Cassazione: niente TFR mensile in busta paga senza una causale specifica

Con la sentenza n. 13525 del 2025, la Corte di Cassazione ha chiarito che il datore di lavoro non può corrispondere il TFR mensilmente in busta paga al dipendente senza il rispetto delle condizioni previste dalla legge. L’anticipazione del trattamento di fine rapporto, infatti, ha natura eccezionale e può essere concessa solo in presenza di specifiche causali tipizzate o, eventualmente, di condizioni di miglior favore purché giustificate.

Il caso riguardava una società che, sulla base di un accordo individuale siglato in sede di assunzione, erogava ai propri dipendenti quote di TFR mensili. Secondo la Cassazione, questa prassi viola la funzione stessa dell’anticipazione, che per legge deve essere una deroga episodica alla regola della liquidazione al termine del rapporto di lavoro.

La Corte ha escluso che la possibilità di derogare ai presupposti di legge, prevista dall’articolo 2120 del Codice civile, consenta di introdurre un’erogazione mensilizzata del TFR in assenza di una causale specifica. Inoltre, ha respinto l’idea che un precedente giurisprudenziale del 2007 potesse legittimare tale pratica.

La posizione dei giudici appare in linea con una recente nota dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che aveva segnalato i rischi di una simile interpretazione. Tuttavia, alcune perplessità restano: il principio di autonomia contrattuale, infatti, potrebbe teoricamente consentire intese più flessibili, purché motivate dall’interesse personale del lavoratore.

Infine, la sentenza chiarisce anche l’aspetto contributivo: erogare il TFR mensile senza causale non trasforma automaticamente quelle somme in retribuzione soggetta a contribuzione, ma potrebbe configurare un indebito oggettivo, con la possibilità per il datore di richiederne la restituzione.


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Spoils system allargato negli enti locali: incarichi dirigenziali legati al mandato del sindaco

Un importante passo avanti nella riforma della pubblica amministrazione: il disegno di legge promosso dal ministro Paolo Zangrillo ha ottenuto l’intesa in Conferenza Unificata, aprendo la strada a una revisione profonda delle carriere dirigenziali negli enti locali. Tra le novità più rilevanti, l’introduzione di un sistema di incarichi dirigenziali a tempo determinato che scadranno insieme al mandato del sindaco o del presidente dell’ente territoriale. Una soluzione che supera i vincoli precedenti, i quali imponevano una durata minima triennale per gli incarichi e di fatto bloccavano le nuove amministrazioni nella ridefinizione del vertice burocratico.

La riforma introduce anche una maggiore autonomia organizzativa e regolamentare per Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni, consentendo loro di disciplinare lo sviluppo di carriera verso la dirigenza senza il passaggio obbligato da un concorso pubblico, purché vengano rispettati i principi di imparzialità, pubblicità e trasparenza già previsti per l’amministrazione centrale.

Con questo assetto, gli enti territoriali potranno costruire percorsi di carriera propri, avviando procedure concorsuali semplificate e valutazioni su base meritocratica, con controlli interni rafforzati. L’accordo raggiunto con l’Anci e gli amministratori locali è stato definito «un passo avanti» verso l’equiparazione del trattamento tra dirigenti statali e locali.

Il testo ora passa al Parlamento, dove si misurerà con le resistenze che, come prevedibile, arrivano da una parte della dirigenza ministeriale e delle amministrazioni centrali, poco inclini a cedere terreno a un modello più flessibile e territoriale di gestione delle carriere pubbliche.


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Intelligenza artificiale e copyright: scontro di modelli tra Europa e Stati Uniti

L’irruzione dell’intelligenza artificiale generativa nel panorama digitale ha cambiato le regole della creazione e della circolazione dei contenuti, sollevando interrogativi cruciali su come conciliare il diritto d’autore con l’innovazione tecnologica. La recente pubblicazione dell’EUIPO — l’Ufficio dell’Unione Europea per la Proprietà Intellettuale — analizza in profondità i contrasti normativi tra Europa e Stati Uniti, evidenziando come questi possano tradursi in conflitti giurisdizionali e incertezza per aziende, autori e utenti.

