È la Cina che rallenta l’Italia: quando l’export cade, il Pil frena

Una frenata contenuta, ma simbolica. Il secondo trimestre 2025 si chiude per l’economia italiana con una contrazione congiunturale dello 0,1% del Pil, un dato che interrompe la striscia positiva avviata alla fine del 2024. Secondo l’Istat, si tratta di un calo minimo – lo 0,07% per la precisione – e che non modifica la crescita acquisita per l’anno, ancora ferma a +0,5%. Ma il rallentamento ha attirato l’attenzione degli analisti per una ragione ben precisa: a trainare la flessione non è stata la domanda interna, che continua a mostrare dinamismo, bensì la componente estera.

Il confronto con la Francia: due economie, due fragilità

A rendere il quadro ancora più interessante è il paragone con la Francia. Oltre le Alpi, nel secondo trimestre l’economia è cresciuta dello 0,3%, ma grazie a un elemento effimero: le scorte di magazzino, che hanno rappresentato il principale motore della crescita per due trimestri consecutivi. In termini di domanda interna effettiva, infatti, Parigi ha segnato il passo, con un dato piatto tra aprile e giugno e una componente estera negativa.

In Italia, al contrario, la domanda interna ha continuato a espandersi, mantenendo la sua spinta anche nel secondo trimestre 2025, nonostante il rallentamento complessivo del Pil. Il vero punto critico, secondo le stime provvisorie, riguarda il contributo negativo della domanda estera netta, cioè la differenza tra esportazioni e importazioni.

La bilancia commerciale si riduce: cosa sta accadendo?

I numeri della bilancia commerciale italiana offrono un indizio importante. Nei primi cinque mesi dell’anno, l’avanzo commerciale si è ridotto da +24 miliardi di euro (gennaio-maggio 2024) a +17,5 miliardi nel 2025, segnando un calo significativo di 6,5 miliardi di euro. Eppure, non si tratta di un effetto delle tensioni tariffarie con gli Stati Uniti: anzi, l’export verso gli USA è aumentato, con un surplus salito a +17,4 miliardi, contro i +16,4 miliardi dello stesso periodo dell’anno precedente.

L’attenzione si sposta quindi su un altro attore globale: la Cina. I segnali provenienti da Pechino parlano da mesi di una crescita rallentata, di una domanda interna debole e di un minor ricorso all’import di beni intermedi e di consumo dall’Europa. L’Italia, che aveva trovato nella Cina un mercato in espansione per molte categorie merceologiche (dalla meccanica ai beni di lusso), ora paga l’inversione di tendenza del gigante asiatico.

Dietro la flessione del Pil, la frenata cinese

Sebbene i dati attuali riguardino valori nominali e non ancora i volumi reali (che saranno disponibili con la seconda stima Istat), gli indizi sembrano convergere su un fattore esogeno ben preciso: la contrazione della domanda cinese nei confronti del Made in Italy. Un impatto che, se confermato nei prossimi mesi, potrebbe diventare strutturale, specie se Pechino dovesse mantenere un orientamento di contenimento delle importazioni.

L’economia italiana, storicamente ancorata all’export e all’integrazione produttiva con i mercati internazionali, appare dunque vulnerabile ai contraccolpi della congiuntura globale, soprattutto quando l’area asiatica rallenta. La tenuta della domanda interna, per quanto solida, potrebbe non bastare a garantire una crescita stabile se l’export continuerà a perdere terreno.


Uno scenario da monitorare

In attesa della prossima revisione dei dati da parte dell’Istat, il rallentamento del Pil italiano nel secondo trimestre 2025 rappresenta un primo segnale d’allarme, più qualitativo che quantitativo. La dinamica estera va osservata con attenzione, perché la debolezza del commercio internazionale, aggravata dalle incertezze geopolitiche e dalle tensioni su dazi e catene logistiche, potrebbe minare gli equilibri raggiunti negli ultimi trimestri.

In questo contesto, l’Italia si trova costretta a un esercizio difficile: rafforzare la domanda interna senza perdere competitività sui mercati esteri. Un compito reso ancora più arduo dall’instabilità globale e dalla necessità di mantenere la rotta tracciata dal Pnrr.


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Caso Almasri, Nordio contro ANM: “Interferenze inaccettabili, Parodi travalica i confini istituzionali”

Lo strappo tra il ministero della Giustizia e l’Associazione nazionale magistrati si allarga. Dopo il malumore manifestato dalla premier Meloni in relazione alla gestione del caso Almasri e alla selettività dell’azione giudiziaria nei confronti di alcuni membri del governo, è ora il guardasigilli Carlo Nordio a intervenire direttamente nel confronto, questa volta con toni particolarmente critici nei confronti del presidente dell’ANM, Parodi.

Nel mirino del ministro non è soltanto il merito delle dichiarazioni rilasciate da Parodi, ma anche – e soprattutto – il riferimento alla capo di gabinetto del ministero, Giusi Bartolozzi, il cui nome, secondo Nordio, non figura negli atti formali dell’indagine e non dovrebbe, pertanto, essere oggetto di valutazioni pubbliche da parte di un rappresentante dell’associazionismo giudiziario.

