Ministero della Giustizia, i direttori in sciopero contro la soppressione del loro ruolo

Mercoledì 3 settembre 2025 gli uffici giudiziari italiani si fermeranno: i direttori del Ministero della Giustizia hanno proclamato uno sciopero nazionale, accompagnato da presidi e iniziative di protesta in diverse città.

Al centro della mobilitazione c’è la bozza del nuovo ordinamento professionale del personale non dirigenziale dell’Amministrazione giudiziaria, diffusa dal Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria lo scorso 26 giugno. Il testo prevede la soppressione del profilo del direttore, con il suo assorbimento nella più generica famiglia professionale dei servizi amministrativi dell’Area Funzionari.

Le contestazioni dei direttori

Il Coordinamento nazionale direttori giustizia giudica la misura “priva di fondamento giuridico” e denuncia il rischio di un demansionamento strutturale: “Si tratta di un intervento che svilisce la dignità professionale e contraddice i principi di buona amministrazione”.

I direttori richiamano il D.M. Giustizia del 9 novembre 2017, che attribuisce loro compiti di natura tecnica, gestionale e specialistica: funzioni vicarie del dirigente, attività ispettive, formazione del personale e partecipazione a commissioni ministeriali. Attività che – sottolineano – rispondono pienamente ai requisiti dell’Area delle Elevate Professionalità introdotta dal CCNL Funzioni Centrali 2022-2024.

La battaglia legale

La vertenza non resta confinata alla protesta sindacale. Il 12 luglio scorso, presso il Tribunale del Lavoro di Napoli, è stato depositato il primo ricorso individuale da parte di un direttore in servizio, per accertare il demansionamento subito. È il primo tassello di una battaglia giudiziaria che si affianca allo stato di agitazione permanente già dichiarato.

L’appello al dialogo

Chiediamo un confronto serio e costruttivo – afferma Nunzia Paudice, presidente del Coordinamento – per modificare la bozza dell’ordinamento e tutelare le funzioni e l’identità professionale dei direttori. In assenza di risposte concrete, siamo pronti a proseguire con ulteriori iniziative sindacali e giudiziarie”.


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Gli operai specializzati sono introvabili. In 4 casi su 10 al colloquio di lavoro non si presenta nessuno

Nel 2024, su un totale di 5,5 milioni di nuovi ingressi previsti nel mercato del lavoro, quasi 840 mila (pari al 15 per cento del totale delle entrate attese) hanno riguardato operai specializzati. La ricerca di queste figure si è rivelata particolarmente impegnativa: nel 63,8 per cento dei casi, infatti, gli imprenditori hanno segnalato notevoli difficoltà nel reperimento e, quando la selezione ha avuto esito positivo, il processo ha richiesto in media quasi cinque mesi. Nessun’altra professione richiesta dalle aziende[1] ha evidenziato livelli di difficoltà e tempi di ricerca superiori a quelli riscontrati per gli operai specializzati. Inoltre, in quattro casi su dieci l’insuccesso nel trovare questo profilo è stato determinato dall’assenza di candidati presentatisi al colloquio. In sintesi, per molte realtà produttive, soprattutto di piccole e piccolissime dimensioni, individuare figure quali carpentieri, gruisti, fresatori, saldatori od operatori di macchine a controllo numerico computerizzato rappresenta una sfida estremamente complessa. A dirlo è l’Ufficio studi della CGIA che ha esaminato i report di Unioncamere-Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Sistema Informativo Excelsior del 2024 e del trimestre agosto-ottobre 2025.

  • Rispetto al periodo pre-Covid, i giovani chiedono flessibilità e più tempo libero  

Le cause dello scostamento tra domanda e offerta di lavoro sono molteplici e frequentemente interconnesse. Negli ultimi anni, fattori quali la denatalità e l’invecchiamento della popolazione hanno contribuito a ridurre la disponibilità di forza lavoro. Inoltre, è rilevante sottolineare che molti candidati non possiedono le competenze tecniche e professionali richieste dagli imprenditori, in particolare nel settore manifatturiero, evidenziando lo storico divario persistente tra il livello di apprendimento acquisito durante il percorso scolastico e le esigenze del sistema produttivo. È altresì importante evidenziare che, rispetto al periodo pre-Covid, i giovani sono sempre più alla ricerca di occupazioni che offrano maggiori livelli di flessibilità, autonomia e tempo libero. Parallelamente, mostrano una minore propensione ad accettare incarichi con orari prolungati (in particolare nel weekend) o condizioni lavorative fisicamente gravose. Tendenze che, purtroppo, sono destinate a consolidarsi nel tempo.

