Professionisti malati, ma non per il Fisco: l’Agenzia delle Entrate ignora la legge sulla sospensione

La malattia di un professionista non sempre basta a fermare le scadenze fiscali. È quanto emerso da un caso emblematico segnalato dall’Associazione Nazionale Commercialisti (Anc), che ha riportato l’attenzione su una norma in vigore dal 2021 ma tuttora largamente disapplicata. La legge prevede, infatti, la possibilità di sospendere gli adempimenti tributari in caso di gravi patologie che impediscano l’esercizio dell’attività professionale. Eppure, a distanza di oltre tre anni dalla sua approvazione, è ancora necessario l’intervento delle istituzioni per farla rispettare.

Il caso riguarda una commercialista che, colpita da una grave malattia e ricoverata in terapia intensiva a febbraio, ha inoltrato regolare richiesta all’Agenzia delle Entrate per sospendere gli obblighi fiscali previsti per il 16 febbraio. La risposta, tuttavia, è stata negativa: le è stato consigliato di ricorrere al “ravvedimento operoso”, ovvero di sanare la propria posizione versando le somme dovute con una piccola sanzione. Un’opzione inaccettabile, considerate le circostanze straordinarie.

A raccontare l’episodio è Marco Cuchel, presidente dell’Anc: «La collega aveva presentato tutta la documentazione prevista dalla normativa vigente. Ma l’Agenzia non ha riconosciuto il suo diritto alla sospensione. È stato un episodio che ha suscitato molta indignazione, anche sui social». Cuchel ha deciso allora di intervenire personalmente, portando il caso all’attenzione del sottosegretario all’Economia, Maurizio Leo, e del direttore dell’Agenzia delle Entrate, Vincenzo Carbone.

Il riscontro non si è fatto attendere: in meno di un mese, l’Agenzia ha comunicato ufficialmente di aver accolto la posizione della professionista. Qualora dovessero arrivare in futuro delle contestazioni, sarà possibile presentare istanza di annullamento, che — assicura l’Agenzia — verrà accolta senza riserve.

«Ringraziamo il sottosegretario Leo e il direttore Carbone per la sensibilità dimostrata», commenta Cuchel. «Ma resta il problema di fondo: il diritto alla sospensione è tutelato solo quando intervengono i sindacati o le autorità politiche. Questo non può bastare».

L’episodio solleva interrogativi non solo sull’effettiva applicazione della norma, ma anche sulla sua conoscibilità e sulla preparazione dell’apparato amministrativo. Tre, secondo Cuchel, i principali limiti da affrontare: «Innanzitutto, la norma è poco conosciuta tra i professionisti, anche perché è mancata una campagna informativa adeguata. Poi c’è la Pubblica amministrazione, che in molti casi ignora il dettato legislativo. Infine, il perimetro della tutela è troppo ristretto: riguarda solo gli adempimenti tributari, escludendo scadenze di altro tipo altrettanto rilevanti».

Il caso, risolto solo grazie a un intervento diretto ai vertici, dimostra come anche diritti formalmente acquisiti restino, nella pratica, spesso soggetti all’arbitrio o alla disattenzione dell’apparato burocratico. Per i professionisti, il messaggio è chiaro: la tutela c’è, ma va rivendicata con forza.


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Separazione delle carriere, Nordio confessa il cambio di rotta: «Nel ’94 ero contrario alla separazione delle carriere, poi capii che serviva»

A trent’anni di distanza, Carlo Nordio torna su un tema che segna da sempre il dibattito sulla riforma della giustizia: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Lo fa con una dichiarazione che sorprende solo chi non ha seguito la sua evoluzione di pensiero: «Nel 1994 ero contrario alla separazione delle carriere, poi cambiai idea», ha dichiarato il Guardasigilli in un’intervista all’ANSA, spiegando le ragioni di una presa di coscienza maturata poco dopo quell’anno.

A riaccendere i riflettori su quella fase della sua carriera è stato un documento pubblicato sui canali social dell’Associazione Nazionale Magistrati (Anm): una lettera datata 3 maggio 1994 e firmata da diversi magistrati della Procura della Repubblica di Venezia, tra cui proprio Nordio, allora in servizio nella città lagunare. Nella missiva, i firmatari ribadivano la loro adesione alla posizione dell’Anm, nettamente contraria alla divisione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti.