Il nodo della riservatezza e delle prerogative istituzionali

Il riferimento alla capo di gabinetto – già emerso nei retroscena pubblicati da La Stampa, in merito a una presunta gestione non filtrata del caso Almasri – viene considerato dal ministro una violazione dei confini istituzionali, ma anche un potenziale elemento di preoccupazione. Secondo quanto affermato, se il presidente ANM è effettivamente a conoscenza di elementi che non risultano ufficialmente acquisiti, potrebbe configurarsi un accesso improprio a informazioni riservate.

La replica di Nordio segna un evidente irrigidimento dei rapporti tra governo e magistratura associata, e si inserisce in un clima già teso per via della riforma sulla separazione delle carriere, attualmente in fase avanzata di approvazione parlamentare, e della gestione del contenzioso nato dall’arresto del criminale libico, poi riconsegnato a Tripoli.

Un equilibrio sempre più fragile tra poteri

La reazione del ministro, sebbene tecnica nei contenuti, ha un impatto fortemente politico. Si inquadra, infatti, nel contesto di una sovrapposizione crescente tra giustizia e politica, in cui ogni presa di posizione pubblica può alimentare la sensazione di uno scontro tra poteri, con ricadute sul piano istituzionale.

Da Palazzo Chigi, intanto, si mantiene un profilo più prudente rispetto alle parole del ministro, ma non è un mistero che il caso abbia incrinato alcuni equilibri interni. Il coinvolgimento di figure chiave come Nordio, Piantedosi e Mantovano, in assenza di contestualizzazione piena del ruolo di Meloni, ha suscitato malumori e sospetti di natura politica, ora aggravati dal rischio di un allargamento dell’indagine.


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Meloni irritata per l’indagine sul caso Almasri: “Non si governa a mia insaputa”

La premier Giorgia Meloni non ha nascosto la sua irritazione. Lo ha fatto sapere a La Stampa, dopo la notifica di archiviazione ricevuta per il caso Almasri, l’indagine legata alla gestione del criminale libico arrestato in Italia e poi riconsegnato alle autorità di Tripoli. Una vicenda che, pur non avendo conseguenze dirette per lei, coinvolge tre figure centrali del governo – i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano – generando una tensione politica palpabile a Palazzo Chigi.

Secondo la ricostruzione riportata da La Stampa, la premier avrebbe appreso formalmente la notizia già prima di volare ad Ancona per un impegno istituzionale. L’avvocata Giulia Bongiorno, che rappresenta Meloni ed è anche senatrice, le avrebbe notificato il documento appena depositato in cancelleria. Il clima all’interno del governo, da quel momento, è diventato più teso.

Il nodo politico: un messaggio che divide

La questione giudiziaria è solo un lato della medaglia. L’altro, ben più sensibile per Meloni, riguarda l’implicito messaggio politico che emergerebbe dalla decisione del Tribunale dei ministri: l’idea che alcuni membri dell’esecutivo possano aver agito in autonomia, senza il coordinamento della presidente del Consiglio. Un’ipotesi che, secondo ambienti vicini alla premier, suonerebbe come un tentativo di delegittimazione istituzionale.

A Palazzo Chigi, infatti, viene ribadito che ogni decisione governativa, soprattutto in materia di sicurezza, è sempre stata il frutto di una linea condivisa. La distinzione operata dai giudici – archiviazione per la premier, possibile autorizzazione a procedere per altri tre esponenti dell’esecutivo – è percepita come una forzatura, e forse anche come un tentativo di minare la compattezza dell’azione di governo.

Strategie in evoluzione e un iter ancora incerto

Fino a pochi giorni fa, tra i vertici istituzionali si dava per scontato che l’unico destinatario di un eventuale procedimento parlamentare sarebbe stato il ministro della Giustizia. L’estensione del coinvolgimento anche a Piantedosi e Mantovano ha rimesso tutto in discussione. Il governo si trova ora a gestire uno scenario più complesso, anche dal punto di vista comunicativo, con il rischio che la vicenda si protragga ben oltre le previsioni.

L’iter prevede che, dopo la richiesta di autorizzazione a procedere, la Giunta parlamentare competente abbia trenta giorni di tempo per esprimere un parere. La relazione approderà poi in Aula, dove si voterà a scrutinio segreto e con maggioranza assoluta. Un percorso che, di fatto, rende impossibile una chiusura immediata della partita.

Nel frattempo, la premier ha annunciato l’intenzione di presenziare personalmente in Aula al momento del voto, un gesto che mira a rafforzare la coesione politica e a riportare l’attenzione sulla guida unitaria del governo. Ma restano le incertezze legate al possibile ampliamento del fascicolo giudiziario.

