Al Nord si lavora in media 255 giorni l’anno, al Sud appena 228

Al Nord si lavora in media 255 giorni all’anno, al Sud appena 228. In altre parole, gli occupati del Nord ogni 12 mesi timbrano il cartellino 27 giorni in più rispetto ai colleghi del Sud. E come si spiega questa differenza? Non certo perché al Nord impiegati e operai siano degli instancabili eroi, mentre al Sud ci sia una diffusa presenza di  “scansafatiche” che evitano uffici e fabbriche. Assolutamente no, la chiave di lettura non può essere fondata su questi luoghi comuni. Secondo l’analisi condotta dall’Ufficio studi della CGIA, invece, al Sud si lavora meno per almeno due ragioni strettamente correlate. La prima. E’ dovuta a un’economia sommersa molto diffusa che nelle regioni meridionali ha una dimensione non riscontrabile nel resto del Paese che, statisticamente, non consente di conteggiare le ore lavorate irregolarmente. La seconda.  E’ imputabile a un mercato del lavoro che nel Mezzogiorno è caratterizzato da tanta precarietà, da una diffusa presenza di part time involontario, soprattutto nei servizi, da tanti stagionali occupati nel settore ricettivo e dell’agricoltura che abbassano di molto la media delle ore lavorate.

·        Gli stacanovisti sono a Lecco, Biella e Vicenza

Gli operai e gli impiegati con il maggior numero medio di giornate lavorate durante il 2023 sono stati quelli occupati nella provincia di Lecco (264,9 giorni). Seguono i dipendenti privati di Biella (264,3), Vicenza (263,5), Lodi, (263,3), Padova (263,1), Monza-Brianza (263), Treviso (262,7) e Bergamo (262,6). Le province, infine, dove i lavoratori sono stati “meno” in ufficio o in fabbrica durante il 2023 sono quelli di Foggia (213,5 giorni), Trapani (213,3), Rimini (212,5), Nuoro (205,2) e Vibo Valentia (193,3). La media italiana è stata pari a 246,1 giorni.

·        Dove si lavora di più, le retribuzioni sono più alte

Ovviamente, nelle aree geografiche del Paese dove le ore lavorate sono più elevate, anche la produttività è maggiore e conseguentemente gli stipendi e i salari sono più pesanti. Se, come riporta la CGIA, al Nord la retribuzione media giornaliera nel 2023 era di 104 euro lordi, al Sud si è fermata a 77 euro (pari a un differenziale del 35 per cento). Per quanto concerne la produttività[1], invece, al Nord era superiore del 34 per cento rispetto a quella presente nel Sud (vedi Tab. 2). Va segnalato che le differenze salariali presenti in Italia nel settore privato sono un problema che ci trasciniamo almeno dagli inizi del secolo scorso. Purtroppo, in questi ultimi decenni il gap è sicuramente aumentato, perché le multinazionali, le utilities, le imprese medio-grandi, le società finanziarie/assicurative/bancarie che – tendenzialmente riconoscono ai propri dipendenti stipendi molto più elevati della media – sono ubicate prevalentemente nelle aree metropolitane del Nord. Non solo. Va evidenziato che queste realtà dispongono di una quota di personale con qualifiche apicali sul totale occupati molto alta (manager, dirigenti, quadri, tecnici, etc.), addetti che per contratto vanno corrisposti stipendi importanti.

·        Gli stipendi più alti sono pagati a Milano, Monza e lungo la via Emilia

Dall’analisi provinciale delle retribuzioni medie lorde pagate ai lavoratori dipendenti del settore privato emerge che, nel 2023, Milano è stata la realtà dove gli imprenditori hanno erogato gli stipendi medi più elevati: 34.343 euro. Seguono Monza-Brianza con 28.833 euro, Parma con 27.869 euro, Modena con 27.671 euro, Bologna con 27.603 euro e Reggio Emilia con 26.937 euro. In tutte queste realtà emiliane, la forte concentrazione di settori ad alta produttività e a elevato valore aggiunto – come la produzione di auto di lusso, la meccanica, l’automotive, la meccatronica, il biomedicale e l’agroalimentare – ha “garantito” agli addetti di questi territori buste paga molto pesanti. I lavoratori dipendenti più “poveri”, invece, si trovano a Trapani dove percepiscono una retribuzione media lorda annua pari a 14.854 euro, a Cosenza con 14.817 euro, a Nuoro con 14.676 euro. I più “sfortunati”, infine, lavorano a Vibo Valentia dove in un anno di lavoro hanno portato a casa solo 13.388 euro. La media italiana, infine, ammontava a 23.662 euro.

