Separazione delle carriere, il Paese si divide: riforma al centro del dissenso

La riforma della giustizia torna ad agitare il dibattito pubblico, confermandosi tra i temi più divisivi dell’agenda politica italiana. Stavolta, al centro dello scontro c’è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, una proposta che affonda le radici nei decenni successivi a Tangentopoli ma che oggi assume una valenza del tutto nuova: in un clima di fiducia decrescente verso la magistratura e di crescente polarizzazione politica.

Secondo un recente sondaggio Demos, la fiducia degli italiani nei confronti dei magistrati si è fermamente attestata al 40%, una percentuale ben più bassa rispetto a quella riservata ad altre istituzioni come il Presidente della Repubblica o le forze dell’ordine. Un dato che riflette un’inversione di tendenza profonda rispetto agli anni ’90, quando i magistrati – simbolicamente guidati da Antonio Di Pietro – furono i protagonisti dell’inchiesta Mani Pulite e del crollo del sistema partitico della Prima Repubblica.

Una riforma che divide, ma resta centrale

La proposta di separare nettamente la carriera dei magistrati giudicanti da quella dei requirenti – oggi parte di un disegno di revisione costituzionale – è considerata tra le riforme istituzionali più rilevanti dall’attuale maggioranza. Secondo le rilevazioni, il tema della giustizia raccoglie un consenso superiore rispetto ad altre riforme in discussione, come il premierato o l’autonomia differenziata. Eppure, il sostegno è in calo rispetto ai mesi precedenti e si affievolisce in un’opinione pubblica sempre più incerta.

L’opinione dei cittadini si mostra infatti profondamente spaccata, non solo lungo le linee politiche ma anche per effetto di un crescente disorientamento. La materia, complessa e tecnica, non è facilmente accessibile a chi non ne conosce i meccanismi, e ciò alimenta un clima di incomprensione diffusa. A prevalere, al momento, è un leggero scarto a favore del dissenso, con un’opinione pubblica che sembra più distaccata che realmente contraria.

Fiducia in crisi, consapevolezza incerta

Il calo di consenso verso la riforma si lega direttamente alla percezione della magistratura. Da simbolo di legalità e giustizia, il ruolo del magistrato è progressivamente scivolato in una zona grigia agli occhi di molti italiani, tra accuse di protagonismo, inefficienza e politicizzazione. Questo sentimento si traduce in una mancanza di orientamento chiaro sull’assetto da dare alla giustizia, con l’elettorato che oscilla tra desiderio di riforma e timore di stravolgimenti.

Il consenso verso la riforma si distribuisce, inoltre, in modo fortemente polarizzato: tra gli elettori dei partiti di governo supera l’80%, sfiorando il 90% in alcuni segmenti. All’opposto, tra le fila dell’opposizione, prevalgono diffidenza e contrarietà. Una frattura che evidenzia come il tema della giustizia sia divenuto terreno di scontro identitario, più che di confronto tecnico.

Un percorso lungo e incerto

Il cammino della riforma è tutt’altro che lineare. Dovrà passare due volte da entrambe le Camere, potrà essere modificata durante l’iter parlamentare e, molto probabilmente, sottoposta a referendum popolare. Inoltre, l’effettiva entrata in vigore richiederà ulteriori leggi di attuazione, rendendo i tempi ancora più dilatati e i contenuti soggetti a compromessi.

Tuttavia, l’interesse degli italiani per la giustizia resta elevato, forse perché – a differenza di altri temi – tocca corde profonde: il senso di equità, la tutela dei diritti, la fiducia nello Stato. Nonostante la complessità della materia, le riforme che coinvolgono il sistema giudiziario sembrano capaci di mobilitare l’opinione pubblica più dell’autonomia regionale o della riforma della premiership.

L’eredità lunga di Tangentopoli

L’eco di Mani Pulite, a oltre trent’anni di distanza, continua a risuonare nei dibattiti politici e nel rapporto tra istituzioni e cittadini. Lo ha dimostrato recentemente lo stesso Antonio Di Pietro, che ha espresso solidarietà al sindaco di Milano parlando di «una stagione completamente diversa», ma riportando inevitabilmente al centro la memoria dell’inchiesta simbolo degli anni Novanta.


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Stati Uniti e Unione Europea trovano l’intesa: dazi al 15%, maxi-investimenti in energia e difesa

Un’intesa storica, ma non senza contraddizioni. Dopo mesi di trattative a tratti tese, gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno raggiunto un accordo commerciale che prevede l’imposizione di dazi del 15% sulle merci europee esportate in America. L’intesa è stata annunciata dal presidente USA Donald Trump e dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, al termine di un vertice riservato tenutosi nella tenuta scozzese di Turnberry, proprietà dello stesso Trump.

Le nuove tariffe – che rappresentano un significativo aumento rispetto alla media del 4,8% in vigore prima dell’era Trump – colpiscono settori chiave come automotive, semiconduttori e farmaceutica, anche se sono previste esenzioni per alcuni comparti strategici. In cambio, Bruxelles si è impegnata ad acquistare 750 miliardi di dollari di energia dagli USA e a investire altri 600 miliardi in progetti economici e industriali sul suolo americano.

