Avvocati cassazionisti, al via gli esami 2026: pubblicato il bando del Ministero della Giustizia

È stata ufficialmente avviata la sessione 2026 degli esami per l’iscrizione all’albo speciale degli avvocati abilitati al patrocinio davanti alla Corte di Cassazione e alle altre giurisdizioni superiori. Il bando, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 24 marzo scorso, segna uno dei passaggi più rilevanti nel percorso professionale dell’avvocatura.

La selezione, indetta dal Ministero della Giustizia, si rivolge a professionisti già iscritti all’albo che intendano conseguire l’abilitazione al patrocinio dinanzi alla Corte di Cassazione e agli altri organi giurisdizionali di vertice.

Per accedere è necessario dimostrare un’esperienza consolidata: almeno cinque anni di esercizio della professione davanti ai Tribunali e alle Corti di Appello, affiancati da un periodo equivalente di pratica qualificata presso uno studio legale abilitato al patrocinio in Cassazione. Un doppio requisito che punta a garantire competenze tecniche avanzate e familiarità con le dinamiche del giudizio di legittimità.

Il termine per la presentazione delle domande è fissato al 5 giugno 2026. Le istanze dovranno essere inviate al Ministero della Giustizia corredate dalla documentazione richiesta, tra cui le attestazioni sull’attività professionale svolta e le dichiarazioni di pratica forense, oltre ai contributi previsti tramite PagoPA.

Il percorso selettivo si articola in tre prove scritte e una prova orale. Gli elaborati scritti consisteranno nella redazione di ricorsi per cassazione in materia civile, penale e amministrativa, con la possibilità, per quest’ultima, di optare per un ricorso al Consiglio di Stato o alla Corte dei Conti. Per ciascuna prova saranno concesse sette ore, a conferma dell’elevato livello tecnico richiesto.

Superata la fase scritta, i candidati accederanno all’orale, che consisterà nella discussione di una questione giudiziale volta a verificare non solo la preparazione teorica, ma anche la capacità argomentativa e l’attitudine al patrocinio dinanzi alle giurisdizioni superiori. La prova sarà pubblica e avrà una durata minima di trenta minuti.

Il sistema di valutazione prevede una soglia rigorosa: per ottenere l’idoneità sarà necessario conseguire una media complessiva di almeno sette decimi, senza scendere sotto i sei decimi in ciascuna prova.

Le date delle prove scritte saranno comunicate con successiva pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 17 luglio 2026. Un passaggio atteso da centinaia di professionisti che si preparano ad affrontare una delle selezioni più impegnative della carriera forense. L’accesso all’albo speciale rappresenta infatti non solo un avanzamento professionale, ma anche l’ingresso in un ambito altamente qualificato della giurisdizione, dove la precisione tecnica e la capacità di sintesi giuridica diventano elementi decisivi per la tutela dei diritti.


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Avvocati sotto attacco, l’allarme delle Camere penali: “Così si incrina lo Stato di diritto”

Nuovo episodio di tensione nei confronti dell’avvocatura e nuovo richiamo alla tenuta dello Stato di diritto. L’Unione Camere Penali Italiane interviene con un documento dell’Osservatorio Avvocati Minacciati dopo quanto accaduto in aula durante il procedimento sugli omicidi di Monreale dell’aprile 2025.

Nel mirino, questa volta, l’avvocato Corrado Sinatra, difensore di uno degli imputati, insieme alla collega Eleonora Maddaloni. Secondo quanto riportato, i due legali sarebbero stati oggetto di minacce e insulti da parte di persone presenti in aula, sia prima sia dopo l’udienza del 25 marzo. Un episodio che ha suscitato immediate manifestazioni di solidarietà da parte dell’avvocatura e della magistratura associata.

Ma per l’UCPI il problema è più profondo e non può essere letto come un fatto isolato. Questi episodi – sottolinea l’Osservatorio – sono sempre più frequenti e trovano origine in una distorsione culturale del processo penale, percepito dall’opinione pubblica non come luogo di accertamento della verità, fondato sul contraddittorio tra accusa e difesa davanti a un giudice terzo, ma come spazio destinato a confermare verità già preconfezionate.

