalia. Tali articoli, con un contenuto completamente inventato, di solito includono il nome del cliente nell’url del link e nel testo dell’articolo.

La tecnica del backlinking

Una delle tecniche utilizzate da Eliminalia per riuscire a scalare la classifica dei risultati è quella di condividere i link all’interno di blog e forum.

Google, infatti, per decidere dove si posizionerà un link tiene in considerazione quante volte quel link sia stato incluso in altri siti web (backlink). Eliminalia, quindi, manipola i risultati di ricerca permettendo di far scalare i risultati della ricerca agli articoli falsi.

Il database (non più) segreto

I segreti di Eliminalia sono stati svelati con un database che conteneva 50mila contratti, mail e screenshot. Sono presenti in questo database 1.500 clienti che provengono da tutto il mondo.

Per rimuovere un link il prezzo parte da 200 e arriva a 2000 euro, dipende un po’ dal caso. 25 clienti, in particolare, hanno pagato più di 50mila euro per ripulire completamente la rete dal loro nome.

Tra questi clienti troviamo corruttori, banchieri condannati per riciclaggio, uomini famosi accusati di molestie sessuali, trafficanti di droga e professionisti coinvolti in frodi finanziare di carattere internazionale. I clienti italiani sono principalmente manager, avvocati, imprenditori e contabili.

Per Marisa Maraffino, avvocata specializzata nelle nuove tecnologie e nel digitale: «I contenuti restano online per sempre e ti marchiano in un certo senso, però non tutti hanno disponibilità economiche per spendere quei soldi. I clienti di queste società di solito sono imprenditori che hanno certe disponibilità».

Per leggere l’inchiesta completa puoi cliccare sopra questo link.

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