Pensioni dei magistrati, l’UCPI contro l’ipotesi di proroga: “Rischio cristallizzazione del potere”

L’ipotesi di innalzare l’età pensionabile dei magistrati torna al centro del dibattito sulla giustizia e riaccende le tensioni tra politica e rappresentanze dell’avvocatura. A rilanciare la questione è stata una ricostruzione di Il Messaggero, secondo cui nelle ultime settimane si sarebbe intensificata una pressione, proveniente da procuratori e figure apicali della magistratura, per portare il limite attuale da 70 a 72 anni.

Una prospettiva che incontra la netta contrarietà dell’Unione Camere Penali Italiane, che in una nota ufficiale mette in discussione tanto l’utilità quanto l’impostazione della misura. Secondo l’associazione, il beneficio concreto riguarderebbe quasi esclusivamente i magistrati titolari di incarichi direttivi, ovvero coloro che hanno un interesse diretto a prolungare la permanenza in servizio. Al contrario, tra i magistrati impegnati nelle funzioni giurisdizionali ordinarie si registrerebbe spesso una tendenza opposta, con uscite anticipate rispetto al limite previsto.

Da qui la critica principale: un eventuale prolungamento dell’età pensionabile non produrrebbe un reale incremento delle risorse disponibili, ma determinerebbe piuttosto una stabilizzazione degli assetti di vertice, lasciando invariata – se non irrigidita – la distribuzione del potere all’interno degli uffici giudiziari.

L’intervento, inoltre, viene giudicato privo di una base razionale più ampia. L’UCPI evidenzia infatti come la definizione delle dotazioni organiche della magistratura continui a fondarsi su criteri storici e disponibilità di bilancio, piuttosto che su una puntuale analisi dei carichi di lavoro e della domanda di giustizia nei diversi territori. In assenza di una mappatura empirica, ogni modifica rischia di produrre effetti casuali, lontani dagli obiettivi dichiarati di efficienza.

Per l’associazione penalista, il tema della funzionalità del sistema giudiziario non può essere affrontato attraverso interventi parziali o orientati da interessi specifici. Occorre invece un approccio strutturato, capace di leggere in modo rigoroso i bisogni reali degli uffici e di costruire su questa base una riforma organica degli organici.

Il nodo, dunque, resta aperto e si inserisce in un quadro più ampio di riflessione sul funzionamento della giustizia italiana, dove il confronto tra esigenze di efficienza, equilibri istituzionali e rappresentanza delle diverse componenti continua a segnare il dibattito pubblico.


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Cassa Forense investe sulla professione: 19 bandi per sostenere avvocati e famiglie

Non solo assistenza, ma una vera architettura di sostegno alla professione forense. Con 19 bandi approvati per il 2026 e uno stanziamento complessivo che sfiora i 20 milioni di euro, Cassa Forense amplia e diversifica gli strumenti di welfare destinati agli iscritti, intervenendo su più livelli: esercizio della professione, formazione, salute e dimensione familiare.

L’impostazione non è casuale. I bandi disegnano un sistema che tenta di accompagnare l’avvocato lungo tutto il ciclo della vita professionale, dalle fasi iniziali fino alle situazioni di maggiore vulnerabilità. Tra le misure più significative, spiccano i contributi per facilitare l’accesso al credito per gli under 35, un segnale che intercetta una criticità ormai strutturale: la difficoltà dei giovani legali a sostenere i costi di avvio e consolidamento dell’attività.

Accanto a questo, emerge una crescente attenzione alla dimensione organizzativa e tecnologica degli studi. I contributi per l’acquisto di strumenti informatici e per l’allestimento di sale dedicate alla videoconferenza indicano una consapevolezza chiara: la competitività dell’avvocatura passa oggi anche dalla capacità di integrare modelli di lavoro digitali e servizi più efficienti.

Non meno rilevante è il capitolo dedicato alla formazione. Dai contributi per la preparazione all’esame di abilitazione alle borse per il conseguimento del titolo di cassazionista, fino al sostegno per corsi di alta formazione, l’intervento punta a rafforzare la qualità della professione. Una scelta che, letta in controluce, riflette la crescente specializzazione richiesta dal mercato legale e la necessità di investire in competenze avanzate.