È proprio in questa deriva che si annida il rischio più grave. “La rinuncia al controllo giurisdizionale dei fatti di reato – avverte il documento – è il primo passo verso il declino democratico”. Un passaggio che segna il cuore della presa di posizione delle Camere penali: senza il rispetto della funzione difensiva, viene meno l’equilibrio stesso del sistema.

Da qui l’appello a un impegno condiviso che coinvolga non solo gli operatori del diritto – pubblici ministeri, difensori e giudici – ma anche il mondo dell’informazione e la società civile. La responsabilità della narrazione pubblica del processo, infatti, incide direttamente sulla percezione collettiva della giustizia.

L’invito è a cambiare prospettiva: intervenire “prima” e non solo “dopo”, lavorando su educazione civica e cultura giuridica per prevenire quella frattura sociale che troppo spesso si scarica contro chi esercita il diritto di difesa.

In questo senso, l’Osservatorio indica una priorità chiara: costruire una cittadinanza più consapevole, a partire dalle giovani generazioni, capace di comprendere che la tutela dei diritti – anche nei casi più dolorosi – passa inevitabilmente dal rispetto delle garanzie processuali. Perché difendere la difesa significa, in ultima analisi, difendere la democrazia stessa.


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Professionisti, cambia il perimetro della responsabilità: basta anche l’omissione

Si allarga in modo significativo l’area della responsabilità dei professionisti in materia fiscale. Con una serie di recenti pronunce, la Corte di Cassazione ha consolidato un orientamento destinato a incidere profondamente sul lavoro di consulenti, commercialisti e intermediari: il concorso negli illeciti tributari del cliente può configurarsi anche in assenza di un interesse economico diretto.

Il punto di svolta riguarda proprio il superamento di quella che, fino a poco tempo fa, rappresentava una linea difensiva frequente: l’assenza di un “quid pluris”, cioè di un vantaggio autonomo rispetto al compenso professionale. Oggi questo elemento non è più considerato necessario per affermare la responsabilità. Può al massimo costituire un indizio, ma non è requisito costitutivo dell’illecito.

Il baricentro si sposta così sul contributo causale fornito dal professionista. Non è indispensabile aver ideato o promosso la violazione: è sufficiente averla resa possibile o averla agevolata, anche solo attraverso comportamenti omissivi. In altre parole, anche il mancato controllo, quando dovuto, può diventare fonte di responsabilità.

È qui che entra in gioco il principio di diligenza qualificata previsto dall’articolo 1176 del Codice civile. La giurisprudenza valorizza sempre più l’obbligo del professionista di verificare la coerenza tra dati dichiarativi, scritture contabili e normativa vigente. Un’attività che non può ridursi a mera esecuzione tecnica, soprattutto quando emergono segnali evidenti di irregolarità.

Le più recenti ordinanze sottolineano, ad esempio, che chi trasmette dichiarazioni fiscali ed è al contempo incaricato della tenuta della contabilità non può limitarsi a un ruolo passivo: deve effettuare controlli sostanziali. In caso contrario, l’omissione può essere letta come un contributo all’illecito.

Questo orientamento avvicina, per certi versi, la figura del consulente a quella di un presidio di legalità. Una trasformazione che, se da un lato rafforza le garanzie del sistema fiscale, dall’altro apre interrogativi non secondari sul perimetro degli obblighi professionali.

Il rischio, infatti, è che principi formulati in termini ampi possano essere applicati anche a situazioni meno gravi o meno evidenti, estendendo la responsabilità oltre i casi di frodi manifeste e sistematiche. Da qui la necessità, sempre più avvertita, di chiarire fino a che punto il professionista sia tenuto ad astenersi di fronte a scelte del cliente ritenute non conformi alla normativa.

In questo nuovo scenario, la linea di confine tra consulenza tecnica e corresponsabilità si fa più sottile. E impone un ripensamento operativo: maggiore attenzione ai controlli, tracciabilità delle attività svolte, valutazioni più rigorose sull’opportunità di accettare o proseguire un incarico.