·        Più soldi con la contrattazione decentrata

Come ha avuto modo di segnalare anche il CNEL[2], il problema dei lavoratori poveri non parrebbe riconducibile ai minimi tabellari troppo bassi, ma al fatto che durante l’anno queste persone lavorano “poco”. Pertanto, più che a istituire un minimo salariale per legge andrebbe contrastato l’abuso di alcuni contratti a tempo ridotto. Altresì, dalla CGIA fanno sapere che per innalzare gli stipendi dei lavoratori dipendenti, in particolar modo di quelli con qualifiche professionali minori, bisognerebbe continuare nel taglio dell’Irpef e diffondere maggiormente la contrattazione decentrata. Avendo una quota di lavoratori coperto dalla contrattazione collettiva nazionale tra le più alte d’Europa (quasi il 99 per cento del totale dei lavoratori dipendenti del settore privato), dovremmo “spingere” per diffondere ulteriormente anche la contrattazione di secondo livello, premiando, in particolar modo, la decontribuzione e il raggiungimento di obbiettivi di produttività, anche ricorrendo ad accordi diretti tra gli imprenditori e i propri dipendenti. Così facendo, daremmo soprattutto una risposta alle maestranze del Nord e in particolar modo delle aree più urbanizzate del Paese che, a seguito del boom dell’inflazione, in questi ultimi anni hanno subito, molto più degli altri, una decisa perdita del potere d’acquisto.

·        Contratti di secondo livello: coinvolti solo 5,5 milioni di dipendenti

Nell’analisi statistica sulla contrattazione decentrata realizzata dall’ISTAT, emerge che il 23,1 per cento delle imprese con almeno 10 dipendenti del settore privato extra agricolo applica un contratto decentrato. Si stima che i lavoratori coinvolti sarebbero il 55 per cento dei dipendenti totali delle imprese con almeno 10 addetti, pari, in termini assoluti, a circa 5,5 milioni di lavoratori[3]. L’ISTAT, comunque, precisa che questi lavoratori non possono essere considerati come la platea esatta dei dipendenti coperti dalla contrattazione decentrata, in quanto, non tutti gli addetti potrebbero essere interessati dall’applicazione di questa misura.

[1] Valore aggiunto per ora lavorata

[2] Osservazioni e proposte, Elementi di riflessione sul salario minimo in Italia, Assemblea 12 ottobre 2023

[3] CNEL, XXVI Rapporto, Mercato del lavoro e contrattazione collettiva, Anno 2025


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Giudice di pace, udienza rinviata al 2031. Gli avvocati romani: “Sconcerto e preoccupazione”

Il rinvio dell’udienza del giudice di pace? Al 7 luglio del 2031! È solo l’ultimo, sconcertante esempio di una giustizia al collasso. Succede a Busto Arsizio, in Lombardia, ma la situazione è drammatica ovunque e da tutta Italia arrivano notizie di impressionanti ritardi nell’amministrazione della giustizia di prossimità.

Abbastanza da spingere il Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma, Paolo Nesta, a scrivere al Ministro della Giustizia Nordio per richiedere interventi urgenti per potenziare gli organici.

Una lettera,  scrive Nesta, che “consegue allo sconcerto creatosi a seguito del provvedimento, recentemente emesso dal Giudice di Pace di Busto Arsizio, con il quale è stata fissata l’udienza di discussione al 7 luglio 2032. Non si tratta di un errore materiale, bensì della drammatica testimonianza di una Giustizia che non è più in grado di garantire risposte ai cittadini in tempi ragionevoli, come garantito dall’art. 111 della Costituzione”.

“Il Giudice di Pace – prosegue Nesta  – rappresenta l’accesso primario alla giurisdizione per il cittadino e svolge un ruolo funzionale nella deflazione del contenzioso ordinario. Tuttavia la cronica assenza di mezzi e di risorse rende la previsione normativa una finzione giuridica, in contrasto con i principi del giusto processo e dell’efficienza dell’amministrazione della giustizia”.