Al centro del dibattito due modelli opposti: da un lato, la dottrina giurisprudenziale del fair use statunitense, flessibile ma imprevedibile; dall’altro, l’eccezione obbligatoria per il Text and Data Mining (TDM) prevista dalla Direttiva UE 2019/790 (DSM), che consente l’estrazione di dati per finalità di ricerca e sviluppo, purché nel rispetto di condizioni ben definite.

Un caso emblematico in Europa è la recente decisione del Tribunale di Amburgo che, accogliendo il ricorso di un’agenzia fotografica contro l’utilizzo non autorizzato di immagini in un dataset IA, ha riconosciuto valido l’opt-out espresso tramite le condizioni d’uso di un sito web. Un precedente che rafforza la posizione dei titolari dei diritti, richiamando alla necessità di chiarezza contrattuale nell’era dei big data.

Sul versante americano, invece, i contenziosi si moltiplicano. Tra i più noti, quello che vede opposti Meta a un gruppo di autori per l’utilizzo di opere letterarie protette nell’addestramento del modello linguistico LLaMA, e quello tra The New York Times e OpenAI per l’uso di articoli giornalistici. In entrambi i casi, la questione ruota attorno al confine sempre più labile tra uso trasformativo e violazione del diritto d’autore.

Il rischio concreto è che il fair use diventi, di fatto, un escamotage legale per sottrarsi alla remunerazione degli autori, creando un mercato parallelo di contenuti generati da modelli addestrati su opere protette. La mancanza di trasparenza sulle fonti dei dataset aggrava la situazione, ostacolando qualsiasi tentativo di verifica e contrattazione.

A livello internazionale, anche Regno Unito e Giappone seguono approcci distinti. Londra valuta di estendere l’eccezione di TDM agli usi commerciali, mentre Tokyo adotta già una normativa più permissiva, che consente il mining per qualsiasi finalità purché non venga riprodotta l’opera originale.

Secondo l’EUIPO, per ridurre il rischio di conflitti giurisdizionali e forum shopping, sarebbe opportuno puntare su accordi volontari tra tech company e titolari dei diritti, oltre a favorire la creazione di database pubblici autorizzati e di codici di condotta per la gestione dei dataset.

Un possibile passo avanti potrebbe arrivare da organismi come WIPO e WTO, chiamati a mediare e armonizzare principi minimi condivisi a livello globale. Nell’Unione Europea, intanto, il prossimo AI Act e le linee guida proposte dall’EUIPO mirano a rafforzare trasparenza e tutela del diritto d’autore nell’addestramento dell’intelligenza artificiale.

Il confronto tra i due modelli resta aperto, riflesso di culture giuridiche e priorità economiche differenti. Se il fair use ha garantito per anni una via di fuga all’innovazione americana, il sistema europeo cerca di conciliare tutela degli autori e sviluppo tecnologico attraverso norme più definite. Il futuro, però, richiederà convergenza. E una governance internazionale che sappia bilanciare libertà creativa e diritti economici.


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L’illusione dell’intelligenza artificiale: dietro le quinte dell’AI-Washing

Negli ultimi anni, l’intelligenza artificiale è passata dall’essere una promessa futuristica a diventare la parola d’ordine di ogni azienda che voglia apparire innovativa. Una febbre collettiva alimentata da investimenti miliardari, narrazioni visionarie e una competizione serrata tra big tech e startup. Ma proprio dove si annidano le grandi aspettative, proliferano anche gli inganni.

È il caso di Builder.ai, la startup londinese che prometteva di creare app su misura grazie a un assistente AI chiamato Natasha. In realtà, dietro quella facciata digitale operavano oltre 700 sviluppatori in India, incaricati di eseguire manualmente il lavoro che veniva venduto come automatizzato. Una versione moderna del Mechanical Turk, l’automa del XVIII secolo che sembrava giocare a scacchi ma nascondeva un uomo al suo interno.

Il crollo della società, travolta da debiti milionari e da un’inchiesta che ha svelato finte proiezioni di bilancio e fatturazioni sospette, è solo il segnale più eclatante di un fenomeno ben più ampio: l’AI-washing. Un termine che richiama pratiche note come greenwashing o sportswashing, e che descrive l’abitudine di aziende e fondi di investimento di attribuirsi competenze AI inesistenti o sovrastimate per attrarre capitali e notorietà.

A confermare quanto il fenomeno sia radicato, è arrivata a fine maggio la prima multa ufficiale della SEC americana a carico di due società d’investimento, Delphia e Global Predictions, per aver venduto servizi basati su tecnologie AI che in realtà non avevano.