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Cassazionisti 2026, al via l’esame: scadenze e requisiti per l’accesso alle giurisdizioni superiori

È stata avviata la sessione 2026 dell’esame per l’abilitazione al patrocinio davanti alla Corte di Cassazione e alle altre giurisdizioni superiori. Il bando, pubblicato in Gazzetta ufficiale il 24 marzo, fissa al 5 giugno il termine ultimo per la presentazione delle domande al Ministero della Giustizia.

Si tratta di un passaggio decisivo per gli avvocati che intendono accedere all’albo speciale, requisito indispensabile per esercitare nei gradi più elevati della giurisdizione. L’accesso è subordinato al possesso di condizioni ben definite, che devono essere maturate entro la scadenza del bando.

In primo luogo, è necessario essere iscritti all’albo forense e aver svolto attività professionale per almeno cinque anni davanti ai tribunali e alle corti d’appello. A questo si affianca un secondo requisito, altrettanto stringente: aver effettuato un periodo di pratica qualificata, sempre di durata quinquennale, presso uno studio legale in cui si trattino abitualmente cause in Cassazione. Tale esperienza deve essere attestata da un avvocato abilitato al patrocinio dinanzi alle giurisdizioni superiori.

L’esame si articola in tre prove scritte, dedicate rispettivamente al diritto civile, penale e amministrativo. Ai candidati viene richiesto di redigere atti di impugnazione – ricorsi per Cassazione o, in ambito amministrativo, anche ricorsi al Consiglio di Stato o alla Corte dei conti – partendo da provvedimenti giurisdizionali o atti amministrativi forniti dalla commissione. Per ciascuna prova sono previste sette ore di tempo.

Le date degli scritti saranno rese note con successiva pubblicazione in Gazzetta ufficiale, prevista per il 17 luglio.

Superata la fase scritta, i candidati accedono alla prova orale, che consiste nella discussione di una questione giuridica collegata a una controversia, finalizzata a verificare non solo la preparazione teorica ma anche la capacità di impostare una difesa nei giudizi di legittimità.

La valutazione complessiva richiede il raggiungimento di una media di almeno sette decimi tra scritti e orale, con un punteggio minimo di sei decimi in ciascuna prova. Solo al raggiungimento di tali soglie è possibile conseguire l’idoneità.

Per partecipare all’esame è inoltre previsto il versamento della tassa e del contributo tramite il sistema PagoPA.


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Direttiva anticorruzione Ue, l’Italia davanti a un bivio: cambia la linea politica

L’approvazione della direttiva europea sull’anticorruzione segna un passaggio destinato a incidere profondamente sull’ordinamento italiano e sul dibattito politico interno. Il testo, votato con una larga maggioranza a Strasburgo, introduce un sistema armonizzato di reati e sanzioni in materia di corruzione, imponendo agli Stati membri un percorso di adeguamento entro due anni.

A colpire è soprattutto la convergenza delle forze politiche italiane, con il via libera anche di Fratelli d’Italia, dopo mesi di resistenze e tentativi di modifica del testo. Una scelta che segna un evidente cambio di atteggiamento rispetto alle posizioni iniziali del governo e, in particolare, del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che aveva sostenuto con decisione l’eliminazione dell’abuso d’ufficio dall’ordinamento penale.

Il nodo centrale della direttiva è rappresentato dall’introduzione del reato di “esercizio illecito di funzioni pubbliche”, una formulazione più circoscritta rispetto al precedente abuso d’ufficio italiano, ma che ne richiama chiaramente la logica. La norma obbliga gli Stati a sanzionare almeno le violazioni gravi commesse da funzionari pubblici nell’esercizio delle loro funzioni, lasciando margini di discrezionalità nella definizione concreta delle fattispecie.

Si tratta di un compromesso raggiunto anche grazie alla pressione italiana, che ha ottenuto una versione meno rigida del testo originario. Tuttavia, la sostanza non cambia: l’Unione europea richiede comunque una tutela penale contro comportamenti illeciti nella pubblica amministrazione che, allo stato attuale, rischiano di rimanere scoperti dopo le recenti riforme.