Un compromesso necessario per evitare l’escalation

Dietro il linguaggio diplomatico e i sorrisi di circostanza, l’accordo porta con sé una realtà complessa. Senza questa intesa, Washington avrebbe introdotto dazi del 30% sulla quasi totalità dei prodotti europei a partire dal 1° agosto. Una minaccia che ha spinto i Paesi dell’UE – pur tra molteplici resistenze interne – a scegliere il dialogo per scongiurare una nuova guerra commerciale.

«È il più grande accordo mai raggiunto, commerciale o non commerciale», ha dichiarato Trump con enfasi. Von der Leyen ha sottolineato come l’intesa garantisca «stabilità e prevedibilità» per imprese e cittadini europei in un contesto economico incerto. Tuttavia, ha anche ammesso che «raggiungere una posizione comune tra 27 Stati non è stato facile».

Le nuove regole sui dazi

L’accordo prevede un dazio uniforme del 15% su gran parte delle merci europee, inclusi auto e componenti (attualmente al 2,5%), farmaci e microchip. Restano al 50% le tariffe su acciaio e alluminio, per le quali sarà introdotto un sistema di quote e una cooperazione transatlantica per affrontare la sovrapproduzione cinese.

Sono escluse dall’aumento alcune categorie: aeromobili e componentistica, prodotti chimici selezionati, farmaci generici, apparecchiature per semiconduttori e alcune materie prime. L’elenco delle esenzioni potrebbe ampliarsi nelle prossime settimane.

Energia e difesa: l’altra faccia dell’accordo

L’aspetto più significativo dell’intesa, oltre ai dazi, riguarda l’impegno europeo ad acquistare prodotti energetici statunitensi per 750 miliardi di dollari nel triennio 2025–2027, pari a 250 miliardi l’anno. Un’operazione pensata per ridurre la dipendenza dal gas russo – ancora presente in quote residuali nel mercato europeo – e accelerare il riorientamento energetico verso fornitori occidentali.

Non solo energia: Bruxelles ha promesso l’acquisto di “grandi quantità” di armamenti USA, secondo quanto affermato dallo stesso Trump. Un passaggio che ha fatto discutere in molte capitali europee, dove si teme una subordinazione strategica all’industria militare statunitense.

Le reazioni: cautela e richieste di chiarimenti

In Italia, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito l’accordo «positivo, ma voglio vedere i dettagli». Una prudenza condivisa anche da altri leader europei, mentre il presidente del Consiglio UE, António Costa, ha parlato di un’intesa «che offre certezza alle imprese e stabilizza i rapporti transatlantici».

L’accordo, però, ha un sapore amaro per molti osservatori. Rispetto al Regno Unito, che ha ottenuto dazi al 10%, l’UE ha accettato un livello più alto, anche se – ha precisato von der Leyen – «il 15% rappresenta un tetto massimo, senza cumuli o sovrapposizioni». Un punto che ha calmato parzialmente i timori delle industrie europee, soprattutto quelle automobilistiche.

La posta in gioco per l’Europa

Il compromesso raggiunto è il frutto di un bilanciamento delicato tra interessi economici, geopolitica e salvaguardia del mercato unico. Gli USA restano il primo partner commerciale dell’UE per l’export e il secondo per l’import dopo la Cina, con un interscambio che vale oltre 1.100 miliardi di dollari.

Alla luce delle tensioni globali e delle prossime elezioni presidenziali USA, Bruxelles ha scelto la via dell’accordo per evitare scenari peggiori. Ma la trattativa ha mostrato quanto l’Europa sia ancora vulnerabile sul piano strategico e quanto il suo peso contrattuale dipenda dall’unità interna.

L’intesa dovrà ora essere approvata formalmente dagli ambasciatori dei 27 Stati membri, mentre nei prossimi mesi si valuterà il suo impatto concreto sulle filiere industriali, sui prezzi e sulla competitività delle imprese europee. Con l’incognita di un Trump ancora protagonista, ma che potrebbe – in futuro – rimescolare nuovamente le carte.


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Fuga dei pensionati: cresce il fenomeno di chi emigra per pagare meno tasse

Non solo clima mite e costo della vita più basso: a muovere migliaia di pensionati italiani verso l’estero è soprattutto la tassazione agevolata. Un trend in costante crescita che, secondo l’ultima relazione annuale dell’INPS, riguarda oggi quasi 38 mila persone con una carriera contributiva interamente maturata in Italia. Si tratta in larga parte di ex lavoratori privati con assegni mensili elevati, attratti da regimi fiscali molto più vantaggiosi rispetto a quello italiano.

I numeri del fenomeno

Tra il 2010 e il 2023, il numero dei pensionati italiani che hanno scelto di trasferire la propria residenza fiscale all’estero è aumentato in modo esponenziale: si è passati da 10 espatriati ogni 100.000 nuovi pensionati nel 2010 a ben 33 nel 2023. La scelta riguarda soprattutto uomini residenti nelle regioni del Nord, del Centro e in Sicilia. Più contenuta, invece, la partecipazione dalle altre aree del Sud e dalle isole minori.

Il fenomeno è trainato dai redditi medio-alti: chi percepisce una pensione lorda superiore ai 5.000 euro mensili ha una propensione all’espatrio sei volte superiore rispetto a chi appartiene alle fasce più basse. Una migrazione fiscale che segue logiche economiche precise e guarda con sempre maggiore interesse a Paesi che offrono trattamenti tributari agevolati, buoni standard sanitari e una vita quotidiana più sostenibile.