  • Gli introvabili

I settori dove è sempre più difficile reperire operai specializzati riguardano l’edilizia e il manifatturiero; in riferimento a quest’ultimo, il legno, il tessile-abbigliamento-calzature e la metalmeccanica sono le filiere dove la ricerca è più impegnativa. Nel settore dell’edilizia, ad esempio, segnaliamo la difficoltà di trovare sul mercato del lavoro carpentieri, ponteggiatori, cartongessisti, stuccatori, pavimentatori/piastrellisti, palchettisti e gruisti/escavatoristi. Nel comparto del legno sono quasi introvabili i verniciatori, gli ebanisti, i restauratori di mobili antichi e i filettatori attrezzisti. Nel tessile-abbigliamento si faticano ad assumere modellisti, confezionisti e stampatori. Nel calzaturiero, invece, tagliatori, orlatori, rifinitori e cucitori. Nella metalmeccanica, infine, la maggiore difficoltà di reperimento riguarda tornitori, fresatori, saldatori certificati, operatori di macchine a controllo numerico computerizzato e i tecnici di montaggio per l’assemblaggio dei componenti complessi.

  • A Nordest irreperibilità al top: Pordenone, Bolzano, Trento e Gorizia i territori più in difficoltà

Tra tutte le figure professionali richieste dai titolari di azienda, il Nordest è la ripartizione geografica dove nel 2024[2] è stato più difficile reperire sul mercato questi lavoratori.  La situazione più critica ha interessato il Trentino Alto Adige: la difficoltà di reperimento ha toccato il 56,5 per cento. Seguono il Friuli Venezia Giulia con il 55,3, l’Umbria con il 55 la Valle d’Aosta con il 54,5 e il Veneto al 51,5. Il Mezzogiorno, invece, è l’area del Paese dove il reperimento è stato più “facile”. In Sicilia la difficoltà di reperimento è stata del 42 per cento, in Puglia del 41,9 e in Campania del 41. La media italiana è stata del 47,8 per cento.

Pordenone, invece, è la provincia dove gli imprenditori faticano più di tutti gli altri colleghi d’Italia a trovare un lavoratore dipendente; nel 2024 la difficoltà di reperimento della realtà friulana è stata del 56,8 per cento. Seguono Bolzano e Trento con il 56,5, Gorizia con il 56,1 e Cuneo con il 55,9. Caserta con il 39,3 per cento, Salerno con il 38,3 e, infine, Palermo con il 36,9 sono i territori dove è più facile reperire la manodopera. Si segnala, infine, che tra agosto e ottobre di quest’anno le imprese prevedono 1,4 milioni di nuove entrate. A contendersi il primato nazionale sono le Città Metropolitane di Milano e di Roma. Se nel capoluogo regionale lombardo sono previste 115.280 assunzioni, nella Capitale dovrebbero essere 114.200. Seguono Napoli con 60.290, Torino con 42.530, Bari con 42.060 e Brescia con 31.930.

1] Professioni tecniche, conduttori di impianti, dirigenti, professioni qualificate nel commercio/servizi, impiegati e professioni non qualificate

[2] Abbiamo scelto l’ultimo dato medio annuale disponibile per superare eventuali effetti legati alla stagionalità


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Ambiente, stretta penale contro chi abbandona rifiuti: carcere fino a cinque anni

La lotta all’inquinamento entra in una nuova fase. Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dell’8 agosto, il decreto-legge 116/2025 ha introdotto una riforma che ridisegna l’assetto dei reati ambientali, inasprendo pene e sanzioni per chi abbandona rifiuti e rafforzando gli strumenti a disposizione delle autorità.

Tre livelli di reato

Il provvedimento abbandona l’impostazione unica di contravvenzione e crea tre fasce di gravità:

  • Abbandono semplice di rifiuti, punito come contravvenzione ma con sanzioni pecuniarie più alte: da 1.500 a 18.000 euro;

  • Abbandono di rifiuti non pericolosi in contesti gravi (siti contaminati, pericolo per la salute o danno ambientale rilevante), qualificato come delitto, con pene da sei mesi a cinque anni di reclusione;

  • Abbandono di rifiuti pericolosi, anch’esso delitto, punito con la reclusione da uno a cinque anni.

