Carceri, Ministero: Icam Lauro non sarà dismesso

Roma, 28 maggio 2025 – “L’ipotesi prospettata da notizie di stampa secondo cui l’Istituto di custodia attenuata per detenute madri di Lauro, in provincia di Avellino, sia stato dismesso o chiuso è priva di ogni fondamento. Come chiunque può constatare sul sito del Ministero della Giustizia, l’Icam campano ad oggi accoglie tre utenti. Oltre a quello di Lauro, sul territorio nazionale sono e rimarranno operativi gli istituti di Torino, Milano, Venezia e Cagliari, che insieme possono garantire fino ad 88 posti. Di questi, solo 20 risultano occupati. L’attenzione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria nei confronti delle detenute madri e la tutela del supremo interesse dei minori non sono in discussione”. Così la nota dal Ministero della Giustizia.


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Anm risponde al Ministro: “Così si rischia l’autonomia della magistratura e i diritti dei cittadini”

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Avvocati, il CNF ribadisce: la buona fede non cancella l’illecito disciplinare

Secondo la sentenza n. 393/2024 conta la volontarietà della condotta, non l’intenzione o le condizioni soggettive dell’incolpato

Nordio in Moldavia. Il Ministro interviene alla Conferenza internazionale sulla promozione della mediazione

Chișinău, 28 maggio 2025 – Missione a Chișinău, in Moldavia, per il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Questa mattina il Guardasigilli, introdotto dall’omologa moldava, Veronica Mihailov Moraru, è intervenuto alla Conferenza internazionale sulla promozione della mediazione, presso il Palazzo della Repubblica.

“Nel nostro Paese, allo scadere del decennio dall’entrata in vigore del primo corpo normativo dedicato alla mediazione si è aperta una nuova stagione per la media-conciliazione, condividendosi ancora una volta il respiro internazionale ed europeo che da decenni accompagna la diffusione delle Alternative dispute resolution (Adr). Nel contesto degli obiettivi fissati dal PNRR modernizziamo e implementiamo il sistema delle tutele stragiudiziali. Il percorso della riforma della mediazione civile e commerciale è infatti proseguito con il decreto ministeriale del 24 ottobre 2023 n. 150, entrato in vigore il 15 novembre 2023”, così ha sottolineato nel suo intervento il Ministro. Che ha continuato: “La nuova regolamentazione completa il quadro normativo imperniato sul primo incontro eleggendolo a sede effettiva di confronto tra le parti con l’assistenza degli avvocati – quest’ultima limitata ai casi in cui la mediazione è condizione di procedibilità della domanda ex lege o su disposizione del giudice – e sotto la guida del mediatore per cooperare in buona fede e lealmente al fine di un possibile accordo”.

“Si conferma in tal modo definitivamente – ha proseguito Nordio – che la mediazione costituisce un modello collaborativo, definendosi così anche il ruolo di coloro che sono chiamati ad assistere le parti nella ricerca dell’accordo conciliativo. Un profilo particolarmente rilevante attiene, inoltre, all’utilizzo di sistemi telematici per la mediazione. La disciplina è contenuta nel decreto legislativo 27 dicembre 2024, n. 216, il cosiddetto ‘correttivo mediazione’, con cui si è inteso adottare correzioni di errori formali o difetti di coordinamento della novella sulla mediazione rispetto al preesistente impianto normativo. Ancora una volta, è stato messo a punto uno strumento che favorisce la partecipazione personale delle parti, sia in caso di mediazione telematica che di mediazione svolta in presenza, aumentando la possibilità del raggiungimento di un accordo attraverso finanche regole più chiare sulle modalità con cui il mediatore deve raccogliere le firme dell’accordo eventualmente raggiunto durante questa tipologia di incontri”.

Si tratta, conclude il Guardasigilli, di “uno spazio di dialogo regolamentato e qualificato che precede o segue l’avvio del processo per tentare di raggiungere un accordo conciliativo che possa comporre la lite con la massima soddisfazione dei contendenti”.


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Se il commercialista sbaglia, paga anche il cliente

Roma — Non basta affidarsi al commercialista: se quest’ultimo commette errori negli adempimenti fiscali, a risponderne è comunque il contribuente. È questo il principio ribadito dalla Corte di Cassazione, Sezione Tributaria, con l’ordinanza n. 13358 depositata il 20 maggio 2025.