Dove si trasferiscono i pensionati italiani

Negli ultimi anni, mete storiche come Spagna e Portogallo sono state affiancate – e in parte superate – da nuove destinazioni emergenti come Albania, Tunisia, Cipro, Grecia ed Ecuador, dove le condizioni fiscali risultano estremamente allettanti.

  • In Albania, ad esempio, vige una totale esenzione fiscale sulle pensioni estere, a patto di dimostrare di non avere condanne penali superiori ai tre anni.

  • In Tunisia, l’80% del reddito pensionistico non è tassato e l’imposta effettiva non supera il 5%.

  • In Grecia, l’aliquota è fissata al 7% per 15 anni, purché il richiedente non sia stato residente fiscale nel Paese negli ultimi cinque anni.

  • A Cipro, si paga solo il 5% sulle pensioni superiori a 3.420 euro mensili, con un requisito di residenza minimo di 17 mesi.

  • In Malta, l’aliquota fissa è del 15%, ma è necessario acquistare un’abitazione per beneficiare del regime agevolato.

  • In Panama, Costa Rica ed Ecuador, l’esenzione dalle tasse sulle pensioni estere è totale.

Anche la Spagna, nonostante l’aumento delle aliquote IRPEF, resta attrattiva grazie a detrazioni generose per gli over 65 e 75, mentre il Portogallo, che fino al 2023 garantiva un’imposta del 10%, ha ora introdotto una tassazione progressiva tra il 14,5% e il 53% in base al reddito complessivo.

Le regole da rispettare

Per accedere a questi vantaggi fiscali, è obbligatorio trasferire la propria residenza fiscale e soggiornare all’estero per almeno 183 giorni l’anno. Ogni Paese impone poi condizioni specifiche: in Grecia, il regime agevolato è valido 15 anni; a San Marino, serve dimostrare un reddito annuo di almeno 120.000 euro o un patrimonio mobiliare superiore ai 500.000 euro. Alcuni Stati, come la stessa San Marino, non accettano richieste da chi sia già stato residente nel territorio.

I limiti per i dipendenti pubblici

Restano tuttavia esclusi dalla maggior parte dei benefici fiscali gli ex dipendenti pubblici italiani, poiché le normative internazionali stabiliscono che le pensioni pubbliche vengano tassate nel Paese in cui è stato prestato servizio. Solo Australia, Cile, Tunisia e Senegal hanno siglato accordi con l’Italia che prevedono deroghe a questo principio.

Pensioni minime e obblighi INPS

Va ricordato che la Legge di Bilancio 2025 ha sospeso la rivalutazione automatica degli importi superiori alla soglia minima di 598,61 euro, prevedendo un adeguamento parziale solo fino a 603,40 euro. Inoltre, per continuare a ricevere regolarmente l’assegno mensile, i pensionati all’estero devono rispondere puntualmente alle richieste di attestazione di esistenza in vita inviate da Citibank, gestore del servizio INPS per l’estero.


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L’intelligenza artificiale entra negli uffici: meno stress, più produttività (e un po’ di tempo in più per vivere)

Da alleata invisibile a risorsa quotidiana, l’intelligenza artificiale sta cambiando silenziosamente il volto del lavoro in Italia. Secondo i dati dell’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano, nel 2025 quasi un terzo dei lavoratori italiani (32%) ha già integrato strumenti di IA nelle proprie attività quotidiane, con un guadagno medio di 30 minuti al giorno, che diventano 50 minuti per chi ne fa un uso regolare.

Un tempo prezioso che viene reinvestito non solo per “fare di più” o “fare meglio”, ma anche per attività extra-lavorative, esigenze personali e familiari. Il tempo recuperato diventa così ossigeno in un contesto organizzativo sempre più esigente e affaticante.

Una rivoluzione dal basso

La diffusione dell’intelligenza artificiale nei luoghi di lavoro non è spinta tanto dalle strategie aziendali, quanto dall’iniziativa individuale. Mentre due imprese su tre forniscono strumenti di IA, ben l’85% dei lavoratori preferisce soluzioni gratuite trovate autonomamente sul web. È il segnale di un cambiamento che parte dal basso, ma che rischia di rimanere frammentato in assenza di una governance chiara.

«Le imprese stanno investendo, ma spesso manca un disegno strategico», avverte Martina Mauri, direttrice dell’Osservatorio. Il rischio è quello di disperdere le potenzialità dell’innovazione tecnologica, senza riuscire a trasformarla in un reale vantaggio competitivo.

I numeri del malessere lavorativo

Accanto alla diffusione dell’IA, lo studio del Politecnico evidenzia anche un dato preoccupante: solo il 17% dei lavoratori italiani si dichiara pienamente ingaggiato e appena uno su dieci si sente bene sul lavoro dal punto di vista fisico, mentale e relazionale. A crescere è invece la quota dei “quiet quitter”: il 14% dei dipendenti dichiara di svolgere solo il minimo indispensabile, emotivamente disinnescato dal proprio ruolo.

In questo contesto, l’IA non è solo uno strumento di efficienza, ma una leva potenziale per restituire significato e sostenibilità al lavoro. Un “cuscinetto” tra alienazione e burnout, come lo definisce il report, che può ridisegnare il modo stesso in cui si lavora.