Il piano si distingue però soprattutto per l’attenzione alle fragilità. I bandi dedicati agli avvocati impegnati in percorsi di follow up oncologico e alle professioniste vittime di violenza introducono una dimensione di welfare che supera la logica meramente economica, riconoscendo il peso delle condizioni personali sulla continuità dell’attività professionale.

Analoga impostazione si ritrova nelle misure per la salute, con contributi destinati a sostenere le spese di ospitalità in strutture per anziani o lungodegenti, e nel pacchetto dedicato alla famiglia: dai contributi per la nascita o l’adozione dei figli alle borse di studio, fino agli aiuti per l’alloggio universitario e ai sostegni per famiglie numerose o monogenitoriali.

Nel complesso, il dato numerico – 19 bandi e quasi 20 milioni di euro – restituisce qualcosa di più di un semplice intervento finanziario. È il segnale di un cambio di prospettiva: dalla previdenza intesa come tutela ex post a un modello di welfare attivo, che prova a prevenire le criticità e a sostenere la sostenibilità della professione nel tempo.

Resta, tuttavia, una domanda di fondo. Se da un lato questi strumenti rappresentano un rafforzamento significativo del sistema di protezione, dall’altro confermano implicitamente la presenza di fragilità diffuse nell’avvocatura, tra precarietà iniziale, trasformazioni del mercato e crescente pressione competitiva.


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Lavoro, la giustizia sotto pressione: boom di pubblico impiego e licenziamenti

C’è un dato che, più di altri, fotografa lo stato reale del rapporto tra lavoro e giustizia in Italia: mentre il contenzioso civile complessivo si riduce rispetto al periodo pre-pandemico, le cause di lavoro continuano ad aumentare. Nel 2025 i nuovi procedimenti iscritti nei tribunali sono stati 317.274, in crescita del 4,2% rispetto al 2019, segnando una dinamica controcorrente che merita attenzione.

Non si tratta di una crescita uniforme. A spingere verso l’alto i numeri sono due ambiti ben precisi: il pubblico impiego e le controversie legate ai licenziamenti. Il primo registra un’espansione particolarmente significativa: i fascicoli hanno superato quota 81mila, più che quadruplicando i livelli del 2019. Il secondo, nel settore privato, evidenzia una crescita strutturale: le impugnazioni di licenziamento sono aumentate dell’11,5% su base annua e di quasi il 48% rispetto al periodo pre-Covid.

Il dato, letto insieme, suggerisce una trasformazione profonda del contenzioso lavoristico. Non è solo una questione di volumi, ma di natura delle controversie: si moltiplicano le liti che mettono in discussione l’equilibrio tra diritti, tutele e organizzazione del lavoro, sia nel pubblico sia nel privato.

Nel pubblico impiego, il contenzioso appare sempre più legato a questioni di sistema. Scuola e sanità emergono come epicentri: da un lato, il tema della parità di trattamento tra personale precario e stabile, dall’altro le rivendicazioni su indennità, ferie e turnazioni. A Napoli, ad esempio, nei primi tre mesi del 2026 le cause in materia di pubblico impiego sono cresciute del 15,3%, arrivando a rappresentare oltre un quarto del totale delle controversie lavoristiche. Un dato ancora più significativo se si considera che quasi il 37% di queste liti proviene dal comparto scolastico.

Nel privato, invece, il contenzioso sui licenziamenti segnala una persistente instabilità nei rapporti di lavoro. L’aumento delle impugnazioni suggerisce che le trasformazioni del mercato – tra riorganizzazioni aziendali, transizioni digitali e nuove forme contrattuali – stanno producendo frizioni che trovano sbocco in tribunale.

Accanto a queste dinamiche, resta elevato il peso della previdenza e assistenza, con circa 75mila procedimenti nel 2025, pur in lieve calo rispetto agli anni precedenti. Ma il dato più rilevante, anche qui, è qualitativo: oltre 200mila accertamenti tecnici preventivi, in crescita del 17,3% sul 2019, confermano come il contenzioso si stia spostando sempre più su terreni altamente tecnici, dove la prova medico-legale diventa decisiva.