«All’epoca — spiega oggi il ministro — auspicavo che la magistratura restasse unita, in un contesto segnato dalle stragi mafiose e da Tangentopoli. Ma poi accadde un fatto che mi segnò profondamente: il suicidio di un indagato coinvolto in un’inchiesta che conducevo a Venezia. Capì che stavamo andando oltre, che c’era bisogno di un riequilibrio tra le parti nel processo. E così nel 1995 cambiai posizione. Lo raccontarono anche i giornali, titolando sulla mia nuova visione».

Non fu, sottolinea Nordio, un ripensamento isolato. «Non sono stato certo l’unico, né tra i magistrati, né tra i politici, né tra i giornalisti, a rivedere le proprie idee. Nel 1997 fui convocato dai probiviri dell’Anm per rendere conto di quella mia posizione, che ribadii senza esitazione».

Il caso riporta sotto i riflettori il nodo irrisolto della separazione delle carriere, tema cardine della riforma Nordio, attualmente all’esame del Parlamento. Se da un lato il documento del ’94 dimostra quanto fosse diffusa l’opposizione alla riforma all’interno della magistratura, dall’altro la vicenda personale del ministro testimonia la possibilità, e forse la necessità, di riconsiderare certe posizioni alla luce dell’esperienza e dei mutamenti del contesto giuridico e sociale.

Il dibattito è destinato a riaccendersi, ma intanto il ministro ha scelto la strada della trasparenza, raccontando con onestà il proprio percorso intellettuale. Un cambiamento non frutto di calcolo, ma di un’esperienza drammatica che, nelle sue parole, «insegnò i limiti di un sistema senza contrappesi».


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Garante, il datore di lavoro non può usare i messaggi social privati contro i dipendenti

Un messaggio in una chat privata può costare caro a un dipendente. Ma può anche costare caro all’azienda, se utilizzato in violazione delle garanzie previste dalla normativa sulla protezione dei dati personali. Lo conferma un recente provvedimento del Garante Privacy del 21 maggio 2025, con cui è stata sanzionata una società autostradale per trattamento illecito di dati personali tratti da messaggi e contenuti scritti da un dipendente su Facebook, WhatsApp e Telegram.

Il caso è destinato a fare giurisprudenza, perché entra nel cuore del rapporto tra diritto disciplinare del datore di lavoro e diritto alla riservatezza del lavoratore. La società, destinataria della sanzione, aveva infatti acquisito i messaggi attraverso una collega del dipendente coinvolto, che li aveva ricevuti direttamente o era inclusa nella lista degli “amici” su Facebook. I contenuti, ritenuti lesivi dell’immagine aziendale, erano stati considerati rilevanti ai fini disciplinari.

La difesa della società faceva leva su un precedente – provvedimento n. 202 del 20 aprile 2017 – in cui lo stesso Garante aveva ritenuto legittimo l’uso di contenuti simili a fini disciplinari. Quella decisione era stata confermata sia in sede giudiziaria che dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 15161/2021, rafforzando la convinzione che l’impiego di dati ottenuti per vie informali non costituisse necessariamente una violazione del GDPR.

Tuttavia, nel provvedimento più recente, l’Autorità cambia rotta. Stabilisce infatti che i messaggi scritti in ambiti privati, come le conversazioni via WhatsApp, devono considerarsi coperti da un’aspettativa legittima di riservatezza, indipendentemente dalla modalità con cui giungono nelle mani del datore di lavoro. In questi casi, l’uso dei contenuti è illecito, perché viola la sfera privata del dipendente e non può essere giustificato da esigenze disciplinari.

La nuova impostazione è in linea con le più recenti pronunce della giurisprudenza di legittimità, che già con l’ordinanza n. 5334/2025 aveva affermato l’inutilizzabilità, a fini disciplinari, di frasi estrapolate da chat private, anche se acquisite per vie fortuite.

Il nodo dei post pubblici: dove finisce la privacy?