A Roma, come in altri uffici giudiziari italiani, si registrano quotidianamente ritardi cronici nella fissazione delle udienze,  improvvise sospensioni delle stesse per mancanza di giudici,  ruoli congelati,  rinvii delle udienze superiori a 18 mesi e gravi disfunzioni del sistema informatico.

I dati del monitoraggio nazionale confermano una scopertura degli organici dei Giudici di Pace del 63%, con punte che nelle grandi città raggiungono l’80%. A Roma, nonostante il recente insediamento di 16 nuovi Giudici Onorari di Pace, la situazione resta critica, con un arretrato che non consente una gestione ordinata dei ruoli.

“I progressi registrati in merito alla scopertura del personale amministrativo, passata dal 40% al 32%, rappresentano un segnale positivo ma decisamente insufficiente a fronteggiare l’emergenza – conclude Nesta  – Pertanto, a nome dell’Avvocatura romana,  chiedo, con l’urgenza del caso, l’adozione di misure straordinarie per il reclutamento di Giudici di Pace, un piano di assunzioni straordinarie del personale amministrativo, il potenziamento dell’infrastruttura informatica”. Il rischio è di creare “un vulnus inaccettabile al diritto di difesa e far venire meno la fiducia del cittadino nelle Istituzioni e nello Stato di Diritto”.


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Patrocinio a spese dello Stato: nessun contributo unificato finché l’istanza è in attesa

Arriva un importante chiarimento dal Ministero della Giustizia sul patrocinio a spese dello Stato e sulle modalità di iscrizione a ruolo delle cause civili in attesa della decisione sull’ammissione al beneficio. A fare luce sulla questione è la circolare n. 81673 del 24 aprile 2025, diramata dal Dipartimento per gli affari di giustizia in risposta ai dubbi sollevati dagli uffici giudiziari a seguito delle novità introdotte dalla legge di bilancio 2025.

Il nodo nasce dalle nuove disposizioni che impediscono l’iscrizione a ruolo delle cause in mancanza del pagamento del contributo unificato, pari almeno a 43 euro. Un meccanismo che rischiava di bloccare le cause avviate da chi ha richiesto l’ammissione al gratuito patrocinio, senza però aver ancora ottenuto il relativo provvedimento.

La prassi confermata dal Ministero

Negli anni, si era consolidata una prassi che permetteva comunque di iscrivere la causa, purché fosse depositata l’istanza di ammissione debitamente protocollata dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, con riserva di integrare il fascicolo non appena fosse disponibile il provvedimento. Una prassi che le nuove regole sembravano mettere in discussione.

Il Ministero ha però confermato la legittimità di questa procedura, sottolineando come il diritto di difesa, garantito dalla Costituzione, non possa essere sacrificato per ritardi non imputabili alla parte interessata. Gli uffici giudiziari, dunque, sono tenuti a procedere con l’iscrizione a ruolo, a patto che l’istanza sia regolarmente depositata e protocollata.

Il precedente della Cassazione

A rafforzare questa posizione interviene anche una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 6888 del 14 marzo 2025, che ha ribadito il principio della retroazione degli effetti del patrocinio gratuito alla data di presentazione dell’istanza al Consiglio dell’Ordine, anche quando l’ammissione venga concessa successivamente dal giudice. In tal caso, le spese e i compensi maturati nel frattempo saranno comunque a carico dello Stato.

Le indicazioni operative

Secondo quanto stabilito dalla circolare, gli uffici giudiziari dovranno pertanto accettare il deposito degli atti e iscrivere la causa a ruolo con la sola istanza protocollata. Nel caso in cui l’ammissione venga successivamente negata e la decisione del magistrato non confermi il beneficio, le spese annotate saranno recuperate nei confronti della parte.


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Via libera definitivo al Decreto PA: stabilizzazioni e nuove assunzioni nella Giustizia

Nella seduta del 7 maggio 2025, l’Aula del Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge di conversione del Decreto legge n. 25/2025, il cosiddetto Decreto PA, contenente una serie di misure urgenti per il funzionamento e il rafforzamento della pubblica amministrazione. Sul testo, già passato alla Camera lo scorso 23 aprile, il Governo aveva posto la questione di fiducia. La conversione in legge arriva dunque prima della scadenza fissata per il 13 maggio.