Anche i giganti del tech non sono immuni. Meta, nel tentativo di colmare il divario con OpenAI e Google, ha avviato trattative per acquisire quasi metà di Scale AI, società specializzata nell’etichettatura dei dati per addestrare modelli di intelligenza artificiale. Dietro i proclami futuristici, però, il cuore pulsante dell’operazione resta la manodopera umana: decine di migliaia di freelance sottopagati incaricati di classificare immagini, testi e dati per rendere “intelligenti” i sistemi.

Secondo diversi osservatori internazionali, parte del boom AI si regge su aspettative gonfiate e metriche di performance poco trasparenti. TechCrunch ha rivelato che Meta avrebbe utilizzato versioni ottimizzate e non accessibili al pubblico dei propri modelli AI per scalare classifiche e confronti ufficiali, alimentando così la percezione di un avanzamento più rapido del reale.

L’urgenza di cavalcare il trend si riflette anche nei numeri: uno studio internazionale segnala che, in appena un anno, le aziende che dichiarano di non usare AI sono passate dal 34% al 15%. Ma dietro questa corsa si celano spesso integrazioni superficiali e implementazioni poco efficaci, quando non addirittura fittizie.

Il rischio, ormai evidente, è che l’AI diventi una buzzword buona per ogni occasione, come accaduto a blockchain o NFT, e che l’eccesso di narrazioni fantasiose soffochi la credibilità del settore. È già accaduto con Klarna, che aveva automatizzato il customer service salvo poi tornare a reintegrare personale umano a causa dei disservizi generati dai chatbot AI.


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Identità digitale intelligente: il nuovo capitale nell’economia delle relazioni

Per secoli il valore si è misurato attraverso monete, merci e documenti. Oggi è diventato un’informazione, e presto sarà qualcosa di ancora più sottile e strategico: un’identità digitale intelligente, capace di raccontare chi siamo, come ci comportiamo e quale fiducia ispiriamo all’interno delle reti che abitiamo.

Il digitale ha trasformato l’identità personale in un asset economico a tutti gli effetti. Non più solo credenziali di accesso o codici fiscali digitalizzati, ma profili dinamici che integrano dati, abitudini, preferenze e reputazione. Una rivoluzione già in atto, favorita anche da strumenti come i wallet digitali e le tecnologie Zero Knowledge Proof (ZKP), che permettono di condividere solo le informazioni strettamente necessarie, tutelando la privacy e semplificando i processi di verifica.

Oltre le password: nasce l’identità consapevole

Il passo successivo è l’intelligenza applicata all’identità. Sistemi capaci di apprendere dai nostri comportamenti, suggerire scelte, segnalare anomalie e adattarsi al contesto. Si parla di self-aware identity: identità digitali consapevoli, che funzionano come organismi cognitivi, in grado di combinare dati interni — come le abitudini di spesa o i pattern di accesso — con informazioni esterne, come la reputazione o il livello di rischio ambientale.

Un’app di investimento potrebbe, per esempio, suggerire strategie personalizzate in base ai comportamenti di spesa, mentre un wallet potrebbe bloccare un trasferimento sospetto o alzare i livelli di autenticazione se rileva un accesso anomalo dall’estero. Non è più semplice sicurezza digitale: è un nuovo modo di intendere la relazione tra persona, tecnologia e valore.

Dalla fiducia alla reputazione come capitale

In questo scenario, la reputazione diventa il vero capitale. Già oggi, nelle banche digitali o nei marketplace online, le decisioni si basano su parametri reputazionali oltre che economici. La fiducia, quindi, smette di essere un fattore informale e assume un valore misurabile e negoziabile.

Ecosistemi integrati, come quello ipotizzato da alcune fintech che uniscono servizi bancari, telecomunicazioni e piattaforme social, costruiscono una rete di riconoscimento e affidabilità. Un accesso anomalo, una SIM diversa o un comportamento incoerente possono essere rilevati e gestiti automaticamente. Allo stesso modo, i pagamenti tra privati potrebbero diventare più sicuri, verificando non solo l’identità ma anche la reputazione reciproca.