La questione, tuttavia, si complica quando si passa dai messaggi privati ai contenuti pubblicati sui social network. In questo ambito, l’articolazione del diritto alla riservatezza è meno netta. Secondo alcuni orientamenti, un post pubblico o visibile a una cerchia ampia di utenti non può godere delle stesse tutele garantite alla corrispondenza privata, che per definizione presuppone una comunicazione destinata a un numero ristretto di destinatari.

Anche secondo consolidata giurisprudenza costituzionale, il concetto di “corrispondenza” si applica solo a comunicazioni private e segrete, come lettere, email o messaggi diretti. Un post pubblicato su Facebook o su altre piattaforme social, per quanto limitato agli “amici”, rimane comunque un contenuto potenzialmente condivisibile, accessibile e commentabile, e dunque meno protetto.

Ne consegue che il datore di lavoro, se riceve per vie informali uno screenshot o una segnalazione di contenuti pubblici rilevanti, può in certi casi utilizzarli nell’ambito dei propri poteri disciplinari, purché lo faccia nel rispetto del principio di proporzionalità e finalità, e senza sconfinare nella sorveglianza.

Il principio da bilanciare: tutela del lavoratore e potere disciplinare

Il provvedimento del Garante rappresenta quindi un punto di svolta nell’interpretazione dei limiti al trattamento dei dati personali in ambito lavorativo, ma non chiude del tutto il dibattito. Se da un lato rafforza la tutela dei lavoratori rispetto all’uso improprio dei contenuti privati, dall’altro apre a nuove riflessioni sul confine tra vita privata e visibilità digitale.

Per le aziende, il messaggio è chiaro: nessun trattamento può prescindere dalla base giuridica e dal rispetto della riservatezza, soprattutto se riguarda informazioni raccolte al di fuori dell’ambiente di lavoro. Allo stesso tempo, anche i dipendenti sono chiamati a una maggiore consapevolezza: scrivere su un social network non equivale a scrivere in privato, e i contenuti pubblicati, se lesivi, possono comunque avere conseguenze sul rapporto professionale.


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Lavorare per non tornare: così il carcere diventa rieducazione vera

Roma, 24 luglio 2025 – Non una concessione, ma un investimento in sicurezza e dignità. È così che il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari descrive il lavoro in carcere nel suo editoriale pubblicato oggi su Il Sole 24 Ore, in occasione del bilancio del progetto governativo “Recidiva Zero”. Un piano avviato dal Governo Meloni fin dall’insediamento nel 2022, con l’obiettivo dichiarato di ridurre il tasso di recidiva attraverso la rieducazione effettiva dei detenuti, a partire dal lavoro.

Il richiamo alla dignità delle persone detenute è il filo conduttore dell’intervento di Ostellari. Ricorda che la detenzione non può e non deve mai significare esclusione o annientamento sociale. Anche chi ha sbagliato ha diritto a un percorso di riscatto e reinserimento, tanto più se ciò contribuisce alla sicurezza collettiva. È in questa logica che la rieducazione – prevista dalla Costituzione come fine della pena – assume una funzione concreta, utile alla comunità prima ancora che all’individuo.

Nel testo, il sottosegretario ripercorre simbolicamente la data del 17 giugno, ricordando l’arresto di Enzo Tortora, esempio di grave errore giudiziario e di profonda ingiustizia. Ma affianca a questo anche il tributo a coloro che lavorano nel sistema penitenziario, spesso in condizioni difficili: dagli agenti ai funzionari, fino alle vittime del sistema stesso, come i tanti suicidi tra la popolazione detenuta.

Il lavoro come antidoto alla recidiva

Ostellari sottolinea con forza i dati che supportano la strategia del Governo: il 98% di chi svolge un’attività professionale durante la detenzione, una volta uscito, non torna a delinquere. Un risultato che giustifica – spiega – il forte impegno politico per ampliare le opportunità lavorative dietro le sbarre. Al momento, circa 21.200 detenuti lavorano, pari al 34,3% della popolazione carceraria. La maggior parte sono impiegati direttamente dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, ma cresce significativamente il numero di quelli assunti da imprese private e soggetti del Terzo settore, che offrono – osserva Ostellari – regole, disciplina e percorsi concreti di reinserimento.