La geografia giudiziaria contribuisce a completare il quadro. Roma guida per le cause previdenziali, Milano per il lavoro privato, mentre Napoli si conferma come il principale polo del contenzioso nel pubblico impiego. Una distribuzione che riflette non solo la dimensione dei territori, ma anche la diversa intensità delle tensioni sociali e amministrative.

Ma il punto più critico emerge altrove: alla crescita delle cause non corrisponde un adeguato rafforzamento delle strutture giudiziarie. Le segnalazioni provenienti dai tribunali evidenziano carenze di personale amministrativo e l’incertezza legata alla scadenza dei contratti dell’ufficio per il processo. In altre parole, il sistema è chiamato a gestire più contenzioso con meno risorse.

È qui che il dato numerico si trasforma in indicatore sistemico. L’aumento delle cause di lavoro non è solo il riflesso di conflitti individuali, ma il sintomo di un equilibrio che fatica a reggere: tra norme e loro applicazione, tra contratti e realtà organizzative, tra diritti riconosciuti e diritti effettivamente esigibili.

Se il trend dovesse proseguire – e i primi mesi del 2026 sembrano confermarlo – il rischio è duplice: da un lato l’allungamento dei tempi di risposta della giustizia, dall’altro una crescente “giurisdizionalizzazione” del lavoro, in cui il tribunale diventa lo spazio ordinario di composizione dei conflitti.

Un segnale che, più che rassicurare, interroga. Perché quando il lavoro finisce sempre più spesso davanti a un giudice, significa che qualcosa, a monte, ha smesso di funzionare.


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Giustizia e competitività, l’avvocato è leva strategica per le imprese

Arezzo, 30 aprile 2026 – Le imprese italiane si affidano sempre di più agli avvocati, con un rapporto che si è evoluto dalla “consulenza a chiamata” alla collaborazione continuativa e strategica. È quanto emerge dal nuovo report «Imprese e Avvocati 2025», commissionato dall’Organismo Congressuale Forense (OCF), che fotografa la relazione tra il mondo imprenditoriale e la professione legale, integrando per la prima volta il doppio punto di vista di imprese e avvocati.

L’Osservatorio “Imprese e Avvocati”, giunto alla sua terza edizione, conferma il ruolo chiave dell’avvocatura nella gestione, nella prevenzione e nella crescita delle aziende italiane, viene presentato oggi durante l’incontro organizzato presso la Borsa Merci di Arezzo da Ordine Avvocati di Arezzo, Fondazione per la Formazione Forense, Camera di Commercio Arezzo-Siena e Organismo Congressuale Forense.

“L’Avvocatura si sta attrezzando per essere sempre più competitiva nell’ambito del sistema produttivo e la richiesta di specializzazione, unita comunque ad una consulenza ed assistenza continua a tutto tondo, caratterizzerà il rapporto professionale tra avvocato ed imprenditore nei prossimi anni.

I dati mostrano un’evoluzione profonda nella relazione tra imprese e avvocati. L’avvocato non è più solo un consulente, ma un partner stabile, capace di prevenire i rischi e di accompagnare la crescita delle aziende italiane in un contesto normativo e tecnologico sempre più complesso” – ha dichiarato il Segretario dell’Organismo Congressuale Forense, Elisabetta Brusa.

Un legame più stretto tra impresa e avvocato

Oltre tre imprese su quattro (76,7%) si sono rivolte a un legale o a uno studio legale nel corso della loro attività, un dato in aumento rispetto al 2024 (75,6%).
Cambia però la qualità della relazione: il 41,6% delle imprese considera oggi il proprio legale un punto di riferimento costante, contro il 37,5 del 2024, mentre cala la quota di chi si rivolge al legale solo “quando serve” (dal 62,6% al 58,4%).