Sigarette e piccoli rifiuti nel mirino

La riforma interviene anche sul getto di rifiuti di piccole dimensioni – come mozziconi di sigaretta e cartacce – introducendo multe da 80 a 320 euro. È inoltre prevista la sospensione della patente se l’abbandono avviene utilizzando un veicolo. Per individuare i trasgressori sarà possibile utilizzare anche telecamere di sorveglianza.

Flagranza differita e arresti

Un altro tassello riguarda l’arresto in flagranza differita, esteso ora anche agli illeciti ambientali più significativi, dall’inquinamento alla gestione abusiva dei rifiuti. Sarà sufficiente documentazione video-fotografica o telematica per considerare “in flagranza” l’autore del fatto, purché l’arresto avvenga entro 48 ore dall’accertamento.

Le imprese sotto pressione

Il decreto rafforza anche le sanzioni a carico delle imprese, innalzando i limiti previsti dal decreto legislativo 231/2001. Le misure interdittive potranno ora durare fino a un anno, raddoppiando il tetto precedente di sei mesi.

Una svolta repressiva

Con queste modifiche il legislatore ha voluto dare un segnale chiaro: la tutela dell’ambiente passa anche da una linea dura contro comportamenti diffusi ma dannosi, come il getto di piccoli rifiuti, e da un inasprimento delle pene per le condotte più gravi, che minacciano la salute collettiva e compromettono aree già fragili del territorio.


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Avvocati, stop alle condanne fondate solo sulle accuse dei clienti

La responsabilità disciplinare dell’avvocato non può nascere da un racconto unilaterale. Con la sentenza n. 28 del 27 febbraio 2025, il Consiglio nazionale forense fissa un principio netto: la sanzione non può fondarsi esclusivamente sulle dichiarazioni del cliente che espone i fatti — o di qualsiasi soggetto portatore di un interesse personale nella vicenda — senza un’analisi complessiva e approfondita di tutte le prove raccolte.

Il caso: dalla censura al ricorso

La vicenda muove dal Piemonte, dove il Consiglio distrettuale di disciplina aveva irrogato all’incolpato la sanzione della censura per non aver consegnato al cliente alcuni documenti relativi alla causa, nonostante le richieste. L’avvocato ha impugnato la decisione lamentando l’assenza di un supporto probatorio adeguato a reggere l’addebito.

La decisione del CNF

Il CNF accoglie l’impostazione garantista: le sole dichiarazioni dell’esponente (o di altri soggetti coinvolti e interessati) non sono sufficienti a fondare la responsabilità. Il giudice disciplinare ha l’onere di compiere una valutazione equilibrata e integrata dei mezzi di prova, confrontando dichiarazioni, atti, riscontri documentali e ogni altra risultanza procedimentale. Solo all’esito di questo vaglio complessivo può pronunciare una condanna.

Il principio di equilibrio tra tutela e sanzione

La pronuncia cerca un punto di equilibrio tra due esigenze: proteggere i diritti di difesa dell’incolpato e, insieme, assicurare l’effettività delle regole deontologiche. Affidare la sanzione alla mera parola di chi ha un vantaggio dall’esito del procedimento, avverte il CNF, rischia di comprimere indebitamente le garanzie difensive e di indebolire la stessa credibilità dell’azione disciplinare.

Le ricadute pratiche

Per gli organi giudicanti, il messaggio è chiaro: servono riscontri oggettivi, coerenza logica del quadro probatorio e una motivazione che dia conto dell’intero insieme delle risultanze. Per gli avvocati e per i clienti, la decisione ribadisce la centralità della tracciabilità dei rapporti (richieste, risposte, consegna di atti) e l’importanza di formalizzare per iscritto passaggi chiave dell’incarico professionale.


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Le multe fiscali non si ereditano: stop dalla Corte tributaria di Sicilia

Nel 2024 gli italiani hanno pagato oltre 2 miliardi di euro in sanzioni stradali, un aumento del 10% rispetto al 2023. A rivelarlo è un’elaborazione del Centro Studi Enti Locali sui dati diffusi da Mef e Istat, che fotografa un fenomeno sempre più oneroso soprattutto per le famiglie, responsabili della stragrande maggioranza dei pagamenti.