Il caso riguardava un professionista del settore ingegneristico che aveva incaricato un commercialista di gestire le proprie dichiarazioni fiscali. Successivamente, l’Agenzia delle Entrate aveva contestato all’ingegnere la detrazione indebita di IVA per fatture inesistenti e la dichiarazione di un credito fittizio. Nonostante le difese e i vari gradi di giudizio tributario, l’accertamento fiscale è stato confermato fino in Cassazione.

La Suprema Corte ha sottolineato che il contribuente ha il dovere di controllare l’operato del professionista incaricato, richiedendo, ad esempio, ricevute telematiche di presentazione e documenti comprovanti gli adempimenti eseguiti. Solo nel caso in cui il commercialista abbia agito con dolo o in maniera fraudolenta — ad esempio falsificando documenti o occultando le proprie omissioni — e il cliente abbia dimostrato di aver esercitato una concreta vigilanza, il contribuente può essere sollevato da responsabilità.

“Non basta affidare un incarico: occorre verificare che venga svolto correttamente”, recita in sostanza la motivazione, che conferma un orientamento consolidato della giurisprudenza tributaria.

Il ricorso del contribuente è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di un ulteriore contributo unificato.


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Cassazione: solo il giudice può sollevare dubbi di costituzionalità

Roma – Con l’ordinanza n. 11731 depositata il 5 maggio 2025, la Sezione V Civile della Corte di Cassazione ha ribadito un principio fondamentale del diritto costituzionale italiano: non spetta alle parti processuali il potere di sollevare direttamente questioni di legittimità costituzionale, né tale iniziativa può costituire motivo valido di ricorso per Cassazione.

La Corte ha chiarito che il potere di rimettere una questione alla Corte costituzionale spetta esclusivamente al giudice, che può decidere, nell’ambito della propria discrezionalità, se e quando sollevarla. Le parti, da parte loro, possono solo sollecitare il giudice a farlo, offrendo argomentazioni nel merito, ma non hanno alcun potere formale o autonomo d’iniziativa.

In altre parole, la via incidentale per sollevare una questione costituzionale non è nelle mani degli avvocati o delle parti in causa, bensì resta saldamente sotto il controllo del giudice del processo, quale soggetto terzo e imparziale.


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Avvocati e social media: il “processo parallelo” tra diritto di difesa e doveri deontologici

Roma — Nell’epoca dei social e della giustizia spettacolo, il confine tra diritto di difesa e sovraesposizione mediatica si fa sempre più sottile. A rilanciare il tema è l’Osservatorio Deontologia dell’Unione Camere Penali Italiane, che, prendendo spunto dalle recenti cronache legate al caso Garlasco, ha diffuso una nota per ribadire principi e limiti della comunicazione dell’avvocato sui media e sulle piattaforme digitali.

«Il nostro codice deontologico — ricordano i penalisti — non vieta agli avvocati di intervenire nel dibattito pubblico per tutelare il proprio assistito, anche al di fuori del processo, purché nel rispetto dei doveri professionali e con esclusivo riferimento al diritto di difesa». La presenza sempre più massiccia di avvocati in tv, talk show e social network solleva tuttavia interrogativi sulla misura e l’opportunità di certe esposizioni.

Tra i punti richiamati dall’Osservatorio: il divieto di diffondere notizie coperte dal segreto investigativo, l’obbligo di riservatezza, equilibrio e rispetto verso le parti processuali, e il dovere di garantire comunicazioni sempre corrette, complete e tecnicamente accurate. Ma soprattutto — sottolinea la nota — «ogni intervento mediatico deve essere valutato in funzione dell’interesse esclusivo della difesa e mai per finalità autopromozionali o di visibilità personale».

Un monito che arriva in un momento di particolare attenzione mediatica attorno ai processi di cronaca e che, secondo l’UCPI, impone alla categoria di riflettere sull’etica della comunicazione e sulla tutela della dignità della professione forense anche al di fuori delle aule di giustizia.


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Caso Bibbiano, scontro tra avvocati e magistrati: “A rischio il diritto di difesa”

Roma — Torna a far discutere la vicenda giudiziaria legata al processo “Angeli e Demoni” sui fatti di Bibbiano. Stavolta a finire al centro della polemica non è soltanto il merito del processo, ma le conseguenze subite da due avvocati difensori, ora indagati per calunnia per aver sollevato una questione processuale nel corso del dibattimento. Una scelta che l’Associazione Nazionale Magistrati locale ha definito “mera applicazione della legge”, ma che l’Unione Camere Penali Italiane contesta con forza in una nota ufficiale.