Inoltre, il 62,7% delle imprese ritiene che l’avvocato sia la figura di riferimento per le decisioni strategiche e operative che richiedono competenze normative, con un ruolo cruciale nella

prevenzione dei rischi (56,8%) e nella negoziazione dei contratti (44,4%).

Alta specializzazione e fiducia

Se nel 2024 la competenza era il principale criterio di scelta (63,2%), nel 2025 si afferma un modello più relazionale e specialistico:

  • competenza e professionalità restano al primo posto (50,7%), ma
  • rapporto di fiducia ed empatia crescono al 27,9% (+6,9 punti),
  • livello di specializzazione al 26,7% (+2,7 punti).
  • Le imprese si rivolgono principalmente a liberi professionisti (58,3%) e studi di medie dimensioni (35,4%): aumenta, dunque, la quota di chi si affida a studi con più specializzazioni (31,5%) e a boutique legali (3,9%).

Solo lo 0,8% delle imprese utilizza grandi studi internazionali, un dato che conferma il forte radicamento locale del mercato legale italiano.

Un servizio sempre più apprezzato

Il 93,3% delle imprese, che si è avvalso di assistenza legale, si dichiara soddisfatto e molto soddisfatto del servizio ricevuto, dato questo in crescita rispetto al 90,4% del 2024.
Le imprese evidenziano benefici concreti della consulenza legale:

  • riduzione dei contenziosi (46,8%),
  • migliore recupero crediti (38,2%),
  • maggior potere contrattuale (23,8%),
  • migliore gestione delle risorse umane (15,4%).
  • aumento della credibilità verso clienti e fornitori (18,9%).

Cresce anche la consapevolezza del valore economico e reputazionale della consulenza legale, che le imprese iniziano a percepire come un investimento strategico e non più un costo.

Avvocati sempre più proattivi: cresce l’approccio continuativo

Dal lato dei professionisti, il 26% degli avvocati dichiara di avere rapporti continuativi e strutturati con le imprese clienti, contro il 60,7% che opera ancora su base occasionale.
Oltre la metà (63%) svolge le consulenze direttamente presso la sede dell’impresa, a conferma di

una maggiore prossimità operativa e relazionale.
Il 70% dei professionisti individua nel rapporto di fiducia ed empatia (70,8%) e nella competenza (70,4%) i principali punti di forza del proprio studio.

Innovazione e Intelligenza Artificiale: opportunità da governare

Il 61,5% degli studi legali utilizza già strumenti di intelligenza artificiale, in particolare per la ricerca giurisprudenziale (65,8%) e la redazione di contratti (45,5%).
Solo il 31,5% delle imprese usa l’AI in ambito legale, ma l’89% ritiene che la figura dell’avvocato non potrà mai essere sostituita da un algoritmo.
Per quasi la metà delle imprese (46%), le decisioni legali richiedono valutazione umana e conoscenza del contesto, mentre per il 40,5% resta imprescindibile il rapporto fiduciario personale.
Tra i professionisti, oltre il 56% chiede una regolamentazione specifica dell’uso dell’AI in ambito forense, per garantire sicurezza, etica e tutela della professione.

Parità di genere: ancora un divario

Sul fronte dell’equità professionale, emergono percezioni divergenti:

  • il 43,2% delle imprese ritiene che le avvocate abbiano pari opportunità di carriera,
  • mentre solo il 31,4% degli avvocati condivide questa opinione.
    Oltre il 39% dei legali segnala ancora ostacoli o difficoltà di avanzamento per le professioniste.
  • Inoltre, il 25,9% dei professionisti ritiene che le opportunità tra colleghi uomini e colleghe donne non siano equivalenti.

Quasi tutte le imprese (95%) affermano di non aver mai riscontrato differenze legate al genere nei rapporti con la controparte, ma il 59% degli avvocati dichiara di averne osservate almeno occasionalmente: un segnale di percezione disallineata tra domanda e offerta di servizi legali.