Le città che incassano di più

Il primato spetta a Milano, che nei tre anni presi in esame ha accumulato oltre 431 milioni di euro, seguita da Roma (356 milioni) e dalla Città Metropolitana di Milano (143 milioni). Nella top ten figurano anche Torino, Firenze, Napoli, Bologna e Genova, insieme ad alcune province come Brescia e Palermo.

La stagione “calda” delle multe

Contrariamente all’idea che le sanzioni aumentino nei mesi estivi, i dati mostrano un picco in dicembre, soprattutto nel 2024, quando – complice l’entrata in vigore del nuovo Codice della strada – sono stati raccolti oltre 277 milioni di euro in un solo mese, contro i 231 milioni di dicembre 2023.

I piccoli borghi da record

Se le grandi città guidano la classifica in valori assoluti, a sorprendere è la graduatoria pro capite: il primato va al minuscolo comune dolomitico di Colle Santa Lucia, poco più di 300 abitanti, che nel 2024 ha incassato circa 745 mila euro in contravvenzioni, pari a 2.154 euro per residente. Stessa tendenza in altri centri turistici come Carrodano nello Spezzino (807 mila euro con meno di 500 abitanti) e Rocca Pia in Abruzzo, che con appena 200 residenti ha superato i 280 mila euro di entrate.

Famiglie in prima linea

Il peso economico delle sanzioni grava soprattutto sulle famiglie, che nel 2024 hanno pagato oltre 2 miliardi di euro. Seguono le imprese (145 milioni), le amministrazioni pubbliche (35 milioni) e, a distanza siderale, le istituzioni sociali private (800 mila euro).

Sanzioni fiscali non ereditabili

Accanto all’analisi sul fronte stradale, arriva anche una novità dalla giurisprudenza tributaria: la Corte tributaria di secondo grado della Sicilia (sentenza n. 2325/02/2025) ha stabilito che le sanzioni fiscali non possono essere trasmesse agli eredi. L’appello dell’Agenzia delle Entrate è stato dichiarato improcedibile poiché il contribuente era deceduto prima della notifica, confermando così che le multe tributarie hanno natura personale e non patrimoniale.

Un quadro che mostra due volti della stessa medaglia: da un lato i comuni e le amministrazioni che fanno sempre più affidamento sugli incassi delle multe per finanziare i propri bilanci; dall’altro famiglie e cittadini che vedono crescere un peso spesso percepito come sproporzionato.


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Avvocati, scatta l’illecito se non si avvisa il cliente su tempi e costi del processo

Il caso nasce in Veneto, dove un professionista era stato destinatario della sanzione dell’avvertimento da parte del Consiglio distrettuale di disciplina per non aver fornito al proprio assistito informazioni chiare sulle tempistiche e sulle spese connesse al procedimento. L’avvocato aveva contestato la decisione, sostenendo che una semplice lacuna informativa non potesse tradursi in responsabilità disciplinare.

Il CNF ha però respinto il ricorso, richiamando l’art. 27, comma 2, del Codice deontologico forense, che impone al legale di illustrare sin dall’inizio l’andamento prevedibile del processo e gli oneri economici correlati. L’obbligo di informazione, si legge nella motivazione, non è un adempimento marginale, ma una declinazione del principio generale di correttezza che deve permeare l’intera attività professionale.

In concreto, l’illecito disciplinare si perfeziona nel momento in cui l’avvocato, pur essendo a conoscenza della durata probabile del processo e dei costi da sostenere, omette di comunicarli al cliente. Da quel momento decorre anche la prescrizione della violazione.

La decisione riafferma così un principio destinato ad avere forte impatto sulla prassi forense: il cliente deve essere messo in condizione di valutare con piena consapevolezza le conseguenze – in termini di tempo e denaro – del percorso giudiziario che si accinge ad affrontare.


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Autostrade hi-tech, arriva Navigard: il super-sistema che promette più sicurezza dal 2026

Conto alla rovescia per l’arrivo di Navigard, il nuovo sistema di sorveglianza intelligente annunciato da Autostrade per l’Italia e atteso sulle prime tratte nel 2026. Non un semplice autovelox, ma una piattaforma integrata che combina radar, telecamere, sensori ottici e algoritmi di intelligenza artificiale con l’obiettivo di rendere le nostre autostrade più sicure e di ridurre drasticamente infrazioni e incidenti.