Il rischio dell’allargamento dell’indagine

Nelle file della maggioranza si guarda con preoccupazione al passaggio successivo: gli atti del Tribunale dei ministri passeranno ora alla Procura di Roma, guidata da Francesco Lo Voi, già oggetto di critiche da parte di alcuni esponenti del centrodestra. Il timore è che, sulla base della documentazione trasmessa, possano emergere nuovi elementi che allarghino il perimetro dell’indagine.

Tra i nomi sotto osservazione ci sarebbe anche quello della capo di Gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi. Alcuni sospettano che abbia agito in modo autonomo nella gestione dell’arresto e del trasferimento del cittadino libico, bypassando il ministro Nordio. L’episodio, se confermato, potrebbe aprire un fronte interno al dicastero di via Arenula, con possibili richieste di dimissioni.

Una vicenda giudiziaria dal peso politico crescente

Nonostante la probabilità che il Parlamento blocchi ogni autorizzazione a procedere, la questione resta aperta sul piano politico e istituzionale. La decisione di archiviare solo per Meloni, escludendola dal potenziale processo, non sembra aver alleggerito le tensioni, ma al contrario le ha amplificate. Se da un lato rafforza la posizione della premier, dall’altro offre appigli alle opposizioni e alimenta il sospetto – diffuso nella maggioranza – di una possibile strumentalizzazione giudiziaria.


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Nordio tra riforme e tensioni istituzionali: giustizia, avvocatura e Pnrr al centro dell’agenda

La giustizia come banco di prova della legislatura e della tenuta istituzionale. In una lunga intervista rilasciata al quotidiano Il Dubbio, il ministro della Giustizia Carlo Nordio traccia un bilancio del suo mandato e rilancia i prossimi obiettivi: dalla riforma costituzionale sulla separazione delle carriere alla revisione dell’ordinamento forense, passando per il potenziamento della macchina giudiziaria in vista delle scadenze imposte dal Pnrr. Il tutto in un clima ancora attraversato da profonde tensioni con l’Associazione nazionale magistrati, su cui il ministro lancia un avvertimento netto.

Più risorse e strumenti per una giustizia “da obiettivo”

Sul fronte operativo, Nordio rivendica il rafforzamento dell’amministrazione giudiziaria, con investimenti significativi a partire dal 2022. Tra i principali interventi, spiccano l’aumento dei fondi per le assunzioni in magistratura e per il personale amministrativo, la riqualificazione edilizia degli uffici giudiziari e il rafforzamento del Fondo unico di Giustizia. Anche la magistratura onoraria, spesso rimasta ai margini, è destinataria di nuove risorse tramite l’istituzione di un fondo specifico.

Il pacchetto più strategico resta quello legato al Piano nazionale di ripresa e resilienza. Oltre alla digitalizzazione integrale del processo penale di primo grado e all’efficientamento degli immobili, l’agenda Pnrr prevede la drastica riduzione delle pendenze civili e dei tempi medi dei processi, sia civili sia penali, entro giugno 2026. Per centrare questi traguardi, il governo ha approvato nuove misure normative e organizzative in Consiglio dei ministri, tra cui l’assegnazione temporanea di magistrati ai tribunali più in difficoltà, anche con modalità “da remoto”, e la proroga dell’impiego dei giudici onorari di pace in supplenza.

La dialettica con l’Anm e il peso delle correnti

Nel colloquio con Il Dubbio, Nordio torna anche sul rapporto complicato con l’Anm. La frattura, spiega, nasce da una trasformazione delle correnti interne alla magistratura, da luoghi di espressione culturale a centri di potere organizzato. A questo si aggiunge, da tempo, una divergenza di fondo sull’impianto del processo accusatorio, in particolare sulla mancata separazione delle carriere, considerata dal ministro un nodo strutturale.

La riforma costituzionale in materia, ormai in fase avanzata, è destinata a segnare una cesura definitiva. Ma il timore del ministro è che il confronto referendario possa degenerare in uno scontro frontale tra politica e magistratura, con esiti istituzionalmente rischiosi.

Tribunali e Pnrr: interventi a tutto campo

Le misure varate per sostenere la giustizia nel percorso Pnrr toccano numerosi aspetti del sistema. Oltre all’applicazione straordinaria a distanza di centinaia di magistrati – anche fuori ruolo – presso gli uffici più congestionati, è prevista la redazione di piani d’intervento straordinari da parte dei capi degli uffici giudiziari. Anche il tirocinio dei nuovi magistrati verrà rimodulato per potenziare la loro operatività nelle Corti d’appello.

Tra le proroghe inserite nel recente decreto-legge figurano il rinvio al 31 ottobre 2026 dell’entrata in vigore delle nuove competenze dei giudici di pace, dell’attivazione del Tribunale della famiglia e dell’utilizzo dei giudici ausiliari. In parallelo, la magistratura ordinaria vedrà un ampliamento della dotazione organica di 58 unità, destinate a rafforzare in particolare gli Uffici di sorveglianza.