Stabilizzazioni e potenziamento negli uffici giudiziari

Tra le modifiche più rilevanti introdotte durante l’esame parlamentare spicca un pacchetto di interventi dedicati al settore giustizia, con l’obiettivo di rafforzare gli uffici giudiziari e rendere più stabile il personale impiegato nei progetti legati al PNRR.

In particolare, viene ridotto da 24 a 12 mesi il requisito minimo di servizio continuativo per accedere alla stabilizzazione dei contratti a tempo determinato negli Uffici per il processo. Il periodo richiesto dovrà essere maturato entro il 30 giugno 2026.

3.000 nuove assunzioni e fondi per i concorsi

Il provvedimento autorizza inoltre un incremento straordinario della dotazione organica del Ministero della Giustizia, prevedendo l’assunzione di 2.600 funzionari e 400 assistenti. A copertura di queste nuove posizioni è stato stanziato un fondo di 800.000 euro per il 2025, destinato all’organizzazione delle relative procedure concorsuali.

Facoltà assunzionali prorogate fino al 2026

Un’ulteriore misura significativa riguarda la proroga delle facoltà assunzionali del Ministero della Giustizia fino al 31 dicembre 2026, in deroga alle attuali norme. Questo permetterà di proseguire le assunzioni straordinarie già previste nell’ambito delle riforme della giustizia e degli interventi amministrativi finanziati con il PNRR.

Concorsi penitenziari, idonei senza limite

Novità anche per il personale dell’amministrazione penitenziaria: fino alla fine del 2026, nei concorsi di settore non sarà applicato il limite del 20% per il numero massimo di idonei oltre i vincitori. Saranno quindi considerati idonei tutti i candidati che supereranno le prove concorsuali, indipendentemente dalla posizione raggiunta in graduatoria.


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Mediazione obbligatoria, stop all’eccezione in appello: la Cassazione chiarisce i limiti

Importante chiarimento della Corte di Cassazione in materia di mediazione obbligatoria. Con l’ordinanza n. 5474 del 2025, la Suprema Corte ha ribadito che, nelle controversie soggette a mediazione preventiva — come quelle ereditarie — l’eccezione di improcedibilità per mancato esperimento della procedura conciliativa può essere proposta soltanto nel giudizio di primo grado e, precisamente, entro la prima udienza. Se ciò non avviene, la parte decade dal diritto di sollevarla e in appello non potrà più essere fatta valere.

Il principio si fonda sul disposto dell’articolo 5, comma 2 del D.lgs. 28/2010, così come modificato dalla recente Riforma Cartabia, secondo cui l’improcedibilità deve essere eccepita dal convenuto o rilevata d’ufficio dal giudice entro la prima udienza di comparizione.

Nel caso concreto esaminato dalla Corte, relativo a una successione ereditaria, nessuna delle parti aveva sollevato l’eccezione in tempo utile e il giudice di primo grado non aveva rilevato il vizio. Di conseguenza, in appello non è stato possibile bloccare il processo per avviare una mediazione, neppure in presenza di una materia che la legge riconosce come obbligatoria per questo percorso.

La Corte ha però ricordato che il giudice d’appello mantiene la facoltà, e non l’obbligo, di disporre una mediazione anche oltre il primo grado, ma solo nei casi in cui lo ritenga utile alla definizione della controversia. Si tratta della cosiddetta “mediazione delegata propria”, prevista dal nuovo art. 5-quater del decreto legislativo sulla mediazione, norma introdotta dalla Riforma Cartabia per valorizzare la mediazione come strumento efficace e consensuale di risoluzione dei conflitti.

Diverso invece il caso della “mediazione delegata impropria”, che riguarda i procedimenti in cui la legge impone il tentativo di conciliazione prima dell’avvio del giudizio e che può essere ordinata solo entro la prima udienza di primo grado.

La pronuncia della Cassazione conferma una tendenza ormai diffusa nei tribunali italiani, dove si moltiplicano i protocolli d’intesa tra magistrati, ordini professionali e università per promuovere la cultura della mediazione. Sempre più spesso, infatti, i giudici inviano le parti in mediazione durante il processo, vedendo in questo strumento non una semplice via alternativa alla causa, ma un metodo moderno di gestione consensuale dei conflitti, che restituisce alle persone il potere di decidere il proprio destino fuori dalle aule giudiziarie.