Il lavoro cambia, ma le aziende non sempre se ne accorgono

Solo un’impresa su sette analizza in modo sistematico l’impatto dell’intelligenza artificiale sulle attività lavorative. E mentre il 78% delle aziende segnala difficoltà nell’assumere personale con competenze digitali adeguate, la metà non monitora nemmeno le skill interne. Il risultato? Mancato allineamento tra domanda e offerta, incomprensioni organizzative e un aumento dei cosiddetti mismatch.

Eppure, i dati parlano chiaro: nelle aziende che hanno adottato un modello “skill-based”, in cui ruoli e percorsi professionali ruotano attorno alle competenze reali e non all’anzianità, il livello di coinvolgimento dei dipendenti sale al 42% e il benessere percepito raddoppia.

L’IA non sostituisce, ma ridisegna

L’intelligenza artificiale, in questo scenario, non va vista come un pericolo ma come un acceleratore di trasformazione positiva. «La vera sfida per le risorse umane nel 2025 è ridare significato al lavoro», sottolinea Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio. «Serve ripensare i ruoli, i carichi e le competenze. E l’intelligenza artificiale, se ben governata, può essere il motore di questo cambiamento».

In altre parole, non basta premere “invio” su ChatGPT per trasformare il lavoro. Serve una visione ampia, una cultura dell’innovazione capace di integrare tecnologia, persone e organizzazione. Perché solo così il tempo guadagnato non sarà solo produttività in più, ma qualità di vita, motivazione e futuro.


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Tasse, in 9 casi su 10 sono “nascoste” o “prelevate alla fonte”

In oltre 9 casi su 10 le tasse e i contributi pagati dalle famiglie dei lavoratori dipendenti vengono prelevati alla fonte, ovvero sono defalcati dalla busta paga lorda o sono inclusi negli acquisti quotidiani di beni e di servizi. Stiamo parlando di tasse prelevate “alla fonte” (Irpef o contributi Inps) o “nascoste” (Iva, accise, etc.). Solo in poco meno di un caso su dieci, l’operazione avviene consapevolmente, vale a dire per mezzo di un pagamento cash od online o presso uno sportello bancario/postale. A dirlo è l’Ufficio studi della CGIA che per l’anno in corso ha stimato in 20.231 euro il peso fiscale complessivo che grava su una famiglia italiana tipo composta da due lavoratori dipendenti (marito e moglie) con un figlio a carico[1].

Una famiglia media paga poco più di 20mila euro di tasse l’anno

Ebbene, tra tasse prelevate alla “fonte” (ritenute Irpef, contributi previdenziali e addizionali Irpef) il gettito è pari a 12.504 euro (il 61,8 per cento del totale). Se aggiungiamo quelle “nascoste” (Iva sugli acquisti, accise, contributo al Sistema Sanitario Nazionale dall’Rc auto, imposta Rc auto, canone Rai, etc.), nelle casse dello Stato finiscono altri 7.087 euro (pari al 35 per cento del totale). In altre parole, l’importo complessivo sottratto dalla busta paga lorda di questi due coniugi è pari a 19.591 euro (il 96,8 per cento del prelievo totale). Pertanto, la coppia presa in esame deve tirar fuori fisicamente dal portafoglio poco meno di 640 euro all’anno di tasse (bollo auto e Tari) che ha una incidenza sul totale praticamente irrisoria (il 3,2 per cento).

Autonomi più “insofferenti” alle tasse

Con questa elaborazione la CGIA segnala che il prelievo effettuato con il sostituto di imposta dà luogo a un rapporto tra il fisco e i lavoratori dipendenti molto diverso da quello intrattenuto dai lavoratori autonomi che, per loro natura, sono chiamati a pagare in misura consapevole la gran parte del proprio carico fiscale; ciò determina nel cosiddetto popolo delle partite Iva un’insofferenza nei confronti delle tasse molto superiore a quella manifestata dai dipendenti.

Per i dipendenti pagare è meno “doloroso”

Infatti, nel momento in cui il contribuente deve fare un bonifico o recarsi in banca per pagare l’Irpef o i contributi previdenziali, psicologicamente percepisce maggiormente il peso economico di questi versamenti rispetto a chi subisce il prelievo direttamente dalla busta paga. Nel momento in cui mettiamo mano al portafoglio, invece, prendiamo atto dell’entità del pagamento e di riflesso si ha contezza del peso (eccessivo) del fisco. Diversamente, quando le imposte e i contributi vengono riscossi alla fonte, l’operazione è “astrattamente” meno dolorosa, perché avviene inconsapevolmente.

Non si evade solo l’Irpef

Certo, qualcuno potrebbe obbiettare che proprio per questo tra gli autonomi la propensione ad evadere il fisco è maggiore che tra i dipendenti. Questo è vero, ma solo in piccola parte. Ricordiamo, infatti, che l’Irpef, pur essendo l’imposta che garantisce il maggior gettito per l’erario, incide sulle entrate fiscali complessive “solo” per il 30 per cento circa. Questo vuol dire che sul restante 70 per cento, la possibilità di evadere può essere imputata a tutti i contribuenti.