Dal 2022 al 2024, il lavoro alle dipendenze del DAP è aumentato del 5%, mentre quello esterno ha registrato un +30%. Merito anche del rilancio della Legge Smuraglia, potenziata dal decreto “Sicurezza”, che prevede agevolazioni fiscali per le imprese che assumono persone detenute. Il numero delle aziende coinvolte è passato da 519 nel 2023 a 730 nel 2024, con un incremento del 40,6%.

Misure innovative e riforme in arrivo

Il Governo ha introdotto anche ulteriori novità, tra cui un elenco nazionale delle strutture esterne in grado di accogliere detenuti in misura alternativa che non dispongano di un domicilio. Questa misura, contenuta nel decreto “Carcere sicuro”, mira a ridurre il sovraffollamento e a garantire percorsi alternativi realmente attuabili, anche per i soggetti più fragili.

Ostellari richiama poi l’attenzione su un’altra urgenza: l’edilizia penitenziaria. Gran parte delle carceri italiane sono vecchie, inadeguate e inadatte ad accogliere laboratori o attività trattamentali. Per questo il Governo punta anche sul Commissario straordinario per l’edilizia carceraria, figura chiamata a intervenire con risorse mirate e rapidità di esecuzione.

Comunicare per costruire consenso

Non manca un appello alla comunicazione: è necessario – afferma il sottosegretario – spiegare ai cittadini che investire sul lavoro in carcere non è solo un atto di umanità o un dovere costituzionale, ma anche una scelta economicamente razionale e socialmente efficace. I vantaggi ricadono su tutta la collettività: meno recidiva, meno spese per la sicurezza, più reinserimento, più coesione sociale.

In conclusione, Ostellari definisce il progetto ambizioso ma realizzabile: un sistema penitenziario moderno, in grado di diventare modello europeo, capace di coniugare legalità, efficienza e umanità. Una giustizia che non sia vendetta, ma risarcimento alla società e occasione di riscatto per chi ha sbagliato.


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Nordio rilancia la sua giustizia: meno carcere preventivo, riforma del ricorso e separazione delle carriere

Roma, 24 luglio 2025 – Un’idea di giustizia più garantista, meno carcerazione preventiva, giudici realmente terzi e nuove regole sul ricorso dell’accusa. Sono questi alcuni dei punti chiave toccati dal ministro della Giustizia Carlo Nordio in un’intervista rilasciata oggi a Il Giornale, in cui rivendica le riforme fin qui approvate dalla maggioranza e rilancia la sua visione della giustizia.

Al centro della riflessione del ministro, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, da lui definita un traguardo atteso da decenni. Nordio ricorda di essersi espresso in favore di questa riforma già a metà degli anni ’90, dopo un’iniziale contrarietà motivata dal contesto post-Tangentopoli e dalla necessità di una magistratura compatta. Un ripensamento, spiega, maturato per esigenze di equilibrio costituzionale e oggi divenuto realtà legislativa. La separazione, a suo avviso, garantirà una magistratura più imparziale, sottraendo i giudici all’influenza valutativa dei pm nei consigli giudiziari e nel CSM, una “anomalia” rispetto agli standard europei.

Meno carcere prima del processo

Tra le priorità, Nordio indica una profonda revisione della custodia cautelare. Troppe persone, dice, restano in carcere in attesa di giudizio per poi essere assolte o ricevere condanne lievi e sospese. Un sistema inefficiente e costoso, che secondo il ministro richiede un intervento deciso sul codice di procedura penale.

In questo quadro si inserisce anche il progetto di limitare il diritto dell’accusa di ricorrere in appello, in particolare nei casi di assoluzione piena. L’intenzione è quella di evitare appelli generalizzati e di permettere la riapertura dei processi solo in presenza di evidenti violazioni di legge, da valutare in dibattimenti rinnovati. Una misura – spiega – che punta a garantire equilibrio e tutela dei diritti fondamentali senza trasformare l’assoluzione in una sentenza provvisoria.

“Garantismo è certezza della pena, non impunità”

Nordio difende poi l’introduzione di nuovi reati, rispondendo alle critiche dell’opposizione che accusa il governo di ipergiustizialismo. Secondo il ministro, la previsione di fattispecie penali specifiche (come per i rave party, le truffe informatiche o le occupazioni abusive di immobili) serve a colmare vuoti normativi e a garantire tutele moderne, senza aumentare in modo indiscriminato la repressione penale.