Il comunicato dell’Ucpi, affidato alla Giunta, ricorda come in passato la formula “rite et recte” — usata dai commissari papali per certificare la regolarità dei tribunali dell’Inquisizione — sia oggi evocata per giustificare decisioni che rischiano di comprimere il diritto di difesa e trasformare il dibattito processuale in terreno minato per chi esercita la critica.

«Non è stata una “iniziativa improvvida” — denuncia l’Ucpi — ma una trasmissione di atti a una procura che, in assenza di specifiche denunce, ha ipotizzato un’accusa tanto grave quanto discutibile, il tutto ai danni di chi aveva semplicemente esercitato il proprio ruolo di difensore». Particolarmente contestata anche la tempistica: la notifica dell’atto ai legali è infatti avvenuta il giorno prima della discussione finale, scelta definita “irrilevante” dall’ANM locale, ma che secondo l’Ucpi «lede il pieno esercizio del diritto di difesa e contrasta con quella cultura della giurisdizione che dovrebbe appartenere alla magistratura».

Per le Camere Penali si tratta dell’ennesima dimostrazione di una pericolosa deriva corporativa e inquisitoria, che rischia di trasformare il diritto di difesa in una pratica sottoposta al vaglio preventivo di chi, per legge, dovrebbe essere il soggetto controllato. «Incidenti di questo tipo — conclude la nota — dovrebbero spingere a riflessioni serie sui rischi che corre lo Stato di diritto quando le critiche e le censure all’agire giudiziario vengono trattate come reati».


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Decreto Sicurezza, arrivano 14 nuovi reati: stretta su dissenso, occupazioni e cannabis light

Roma — È stata una giornata di alta tensione a Montecitorio, dove il governo ha incassato la fiducia sul controverso decreto sicurezza. Approvato con 201 voti favorevoli, 117 contrari e 5 astenuti, il provvedimento introduce ben 14 nuovi reati e inasprisce le pene per diverse condotte, soprattutto quelle legate a manifestazioni di dissenso e proteste sociali.

Nel mirino della norma anche la cosiddetta “resistenza passiva”, la modalità di protesta non violenta usata dai detenuti o dagli attivisti durante le manifestazioni. Una stretta che ha subito scatenato le opposizioni, che l’hanno ribattezzata “norma anti-Gandhi”. Il centrosinistra ha denunciato un vero e proprio attacco alle libertà civili, mentre il Movimento 5 Stelle ha parlato di “Stato repressivo” in risposta al crescente malcontento sociale.

A far discutere anche la misura che criminalizza le azioni di protesta contro opere pubbliche strategiche, come i movimenti No-Tav e No-Ponte. Gli eco-attivisti rischiano fino a un anno e mezzo di carcere e multe salate per il semplice imbrattamento di beni pubblici o per aver ostacolato i lavori.

Ma il nodo più spinoso è quello legato alla cannabis light. Nonostante il comparto conti oltre 3.000 aziende, 30.000 addetti e un giro d’affari stimato in mezzo miliardo di euro l’anno, la maggioranza ha deciso di vietarne coltivazione e vendita. Un colpo duro per il settore, che si è visto cancellare dalla sera alla mattina un prodotto legale, privo di effetti stupefacenti e considerato meno pericoloso del tabacco. Forza Italia, pur esprimendo forti perplessità, ha dovuto accettare la linea dura imposta da Fratelli d’Italia e dalla Lega.

Il sottosegretario Alfredo Mantovano è stato irremovibile nel difendere la stretta, lasciando i forzisti a digerire una norma che considerano inutile e dannosa. “Non capiamo ancora il perché di questa decisione”, hanno ammesso alcuni parlamentari azzurri a margine del voto.

Il decreto, che passerà ora al Senato per l’approvazione definitiva, prevede inoltre pene più severe per chi occupa immobili, fino a due anni e mezzo di carcere, e introduce le body cam per le forze dell’ordine, pur lasciandone facoltativo l’utilizzo. E proprio la Lega ha strappato l’ok anche a un ordine del giorno sulla castrazione chimica per chi commette reati sessuali, tra le proteste dell’opposizione che ha definito il provvedimento “medievale”.

La tensione non accenna a diminuire. Le opposizioni hanno annunciato nuove manifestazioni di piazza per sabato, accusando il governo Meloni di voler imbavagliare il dissenso e ridurre gli spazi di libertà. “Così si tenta di mettere un tappo al malcontento sociale crescente”, ha denunciato il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte.