FOCUS DATI PRINCIPALI 2024–2025

  • Imprese che si rivolgono a un legale: 76,7% (2025) vs 75,6% (2024)
  • Avvocato come punto di riferimento costante: 41,6% (+4,3 p.p.)
  • Imprese soddisfatte della consulenza legale: 93,3% (2025) vs 90,4% (2024)
  • Avvocato figura di riferimento per decisioni strategiche: 62,7%
  • Imprese che affiancano più legali specializzati: 25,9% (2025) vs 15% (2024)
  • Driver di scelta: competenza 50,7% | fiducia 27,9% | specializzazione 26,7%
  • Ambiti della consulenza legale: 47% riduzione contenziosi | 38% recupero crediti | 24% potere contrattuale
  • Avvocati che usano l’AI: 61,5%
  • Imprese che ritengono l’avvocato insostituibile rispetto all’AI: 89%
  • Parità di genere percepita: imprese 43,2% | avvocati 31,4%
  • Avvocati che lavorano in modo continuativo con le imprese: 26%
  • Professionisti che investono in formazione e aggiornamento: 78,7%
  • Professionisti che investono in software legali: 70,8%


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Avvocati, redditi in crescita ma fragilità strutturali ancora aperte

Crescono i redditi, migliora la percezione della professione, ma l’avvocatura italiana resta attraversata da criticità profonde che ne mettono in discussione l’equilibrio e la sostenibilità nel medio periodo. È questa la lettura più completa del Rapporto sull’Avvocatura 2026, presentato a Roma e giunto alla sua decima edizione.

I dati economici restituiscono un quadro apparentemente incoraggiante: il reddito complessivo Irpef supera gli 11 miliardi di euro, con un incremento rispetto all’anno precedente, e il reddito medio si attesta poco sopra i 51 mila euro. Tuttavia, questa crescita non è uniforme e rischia di nascondere una distribuzione fortemente diseguale.

Il primo elemento critico è il persistente divario di genere: le avvocate continuano a guadagnare circa la metà dei colleghi uomini. Una distanza che non è solo economica, ma riflette condizioni di accesso, permanenza e sviluppo professionale ancora squilibrate.

A questo si aggiunge il tema del ricambio generazionale. Gli under 35 rappresentano una quota sempre più ridotta della platea complessiva, mentre l’età media degli iscritti continua a salire. Il progressivo invecchiamento della categoria, insieme alla riduzione del rapporto tra attivi e pensionati, pone interrogativi concreti sulla tenuta del sistema previdenziale e sull’attrattività della professione per le nuove generazioni.

Non meno rilevanti sono le difficoltà operative che incidono sulla qualità del lavoro quotidiano. Tra i fattori percepiti come più critici emergono i ritardi nei pagamenti, il peso crescente degli adempimenti fiscali e burocratici, l’eccessiva concorrenza e l’instabilità normativa. A questi si sommano i tempi della giustizia civile, che restano elevati e disomogenei sul territorio, contribuendo a rendere incerto il quadro complessivo.

Sul piano organizzativo, il modello dello studio individuale continua a essere dominante, segno di una professione che fatica a evolvere verso forme più strutturate e competitive. Le aggregazioni restano limitate anche a causa di un sistema fiscale poco incentivante, che non favorisce modelli associativi e multidisciplinari.

L’innovazione tecnologica rappresenta un elemento di trasformazione, con una crescita significativa nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale, soprattutto tra i più giovani. Tuttavia, anche questo processo rischia di ampliare le distanze tra chi ha accesso a strumenti avanzati e chi resta ancorato a modelli tradizionali.

In questo scenario, il miglioramento della percezione della professione – con una riduzione di coloro che definiscono “critica” la propria condizione lavorativa – non basta a superare le fragilità strutturali. Piuttosto, segnala una capacità di adattamento che non può sostituire interventi di sistema.

La fotografia che emerge è quella di un’avvocatura che produce valore e mostra segnali di resilienza, ma che resta esposta a squilibri interni significativi. Le questioni del ricambio generazionale, dell’equità reddituale e dell’organizzazione del lavoro non sono più rinviabili: da esse dipende non solo il futuro della professione, ma anche la qualità del servizio di giustizia nel suo complesso.