A sua volta, l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio – altro punto fortemente contestato – viene presentata come una misura necessaria per snellire i procedimenti giudiziari e liberare la pubblica amministrazione da un blocco decisionale causato dalla paura della denuncia.

Il garantismo, insiste Nordio, non è sinonimo di lassismo: significa applicare davvero il principio di presunzione di innocenza e al contempo garantire che le pene previste vengano effettivamente eseguite, non necessariamente in carcere, ma in modo certo.

Immigrazione e tensioni con la magistratura

Nel colloquio con Il Giornale, il ministro tocca anche il tema della giustizia in materia di immigrazione, lamentando che alcune sentenze abbiano di fatto bloccato l’efficacia delle politiche di contrasto alla clandestinità. Secondo Nordio, serve una risposta comune a livello europeo e una maggiore coerenza tra gli indirizzi politici e l’interpretazione giurisprudenziale.

Quanto alle tensioni con la magistratura, il Guardasigilli afferma di augurarsi un clima più sereno. Le riforme approvate – osserva – sono il frutto di una larga maggioranza parlamentare, che riflette la volontà del Paese. «Accettare questo dato – conclude – aiuterebbe a superare il conflitto e a costruire finalmente un terreno di collaborazione tra politica e giustizia».

Nordio assicura infine che nei prossimi due anni proseguirà l’impegno su altri fronti delicati, dalla responsabilità delle forze dell’ordine e dei medici, alla tutela della privacy, passando per la semplificazione del processo penale.


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Lo scontro tra Nordio e le toghe paralizza il CSM: il Colle osserva, Pinelli media

Roma, 24 luglio 2025 – Quello che inizialmente sembrava un’ordinaria contrapposizione tra la componente laica filogovernativa e i togati del Consiglio Superiore della Magistratura si è trasformato in un vero e proprio conflitto istituzionale, capace di mettere in discussione l’operatività dell’intero organo e, in prospettiva, di coinvolgere indirettamente anche il Quirinale, nella sua veste di Presidenza del CSM.

Il casus belli è stata la pratica a tutela del sostituto procuratore generale Raffaele Piccirillo, approvata con tempistiche ritenute “insolitamente rapide” dai consiglieri espressi da Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega, che l’hanno definita un’iniziativa “di natura esclusivamente politica”, in risposta al recente via libera del Senato alla riforma della giustizia voluta dal governo.

Il documento – proposto dai consiglieri togati e dai laici espressi da PD, M5S e Italia Viva – si poneva l’obiettivo di difendere non solo la libertà di espressione di Piccirillo, accusato dal ministro Nordio per una sua analisi giuridica relativa al caso Almasri, ma anche l’onorabilità della Sezione disciplinare del CSM, duramente criticata dal Guardasigilli per presunti condizionamenti correntizi.

Un boicottaggio che blocca i lavori

Il boicottaggio messo in atto dai laici di centrodestra – attraverso l’assenza ripetuta in aula – ha impedito per due volte il raggiungimento del numero legale, determinando la sospensione della seduta da parte del vicepresidente Fabio Pinelli, che ha rinviato la convocazione al giorno successivo nella speranza di trovare un’intesa.

La situazione è tutt’altro che marginale: senza l’esame della pratica contestata, l’intero plenum resta bloccato, e con esso anche l’esame di provvedimenti cruciali, inclusi quelli legati agli obiettivi del PNRR. Un’inerzia forzata, che pone interrogativi sulla tenuta dell’organo, soprattutto alla vigilia della pausa estiva e in assenza di un percorso istituzionale condiviso.

Il ruolo di Mattarella e lo spettro dello scioglimento

La gravità dello stallo, se protratto, potrebbe configurare un’impossibilità funzionale del CSM, uno scenario che – secondo la legge – giustificherebbe lo scioglimento dell’organo e nuove elezioni. Ma con l’attuale sistema elettorale, ritenuto da più parti una delle cause dei mali del CSM, si riprodurrebbero le stesse dinamiche che la riforma in corso punta a superare.