Responsabilità e inclusione nella gestione delle identità

Ma un’identità così potente comporta anche nuove responsabilità. Serve una cultura digitale che sappia coniugare tecnologia e rispetto delle diversità identitarie, evitando il rischio di creare modelli troppo rigidi o discriminatori. In Europa, dove permane una forte attenzione alla privacy, sarà essenziale educare e abituare le persone a gestire consapevolmente le proprie identità digitali, a delegarle quando necessario e a proteggere i più fragili dalle insidie della vulnerabilità digitale.

Il valore, nel futuro prossimo, non sarà più solo un saldo o un investimento. Sarà una rete di relazioni fiduciarie, una reputazione costruita e certificata nel tempo, una capacità di essere riconosciuti e agire in contesti digitali affidabili e sostenibili.

Il nuovo linguaggio del valore è l’identità

Più che un documento o un login, l’identità digitale intelligente sarà il principale fattore abilitante dei servizi finanziari, sanitari e sociali dei prossimi anni. Non solo identità sicura, ma identità attiva, capace di interagire, apprendere e agire in autonomia, costruendo valore attraverso la fiducia.

Il denaro resterà importante, ma sarà solo una parte di un’economia sempre più basata sulla reputazione, sulle connessioni e sulla qualità delle relazioni. L’identità intelligente è il codice sorgente di questo nuovo linguaggio del valore.


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Finanza nel mirino digitale: la nuova corsa alla sicurezza informatica

Negli ultimi anni il settore finanziario è diventato uno dei bersagli preferiti della criminalità informatica. A rendere vulnerabili banche, assicurazioni e istituzioni di pagamento non sono più solo le vecchie tecniche di phishing o malware, ma un ecosistema digitale sempre più complesso, fatto di servizi mobili, transazioni online e infrastrutture cloud che hanno ampliato esponenzialmente le superfici d’attacco.

Un recente rapporto del World Economic Forum ha evidenziato come l’intelligenza artificiale stia già trasformando il panorama della cybersecurity: se il 66% delle aziende ritiene che avrà un impatto decisivo nel prossimo anno, solo poco più di un terzo ha predisposto strumenti adeguati per valutarne i rischi prima di adottarla. Una disattenzione che, in un settore come quello finanziario, potrebbe costare molto cara.

Normative e realtà: un passo indietro rispetto ai cybercriminali

A complicare il quadro ci pensa il rallentamento delle normative. Nuove disposizioni come il regolamento DORA, pensate per rafforzare la resilienza digitale delle istituzioni finanziarie europee, rischiano di arrivare già superate rispetto a minacce in costante evoluzione. Gli attaccanti oggi sono in grado di compromettere dati e sistemi in tempi più rapidi di quelli richiesti alle aziende per individuarli e reagire, con un costo medio per violazione stimato attorno ai 4,5 milioni di dollari.

Di fronte a questo scenario, le istituzioni non possono più limitarsi a inseguire la conformità normativa: serve una strategia di sicurezza proattiva, basata su tecnologie avanzate di rilevamento e risposta e su una governance capace di anticipare i rischi, non solo contenerli.

La minaccia della frammentazione e il ruolo della platformization

Un altro punto critico è la frammentazione delle soluzioni di sicurezza. Secondo una recente ricerca IBM, le aziende gestiscono in media oltre 80 strumenti di cybersecurity provenienti da quasi 30 fornitori diversi. Una complessità che rende difficile coordinare le difese, apre falle e ostacola la capacità di rispondere rapidamente alle minacce.

Per questo, sta emergendo con forza il concetto di platformization: un approccio che punta a consolidare e integrare le funzioni di sicurezza in piattaforme centralizzate e interoperabili, capaci di adattarsi alle normative e automatizzare i processi di difesa. L’integrazione dell’intelligenza artificiale in queste piattaforme consente inoltre di migliorare le capacità di rilevamento delle minacce, alleggerendo la pressione sulle strutture IT e consentendo al personale di concentrarsi su attività strategiche.

Un’urgenza reale per la resilienza digitale

In un ambiente dove i rischi informatici incidono direttamente sulla reputazione, sulla fiducia dei clienti e sulla stabilità dei mercati, il settore finanziario europeo non può più rimandare. La scelta non è se investire o meno in cybersecurity, ma come farlo in modo efficace e sostenibile.

Con sistemi digitali sempre più interconnessi e minacce più intelligenti, la cybersicurezza diventa oggi una priorità industriale, economica e geopolitica. E la finanza, da settore più colpito, potrebbe diventare il laboratorio di una nuova cultura della sicurezza digitale per tutto il continente.