È proprio su questo punto che si concentra il confronto tra giuristi e politica. Secondo una parte della dottrina, l’eliminazione dell’abuso d’ufficio ha già prodotto vuoti di tutela, rendendo non più punibili condotte che incidono sulla correttezza dell’azione amministrativa, come irregolarità nei concorsi pubblici o atti adottati in violazione di legge per favorire terzi.

La direttiva europea, pur con una formulazione più flessibile, riapre dunque la questione e impone una riflessione sul sistema sanzionatorio italiano. Il rischio, in caso di mancato adeguamento, è l’avvio di una procedura d’infrazione da parte dell’Unione europea, con possibili ricadute anche sul piano costituzionale, in relazione al rispetto degli obblighi comunitari.

Sul piano politico, il voto europeo produce un effetto immediato: mette in evidenza una distanza tra la linea originaria del governo e l’evoluzione del contesto europeo. Da un lato, l’esecutivo rivendica la possibilità di adattare la normativa senza reintrodurre in modo identico il vecchio reato; dall’altro, opposizioni e parte della dottrina ritengono inevitabile un intervento correttivo.

Nei prossimi mesi si aprirà quindi una fase decisiva. Il recepimento della direttiva non sarà un semplice adeguamento tecnico, ma un passaggio politico e giuridico rilevante, destinato a ridefinire l’equilibrio tra esigenze di efficienza amministrativa e tutela della legalità nella pubblica amministrazione.


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Direttiva Ue anticorruzione, stretta sulle imprese: sanzioni 231 legate al fatturato

Un cambio di paradigma che incide direttamente sul cuore della responsabilità d’impresa. La nuova direttiva anticorruzione dell’Unione europea, in via di approvazione, segna una svolta profonda nel sistema sanzionatorio previsto per gli enti, imponendo agli Stati membri un adeguamento entro due anni.

Il punto di maggiore discontinuità riguarda il superamento dell’impianto tradizionale del decreto legislativo 231/2001. Il meccanismo delle sanzioni “a quote”, finora calibrato su importi predeterminati, lascia spazio a un modello più incisivo, ancorato alla dimensione economica delle imprese. Le sanzioni pecuniarie saranno infatti parametrate al fatturato globale, con soglie che, per i reati più gravi, potranno arrivare fino al 5% dei ricavi annuali oppure a importi fissi fino a 40 milioni di euro.

Una scelta che rafforza l’effetto deterrente e avvicina il sistema penale economico ad altri ambiti già regolati a livello europeo, come quello della concorrenza o della protezione dei dati. Per le fattispecie meno gravi, la soglia si attesterà al 3% del fatturato o a un massimo di 24 milioni di euro.

Non si tratta solo di una revisione quantitativa. Il nuovo assetto amplia anche il perimetro delle misure applicabili, includendo strumenti come la liquidazione giudiziale dell’ente, la chiusura degli stabilimenti utilizzati per commettere il reato e la pubblicazione delle decisioni giudiziarie, nel rispetto delle norme sulla riservatezza.

Sul piano sistemico, la direttiva interviene in un momento delicato per l’ordinamento italiano, segnato dalla recente riforma della giustizia. In particolare, restano aperte le questioni relative all’abuso d’ufficio e al traffico di influenze, due capisaldi oggetto di revisione nel quadro della cosiddetta riforma Nordio.

Per l’abuso d’ufficio, la direttiva non impone un obbligo generalizzato di incriminazione, ma richiede comunque agli Stati membri di prevedere sanzioni penali per violazioni gravi commesse da pubblici ufficiali nell’esercizio delle loro funzioni. Una formulazione che lascia margini di discrezionalità, ma che al tempo stesso impone una riflessione sui possibili vuoti di tutela derivanti dall’abrogazione della fattispecie nel sistema italiano.

Altro elemento rilevante riguarda i termini di prescrizione, che dovranno essere adeguati a standard minimi comuni: almeno otto anni per i reati più gravi e cinque anni per quelli di minore entità. Un ulteriore tassello nel processo di armonizzazione europea del diritto penale economico.