Una prospettiva istituzionale delicata, che non può non riguardare anche il Quirinale. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in qualità di presidente del Consiglio Superiore, ha il compito di approvare gli ordini del giorno del plenum, compreso quello finito al centro della polemica. La sua posizione, pur di garanzia, è dunque inevitabilmente toccata da uno scontro che ha smesso di essere tecnico per diventare politico.

Pinelli cerca una mediazione, ma la frattura resta

Proprio il vicepresidente Fabio Pinelli, leghista ma sempre attento al profilo istituzionale del Consiglio, ha cercato di stemperare i toni, pur riconoscendo la legittimità della tutela espressa nei confronti di Piccirillo. La sua posizione, moderata e rispettosa della dialettica interna, evidenzia la fragilità dell’equilibrio attuale: anche un rappresentante della maggioranza di governo, solitamente prudente su pratiche simili, ha condiviso la necessità di non lasciare isolato un magistrato per opinioni espresse in ambito tecnico-giuridico.

Il nodo politico: Nordio e il “tribunale delle toghe”

A riaccendere la miccia dello scontro è stata ancora una volta una dichiarazione del ministro Carlo Nordio, che ha definito “scandalosa” la difesa espressa da alcuni magistrati nei confronti di Piccirillo, accusandoli implicitamente di parzialità e di agire in base ad appartenenze correntizie. Una denuncia durissima, a cui il CSM ha risposto parlando di “gratuita e pregiudiziale denigrazione della giurisdizione”, priva di basi oggettive e lesiva della funzione costituzionale della Sezione disciplinare, che include anche membri eletti dal Parlamento.

La tensione, insomma, non è più confinata al piano delle opinioni o delle critiche reciproche, ma si è trasformata in uno scontro istituzionale che coinvolge funzioni, poteri e legittimità. In attesa del prossimo plenum e delle mosse del Colle, resta da capire se prevarrà la linea del confronto o quella della rottura.

Il rischio, sempre più concreto, è che la paralisi del CSM finisca per diventare la cartina al tornasole della fragilità dei rapporti tra poteri dello Stato, in un momento in cui l’Italia ha bisogno di stabilità e responsabilità, più che di veleni e fratture.


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Dalla rete ai cavi sottomarini: la nuova via tecnologica tra Italia e Algeria

Roma, 24 luglio 2025 – Si consolida il partenariato strategico tra Italia e Algeria. Il quinto vertice intergovernativo, svoltosi ieri nella cornice istituzionale di Villa Pamphilj a Roma, ha segnato un nuovo passo avanti nella cooperazione bilaterale, culminando con la firma di dodici intese istituzionali e oltre trenta accordi commerciali.

Al centro del vertice, presieduto dalla premier Giorgia Meloni e dal presidente algerino Abdelmadjid Tebboune, una visione condivisa che spazia dall’approvvigionamento energetico alla cooperazione tecnologica, passando per il sostegno alle imprese, lo sviluppo agricolo e il contrasto ai flussi migratori irregolari.

Energia: l’asse Eni-Sonatrach si rafforza

Il pilastro energetico resta il cuore pulsante del rapporto tra i due Paesi. L’intesa firmata tra Eni e Sonatrach consolida il ruolo dell’Algeria come fornitore chiave per l’Italia, soprattutto in un contesto di graduale disimpegno dal gas russo. L’accordo prevede un incremento della produzione algerina fino a 5,5 miliardi di metri cubi di gas all’anno entro il 2028, sostenuto da investimenti superiori a 8 miliardi di dollari. L’obiettivo è chiaro: garantire stabilità energetica e trasformare l’Italia in un hub di distribuzione per l’Europa, come sottolineato dalla stessa Meloni.

Digitale, agro-tech e industria: nuove sinergie per la crescita

Ma l’energia non è l’unico ambito strategico. Il vertice ha aperto nuovi orizzonti di collaborazione su altri fronti industriali. Tra i memoranda firmati, spiccano:

  • L’accordo tra Invitalia e l’omologa algerina Aaapi, finalizzato alla promozione degli investimenti bilaterali;

  • L’intesa tra Sace e BF International per il sostegno alla creazione di aziende agricole modello e lo sviluppo di filiere agro-industriali in Africa;

  • Il progetto sperimentale avviato da Bonifiche Ferraresi per rendere coltivabili 36 mila ettari di deserto algerino, nel quadro del Piano Mattei.