Avvocatura al centro: riforma dell’ordinamento in arrivo

Un altro pilastro dell’agenda Nordio riguarda il riconoscimento del ruolo dell’avvocatura. Dopo aver firmato a maggio la Convenzione europea per la protezione degli avvocati, il guardasigilli ha portato in Consiglio dei ministri la delega per la riforma dell’ordinamento forense. L’obiettivo è superare le ambiguità interpretative della legge 247/2012, che hanno alimentato tensioni interne alla categoria, garantendo una maggiore coerenza normativa e una più netta definizione dei principi fondativi della professione.

Un percorso che, nelle intenzioni del ministro, si concluderà in tempi brevi e riaffermerà il ruolo centrale dell’avvocato come garante del diritto di difesa e attore fondamentale della giurisdizione. A margine, Nordio ha anche ribadito che, una volta raggiunti gli obiettivi tecnici imposti dal Pnrr, si potrà riaprire il dibattito sulla trattazione scritta delle udienze, che oggi limita la presenza fisica dei difensori in aula.


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Ponte sullo Stretto, via libera alla spesa: parte il conto alla rovescia tra penali, incertezze e polemiche

Il progetto più simbolico – e più discusso – del ministro Matteo Salvini arriva a una svolta. Dopo anni di annunci, polemiche e riformulazioni normative, domani il Cipess (Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile) darà il via libera alla spesa pubblica per il Ponte sullo Stretto di Messina: 13,5 miliardi di euro, coperti integralmente dal bilancio statale.

Nonostante l’assenza di un progetto esecutivo definitivo e le numerose criticità aperte, si procederà con la firma del contratto tra la società pubblica Stretto di Messina e il consorzio Eurolink, controllato in larga parte da Webuild. Si tratterà del primo vero passaggio operativo dopo la riattivazione del cantiere normativo nel 2023 con il cosiddetto “decreto Salvini”.

Contratto blindato: penali e vincoli per lo Stato

Con la delibera Cipess, il contratto potrà essere sottoscritto e con esso anche le clausole penali in caso di mancata realizzazione dell’opera. È su questo punto che si concentra il fuoco delle opposizioni. Il deputato di Alleanza Verdi-Sinistra, Angelo Bonelli, denuncia un rischio concreto per le casse pubbliche: “Lo Stato potrebbe essere costretto a pagare fino a 1,5 miliardi di euro se il ponte non verrà costruito”, ha dichiarato, ricordando un precedente contenzioso del 2011 in cui i privati chiedevano un risarcimento pari al 10% del valore dell’opera.

La società Stretto di Messina ridimensiona l’allarme: le penali saranno al massimo del 5% sui lavori non eseguiti, e solo entro quattro quinti del valore residuo del contratto. “Una soglia dimezzata rispetto a quella prevista dal codice degli appalti”, fanno sapere i vertici della società pubblica, che si impegnano a rendere pubblici tutti i contratti.

Tuttavia, una cosa è certa: una volta firmato l’accordo, lo Stato avrà obblighi giuridici concreti verso i soggetti privati, con l’impossibilità di fare marcia indietro senza pesanti conseguenze economiche.

Un progetto senza tutti i permessi (e con tante incognite)

A oggi, il progetto esecutivo non è ancora completo. Il ministero dell’Ambiente ha dato l’ok con prescrizioni e la Commissione europea non si è ancora espressa sulla compatibilità ambientale, soprattutto per quanto riguarda le aree naturali non ripristinabili. Il governo italiano ritiene che Bruxelles non abbia voce in capitolo, ma gli ambientalisti e alcune forze parlamentari stanno lavorando per ottenere una presa di posizione ufficiale dall’esecutivo UE.

Intanto restano congelati i pareri dell’INGV, ISPRA e ANAC, che secondo Bonelli sono stati “esautorati” dalla procedura di valutazione. Proprio l’ANAC (Autorità Anticorruzione) ha recentemente sollevato dubbi sull’equilibrio del meccanismo contrattuale, giudicandolo “sbilanciato a favore dei privati”.

Anche sul fronte tecnico, si continua a ragionare per “stralci”: i cantieri potranno essere aperti a fasi, senza attendere l’approvazione del progetto completo. Una scelta che consente di accelerare i tempi, ma che aumenta i margini di rischio, anche normativo.

Salvini esulta: “Momento storico”, ma le incognite restano

Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini parla di “momento storico”, ricordando come il progetto si fosse arenato già dai tempi del governo Berlusconi, e sottolineando che l’opera è ora considerata da Palazzo Chigi “strategica anche a fini militari nell’ambito NATO”.

Tuttavia, la configurazione attuale è ben diversa da quella del passato: il costo è interamente a carico dello Stato, e non più suddiviso con i privati. Il nuovo importo di 13,5 miliardi è stato determinato con un emendamento proposto dalla Lega, calcolando l’aumento dei prezzi delle materie prime rispetto ai valori del 2010.