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Mercati digitali, la Commissione UE promuove il DMA: più concorrenza e controllo per utenti e imprese

A due anni dalla sua entrata in vigore, il Digital Markets Act (DMA) supera con esito positivo la prima verifica della Commissione europea, che ne conferma l’adeguatezza rispetto agli obiettivi prefissati. Il bilancio evidenzia un impatto concreto nel riequilibrare i rapporti tra grandi piattaforme digitali e mercato, favorendo condizioni più eque per imprese, sviluppatori e consumatori.

Secondo quanto rilevato, il regolamento ha già ampliato le possibilità di scelta per gli utenti europei, rafforzando il controllo sui propri dati e sulle modalità di utilizzo dei servizi digitali. Tra i risultati più significativi emerge la maggiore libertà di selezionare browser e motori di ricerca alternativi rispetto alle opzioni predefinite, nonché la possibilità di trasferire dati tra piattaforme diverse senza vincoli tecnici o commerciali.

Un altro elemento centrale riguarda la gestione delle informazioni personali: il DMA introduce limiti più stringenti alla combinazione dei dati tra servizi differenti, imponendo ai cosiddetti “gatekeeper” di ottenere un consenso esplicito e consapevole, con l’obiettivo di contrastare pratiche invasive di profilazione.

Sul versante delle imprese, la normativa sta progressivamente aprendo gli ecosistemi digitali, tradizionalmente dominati da pochi grandi operatori. I produttori di dispositivi connessi – come smartwatch e auricolari – beneficiano di una maggiore interoperabilità con i sistemi operativi, mentre nuovi attori nel campo della messaggistica e dei servizi online trovano spazi più accessibili per entrare nel mercato.

I dati raccolti nei primi due anni mostrano inoltre un incremento nell’adozione di soluzioni alternative da parte degli utenti, segnale di una competizione più dinamica e meno vincolata a posizioni dominanti consolidate.

A sottolineare la portata del risultato è stata anche Teresa Ribera, vicepresidente esecutiva della Commissione europea, che ha evidenziato come il regolamento stia contribuendo a rendere i mercati digitali “più equi e contendibili”, con benefici tangibili sia per le imprese sia per i consumatori.

La revisione mette inoltre in luce la capacità del DMA di adattarsi a un contesto tecnologico in rapida evoluzione, in particolare rispetto alle sfide emergenti legate all’intelligenza artificiale e ai servizi cloud. In questa prospettiva, la Commissione ribadisce l’impegno a rafforzare una cultura della conformità, affiancando al quadro normativo un’attività di vigilanza incisiva e tempestiva.


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Il Ministero dell’Interno introduce un modello uniforme per disciplinare il collegamento tra i sistemi di videosorveglianza comunali e le forze di polizia, con l’obiettivo di superare frammentazioni operative e incertezze giuridiche che, finora, hanno caratterizzato il settore. Lo schema di accordo, recentemente diffuso, definisce in modo puntuale i rapporti tra Comuni, Prefetture e forze dell’ordine, offrendo una cornice nazionale che coniuga esigenze di sicurezza e tutela dei dati personali.

Il principio cardine su cui si fonda il nuovo impianto è quello della titolarità autonoma dei trattamenti. I Comuni mantengono la gestione delle immagini per finalità di sicurezza urbana e amministrativa, comprese quelle connesse alla circolazione stradale e ai sistemi di lettura targhe. La polizia locale opera su un piano distinto, potendo utilizzare i dati nell’ambito delle funzioni di polizia giudiziaria previste dalla normativa vigente.

Diversa, per natura e finalità, la posizione delle forze di polizia statali, che accedono alle immagini per attività di prevenzione, accertamento e repressione dei reati, agendo come autonomi titolari del trattamento secondo la disciplina di settore. In questo modo, il modello chiarisce definitivamente che la condivisione delle informazioni non richiede costruzioni interpretative complesse, ma si basa su una ripartizione chiara di competenze e responsabilità.

Accanto al profilo giuridico, il Ministero interviene con decisione anche sul piano tecnico e organizzativo. L’accesso ai sistemi deve avvenire tramite credenziali individuali, con tracciamento puntuale delle operazioni e conservazione dei log per un arco temporale significativo. Le connessioni tra sale operative devono essere realizzate attraverso infrastrutture dedicate, evitando qualsiasi forma di accesso indiscriminato alle immagini.