Abbiamo 42,5 milioni di contribuenti Irpef, di cui 1,6 milioni di autonomi

In Italia i contribuenti Irpef sono 42,5 milioni, di cui 23,8 milioni sono lavoratori dipendenti, 14,5 milioni sono pensionati, 1,6 milioni sono lavoratori autonomi[2] e altri 1,6 milioni sono percettori di altri redditi (affitti, terreni, buoni del tesoro, etc.). A livello territoriale, l’area che ne conta di più è Roma con 2,9 milioni di contribuenti Irpef (di cui 105.000 autonomi). Seguono Milano con 2,5 milioni (di cui 96.260 autonomi), e Torino con 1,6 milioni (di cui 62.000 autonomi).

Purtroppo, rimaniamo tra i più tartassati in UE

Nel 2024[3] la pressione fiscale in Danimarca era al 45,4 per cento del Pil, in Francia al 45,2, in Belgio al 45,1, in Austria al 44,8 e in Lussemburgo al 43. Tra tutti i Paesi dell’UE, l’Italia si posizionava al sesto posto con un tasso del 42,6 per cento del Pil. Se tra i nostri principali competitor commerciali solo la Francia presentava un carico fiscale superiore al nostro, gli altri, invece, registravano un livello nettamente inferiore. Se in Germania il peso fiscale sul Pil era al 40,8 per cento (1,8 punti in meno rispetto al dato Italia), in Spagna addirittura al 37,2 (5,4 punti in meno che da noi). Il tasso medio in UE, invece, era al 40,4, 2,2 punti in meno della media nazionale italiana.

[1] E’ stata presa in esame una famiglia di lavoratori dipendenti (marito e moglie) con un figlio a carico. I coniugi posseggono due auto; ognuna percorre annualmente 15.000 km. Abitazione di proprietà di 110 mq. ISEE stimato di 22.834 euro. Risparmi (nel conto corrente, in titoli di Stato, etc.) pari a 60.000 euro. Per il calcolo delle addizionali IRPEF si sono utilizzate le aliquote medie nazionali, mentre per il calcolo della TARI si è applicata quella del Comune di Milano.

[2] Ricordiamo che in questa categoria si annoverano altri 2 milioni di soggetti in regime dei minimi che, però, non sono sottoposti al pagamento dell’Irpef.

[3] Ultimo anno in cui i dati ci consentono di fare una comparazione tra i paesi europei


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Clima e diritti umani: la Corte dell’Aja stabilisce un principio storico

L’Aja segna un punto di svolta nella storia della giustizia climatica. Con un parere consultivo atteso da anni, la Corte Internazionale di Giustizia (CIJ) ha riconosciuto che il cambiamento climatico rappresenta una minaccia urgente ed esistenziale, e che gli Stati hanno obblighi giuridici internazionali per contrastarlo. Si tratta di una dichiarazione storica che, pur non essendo vincolante, è destinata ad avere un forte impatto sull’evoluzione del diritto ambientale e dei diritti umani a livello globale.

Un pronunciamento atteso dal 2019

Il parere nasce da un’iniziativa coraggiosa lanciata nel 2019 da un gruppo di giovani studenti dell’arcipelago di Vanuatu, tra i Paesi più vulnerabili agli effetti della crisi climatica. La loro richiesta, sostenuta successivamente da una risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, chiedeva alla Corte di chiarire gli obblighi degli Stati in relazione al cambiamento climatico, in particolare rispetto alla tutela dei diritti fondamentali delle persone e alla salvaguardia degli ecosistemi.

La risposta è arrivata con parole nette. Il presidente della CIJ, Yuji Iwasawa, ha dichiarato che «le conseguenze del cambiamento climatico sono gravi e di vasta portata, colpiscono sia gli ecosistemi naturali che le popolazioni umane», sottolineando come la crisi climatica ponga «una minaccia urgente ed esistenziale» alla sopravvivenza delle comunità, soprattutto le più fragili.

La valenza giuridica del parere

Pur trattandosi di un parere consultivo – e quindi non obbligatorio per gli Stati – il pronunciamento della CIJ ha un’importanza cruciale. Rappresenta, di fatto, una guida interpretativa del diritto internazionale e potrà essere utilizzato da giudici, avvocati, governi e organizzazioni internazionali per orientare future sentenze e politiche climatiche. Inoltre, potrebbe influenzare la redazione di trattati e la definizione di responsabilità in cause legali ambientali.

L’effetto atteso è quello di rafforzare la responsabilità degli Stati nel prevenire i danni ambientali, anche in assenza di strumenti sanzionatori immediati. Una responsabilità che non riguarda solo la riduzione delle emissioni di gas serra, ma anche la protezione attiva dei diritti umani minacciati dalla crisi climatica, come il diritto alla vita, alla salute, all’alimentazione e all’acqua potabile.

Una pietra miliare per la giustizia climatica

La decisione dell’Aja arriva in un momento in cui la questione climatica è sempre più al centro del dibattito politico, ma anche dei contenziosi legali. In tutto il mondo, cittadini, associazioni e comunità colpite dai disastri ambientali si rivolgono ai tribunali per ottenere giustizia. Questo parere offrirà loro un precedente autorevole su cui basare le proprie richieste.

Secondo molti osservatori, la CIJ ha gettato le basi per una nuova era del diritto internazionale, in cui la tutela dell’ambiente sarà riconosciuta non solo come dovere morale, ma come obbligo giuridico inderogabile.