Per il mondo delle imprese e per gli operatori del settore legale e tecnologico, si apre una fase di transizione che richiederà un aggiornamento significativo dei modelli organizzativi e dei sistemi di compliance. In questo contesto, l’integrazione tra competenze giuridiche e soluzioni digitali diventa sempre più centrale per garantire prevenzione, tracciabilità e gestione del rischio.


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Giustizia, dopo il referendum si apre la stagione delle riforme possibili

Archiviata una stagione segnata da contrapposizioni forti e da un dibattito spesso ideologico, il sistema giustizia si avvia verso una nuova fase: quella del confronto sui nodi concreti. Un passaggio che trova convergenze trasversali, dal Ministero della Giustizia alle rappresentanze dell’avvocatura e della magistratura.

Il viceministro Francesco Paolo Sisto ha indicato chiaramente la necessità di abbassare i toni e riportare il focus sull’efficienza del sistema. Una linea condivisa anche dalle Camere penali, attraverso il presidente Francesco Petrelli, e dalla magistratura associata, con le dichiarazioni del presidente uscente dell’ANM Cesare Parodi e del procuratore Nicola Gratteri.

Il terreno comune sembra ormai individuato: meno scontro tra poteri dello Stato e maggiore attenzione ai problemi reali, a partire dalla durata dei processi, sia civili che penali. In questo scenario, l’Associazione Nazionale Magistrati punta a rimettere al centro una piattaforma di interventi già delineata nei mesi scorsi, oggi riletta come possibile base per una riforma condivisa e meno divisiva.

Tra le priorità emerge il rafforzamento degli organici. L’Italia continua a registrare un rapporto tra magistrati e popolazione inferiore alla media europea, con carichi di lavoro significativamente più elevati, soprattutto per i pubblici ministeri. Da qui la proposta di incrementare stabilmente le assunzioni, con un piano pluriennale che consenta di riequilibrare il sistema.

Accanto agli organici, si pone il tema della revisione della geografia giudiziaria e delle piante organiche, ritenute non più aderenti ai carichi effettivi. La presenza di uffici di piccole dimensioni, secondo i magistrati, incide negativamente sull’efficienza e limita la possibilità di specializzazione.

Un altro nodo cruciale riguarda il personale amministrativo, con scoperture che in alcuni uffici raggiungono livelli significativi. Su questo fronte, tuttavia, sono già in corso interventi di stabilizzazione che interessano migliaia di addetti, nell’ambito delle politiche legate al PNRR.

Non meno rilevante è il capitolo tecnologico. Il processo telematico, soprattutto in ambito penale, continua a scontare criticità operative che costringono spesso a mantenere un doppio binario, digitale e cartaceo, con evidenti ricadute sull’efficienza complessiva.

Tra le urgenze segnalate figura anche la situazione del sistema carcerario, che richiede interventi sia infrastrutturali sia organizzativi, insieme a una revisione di alcuni istituti che, nelle intenzioni, avrebbero dovuto semplificare ma che nella pratica hanno prodotto ulteriori complessità.

Completano il quadro le proposte di intervento sui codici di procedura, accompagnate da una riflessione sulla depenalizzazione e da una maggiore flessibilità nel passaggio di funzioni tra giudici e pubblici ministeri, considerata da parte della magistratura un elemento utile a rafforzare la qualità della giurisdizione.

Nel frattempo, sul piano politico, il ministro Carlo Nordio ha escluso l’ipotesi di dimissioni dopo l’esito referendario, rivendicando la fiducia del Governo e assumendo la responsabilità politica della sconfitta. Una fase delicata anche sul piano interno al Ministero, segnata dalle dimissioni del sottosegretario Andrea Delmastro e della capo di gabinetto Giusi Bartolozzi.

Lo scenario che si apre è dunque quello di una possibile “normalizzazione” del confronto: meno contrapposizione ideologica e maggiore attenzione a interventi concreti, capaci di incidere davvero sull’efficienza del sistema giustizia.