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Ceto medio cercasi: il declino di un’illusione collettiva

Il dibattito sul declino del ceto medio è tornato prepotentemente alla ribalta. Ma di quale ceto medio stiamo parlando? La domanda è tutt’altro che retorica, e va ben oltre la cronaca politica o l’interpretazione statistica. È una questione culturale, sociale, economica, e soprattutto semantica: più che di una classe unitaria, si tratta di un mosaico complesso, che riunisce sotto la stessa etichetta realtà profondamente diverse.

Già negli anni Settanta, Paolo Sylos Labini aveva contribuito a rompere lo schema tradizionale di lettura delle classi sociali, mostrando l’emergere di “ceti medi” plurali — una piccola borghesia diffusa, legata al commercio, all’artigianato, all’agricoltura, spesso alimentata da politiche clientelari. Una realtà che non poteva più essere spiegata solo attraverso i paradigmi marxisti della lotta di classe.

Tra colli bianchi e insalata mista

A smentire ogni idea di omogeneità è stata la stessa sociologia. Charles Wright Mills, già nel 1951, aveva messo a fuoco l’ambiguità dei cosiddetti “colletti bianchi”, mentre Arnaldo Bagnasco definiva la classe media come una “insalata mista di occupazioni”: lavoratori autonomi, piccoli imprenditori, impiegati pubblici e privati. Solo quando si vuole descrivere un insieme accomunato da stili di vita, modelli di consumo e una certa visione del mondo, si può forse parlare di ceto, e non più di classe.

Ma anche questo concetto è oggi sotto pressione. Non solo per via delle trasformazioni del mercato del lavoro e della crisi della mobilità sociale, ma anche per l’allargarsi della forbice interna: tra i ceti medio-alti e quelli medio-bassi, tra chi si è adattato alla globalizzazione e chi è rimasto ai margini della “città del lavoro”.

Il welfare in affanno e la parabola delle illusioni

La discussione sulla tenuta del ceto medio porta inevitabilmente a quella sul welfare, pilastro della coesione sociale. Quando Thomas Marshall, nel secondo dopoguerra, teorizzava una progressiva convergenza tra libertà ed eguaglianza grazie allo sviluppo del welfare state, immaginava un percorso che, alla prova dei fatti, si è dimostrato fragile. Le protezioni sociali, a differenza dei diritti civili e politici, dipendono in larga misura dalle risorse economiche, e dunque dal mercato. Risorse che, a un certo punto, non sono più state garantite con la leva fiscale ma solo attraverso l’indebitamento.

Da decenni i sistemi di welfare, non solo in Italia, vivono una crisi strutturale, schiacciati tra l’invecchiamento demografico, le nuove forme di lavoro e la crescente precarietà. In Italia, più che altrove, il tema è stato rinviato. Non affrontato. Rimandato.

L’arte del rinvio: un carattere nazionale?

È qui che riemerge un tratto tipico del costume politico italiano: l’istituzione del rinvio. Lo osservava già Piero Calamandrei, quando sottolineava la tendenza nazionale a evitare scelte nette, a procrastinare, a convivere con l’ambiguità. Un costume a cui replicava, in chiave ironica e pragmatica, Giulio Andreotti con la celebre frase: “È meglio tirare a campare che tirare le cuoia”.

Eppure questa filosofia, che ha garantito stabilità apparente per decenni, oggi mostra i suoi limiti. La mancanza di visione strategica e di responsabilità intergenerazionale ha lasciato dietro di sé una lunga scia di contraddizioni irrisolte.

Né antenati né posteri: solo contemporanei

A chiudere il cerchio è il monito, disincantato ma attualissimo, di Giuseppe Prezzolini: in Italia, diceva, “non ci sono né antenati né posteri: ci sono solo contemporanei”. Un’idea di presente perpetuo che esonera dalla memoria e disinnesca il dovere verso il futuro. In questo orizzonte corto, la crisi del ceto medio è molto più di un fatto economico: è una crisi di identità collettiva, di fiducia, di cittadinanza.

Finché la politica continuerà a trattare i problemi strutturali con strumenti provvisori, non sarà possibile ricostruire il patto sociale che ha retto l’Italia repubblicana. E allora, più che domandarsi se il ceto medio stia declinando, bisognerebbe chiedersi se qualcuno sia ancora disposto a difenderne le fondamenta.


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Semplificazioni in arrivo per imprese e lavoratori: il governo apre più fronti con un disegno di legge omnibus

Una semplificazione trasversale, che tocca il cuore operativo delle imprese italiane. Il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge omnibus con oltre 20 articoli dedicati a rendere più agili gli adempimenti in materia fiscale, ambientale, contrattuale e lavorativa. Un intervento che non ha ancora la forma d’urgenza di un decreto-legge, ma che apre comunque un percorso normativo rilevante, soprattutto in un contesto di crescente pressione competitiva e regolatoria per il sistema produttivo nazionale.

Meno vincoli sulle fatture per la transizione 4.0 e 5.0

Sul versante fiscale, il Ddl propone un alleggerimento per le imprese che beneficiano dei crediti d’imposta legati alla transizione digitale. In particolare, scompare l’obbligo di riportare in fattura il riferimento normativo specifico: al suo posto, un codice identificativo unico che verrà definito con apposito provvedimento dell’Agenzia delle Entrate. L’obiettivo è snellire le procedure senza compromettere i controlli.