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Decreto Sicurezza, penalisti in piazza: “Parlamento umiliato, è deriva autoritaria”

Una piazza compatta e indignata quella che ieri, a Roma, ha ospitato la protesta contro il decreto Sicurezza voluto dal governo Meloni. A promuovere la manifestazione l’Unione delle Camere Penali, con il sostegno di esponenti delle opposizioni e del mondo giuridico, esclusi i parlamentari del Movimento 5 Stelle. Tra slogan duri e interventi accorati, è stata denunciata quella che molti hanno definito «una forzatura istituzionale senza precedenti».

Ad aprire la serie di interventi il presidente dei penalisti italiani, Francesco Petrelli, che ha descritto il provvedimento come «un pericolo per i diritti fondamentali e le libertà individuali, che rischiano di essere drasticamente compressi». Tesi condivisa anche dalla vicepresidente del Senato, Anna Rossomando (Pd), che ha ricordato come «da oltre un anno il Parlamento stesse lavorando a una legge sulla sicurezza, coinvolgendo magistrati, università e sindacati. Il governo ha scelto di azzerare tutto con un decreto legge, un atto che calpesta le regole della democrazia parlamentare».

Duro anche il giudizio di Maria Elena Boschi, presidente dei deputati di Italia Viva: «In pochi minuti, il Consiglio dei ministri ha cancellato un anno di confronto e sacrificato il dibattito parlamentare. È uno sfregio alla democrazia e alla funzione del Parlamento».

Anche Alleanza Verdi e Sinistra ha fatto sentire la sua voce attraverso Ilaria Cucchi e Peppe De Cristofaro: «Questo decreto non renderà l’Italia più sicura, ma più repressiva e ingiusta. Usare la decretazione d’urgenza per ostacolare il dissenso è una deriva autoritaria».

Dalla piazza è arrivato poi il durissimo intervento di Riccardo Magi (+Europa), che ha parlato di «un mostro giuridico di 40 articoli, una mina vagante per l’ordinamento democratico». Magi ha annunciato di aver avviato personalmente un conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale, chiedendo anche ai presidenti di Camera e Senato di fare altrettanto per difendere le prerogative del Parlamento.

Presente anche Gaetano Scalise di Noi Moderati, che ha illustrato proposte di modifica, tra cui una per tutelare le detenute madri, prevedendo gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico al posto del carcere.

Sul palco si è alternato anche il magistrato Ciccio Zaccaro, segretario di AreaDg, la corrente progressista dell’Anm, che ha ribadito: «La sicurezza deve essere al servizio dei diritti e delle garanzie, altrimenti diventa autoritarismo».

Non è mancata Rita Bernardini di Nessuno Tocchi Caino, giunta al quindicesimo giorno di sciopero della fame per protestare contro il decreto e a favore di un provvedimento di indulto.


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Addio all’abuso d’ufficio, Nordio soddisfatto: “Stop a strumentalizzazioni”

La Corte Costituzionale ha respinto i ricorsi contro l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio e il ministro della Giustizia Carlo Nordio incassa il risultato con evidente soddisfazione. «Massima soddisfazione per una decisione che conferma la bontà della nostra scelta — ha commentato Nordio — e rammarico per chi, anche all’interno della magistratura, ha strumentalizzato questa battaglia».

Il Guardasigilli ha infatti puntato il dito contro parte delle toghe e delle opposizioni, accusandole di aver ostacolato un provvedimento che, a suo dire, libererà gli amministratori locali da inutili paure e frenerà il clima di sospetto che condizionava le scelte della pubblica amministrazione. «Auspico — ha aggiunto Nordio — che in futuro cessino queste polemiche pretestuose, che nuocciono all’immagine del Paese e all’efficacia della giustizia».

Dal centrodestra l’esultanza è corale. Fratelli d’Italia parla di «un passo avanti importante, che mette fine a strumentalizzazioni e accuse infondate», mentre il presidente della Lombardia Attilio Fontana definisce «assurdo e dannoso il reato di abuso d’ufficio», rivendicando di aver sempre sostenuto la sua eliminazione.

Di tutt’altro tenore le reazioni del centrosinistra e del Movimento 5 Stelle. Alfredo Bazoli, vicecapogruppo del Pd al Senato, definisce il provvedimento «opportunisticamente sbagliato» e destinato ad «indebolire i presidi contro gli abusi di potere». Duro anche il commento dei 5 Stelle, che parlano di «esultanza fuori luogo» da parte della maggioranza e denunciano «l’ennesima scelta che lascia più indifesi i cittadini di fronte agli abusi del potere pubblico».