Per il settore digitale e dei servizi legali, il passaggio è tutt’altro che secondario: la modernizzazione tecnologica, la semplificazione dei processi e la stabilità organizzativa rappresentano infatti condizioni essenziali per sostenere l’innovazione e migliorare l’accesso alla giustizia.


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Reyer, match point a San Martino: in Gara 2 vale il pass per il turno successivo

Dopo la convincente vittoria in Gara 1 al Taliercio, l’Umana Reyer Venezia si prepara a tornare in campo per Gara 2 dei playoff LBF. Le orogranata saranno impegnate giovedì 26 alle ore 19.30 sul parquet di San Martino di Lupari, con l’obiettivo di chiudere la serie e staccare il pass per il turno successivo.

Il primo atto ha confermato solidità, profondità e qualità del gruppo veneziano, capace di indirizzare la gara fin dalle prime battute. Ma i playoff, per natura, non concedono certezze: Gara 2 si preannuncia diversa, più intensa, con le padrone di casa pronte a reagire davanti al proprio pubblico dove in occasione dell’ultima giornata di campionato sono riuscite a imporsi proprio sulle leonesse.

Servirà quindi un’altra prestazione di attenzione e maturità per le ragazze di coach Mazzon, chiamate a replicare quanto di buono visto in Gara 1, limitando gli errori e mantenendo alta la concentrazione per tutti i 40 minuti. Partendo dall’ottima prova in difesa di lunedi che ha limitato fortemente la potenza di fuoco avversario.

La dichiarazione di Francesca Pasa: “Sappiamo che sarà una partita diversa da Gara 1. Loro metteranno in campo tutta la loro energia e aggressività per dimostrare di essere una squadra diversa rispetto a quella che si è presentata al Taliercio. Dal canto nostro noi ci concentreremo sugli aspetti che hanno funzionato e sistemeremo gli errori che possono esserci stati. Vogliamo chiudere la serie in due gare e continuare a lavorare per preparare le prossime sfide.”

La Reyer scenderà in campo con la consapevolezza dei propri mezzi e la volontà di dare continuità al percorso costruito durante la stagione, in una fase in cui ogni possesso può fare la differenza.

La partita sarà trasmessa su flima.tv

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Anm dopo il referendum: partita aperta sulla leadership

Il risultato del referendum sulla giustizia non chiude il confronto tra politica e magistratura, ma lo rilancia in una forma nuova, tutta interna all’Associazione nazionale magistrati. Il dato politico è chiaro: il “No” ha raccolto una maggioranza significativa, trasformandosi in un patrimonio che la magistratura associata è ora chiamata a gestire senza disperderne il significato.

In questo contesto si apre una fase di transizione ai vertici dell’Anm, segnata dalle dimissioni del presidente Cesare Parodi, arrivate in modo inatteso e motivate da ragioni personali. Un passaggio che impone una scelta rapida sulla nuova guida, ma che soprattutto riapre il confronto tra le diverse anime della magistratura associata.

L’orientamento prevalente sembra spingere verso una soluzione di continuità, con una leadership riconducibile all’area di Magistratura Indipendente. Tra i nomi più citati emerge quello di Giuseppe Tango, magistrato del lavoro, protagonista attivo nella recente campagna referendaria e considerato da molti una figura capace di coniugare visione e determinazione. Il suo impegno sul territorio, in particolare in realtà come Palermo, dove il consenso al “No” è stato particolarmente elevato, viene indicato come un elemento di legittimazione politica interna.

Tuttavia, la partita resta aperta. Accanto a Tango, prende consistenza l’ipotesi di una candidatura alternativa, più orientata ai contenuti e meno alla dimensione dello scontro. In questa prospettiva, il profilo di Rocco Maruotti, attuale segretario dell’Anm, rappresenta una sintesi possibile: già impegnato nella definizione di proposte concrete per il miglioramento del sistema giustizia, potrebbe intercettare una domanda interna di maggiore concretezza e progettualità.