Dall’autovelox al “super-guardiano”

Navigard controllerà la velocità istantanea e media dei veicoli, segnalerà chi viaggia su corsie non consentite e imporrà controlli mirati sui mezzi pesanti. Una vera e propria evoluzione rispetto ai tradizionali sistemi di rilevazione, che si affida a un mix di server periferici e centro di comando centrale per incrociare i dati in tempo reale.

Sicurezza in galleria

Particolare attenzione sarà dedicata alle gallerie più lunghe di 500 metri: sensori e algoritmi AI dovranno individuare veicoli contromano o ostacoli improvvisi, due tra le cause più gravi di incidenti in autostrada, come dimostrano le recenti tragedie di luglio.

Occhio al peso dei camion

Un’altra novità riguarda il monitoraggio dei mezzi pesanti. Grazie a telecamere e sensori digitali sarà possibile verificare automaticamente il rispetto dei limiti di massa, segnalando eventuali anomalie direttamente alla Polizia Stradale.

I tempi dell’attivazione

Secondo il cronoprogramma diffuso dalla società, Navigard dovrebbe essere operativo su alcune tratte pilota a partire dal 2026, per poi estendersi progressivamente ad altre arterie entro il 2027.

Se le promesse saranno mantenute, sarà difficile sfuggire ai nuovi controlli: una sfida tecnologica che potrebbe segnare una svolta storica per la sicurezza stradale.


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L’avvocatura piange Alberto Vigani, voce autorevole e appassionata della politica forense

Si è spento all’età di 57 anni, l’avvocato Alberto Vigani, figura di primo piano nel panorama dell’avvocatura italiana e vicepresidente nazionale del Movimento Forense, una delle associazioni forensi maggiormente rappresentative.

Dopo la laurea in Giurisprudenza all’Università Cattolica di Milano, Vigani aveva intrapreso la carriera forense a Eraclea, esercitando parallelamente come consulente del lavoro. Sin dai primi anni si era distinto per l’impegno costante nella politica forense: segretario e poi presidente della Camera degli Avvocati di San Donà di Piave, consigliere dell’Ordine di Venezia, consigliere dell’OUA – Organismo Unitario dell’Avvocatura. Negli ultimi anni aveva assunto la vicepresidenza nazionale del Movimento Forense, contribuendo con passione e competenza ai dibattiti e alle scelte che hanno segnato l’evoluzione della professione.

La sua esperienza lo aveva portato a far parte della Commissione patrocinio a spese dello Stato del Consiglio Nazionale Forense, terreno sul quale aveva condotto battaglie decisive per l’equità e la dignità della professione, dalla difesa del patrocinio gratuito alla richiesta di compensazione delle parcelle professionali con i crediti verso lo Stato.

Più volte delegato al Congresso Nazionale Forense, Vigani era riconosciuto per la sua capacità di coniugare rigore tecnico e sensibilità politica, contribuendo a costruire occasioni di confronto e riforma.

La sua scomparsa lascia un vuoto profondo non solo nella comunità forense, ma anche nel dibattito sulla giustizia, cui ha dato voce con impegno e talento.


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Corte di giustizia Ue, via libera all’intervento degli Ordini degli avvocati

BRUXELLES – L’Ordine degli avvocati ha titolo per intervenire nei procedimenti davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea quando sono in gioco questioni di principio capaci di incidere sugli interessi generali della categoria. Lo ha stabilito il presidente della Corte con un’ordinanza depositata il 1° agosto (causa C-865/24), segnando un precedente rilevante in materia di rappresentanza istituzionale delle professioni.

Il caso prende le mosse da una controversia sollevata da diversi Ordini forensi – tra cui quello belga e quello francese – contro il Consiglio Ue, relativa alle misure restrittive introdotte dopo l’invasione russa dell’Ucraina. I ricorrenti avevano contestato il regolamento europeo sostenendo che violasse l’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali, che garantisce il diritto a farsi assistere da un avvocato. In quel contesto, l’Ordine forense tedesco aveva chiesto di intervenire a sostegno delle posizioni già in discussione.