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Caos in Parlamento: tensioni sulla giustizia e accuse di forzature istituzionali

Roma — Giornata ad altissima tensione nelle aule parlamentari, dove il confronto politico si è trasformato in un vero e proprio scontro istituzionale. Alla Camera è passata la questione di fiducia posta dal governo sul decreto sicurezza, con 201 voti favorevoli, 117 contrari e 5 astenuti. Un voto che di fatto accelera l’approvazione di un provvedimento molto contestato dalle opposizioni.

Ma è al Senato che il clima si è fatto incandescente. La miccia è stata accesa dalla decisione della Giunta per il Regolamento di dichiarare ammissibile il cosiddetto “canguro” anche per i lavori della commissione antimafia: un precedente mai visto nella storia della Repubblica, secondo Pd, M5S e Alleanza Verdi e Sinistra, che hanno subito denunciato una grave forzatura delle regole parlamentari.

Durissimo il commento di Stefano Patuanelli (M5S) che ha parlato di “giornata buia” per la democrazia, accusando la maggioranza di procedere a colpi di forzature e di aver instaurato di fatto una “dittatura parlamentare”. Stessa linea anche dai senatori democratici Boccia, Verini e Parrini, che hanno definito l’episodio «l’ennesima forzatura per silenziare il confronto parlamentare e imporre riforme delicate come quella della giustizia senza un vero dibattito».

Il centrodestra, però, tira dritto. Nel mirino anche le figure di alcuni magistrati, come l’ex procuratore antimafia Cafiero de Raho, con la maggioranza intenzionata a limitarne il potere decisionale in commissione attraverso una modifica alla legge istitutiva. Intanto, Fratelli d’Italia ha calendarizzato la discussione di una proposta di legge sul conflitto d’interessi che coinvolgerebbe anche i parlamentari ex magistrati, costringendoli potenzialmente ad astenersi su temi di giustizia.

A peggiorare il clima sono arrivate poi le polemiche per alcune dichiarazioni private attribuite al giudice Patarnello, che hanno scatenato l’indignazione della deputata Dem Debora Serracchiani, la quale ha definito “indegne” le parole e chiesto le dimissioni del sottosegretario Delmastro.

Dopo oltre cinque ore di dibattito, la Camera ha quindi approvato la fiducia al decreto sicurezza, che introduce nuove fattispecie di reato e inasprisce alcune pene, mentre il Senato si prepara ad affrontare la discussione sulla riforma della giustizia il 1° giugno, anche se i lavori in commissione non sono ancora conclusi.


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Giustizia, primo confronto tra Capo di Gabinetto e sindacati: sul tavolo contratti, stabilizzazioni e smart working

Si è svolta ieri, 26 maggio, la prima riunione tra le organizzazioni sindacali del personale del Ministero della Giustizia e il Capo di Gabinetto Dott.ssa Giusy Bartolozzi. Una prima interlocuzione che ha permesso di fissare le priorità e aprire il confronto sui temi più urgenti che riguardano i lavoratori del Dipartimento dell’Organizzazione Giudiziaria. Come correttamente previsto dalle regole delle relazioni sindacali, non erano presenti — né  invitate — le sigle non firmatarie del vigente CCNL Funzioni Centrali: CGIL, UIL e USB.

In un’Amministrazione ancora gravata da quindici anni di blocco contrattuale, carenze di organico e condizioni di lavoro precarie, Confintesa FP ha ribadito le proprie richieste: pieno rispetto di tutti gli accordi sottoscritti, riconoscimento delle competenze del personale, modifica delle dotazioni organiche, blocco di nuove assunzioni prima della corretta ricollocazione del personale in servizio, un progetto per il welfare integrativo ed un piano organico per il rilancio del Ministero della Giustizia, troppo spesso relegato al ruolo di Cenerentola del Comparto Funzioni Centrali.

Contratto integrativo e progressioni di carriera
Tra i temi più urgenti, il blocco del contratto integrativo, fermo dal 2010, che impedisce la valorizzazione del personale e crea disparità tra profili omogenei alcuni dei quali collocati tra aree diverse.
Confintesa FP ritiene indispensabile un “regime transitorio” per dare piena gratificazione al personale in servizio e rendere competitivo il Ministero della Giustizia anche con la previsione delle nuove famiglie professionali adeguate all’evoluzione dell’organizzazione giudiziaria.

La Dott.ssa Bartolozzi ha prontamente smentito le voci di stampa su un imminente concorso per 2.600-2.800 cancellieri esperti, precisando che al momento nessuna procedura è in fase di avvio, e ha aperto alla possibilità di individuare fondi da destinare al personale. Ha inoltre invitato le sigle sindacali a definire tre priorità da proporre al Governo in vista della prossima Legge di Bilancio.