In aggiunta, viene introdotto uno scudo sanzionatorio per le dichiarazioni trasmesse nei termini ma scartate dal sistema fiscale: le sanzioni non scatteranno se la dichiarazione verrà regolarizzata entro un termine che sarà stabilito da un successivo decreto del Ministero dell’Economia.

Anche l’Ivasi potrà beneficiare di una finestra più ampia: 16 giorni dalla data di pagamento o emissione della fattura per versare l’imposta sostitutiva del 20% sui benefit concessi in forma di premi o servizi.

È ancora in fase di valutazione al Mef, invece, la misura che prevede la riduzione a un terzo delle sanzioni per l’imposta di registro, successioni e donazioni, condizionata alla rinuncia al contenzioso e all’adesione piena all’avviso di accertamento o liquidazione.

Sicurezza sul lavoro, meno burocrazia e più autonomia

Un altro capitolo del provvedimento riguarda la tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Tra le novità più rilevanti, la possibilità di impiegare dispositivi di protezione e strumenti di controllo senza necessità di un accordo sindacale preventivo o di autorizzazioni amministrative.

Anche la formazione riceve un aggiornamento normativo: gli infermieri potranno svolgere attività di docenza nei corsi dedicati alla sicurezza, ampliando così le competenze professionali e il bacino di formatori accreditati.

Spinta alla privacy semplificata e ai contratti di sviluppo

Nel settore della privacy, il Ddl propone un alleggerimento degli obblighi informativi per le microimprese, con l’intento di ridurre il peso amministrativo per le realtà imprenditoriali di minori dimensioni, pur mantenendo il rispetto del Regolamento europeo (GDPR).

Sui contratti di sviluppo, si punta a razionalizzare gli adempimenti procedurali, rendendo più lineari le richieste di contributo e i controlli preventivi, anche per facilitare il coordinamento tra ministeri, Regioni e agenzie di sviluppo.

Ambiente e trasporti: bonifiche e logistica tra gli ambiti toccati

Il disegno di legge include anche misure su ambiente e trasporti, con particolare attenzione al tema delle bonifiche ambientali, per le quali si annunciano procedure semplificate di autorizzazione e monitoraggio, oltre a un potenziale aggiornamento dei criteri di classificazione dei siti contaminati.

In ambito logistico, pur non entrando nel dettaglio, il testo anticipa interventi di semplificazione nei trasporti pubblici e privati, mirati a snellire la burocrazia su licenze, autorizzazioni e tracciabilità.

Confindustria promuove: “Ora serve continuità”

Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha accolto favorevolmente il pacchetto di semplificazioni: “È un passo nella giusta direzione. Le imprese chiedono da tempo regole più semplici e certe. Siamo pronti a collaborare con il governo per trasformare questo Ddl in un’occasione di crescita concreta”.


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Una giustizia più veloce, ma senza strappi: arrivano le misure tampone per centrare il Pnrr

Una spinta d’urgenza per tentare di restare agganciati agli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge che introduce misure straordinarie per il settore civile della giustizia: tra rinvii, applicazioni d’emergenza e nuove risorse in arrivo, il governo punta a colmare le criticità che ancora impediscono una significativa riduzione dei tempi dei procedimenti.

Al centro del provvedimento c’è l’impegno sottoscritto con l’Unione europea: tagliare del 40% la durata media dei procedimenti civili. Un obiettivo ambizioso, da raggiungere anche per salvaguardare i quasi tre miliardi di euro destinati all’ammodernamento del sistema giudiziario italiano. Se sul fronte del contenimento dell’arretrato i progressi sono visibili, più complicata resta la partita sulla durata effettiva dei processi.

Una squadra d’urto per i tribunali in affanno

Per dare una scossa al sistema, il ministero della Giustizia mette in campo una squadra di 500 magistrati applicati da remoto, ciascuno incaricato di gestire 50 procedimenti civili scelti tra quelli pendenti nei tribunali più congestionati, secondo l’indicazione del Consiglio superiore della magistratura (CSM). L’adesione sarà su base volontaria, ma sostenuta da incentivi economici e vantaggi di carriera, come punteggi aggiuntivi.

Anche la Cassazione partecipa allo sforzo, con 50 consiglieri del Massimario destinabili temporaneamente alla sezione civile di legittimità, anche in deroga a criteri di anzianità e professionalità.

Nelle Corti d’appello che non hanno centrato i target Pnrr entro giugno, potranno essere applicati fino a 20 magistrati aggiuntivi, già alla prima valutazione di professionalità. Parallelamente, i capi degli uffici giudiziari interessati potranno predisporre piani straordinari di smaltimento, con la supervisione del CSM, anche derogando ai limiti ordinari sui carichi di lavoro.