Il chiarimento della Corte

La Corte ha accolto la richiesta, precisando i criteri che legittimano un ente professionale a intervenire in giudizio. Di norma, lo Statuto della Corte consente l’ingresso nel procedimento solo a chi sia direttamente inciso dall’atto impugnato. Tuttavia, nel caso delle associazioni rappresentative, l’interesse all’intervento non deve necessariamente consistere in una modifica della posizione giuridica dell’ente stesso: è sufficiente che l’associazione persegua la protezione degli interessi economici e professionali dei propri iscritti e che siano in discussione principi in grado di condizionare il funzionamento del settore.

Interessi collettivi e semplificazione procedurale

Secondo il presidente della Corte, ammettere un Ordine a intervenire significa non solo rafforzare la tutela degli avvocati, ma anche evitare la proliferazione di singole richieste da parte dei professionisti coinvolti. Diversamente dalle persone fisiche o giuridiche che agiscono individualmente, infatti, le associazioni professionali intervengono per difendere interessi collettivi, come l’indipendenza della professione, il segreto professionale o il diritto di difesa.

Un precedente significativo

Nel caso concreto, è stato riconosciuto che l’Ordine degli avvocati tedesco rappresenta un numero ampio di iscritti e ha tra i suoi scopi statutari proprio la protezione degli interessi dei membri. Per questo la sua domanda è stata accolta, ampliando il margine di intervento delle associazioni forensi davanti ai giudici europei.


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Tassare le banche, attenzione al rischio per famiglie ed economia

Negli ultimi due anni i bilanci delle banche europee hanno conosciuto una robusta ripresa, dopo oltre un decennio segnato dalla crisi del 2008 e dalle politiche monetarie ultra-espansive della Banca centrale europea. La redditività è tornata, ma in un contesto economico ancora fragile, con salari fermi e crescita debole. In questo scenario, la proposta di tassare gli “extra profitti” bancari sta guadagnando consensi politici, soprattutto in nome di una presunta giustizia sociale.

La domanda, però, è se questa sia davvero una scelta utile ai cittadini.

Dalle banche ai clienti: il costo nascosto delle tasse

Tassare le imprese non significa sempre colpire i loro utili. In mercati poco concorrenziali, come quello bancario, il rischio è che i maggiori oneri fiscali si scarichino sui clienti sotto forma di tassi meno favorevoli o commissioni più elevate. Con abbondanti riserve di liquidità e pochi rivali stranieri a causa delle barriere alle acquisizioni transfrontaliere, gli istituti di credito hanno margini ampi per trasformare l’aumento delle imposte in costi aggiuntivi per famiglie e imprese.

Una fiscalità incerta mina la fiducia

C’è poi un problema di stabilità. La redditività delle banche è ciclica: cresce quando i tassi salgono, si riduce bruscamente in fasi di recessione. Interventi fiscali variabili, legati all’andamento del ciclo, rendono difficile attrarre capitali a lungo termine e scoraggiano gli investimenti. Gli utili più elevati registrati nel 2023-2024 derivano soprattutto dalla riduzione dei crediti deteriorati e dall’aumento dei tassi decisi dalla Bce. Ma questi margini potrebbero presto ridursi, complice l’avanzata delle tecnologie digitali, l’emergere delle valute virtuali e l’eccesso di capacità produttiva del settore finanziario.

La trappola del “tassare e salvare”

Il rischio più grande è che si finisca per costruire un sistema basato su un paradosso: colpire le banche con nuove tasse quando i bilanci vanno bene, per poi doverle sostenere con denaro pubblico quando tornano in crisi. Una logica miope, che ignora la necessità di rafforzare il capitale degli istituti e di prepararli a nuove fasi di instabilità.

Un approccio di lungo periodo

Il dibattito, quindi, non dovrebbe limitarsi al calcolo immediato di maggiori entrate fiscali, ma concentrarsi su come garantire un settore bancario più solido e competitivo, capace di sostenere le famiglie e le imprese. L’obiettivo strategico per l’Europa dovrebbe restare l’integrazione finanziaria, oggi frenata da politiche nazionali che difendono rendite e ostacolano il mercato unico.

In un’economia già segnata da crescita debole e salari stagnanti, illudersi che tassare i profitti bancari equivalga a redistribuire ricchezza rischia di trasformarsi in un boomerang. Più che un atto di giustizia, potrebbe rivelarsi un freno allo sviluppo e una nuova voce di spesa per i risparmiatori.


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Il Consiglio dei Ministri ha approvato ieri un decreto legislativo contenente disposizioni integrative e correttive al Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza (CCII), introdotto con…

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