Smart working e mobilità
Altro tema caldo, il lavoro agile. Confintesa FP ha ribadito l’esigenza di superare il criterio della mera presenza fisica privilegiando la misurazione dei risultati, specie negli uffici non aperti al pubblico e per le attività smartabili. Il Capo di Gabinetto ha espresso condivisione su questa impostazione e annunciato una prossima riunione dedicata alla definizione di regole uniformi.

Sul fronte della mobilità, Confintesa FP ha richiesto maggiore flessibilità e incentivi per coprire le sedi disagiate, in particolare al Nord, proponendo anche l’istituzione di foresterie statali e l’indennità di sede disagiata oltre l’adozione di modelli innovativi già sperimentati da altri Ministeri.

PNRR e personale informatico
La gestione dei contratti a tempo determinato legati al PNRR (ma non solo) preoccupa i sindacati: oltre 12.000 lavoratori, rispetto ai 6.000 inizialmente previsti, rischiano il mancato rinnovo. Confintesa FP ha chiesto la stabilizzazione di tutti i profili coinvolti e una proroga per chi non potrà essere subito inquadrato per mancanza di fondi.

Non è mancato un richiamo alla condizione dei lavoratori tecnici e informatici, ex DGSIA e CISIA, ancora privi di adeguato riconoscimento economico e inquadramento. La sigla sindacale ha chiesto l’applicazione immediata delle norme già previste per il passaggio di area e l’erogazione degli incentivi stanziati dal D.M. 4 agosto 2021.

Prossimi passi
Confintesa FP ha espresso apprezzamento per l’apertura della Dott.ssa Bartolozzi, ribadendo però la necessità di azioni concrete e rapide per affrontare criticità ormai croniche: contratto integrativo bloccato, piante organiche obsolete, gestione rigida dello smart working e precarietà diffusa.

Nei prossimi giorni le sigle sindacali saranno chiamate a definire le tre priorità da sottoporre al Governo, e Confintesa FP ha già annunciato che tra queste non mancheranno le progressioni di carriera attraverso un piano per la valorizzazione delle competenze interne, la stabilizzazione del personale PNRR e un aumento delle risorse del Fondo Risorse Decentrate  e del welfare.


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Confisca, gli eredi possono chiedere la revoca: lo conferma la Cassazione

ROMA — Anche dopo la morte del soggetto colpito da una misura di prevenzione patrimoniale, i suoi eredi possono proseguirne il procedimento di revoca. È quanto ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 19400, depositata il 23 maggio 2025, in una decisione che ribadisce i principi già fissati dalla normativa vigente e dalla Corte costituzionale.

Il caso esaminato dalla Suprema Corte riguardava la richiesta degli eredi di un uomo deceduto durante il ricorso per Cassazione contro una confisca di beni disposta nei suoi confronti. Secondo quanto previsto sia dalla vecchia disciplina — la legge n. 575 del 1965 — sia dalla normativa attuale (art. 18, comma 2, del d.lgs. 159/2011), le misure patrimoniali possono essere applicate anche in caso di decesso della persona interessata, con il procedimento che prosegue nei confronti degli eredi o di chi subentra nei diritti patrimoniali.

La Corte ha chiarito che questa continuità processuale si fonda sulla natura patrimoniale, e non penale, delle misure di prevenzione, finalizzate a sottrarre alla disponibilità privata beni acquisiti in modo illecito, e non a sanzionare penalmente il soggetto coinvolto. Di conseguenza, gli eredi possono non solo impugnare la confisca già disposta, ma anche portare avanti eventuali procedimenti avviati dal defunto per ottenere la revoca della misura.

Nel caso specifico, tuttavia, i ricorsi presentati sono stati respinti: il primo dichiarato inammissibile, il secondo ritenuto infondato. La Corte d’appello aveva già escluso che le assoluzioni in alcuni procedimenti penali o la definizione conciliativa di contenziosi fiscali potessero cancellare le ragioni alla base della misura di prevenzione. I giudici hanno infatti rilevato una lunga e documentata attività illecita, fatta di truffe ai danni dello Stato, corruzioni e reati tributari, protrattasi per oltre trent’anni.

Con questa pronuncia, la Cassazione conferma un principio ormai consolidato: gli eredi possono intervenire nei procedimenti patrimoniali per tutelare il proprio interesse a fronte di una misura che, pur non essendo penale, incide direttamente sul patrimonio familiare.


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