Particolare attenzione è riservata all’accesso in tempo reale, che viene limitato a contesti ben definiti: manifestazioni pubbliche, servizi coordinati di controllo del territorio, situazioni di emergenza, richieste operative legate al numero unico 112 e attività di polizia giudiziaria. Una delimitazione che punta a garantire equilibrio tra efficacia operativa e rispetto dei diritti fondamentali.

Il modello richiama inoltre obblighi spesso sottovalutati nella pratica amministrativa: la necessità di effettuare valutazioni di impatto sulla protezione dei dati, l’aggiornamento delle informative rivolte ai cittadini, l’installazione di segnaletica chiara e la documentazione delle misure di sicurezza adottate.


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Gli avvocati che vantano crediti per attività svolte nell’ambito del patrocinio a spese dello Stato possono utilizzarli per compensare i contributi previdenziali dovuti a Cassa Forense. Una possibilità operativa rilevante, che consente di ottimizzare la gestione finanziaria degli studi legali, ma che richiede attenzione alle scadenze: l’attuale finestra si chiude il 30 aprile, mentre la successiva sarà disponibile tra il 1° settembre e il 31 ottobre.

La procedura è interamente digitale e si svolge attraverso la piattaforma dei crediti commerciali (Pcc) del Ministero dell’Economia e delle Finanze. L’accesso avviene tramite identità digitale (Spid, Cie o Cns), con la necessità di dichiarare l’iscrizione all’Ordine e, per gli studi associati o le società, di integrare ulteriori informazioni. Per il primo utilizzo è inoltre richiesto l’accreditamento presso l’ufficio territoriale competente della Ragioneria dello Stato.

Operativamente, è necessario predisporre un’autocertificazione, selezionare le fatture presenti nel sistema in stato “ricevuta” o “in lavorazione” e indicare il riferimento del decreto di liquidazione. Il documento deve essere firmato digitalmente e ricaricato nella piattaforma entro tempi tecnici molto ristretti. L’esito dell’istruttoria viene comunicato entro 20 giorni dalla chiusura della finestra.

Una volta ottenuta l’ammissione, la compensazione avviene tramite modello F24, anche in più soluzioni nell’arco dell’anno, utilizzando l’apposito codice tributo. È inoltre necessario comunicare l’avvenuta operazione alla stessa Cassa Forense.

Un elemento di interesse riguarda il trattamento fiscale: gli importi compensati non sono soggetti alla ritenuta d’acconto del 20%, generalmente applicata ai compensi per il gratuito patrocinio. Questo rappresenta un vantaggio concreto in termini di liquidità per i professionisti.

Non tutti i crediti, tuttavia, possono essere utilizzati. Restano esclusi quelli oggetto di opposizione, quelli già parzialmente liquidati, quelli fondati su provvedimenti non definitivi o ancora non registrati nei sistemi ministeriali, nonché quelli riferiti a enti previdenziali diversi.

Considerati i tempi tecnici e le possibili criticità legate alla sincronizzazione dei sistemi, è consigliabile non attendere gli ultimi giorni per completare la procedura. Una gestione tempestiva può evitare rallentamenti e garantire il corretto utilizzo di uno strumento che, se ben utilizzato, può rappresentare un importante supporto alla sostenibilità economica degli studi legali.


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Opposizione all’archiviazione, nessun rimborso all’indagato

La Corte costituzionale chiarisce un punto rilevante nel rapporto tra persona offesa e indagato: non è incostituzionale l’assenza di un obbligo di rimborso delle spese e dei danni in capo al querelante che si oppone alla richiesta di archiviazione, anche nei casi in cui tale iniziativa risulti infondata o caratterizzata da colpa grave.

Con la sentenza n. 59, depositata il 27 aprile, la Consulta ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale relative agli articoli 409 e 410 del codice di procedura penale, escludendo che l’attuale disciplina violi i principi di ragionevolezza o di tutela del diritto di difesa.