Nel settore delle telecomunicazioni, un accordo firmato dal ministro italiano Adolfo Urso punta a rafforzare la cooperazione postale e digitale, con focus su reti di nuova generazione e infrastrutture. Anche Telecom Italia Sparkle e Algérie Telecom hanno sottoscritto un’intesa per la posa di un cavo sottomarino di trasmissione dati, a testimonianza della crescente integrazione tra i due sistemi tecnologici.

Automotive, cultura e migrazioni: altri ambiti di collaborazione

La cooperazione industriale tocca anche l’automotive: tra le intese, una lettera di intenti tra Stellantis e il governo algerino per rafforzare la presenza del gruppo nel Paese nordafricano.

Non è mancata l’attenzione ai valori culturali condivisi, con il lancio di una candidatura congiunta Italia-Algeria presso l’UNESCO per la valorizzazione dei luoghi legati alla figura di Sant’Agostino, vissuto tra le due sponde del Mediterraneo.

Infine, un tema delicato come l’immigrazione ha trovato spazio nel bilancio del vertice. Meloni ha parlato di “eccellente coordinamento” con l’Algeria nel contrasto all’immigrazione irregolare, sottolineando l’importanza di un approccio condiviso e strutturato.


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Sicurezza e welfare, la convergenza possibile: quando la spesa militare diventa investimento sociale

Il recente intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha segnato un punto di svolta nella narrazione pubblica sulla difesa. Ribadendo che una democrazia ha bisogno di sicurezza per poter vivere e prosperare, il Capo dello Stato ha implicitamente affermato un principio tanto semplice quanto potente: la spesa per la sicurezza non è una voce contrapposta al welfare, ma una sua componente strutturale.

Nel solco di questa riflessione, si apre un dibattito importante che coinvolge economia, politica industriale, relazioni internazionali e visione sociale. Può la spesa militare produrre effetti benefici per l’intera collettività? E, se sì, come combinarla con la spesa sociale senza generare conflitto o sacrifici?

Uno degli approcci più innovativi in tal senso arriva dal mondo della ricerca economica e geopolitica, dove si analizza la spesa per la difesa come fattore di attivazione di capitale pubblico, crescita occupazionale e progresso tecnologico. È quanto sottolinea anche l’economista Carlo Pelanda, che torna oggi a sviluppare una linea di studio avviata già vent’anni fa insieme a Paolo Savona, sulla definizione del “bene pubblico” come asset in grado di tenere insieme utilità sociale e produttività economica.

La chiave di volta è comprendere come la spesa militare – se ben orientata – non generi solo apparati difensivi, ma produca innovazione, posti di lavoro specializzati, nuove competenze e infrastrutture civili. I primi dati, ad esempio, provenienti dal programma congiunto anglo-statunitense-australiano sui sottomarini nucleari mostrano già effetti virtuosi: ampliamento di porti, rafforzamento delle università ingegneristiche, crescita occupazionale qualificata. Elementi che vanno oltre l’ambito bellico, toccando il tessuto economico e sociale del Paese.

Questo schema non è nuovo: già durante la Seconda Guerra Mondiale, il riarmo statunitense contribuì in modo determinante a superare gli effetti della grande depressione, laddove il New Deal non era bastato. Allo stesso modo, il complesso militare-industriale USA ha generato nel dopoguerra una spinta continua alla ricerca scientifica e all’innovazione tecnologica, con effetti ricaduti largamente sull’economia civile.

Pelanda propone allora di distinguere tra spesa militare “orizzontale” e “verticale”: la prima, orientata a stipendi, funzioni e organizzazione del personale, genera benefici diretti in termini di reddito e stabilità sociale, e può essere letta come una forma di welfare “qualificante”. La seconda, legata alla ricerca, ai contratti industriali e allo sviluppo tecnologico, alimenta la crescita del PIL e consente allo Stato di rafforzare la spesa pubblica con risorse aggiuntive, senza aumentare il debito in modo insostenibile.