Il nodo, infatti, non è soltanto la leadership, ma la linea. Dopo mesi di forte mobilitazione sul terreno referendario, l’Anm è chiamata a dimostrare coerenza tra le posizioni sostenute e le scelte future. Il rischio, evocato da più parti, è che dinamiche correntizie possano prevalere sull’impegno effettivamente espresso durante la campagna, indebolendo la credibilità dell’associazione proprio nel momento in cui ha rafforzato il proprio peso nel dibattito pubblico.

Parallelamente, tornano di attualità temi che erano rimasti sullo sfondo. Tra questi, la revisione della pianta organica della magistratura, considerata insufficiente rispetto ai carichi di lavoro, e più in generale l’efficienza del sistema giudiziario. Proposte già elaborate in passato, anche con aperture da parte dell’avvocatura, potrebbero ora trovare nuovo spazio, anche alla luce delle dichiarazioni del ministro della Giustizia orientate a proseguire nel percorso di riforma.

Il prossimo direttivo dell’Anm rappresenterà quindi un passaggio cruciale. Non solo per individuare il successore di Parodi, ma per definire la traiettoria dell’associazione in una fase in cui il rapporto tra magistratura, politica e opinione pubblica appare particolarmente sensibile.


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Giustizia, nodo nomine: Mura in pole per il Gabinetto, ma il governo valuta di non sostituire Delmastro

Nel riassetto in corso al Ministero della Giustizia, il nome che circola con maggiore insistenza per la guida del Gabinetto è quello di Antonio Mura, attuale capo dell’ufficio legislativo. Una soluzione interna, di profilo tecnico-istituzionale, che consentirebbe di garantire continuità amministrativa dopo l’uscita di Giusi Bartolozzi, già da giorni in una posizione di crescente difficoltà prima delle dimissioni.

Diverso, invece, il destino della casella lasciata libera dal sottosegretario Andrea Delmastro. A differenza del Gabinetto, dove una nomina appare necessaria per il funzionamento della struttura, sul piano politico prende quota l’ipotesi di non procedere ad alcuna sostituzione. Una scelta che troverebbe fondamento in una valutazione di opportunità: a un anno dalla fine della legislatura, l’avvicendamento potrebbe essere considerato non prioritario. In ambienti di governo, l’orientamento viene descritto come “probabile, se non quasi certo”.

Anche a via Arenula, dunque, si ragiona in termini analoghi. L’assetto attuale – con il ministro Carlo Nordio, il viceministro Francesco Paolo Sisto e il sottosegretario Andrea Ostellari – garantirebbe comunque la rappresentanza delle principali forze di maggioranza, senza rendere indispensabile un nuovo ingresso. Una soluzione che eviterebbe anche di riaprire equilibri politici delicati all’interno della coalizione.

Nel frattempo, la macchina amministrativa prosegue con una gestione transitoria. Le funzioni del capo di Gabinetto sono state temporaneamente assunte dal vicario Vittorio Corasaniti, affiancato da Anna Chiara Fasano, in attesa della decisione definitiva sulla nomina.

Il profilo di Mura appare coerente con questa fase. Magistrato in pensione, con una lunga esperienza ai vertici degli uffici requirenti e già protagonista di incarichi ministeriali, rappresenta una figura di raccordo tra dimensione tecnica e conoscenza dell’amministrazione. Nel suo percorso figurano, tra l’altro, ruoli di primo piano presso le Corti d’appello di Roma e Venezia, oltre a precedenti incarichi al Ministero della Giustizia, dove ha lavorato anche su temi legati alla semplificazione e alla chiarezza degli atti processuali.

La scelta che maturerà nelle prossime settimane sarà indicativa della linea che il governo intende adottare: rafforzare la struttura con figure tecniche di continuità oppure mantenere un profilo più essenziale, evitando nuovi innesti politici. In entrambi i casi, l’obiettivo dichiarato resta quello di garantire stabilità operativa in una fase considerata decisiva per la chiusura della legislatura.


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Che cosa prevede il Codice deontologico circa i doveri di informazione verso clienti e assistiti Il codice deontologico stabilisce i doveri posti in capo all’avvocato…

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