Tempi più lunghi per giudici di pace e tribunale della famiglia

Sul versante delle riforme strutturali, il decreto introduce due importanti rinvii. Il primo riguarda le nuove competenze dei giudici di pace, che slittano al 31 ottobre 2026: tra queste, la gestione esclusiva delle liti condominiali, la competenza sulle cause di valore fino a 30mila euro e i risarcimenti da incidente stradale fino a 50mila euro.

Il secondo rinvio riguarda invece l’avvio del nuovo tribunale della famiglia, che vedrà la luce non prima di metà novembre 2026. Una riforma destinata ad accentrare le cause relative a minori e rapporti familiari, ma che richiede ancora tempo per essere messa a regime.

Novità per tirocinanti e magistratura di sorveglianza

Il decreto tocca anche altri ambiti: per i vincitori del concorso da magistrato del 2023, il periodo di tirocinio viene esteso a 20 mesi, con otto mesi obbligatori presso le Corti d’appello e tre mesi di partecipazione attiva alle camere di consiglio.

Aumenta inoltre l’organico della magistratura di sorveglianza, con 58 nuove unità, mentre sulla legge Pinto – che tutela i cittadini nei casi di durata eccessiva dei processi – viene introdotta una novità rilevante: sarà possibile chiedere il risarcimento anche durante il processo, se i tempi stabiliti risultano superati.


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I giovani vogliono crescere, non restare: meno pubblico, più carriera

ROMA — Il lavoro non è più “il posto”, ma un percorso. E la carriera, per i giovani italiani, si cerca sempre più nel settore privato e autonomo, piuttosto che nell’impiego pubblico o nell’industria. È quanto emerge dall’ultima edizione del Monitor sul Lavoro (MoL) di Federmeccanica, realizzato da Community Research & Analysis sotto la guida del professor Daniele Marini (Università di Padova), con il supporto di Irene Lovato Menin. Un’indagine che fotografa aspirazioni, percezioni e disallineamenti generazionali nel rapporto tra giovani e mondo produttivo.

La nuova idea di lavoro: crescita e flessibilità prima della stabilità

Oggi il 60,5% dei giovani guarda al settore privato come ambiente più favorevole per crescere professionalmente, contro appena il 21,8% che preferisce il pubblico. Uno scenario rovesciato rispetto al 1987, quando quasi la metà degli under 35 ambiva a un impiego statale. Ma non solo: oltre la metà del campione (52,2%) punta sul lavoro autonomo, mentre il lavoro dipendente raccoglie appena il 32%.

E sebbene il 64,7% continui a preferire un lavoro stabile, il 57,9% vede il lavoro come un percorso di carriera in evoluzione, fatto di cambiamenti, nuove esperienze e mobilità, più che come un luogo fisso e duraturo. «Il lavoro — spiega il professor Marini — è traslocato dal posto alla traiettoria professionale, con l’obiettivo di accrescere il proprio bagaglio di competenze e gratificazioni».

Industria, un settore da cui i giovani si sentono lontani

Il dato forse più allarmante riguarda la scarsa attrattività del settore industriale: quasi il 66% dei giovani lo ritiene poco interessante, spesso associato a fatica fisica, basso riconoscimento economico e scarsa sostenibilità ambientale. Una percezione che, secondo Federmeccanica, non corrisponde alla realtà vissuta da chi in fabbrica ci lavora davvero.

La distanza tra immaginario e quotidiano è netta:

  • Il 78,7% dei giovani crede che il lavoro operaio sia puramente esecutivo, mentre tra gli operai la percentuale scende al 58,5%;

  • Il 70,6% lo ritiene principalmente fisico, contro il 46,2% degli addetti;

  • Il 72,8% lo associa al “lavoro sporco”, mentre solo il 50% degli operai lo conferma;

  • Il 59,2% immagina strumentazioni meccaniche, sottovalutando l’impatto della tecnologia (realtà solo per il 36,8% degli operai).

Un “strabismo fra percezione e realtà”, come lo definisce Marini, che continua ad allontanare le nuove generazioni dalle imprese manifatturiere, nonostante l’industria venga riconosciuta come motore di crescita nazionale dal 50,6% dei giovani (e dal 67% degli over 65).

Il mismatch educativo e il disallineamento culturale

Altro nodo centrale è il mismatch tra formazione e mercato del lavoro. Il 22,5% dei giovani denuncia difficoltà nel trovare un impiego coerente con il proprio titolo di studio; il 20,9% ritiene che le imprese non soddisfino le aspettative professionali; il 18,8% ammette di non sentirsi sufficientemente formato per i lavori richiesti.

Questi dati, secondo Stefano Franchi, direttore generale di Federmeccanica, impongono una riflessione più ampia: «Non basta una campagna di comunicazione. Serve una vera operazione culturale, che parta dalle famiglie, attraversi le scuole e coinvolga la società civile. L’industria deve essere percepita per ciò che è: un’opportunità di sviluppo personale e professionale».