Il ruolo dell’ONU e dei giovani promotori

Particolarmente significativo è il fatto che l’iniziativa sia partita da un gruppo di giovani di un piccolo Stato insulare del Pacifico. Un segnale chiaro di come le nuove generazioni non solo stiano alzando la voce contro l’inerzia politica, ma stiano guidando il cambiamento attraverso strumenti giuridici e democratici. Il sostegno dell’Assemblea Generale dell’ONU ha infine dato legittimità e forza a questa richiesta di chiarimento giuridico.

Un nuovo standard internazionale

La pronuncia della Corte dell’Aja è destinata a essere citata, studiata e invocata nei più importanti contesti globali. Dalla COP alle cause civili, dalle strategie legislative nazionali fino alle azioni delle ONG, questo parere fissa uno standard giuridico internazionale: il riscaldamento globale non è solo un problema ambientale, ma una violazione concreta dei diritti umani.


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Addio al limite dei 100 ml: a Linate e Malpensa via libera ai liquidi nei bagagli a mano

Una svolta attesa da anni per chi viaggia in aereo: da oggi, negli aeroporti di Milano Linate e Milano Malpensa, è ufficialmente possibile trasportare nel bagaglio a mano liquidi, aerosol e gel in contenitori fino a 2 litri. Finisce così l’era del vincolo dei 100 millilitri, in vigore dal 2006 dopo l’allerta terrorismo, che ha complicato per decenni i passaggi ai controlli di sicurezza.

L’annuncio arriva da SEA, la società di gestione degli scali milanesi, che ha ricordato come Milano sia stata tra le prime città in Europa a dotarsi della nuova tecnologia Eds-CB, già installata dal 2020. Gli scanner 3D di nuova generazione sono infatti in grado di rilevare automaticamente sostanze pericolose, rendendo superflua la separazione e l’ispezione manuale dei liquidi.

Una rivoluzione per i passeggeri

La decisione della Commissione Europea, giunta dopo una lunga fase di verifiche tecniche, rappresenta un cambio di paradigma per milioni di viaggiatori. Come ha spiegato Alessandro Fidato, Chief Operating Officer di SEA Milan Airports, «si tratta di un passo decisivo per migliorare la sicurezza senza penalizzare il comfort dei passeggeri. Siamo orgogliosi che gli aeroporti di Milano abbiano fatto da apripista».

Oltre a Linate e Malpensa, anche gli scali di Roma Fiumicino, Bologna, Torino e Bergamo (dove l’entrata in funzione è prevista da novembre) stanno adottando questa innovazione, destinata a diventare standard in tutta l’Unione Europea.

Come funzionano i nuovi controlli

Il cuore della novità risiede negli scanner Eds-C3 e Eds-CB, strumenti in grado di analizzare il contenuto del bagaglio a mano attraverso una visione tridimensionale e algoritmi intelligenti. Questi dispositivi permettono di individuare eventuali minacce senza la necessità di rimuovere oggetti o liquidi dal bagaglio durante i controlli.

Con l’introduzione di questi sistemi, non solo i liquidi, ma anche dispositivi elettronici come laptop e tablet potranno rimanere all’interno della valigia durante le ispezioni.

Le regole nel dettaglio

A partire dal 26 luglio 2025, a Roma Fiumicino è già attiva la nuova regolamentazione europea. I passeggeri possono portare nel bagaglio a mano contenitori di liquidi fino a 2 litri, senza doverli estrarre ai controlli. Tuttavia, per voli diretti verso Stati Uniti e Israele o per passeggeri in transito da Paesi extra-UE (esclusi quelli esenti come Canada, Stati Uniti, Norvegia o Svizzera), restano in vigore le regole precedenti: massimo 100 ml per contenitore, in bustina trasparente da un litro.

Sono inoltre confermate le disposizioni speciali per i liquidi a uso medico o dietetico, compresi gli alimenti per neonati, che continueranno ad essere ammessi con controlli dedicati.

Un’Italia tecnologicamente avanti

L’Italia si colloca tra i Paesi europei più all’avanguardia nel recepimento delle nuove normative sulla sicurezza aeroportuale. Come ricordato dalla Conferenza europea dell’aviazione civile (ECAC), il via libera definitivo all’estensione dell’uso degli scanner 3D è stato possibile grazie all’aggiornamento degli algoritmi e ai risultati dei test effettuati negli ultimi anni.

Una portavoce della Commissione Ue ha precisato che saranno i singoli aeroporti a dover informare i passeggeri sull’entrata in vigore delle nuove regole. E in questo contesto, gli aeroporti italiani stanno giocando d’anticipo.


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Sicurezza stradale, arriva l’obbligo dell’Alcolock: stop all’auto se hai bevuto

Nel pieno dell’esodo estivo e con l’attenzione delle forze dell’ordine concentrata sulla sicurezza stradale, arriva una misura destinata a cambiare radicalmente la vita di molti automobilisti recidivi: l’obbligo dell’Alcolock. Con la pubblicazione del decreto attuativo in Gazzetta Ufficiale, prende ufficialmente il via l’obbligo di installare questo dispositivo per coloro che siano stati condannati per guida in stato di ebbrezza con un tasso alcolemico superiore a 0,8 grammi per litro di sangue.

La misura, introdotta con il nuovo Codice della Strada, impone l’utilizzo dell’Alcolock per almeno due anni. Una stretta importante, annunciata proprio nei giorni di maggior traffico sulle strade italiane, per contrastare un fenomeno ancora troppo diffuso e pericoloso.