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Europa, colonia digitale d’America: l’illusione della sovranità tecnologica

Il caso recente del blocco imposto dalla Microsoft ai servizi digitali della Corte Penale Internazionale ha reso evidente ciò che da anni aleggia nell’ombra: l’Europa non controlla le infrastrutture digitali su cui si fonda la propria operatività istituzionale e industriale. L’ordine esecutivo firmato dall’allora presidente Trump, con cui sono state imposte sanzioni al procuratore capo della Corte e ai suoi collaboratori, ha dimostrato quanto i colossi tecnologici americani possano trasformarsi all’occorrenza in strumenti al servizio degli interessi geopolitici di Washington.

Non è un episodio isolato. Dalla posta elettronica ai sistemi di pagamento internazionali, passando per il cloud computing e i software per la produttività, il controllo effettivo è saldamente in mano a Washington. Microsoft, Visa, Mastercard, SWIFT: tutte infrastrutture strategiche essenziali per il funzionamento di qualsiasi economia moderna, che rispondono — in ultima istanza — alla Casa Bianca.

La vicenda ricorda da vicino quanto accaduto nel 2010 con Wikileaks, quando la diffusione di documenti scomodi per il governo americano portò al blocco immediato di ogni canale di finanziamento per l’organizzazione. Nulla di nuovo, dunque: la capacità di esercitare pressione attraverso il controllo delle reti digitali è una leva che gli Stati Uniti non esitano a utilizzare, anche contro istituzioni internazionali indipendenti.

Di fronte a questa realtà, la risposta europea appare timida e frammentata. Bruxelles si limita a regolamenti come il DORA, pensato per aumentare la resilienza digitale nel settore finanziario, senza affrontare il nodo vero: la dipendenza strutturale da fornitori americani. Migrare i dati da Amazon a Google o da Microsoft a Oracle non fa che spostare il problema di qualche centimetro.

Intanto altre potenze si muovono: Russia, Cina, India e i Paesi BRICS hanno costruito infrastrutture di pagamento e sistemi digitali indipendenti per ridurre l’esposizione al potere americano. L’Europa resta invece intrappolata nella sua storica deferenza atlantista, incapace di tracciare una linea di demarcazione netta e di investire davvero su soluzioni strategiche europee.

Eppure, le alternative non mancano. Provider come OVH e Hetzner nel cloud, soluzioni open source per la produttività, sistemi di comunicazione sicuri e rispettosi della privacy europea: le basi ci sono. Serve solo la volontà politica di scegliere, di smettere di fingere di essere parte di un impero che non esita a sacrificare i propri alleati quando gli fa comodo.

Se davvero Bruxelles e le capitali europee vogliono tornare a parlare di sovranità e indipendenza strategica, è dal digitale che devono cominciare. Non domani. Oggi.


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UE, 145.5 milioni di € per la cibersicurezza europea, anche per ospedali e prestatori di assistenza sanitaria

La Commissione europea mette a disposizione 145,5 milioni di € per consentire alle PMI e alle pubbliche amministrazioni di implementare soluzioni di cibersicurezza e adottare i risultati della ricerca sulla cibersicurezza. A tal fine, la Commissione ha pubblicato due inviti a presentare proposte.

Il primo invito fa parte del programma Europa digitale e ha una dotazione di 55 milioni di €. Di questo importo, 30 milioni di € miglioreranno la cibersicurezza degli ospedali e dei prestatori di assistenza sanitaria, aiutandoli a rilevare, monitorare e rispondere alle minacce informatiche, in particolare i ransomware. Ciò rafforzerà la resilienza del sistema sanitario europeo, in particolare nell’attuale contesto geopolitico, allineandolo al piano d’azione dell’UE sulla cibersicurezza negli ospedali e nell’assistenza sanitaria.

Il secondo invito, nell’ambito del programma Orizzonte Europa, dispone di un bilancio di circa 90,5 milioni di €. Sosterrà l’uso e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale generativa per le applicazioni di cibersicurezza, nuovi strumenti e processi avanzati per la cibersicurezza operativa, tecnologie che migliorano la privacy e la crittografia post-quantistica.