In attesa delle motivazioni della sentenza, la frattura politica resta netta: per il governo Meloni si tratta di una riforma che rende la giustizia più efficiente e libera gli amministratori dal timore di indagini pretestuose, per le opposizioni è l’ennesima conferma di un approccio sbilanciato a favore dei potenti.


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Geolocalizzare i lavoratori in smart working è vietato: scatta la sanzione da 50mila euro

Il controllo dei lavoratori in smart working tramite sistemi di geolocalizzazione è una pratica vietata. A ribadirlo è stato il Garante per la Privacy, che ha sanzionato con una multa da 50mila euro un ente che aveva utilizzato un’app per localizzare i propri dipendenti durante le giornate di lavoro agile.

La vicenda riguarda un sistema che permetteva di tracciare la posizione dei dipendenti attraverso i dispositivi aziendali — smartphone e notebook — per verificare che si trovassero nel luogo concordato per lo svolgimento dell’attività da remoto. Un controllo che, di fatto, violava le regole previste dallo Statuto dei lavoratori e dal Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali (GDPR).

La normativa consente l’utilizzo di strumenti di controllo a distanza solo per specifiche finalità, come la tutela del patrimonio aziendale o per motivi di sicurezza, e mai per verificare in modo diretto la prestazione lavorativa, se non in presenza di accordi chiari e specifici autorizzati dagli organi competenti. Nel caso esaminato, il monitoraggio era stato attivato in modo sistematico su circa 100 dipendenti, attraverso la richiesta di timbrare virtualmente l’inizio e la fine dell’attività e di comunicare la propria posizione via mail.

Il Garante ha giudicato il comportamento gravemente lesivo dei diritti dei lavoratori, sottolineando che il lavoro agile garantisce maggiore libertà nella gestione della vita privata e lavorativa. La geolocalizzazione costante rappresenta, invece, un’ingerenza indebita nella sfera personale, anche se l’applicazione richiedeva il consenso dei dipendenti: in questo contesto, infatti, il consenso non è considerato valido, essendo rilasciato in un contesto di subordinazione.

Il caso è emerso a seguito del reclamo di una dipendente, che ha denunciato le pressioni ricevute per attivare il sistema di localizzazione. Da qui, le indagini hanno portato alla sanzione amministrativa e all’obbligo, per l’ente, di disattivare l’applicazione e di interrompere immediatamente il trattamento illecito dei dati.

Un richiamo forte al rispetto della privacy dei lavoratori da remoto e alla necessità, per le aziende, di attenersi a criteri di liceità, correttezza e trasparenza nel trattamento dei dati personali, come previsto dal GDPR.


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Secondo i giudici supremi, il pubblico dipendente ha un dovere di collaborazione nell’interesse dell’ente e della collettività, che può includere anche incarichi diversi da quelli abituali. Tuttavia, tali mansioni devono rientrare nell’ambito della professionalità del lavoratore e non essere completamente estranee al suo percorso formativo e lavorativo. È inoltre necessario che la richiesta derivi da effettive esigenze organizzative e venga gestita in modo marginale e occasionale.

Nel caso esaminato, un’infermiera era stata sistematicamente destinata a compiti tipici degli operatori socio-sanitari (Oss), a causa della carenza di personale. La Corte ha confermato la condanna dell’azienda sanitaria, condannata a risarcire la lavoratrice per il danno alla professionalità e all’immagine, quantificato nel 20% della retribuzione per il periodo interessato.

La pronuncia sottolinea, però, che non è sempre illegittimo impiegare infermieri in mansioni da Oss, purché si tratti di attività compatibili con la loro qualifica e che tali incarichi restino accessori rispetto alle mansioni principali. L’amministrazione pubblica, infatti, può richiedere ai propri dipendenti una certa flessibilità funzionale, ma senza stravolgere il profilo professionale o mortificare le competenze acquisite.

Una decisione che rimette al centro il rispetto della dignità lavorativa nel pubblico impiego, tutelando il diritto di ogni dipendente a vedere riconosciuto il proprio ruolo senza essere impiegato sistematicamente in compiti inferiori al proprio inquadramento.


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