Come funziona l’Alcolock

Il dispositivo si comporta come un etilometro integrato al sistema di accensione del veicolo. Una volta seduto alla guida, il conducente è obbligato a soffiare in un boccaglio collegato all’apparato. Solo se il valore risulta pari a zero, sarà possibile avviare il motore. In caso contrario, il veicolo rimane inibito.

Si tratta di un provvedimento pensato in particolare per i guidatori recidivi, i quali non potranno più condurre alcun veicolo se non dotato del sistema Alcolock. L’installazione è a carico dell’automobilista sanzionato e rappresenta uno dei cardini della nuova normativa sulla sicurezza stradale.

Costi e requisiti tecnici

Il costo dell’intervento non è trascurabile. Secondo le stime, si aggira intorno ai 2.000 euro, a cui vanno sommati quelli per la manutenzione, la taratura periodica e i boccagli monouso. Il decreto firmato dal Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, disciplina le modalità di installazione e le caratteristiche tecniche del dispositivo, che dovrà essere conforme agli standard europei.

L’Alcolock potrà essere installato su veicoli destinati al trasporto di persone o merci. I produttori saranno tenuti a fornire dettagliate istruzioni per l’uso e la manutenzione, mentre le officine autorizzate dovranno apporre un sigillo anti-manomissione, assumendo un ruolo di garanzia fondamentale.

In caso di controlli

Durante i controlli su strada, il conducente dovrà esibire sia la dichiarazione originale di avvenuta installazione sia il certificato di taratura in corso di validità. Il decreto chiarisce inoltre che l’installazione del dispositivo non richiederà l’aggiornamento del documento unico di circolazione del veicolo.

Per agevolare automobilisti e operatori, il Portale dell’Automobilista pubblicherà l’elenco aggiornato dei modelli di veicoli compatibili con i diversi dispositivi e delle officine autorizzate all’installazione.

Le perplessità degli operatori

Non mancano però le critiche da parte degli operatori del settore. L’Associazione Italiana Periti Estimatori Danni (AIPED) ha evidenziato alcune criticità del provvedimento, ritenendo che l’assenza di una verifica tecnica da parte della Motorizzazione sull’installazione e rimozione del dispositivo potrebbe generare contenziosi.

Federcarrozzieri, invece, ha posto l’accento sull’età media del parco auto circolante in Italia: quasi il 22% delle vetture ha più di 19 anni. Un dato che rende difficile, se non impossibile, installare l’Alcolock su veicoli particolarmente obsoleti, per i quali potrebbero non esistere soluzioni tecniche compatibili.

Disattivazione solo in casi eccezionali

Resta la possibilità – almeno in alcuni modelli – di disattivare temporaneamente il dispositivo, ma solo per motivi di emergenza e comunque con l’intervento di un tecnico specializzato.


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Tutela dei minori online: dall’UE nuove linee guida per una rete più sicura

L’Unione europea compie un passo significativo nella lotta ai pericoli digitali per bambini e adolescenti. Il 14 luglio 2025 la Commissione europea ha ufficialmente adottato le linee guida sulla sicurezza online dei minori nell’ambito del Digital Services Act (DSA), il regolamento UE n. 2022/2065 entrato in vigore con l’obiettivo di regolamentare i servizi digitali in modo coerente e armonizzato.

Le nuove disposizioni mirano a contrastare fenomeni sempre più diffusi come cyberbullismo, molestie sessuali online, diffusione non consensuale di immagini, stalking e dipendenza da social media, che colpiscono i più giovani con conseguenze devastanti sulla loro salute mentale, fisica e sociale.

Obblighi per le piattaforme digitali

Le linee guida si applicano a tutte le piattaforme digitali, ad eccezione di micro e piccole imprese, e introducono standard stringenti su come i servizi online devono gestire l’accesso e l’interazione dei minori.

Tra le principali novità:

  • Profili predefiniti in modalità privata: gli account dei minori dovranno essere impostati automaticamente in modalità privata per tutelare l’identità e impedire la diffusione involontaria di dati personali.
  • Filtri sui contenuti: i sistemi di raccomandazione dovranno essere ricalibrati per escludere contenuti potenzialmente dannosi, limitando l’esposizione dei minori a materiale inappropriato.
  • Avvisi proattivi: le piattaforme saranno tenute a fornire segnali espliciti per informare i minori dei rischi digitali legati ai contenuti visualizzati o condivisi.
  • Controllo delle interazioni: sarà obbligatorio consentire il blocco di utenti indesiderati, impedire l’aggiunta forzata a gruppi e vietare lo screenshot o il download di contenuti pubblicati dai minori, al fine di prevenire la diffusione non autorizzata di immagini intime o sessualizzate.

Oltre alla protezione tecnica, la Commissione chiede anche misure per rafforzare la consapevolezza dei giovani utenti, con strumenti di alfabetizzazione digitale e programmi educativi mirati, nonché il divieto di utilizzo commerciale dei dati e dell’interazione dei minori per finalità pubblicitarie o manipolative.

L’attuazione dell’articolo 28 del DSA

Questi orientamenti rappresentano l’attuazione concreta dell’articolo 28 del DSA, secondo cui le piattaforme devono assicurare un elevato livello di tutela della privacy, della sicurezza e del benessere psicofisico dei minori.