La proposta: colmare il divario tra realtà e percezione

Federmeccanica si dice pronta a proseguire nel percorso di rinnovamento culturale. L’obiettivo è accorciare la distanza tra il mondo produttivo e le nuove generazioni, abbattendo stereotipi e offrendo occasioni concrete di avvicinamento. Le imprese, intanto, aprono le porte a studenti e neolaureati, ma l’efficacia delle politiche dipenderà dalla capacità di coinvolgere tutti gli attori del sistema: istituzioni, formazione, famiglie, media.

L’industria è chiamata quindi a raccontarsi in modo nuovo: non solo fatica e fabbrica, ma innovazione, tecnologia, sostenibilità, competenze. Perché — come conclude Franchi — «solo un cambiamento profondo di narrazione può far tornare l’industria al centro dei sogni professionali di una generazione che vuole costruire il proprio futuro».


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Effetto dazi sulle libere professioni: il Nord-Est il più esposto, i giovani meno vulnerabili

ROMA — Le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Unione Europea, finora associate alle industrie manifatturiere e all’export tradizionale, iniziano a generare preoccupazione anche nel mondo delle libere professioni. A lanciare l’allarme è l’ultimo rapporto dell’Osservatorio delle libere professioni, realizzato in collaborazione con Confprofessioni, Gestione Professionisti e BeProf, che analizza per la prima volta l’impatto indiretto delle tariffe doganali sui professionisti italiani.

Il cuore dell’analisi è un nuovo strumento: l’Indice di vulnerabilità delle libere professioni ai dazi USA, che misura l’esposizione economica delle attività professionali ai potenziali shock commerciali derivanti dalle dispute doganali transatlantiche. I risultati, secondo gli autori Tommaso Nannicini, Ludovica Zichichi e Camilla Lombardi, sono inequivocabili: alcune categorie professionali sono strettamente interconnesse con le filiere industriali esportatrici e per questo rischiano di pagare un prezzo molto alto in caso di escalation.

Professionisti sotto pressione: i più a rischio

Tra le categorie più vulnerabili figurano le professioni economico-finanziarie (indice 201,5), i consulenti del lavoro (197,5), gli ingegneri (193,8) e i tecnici specializzati (162,1). Figure che, a vario titolo, forniscono servizi di consulenza strategica, supporto tecnologico, gestione del personale e servizi finanziari alle imprese orientate all’export. In un’economia dove le PMI rappresentano il 99,9% del tessuto produttivo nazionale, l’interdipendenza tra imprese e professionisti si rivela cruciale.

Siamo pronti a fare la nostra parte, ma abbiamo bisogno di strumenti adeguati”, avverte Marco Natali, presidente nazionale di Confprofessioni. “Abbiamo colleghi con competenze internazionali, anche negli Stati Uniti, ma servono misure di sostegno, certezze normative e una visione strategica di lungo periodo”.

Nord industriale, Sud più riparato: ma con eccezioni

Lo studio evidenzia forti differenze territoriali. Le regioni a maggiore vocazione industriale, come il Nord-Est (indice 138,4) e il Nord-Ovest (114,6), sono anche quelle più esposte. Il Centro e il Mezzogiorno mostrano valori più contenuti (58,3 e 73,0 rispettivamente), ma alcuni distretti produttivi del Centro-Sud registrano comunque picchi significativi, a testimonianza della crescente integrazione delle professionalità nei processi produttivi.

Età e genere influenzano la vulnerabilità

Interessante anche l’analisi socio-demografica. I professionisti più anziani, nella fascia 55-64 anni, risultano i più vulnerabili (indice 119,4), verosimilmente per la maggiore specializzazione nei settori industriali. I più giovani, invece, presentano un’esposizione minore (56,0), legata a una clientela più frammentata e a settori meno colpiti dai flussi internazionali.

Quanto al genere, gli uomini, prevalenti nelle professioni tecnico-scientifiche e ingegneristiche, mostrano una vulnerabilità significativamente superiore rispetto alle donne, più presenti nei settori legali, culturali e sanitari. La differenza si mantiene anche all’interno delle stesse categorie: ad esempio, tra i commercialisti, l’indice è 106,4 per gli uomini e 69,8 per le donne; tra avvocati e notai, 108,9 contro 44,8. Un divario che riflette modelli strutturali consolidati nella divisione del lavoro professionale.

Verso una risposta coordinata

Lo scenario delineato dallo studio sarà presentato nei prossimi giorni a Governo e Parlamento, con l’obiettivo di orientare politiche industriali e professionali all’altezza delle nuove sfide globali. Tra le proposte: la creazione di una cabina di regia nazionale ed europea, con la partecipazione di istituzioni, associazioni datoriali e sindacati, per pianificare interventi mirati a sostegno dell’intero ecosistema produttivo.

Serve una strategia condivisa, sistemica e lungimirante”, ribadisce Natali. “Le libere professioni possono e devono essere motore di innovazione e competitività per il Paese, ma devono essere messe nelle condizioni di operare. In un contesto segnato da dazi, instabilità geopolitica e transizione energetica, trasformare la crisi in opportunità è possibile solo con visione e strumenti concreti”.


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