Secondo i giudici costituzionali, la scelta del legislatore si inserisce in un quadro evolutivo che ha progressivamente valorizzato il ruolo della persona offesa nel procedimento penale. In questa fase, che precede l’esercizio dell’azione penale, l’opposizione alla richiesta di archiviazione assume infatti una funzione di stimolo e controllo sull’attività del pubblico ministero, contribuendo a colmare eventuali lacune investigative e a favorire un più completo accertamento dei fatti.

Proprio questa funzione giustifica, secondo la Corte, l’esenzione del querelante da responsabilità economiche verso l’indagato, anche quando l’opposizione non conduca a esiti favorevoli. Una previsione che non è stata ritenuta irragionevole, in quanto coerente con la natura e le finalità della fase procedimentale.

La sentenza ha inoltre escluso qualsiasi disparità di trattamento rispetto ad altre fasi del processo, come quella successiva all’udienza preliminare. In quel contesto, infatti, gli effetti e la stabilità dei provvedimenti sono diversi, così come differente è la posizione delle parti, rendendo non comparabili le due situazioni.

Quanto al diritto di difesa, la Corte ha ritenuto che esso sia adeguatamente garantito anche per l’indagato privo di risorse economiche, grazie agli strumenti del patrocinio a spese dello Stato, che assicurano l’accesso alla tutela legale.


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Milano, giustizia al minimo: ufficio gip ridotto ai servizi essenziali

La macchina della giustizia milanese rallenta e si concentra sulle sole attività indispensabili. A partire dal 15 maggio e fino al 30 giugno, la sezione gip-gup del Tribunale di Milano opererà infatti in regime ridotto, assicurando esclusivamente i procedimenti considerati prioritari, come le misure cautelari, le udienze con imputati detenuti e le attività legate alle intercettazioni.

Alla base della decisione vi è una significativa carenza di personale amministrativo, che si accompagna alla ridotta presenza di magistrati. Una situazione che ha spinto la presidente della sezione, Ezia Maccora, ad adottare una misura definita “sofferta ma inevitabile”, con l’obiettivo di garantire almeno il funzionamento delle attività più urgenti.

I numeri restituiscono con chiarezza la criticità del contesto: si registra una scopertura pari a circa il 50% del personale amministrativo e al 40% degli addetti all’ufficio del processo. A ciò si aggiunge la riduzione dell’organico dei giudici per le indagini preliminari, con 31 unità in servizio su 41 previste. Un quadro che incide direttamente sulla capacità di gestione dei procedimenti, nonostante l’elevata produttività della sezione, che riesce a definire una quota significativa dei fascicoli già nella fase preliminare.

La situazione è resa ancora più complessa dalla natura sempre più articolata dei procedimenti trattati, spesso caratterizzati da elevata complessità tecnica e dimensione quantitativa rilevante. In questo contesto, anche le condizioni organizzative e logistiche incidono sul lavoro quotidiano, già appesantito da carichi crescenti.

Particolarmente delicato è il tema del personale a tempo determinato, il cui contributo ha finora attenuato le criticità strutturali, ma che resta legato a una prospettiva incerta. L’assenza di indicazioni chiare sul futuro professionale di questi lavoratori, soprattutto in vista delle possibili stabilizzazioni, ha contribuito a una progressiva riduzione delle risorse disponibili.

Le conseguenze operative sono evidenti: turni prolungati, attività che si estendono anche nelle ore notturne e nei giorni festivi, e una gestione delle presenze condizionata da ferie e recuperi obbligatori. Un equilibrio fragile che ha reso necessario individuare criteri uniformi per garantire almeno i servizi essenziali, evitando disparità tra uffici e assicurando standard minimi di efficienza.

Il caso milanese riporta al centro del dibattito il tema della sostenibilità organizzativa del sistema giudiziario e della necessità di interventi strutturali. Sullo sfondo, resta l’attesa per le risposte istituzionali, con il Ministero della Giustizia guidato da Carlo Nordio chiamato a confrontarsi con le rappresentanze della magistratura e dell’avvocatura sulle criticità emerse.


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