In particolare, il regolamento proibisce:

  • pubblicità mirata basata sulla profilazione dei minori;
  • interfacce manipolative che sfruttano vulnerabilità cognitive o emotive dei giovani utenti (le cosiddette dark patterns);
  • impostazioni che incentivano comportamenti compulsivi, come notifiche push e ricevute di lettura non necessarie.

Verso una responsabilità digitale condivisa

Con l’introduzione di queste linee guida, Bruxelles intende rafforzare il quadro di responsabilità delle piattaforme nell’ambiente digitale. Il principio alla base è chiaro: la protezione dei minori non può essere un’opzione, ma un obbligo giuridico.

Una svolta attesa, in un’epoca in cui la vita digitale dei più giovani inizia sempre prima e si svolge in ambienti spesso poco controllati. L’obiettivo è ambizioso: creare uno spazio digitale in cui i minori possano navigare, crescere e socializzare senza essere esposti a rischi sproporzionati, e in cui le aziende tecnologiche siano chiamate a fare la loro parte, non solo con strumenti di moderazione, ma con un vero e proprio cambio di paradigma nella progettazione dei servizi.


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Clima e responsabilità civile: la Cassazione apre alla giustiziabilità contro imprese e Stato

Un passaggio che potrebbe segnare una svolta storica nella giustiziabilità climatica in Italia. Con l’ordinanza n. 13085/2024, pubblicata il 21 luglio 2025, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno riconosciuto la giurisdizione del giudice ordinario nell’ambito di una controversia promossa da Greenpeace Italia, ReCommon e un gruppo di cittadini contro ENI, il Ministero dell’Economia e delle Finanze e la Cassa Depositi e Prestiti S.p.A., accusati di violazione degli obblighi climatici internazionali e responsabilità per danni ambientali derivanti dal cambiamento climatico.

La causa – la prima nel suo genere a livello nazionale – si distingue per l’articolazione inedita del petitum, che accanto a richieste risarcitorie per danni già subiti, comprende anche istanze inibitorie e coercitive nei confronti non solo dello Stato, ma anche di soggetti privati e a partecipazione pubblica, come appunto ENI e CDP.

Il cuore giuridico della controversia

I ricorrenti hanno fondato la loro azione su norme del codice civile (artt. 2043, 2050, 2051 c.c.), su disposizioni costituzionali (artt. 2, 9, 32 e 41 Cost.), e su fonti sovranazionali, in particolare l’art. 8 della CEDU e l’Accordo di Parigi. Una delle tesi centrali dell’azione è proprio la richiesta di riconoscere l’efficacia diretta di tali obblighi internazionali anche nei rapporti tra privati, sulla base della responsabilità extracontrattuale per condotte climalteranti.

Il nodo della giurisdizione

La questione sottoposta alla Corte non ha ancora toccato il merito della responsabilità climatica di ENI e degli altri soggetti citati, ma si è concentrata su un aspetto centrale: può un giudice ordinario pronunciarsi su un’azione che ha implicazioni politiche e strategiche? O si tratta di una materia che spetta solo a Parlamento ed Esecutivo?

Le Sezioni Unite hanno optato per una soluzione di apertura, affermando che la domanda è configurabile come azione risarcitoria per responsabilità civile extracontrattuale e quindi rientra pienamente nella giurisdizione del giudice ordinario. In altre parole, non si tratta di una richiesta politica, ma di una pretesa giuridica fondata su diritti soggettivi tutelabili anche in sede giudiziaria.

Un precedente nel contesto europeo

La decisione si inserisce in un clima giurisprudenziale in fermento, anche a livello europeo. Non a caso, i ricorrenti hanno richiamato la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 9 aprile 2024 nel caso Verein KlimaSeniorinnen Schweiz c. Suisse, che per la prima volta ha riconosciuto una violazione del diritto alla vita privata e familiare (art. 8 CEDU) da parte di uno Stato inadempiente in materia di politiche climatiche.

Verso una nuova stagione per la “climate litigation” in Italia?

La pronuncia della Cassazione, pur avendo natura meramente processuale, si rivela tutt’altro che marginale. Per la prima volta, l’ordinamento italiano apre uno spazio concreto per azioni giudiziarie finalizzate a far valere obblighi climatici nei confronti di imprese e attori pubblici, con fondamento nei diritti fondamentali e nei principi costituzionali.

Si apre così la strada a un potenziale controllo giurisdizionale su condotte economiche e politiche ritenute climalteranti, ampliando i margini della responsabilità civile per il danno ambientale in un’ottica sistemica e innovativa.

Le prossime tappe

Il procedimento ora proseguirà davanti al giudice ordinario, che sarà chiamato ad accertare, nel merito, se le condotte contestate a ENI, al MEF e a CDP abbiano concretamente determinato o aggravato l’emergenza climatica, e se tali comportamenti siano suscettibili di generare responsabilità giuridiche. L’effetto deterrente di una possibile condanna, anche in termini di policy pubblica, potrebbe essere significativo.

Nel frattempo, questa ordinanza pone al centro del dibattito giuridico e politico il ruolo del diritto nella lotta al cambiamento climatico, e rafforza l’idea che i giudici possano rappresentare un faro di tutela attiva in un tempo in cui la crisi ambientale interroga tutte le istituzioni.


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