Il termine per la presentazione delle candidature al primo invito è il 7 ottobre, mentre per il secondo è il 12 novembre. I criteri di ammissibilità e tutti i documenti relativi agli inviti sono disponibili sul portale Finanziamenti e appalti.


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Abusi edilizi, la Cassazione: “Nessun condono oltre i termini previsti”

Chi spera di sanare vecchie costruzioni abusive facendo leva su pareri tardivi o sull’età dell’immobile dovrà ricredersi. La Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 20665 del 2025, ha confermato con fermezza un principio già affermato più volte dalla giurisprudenza: il condono edilizio non è ammissibile oltre i termini stabiliti dalla legge.

Il caso in esame riguardava un ricorrente che, nel tentativo di evitare la demolizione di un’opera abusiva, aveva prodotto un parere tecnico-legale redatto anni dopo la scadenza per richiedere il condono. Una manovra giudicata irrilevante dai giudici di legittimità, perché priva di qualsiasi fondamento normativo. La legge, infatti, non prevede alcuna possibilità di riesame tardivo o condono retroattivo basato su documentazioni successive.

Nella sua decisione, la Suprema Corte ha precisato che il termine per presentare l’istanza di sanatoria edilizia rappresenta un limite invalicabile: una volta scaduto, non è più consentito né sanare l’abuso, né sospendere l’esecutività dell’ordine di demolizione. Nemmeno eventuali interventi successivi sull’immobile, come modifiche o riduzioni volumetriche, possono riportare l’opera entro i parametri richiesti per la regolarizzazione.

Inoltre, i giudici hanno escluso che la mera anzianità dell’abuso edilizio — anche se risalente a oltre trent’anni prima — possa di per sé giustificare la sospensione della demolizione. L’unico presupposto valido resta l’esistenza di una regolare istanza di condono presentata nei termini previsti dalle normative all’epoca vigenti.

La Cassazione ha così ribadito un principio chiaro: la regolarizzazione edilizia è possibile solo se richiesta tempestivamente e secondo le modalità fissate dal legislatore. Qualsiasi tentativo successivo di ottenere una sanatoria al di fuori di queste regole è destinato a fallire, confermando la linea di rigore della giurisprudenza in materia di abusivismo edilizio.


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Carceri sovraffollate, il Garante: “Un indulto per pene fino a due anni risolverebbe l’emergenza”

Il problema del sovraffollamento carcerario in Italia resta una ferita aperta per il sistema penitenziario. Al 31 maggio scorso, i detenuti presenti negli istituti penitenziari italiani erano 62.761, a fronte di una capienza regolamentare effettiva di 46.745 posti, considerando anche oltre 4.500 letti temporaneamente indisponibili per ristrutturazioni. L’indice medio di affollamento è salito così al 134,29%, con punte che in alcune strutture superano il 150%.

A evidenziare la criticità è il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Lazio, Stefano Anastasia, che rilancia una proposta concreta e immediata: un indulto limitato alle condanne e ai residui di pena inferiori a due anni. Si tratta di 16.568 persone, esattamente il numero di detenuti che eccede la capienza carceraria del Paese.

“Con un provvedimento di questo tipo — spiega Anastasia — sarebbe possibile azzerare il sovraffollamento e riportare il sistema penitenziario entro i limiti di legalità costituzionale”. Oltre alla questione numerica, il Garante richiama l’attenzione sulle condizioni materiali di vita all’interno delle strutture: ambienti angusti, personale ridotto soprattutto nelle ore notturne, difficoltà nel garantire assistenza sanitaria, attività formative e opportunità di reinserimento.

Anastasia sottolinea anche come l’amnistia e l’indulto restino, ad oggi, gli unici strumenti straordinari previsti dalla Costituzione per intervenire in situazioni di emergenza e che per essere approvati richiedono il consenso bipartisan. Richiama così il precedente del 2006, quando maggioranza e opposizione si unirono per approvare un indulto di tre anni, che non solo alleggerì il sistema carcerario, ma contribuì anche a dimezzare i tassi di recidiva tra i beneficiari.

“L’Italia — conclude Anastasia — ha bisogno di tempo e di margini per costruire una riforma penitenziaria strutturale. Liberare spazio e risorse con un indulto limitato e mirato consentirebbe di ripristinare condizioni minime di dignità e legalità negli istituti di pena e di ridare senso al principio costituzionale della funzione rieducativa della pena”.


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