In questo modo, la spesa per la difesa smette di essere una voce “in concorrenza” con quella per la sanità, la scuola o l’assistenza, e diventa invece una componente funzionale alla resilienza sociale ed economica. È quanto sta già avvenendo in alcuni Paesi baltici, dove la pressione geopolitica ha imposto un rapido rafforzamento della sicurezza interna, con impatti che hanno coinvolto anche il mercato del lavoro, la formazione e le tecnologie emergenti.

Il nodo, dunque, non è tanto se aumentare la spesa per la difesa, ma come farlo: con una visione sistemica, trasparente e orientata agli interessi collettivi. Non per alimentare la logica della guerra, ma per ridurre la vulnerabilità democratica e costruire un modello di sicurezza che sostenga la crescita e la coesione sociale.


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Retribuzioni pubbliche alla prova della trasparenza: chi teme i dati?

Con oltre tre milioni di dipendenti, la pubblica amministrazione italiana si configura come la più grande impresa del Paese. Di questi lavoratori, quasi il 60% sono donne, eppure solo il 33,8% ricopre posizioni dirigenziali. Una sproporzione evidente, che riflette un divario di genere ancora radicato nel tessuto sociale e culturale del Paese.

Antonio Naddeo, presidente dell’Aran – l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni – offre una riflessione puntuale su questo squilibrio. A suo avviso, la spiegazione va cercata in un retaggio culturale che ha influenzato per anni le scelte formative e professionali tra uomini e donne. Tuttavia, qualcosa starebbe cambiando: si registra infatti una crescente partecipazione femminile ai concorsi pubblici e, secondo Naddeo, già nei prossimi cinque o sei anni si potrebbero osservare trasformazioni significative nella composizione delle posizioni apicali.

Prendendo ad esempio la scuola e la sanità, due settori storicamente a prevalenza femminile, Naddeo evidenzia come la scelta professionale sia spesso condizionata dalla presunta maggiore compatibilità con i ritmi della vita familiare. Uno stereotipo, questo, che però si va lentamente sgretolando.

Un passaggio centrale dell’intervista al Presidente riguarda l’imminente recepimento della direttiva europea sulla trasparenza retributiva e il contrasto al gender pay gap. Naddeo ritiene che il settore pubblico sia avvantaggiato rispetto al privato, anche grazie al percorso di “amministrazione trasparente” avviato da anni. Tuttavia, sottolinea come sarà cruciale evitare l’aggravamento degli adempimenti e giocare d’anticipo, senza attendere gli ultimi momenti per l’applicazione.

Determinante sarà il parere del Garante della privacy, che dovrà stabilire il perimetro della trasparenza: se le retribuzioni dovranno essere pubblicate integralmente online, con nomi completi o solo con mansioni e iniziali, e come trattare i dati in modo che siano significativi ma rispettosi della riservatezza. Naddeo sottolinea come, ad esempio, pubblicare solo l’ammontare della retribuzione non sia sufficiente: servono anche dati sull’orario di lavoro, per permettere un confronto equo e coerente.

Infine, secondo il presidente dell’Aran, il recepimento della direttiva rappresenta un’occasione per aprire un confronto strutturato con le parti sociali. Non si dovrebbe ridurre il tutto a un semplice obbligo normativo, ma trasformarlo in un’opportunità di crescita e autoanalisi del mondo del lavoro pubblico e privato. Solo così si potrà colmare davvero il divario di genere e costruire un’amministrazione moderna e inclusiva.


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ROMA, 23 luglio –

“Riaprire i piccoli tribunali significa adottare logiche di consenso clientelari e danneggiare ancora una volta l’efficienza della giustizia. La decisione del governo di riaprire le sezioni distaccate già soppresse nel 2012, è disarmante. Mentre inquieta l’Intenzione di aprire un tribunale – Bassano del Grappa – dinanzi alla cui incomprensibile istituzione gli stessi avvocati di Vicenza avevano chiesto di soprassedere”.

Lo afferma la Giunta dell’Anm.“Dobbiamo denunciare – aggiunge la nota –  l’ennesimo spreco di risorse, che vanifica, come in un surreale gioco dell’oca, tutto lo sforzo profuso dai magistrati per offrire ai cittadini un servizio quanto più possibile efficiente e razionale e soprattutto rapido. Questa scelta rallenterà i tempi della giustizia e danneggerà la fiducia dei cittadini nelle istituzioni”.


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