sospensione esecuzione immobili e termini reati connessi

Direttori della Giustizia pronti allo sciopero: “Noi dequalificati pur essendo risorsa fondamentale”

Roma, 29 agosto 2024 – Direttori del Ministero della Giustizia sul piede di guerra. Dopo la proposta di soppressione del loro profilo professionale, si preparano a scendere in piazza e minacciano uno sciopero per difendere la propria posizione. Chiedono al ministro Carlo Nordio un incontro urgente per fermare quella che definiscono una “dequalificazione” della loro figura, già definita nel 2017 e ora a rischio di essere inglobata nell’area dei Funzionari senza il riconoscimento delle mansioni superiori svolte fino ad oggi.

La mobilitazione dei Direttori

In risposta alla proposta contenuta nella bozza del Ministero della Giustizia del 25 luglio 2024, che prevede l’accorpamento dei Direttori nell’Area dei Funzionari amministrativi e contabili, i Direttori si sono organizzati in un Coordinamento Nazionale. Con un documento inviato pochi giorni fa, hanno denunciato quella che considerano un’ingiustizia, chiedendo di mantenere la loro posizione e di essere invece inquadrati nell’Area delle Elevate Professionalità (EP), come previsto dal Decreto Ministeriale del 9 novembre 2017.

Attualmente, i Direttori appartengono all’Area 3 dei Servizi Amministrativi e Contabili, ma le loro mansioni richiedono una preparazione e responsabilità superiori rispetto ai semplici Funzionari. Mentre per i Funzionari è sufficiente una laurea triennale, per i Direttori è richiesta una laurea magistrale, a testimonianza della maggiore complessità del loro ruolo. Il Coordinamento chiede quindi non solo di mantenere il titolo di Direttore, ma anche di riconoscerne formalmente l’importanza, inquadrandoli nell’Area 4 delle Elevate Professionalità, che sarebbe una naturale evoluzione del loro percorso.

Il Coordinamento difende il ruolo dei Direttori

“Siamo una risorsa fondamentale per la trasformazione digitale della giustizia e per l’efficienza del Ministero,” afferma Giandiego Monteleone, portavoce del Coordinamento. “Il nostro ruolo va valorizzato, non declassato. Siamo pronti al dialogo, ma anche a difendere i nostri diritti con tutti i mezzi che la legge ci offre.”

La replica del Ministero della Giustizia

Il Ministero della Giustizia ha risposto alle preoccupazioni dei Direttori con una nota ufficiale, in cui chiarisce che non è stata presa alcuna decisione definitiva in merito all’inquadramento professionale dei Direttori di Giustizia. “Non c’è alcun demansionamento in atto,” afferma il Ministero. “La questione è ancora oggetto di confronto con le organizzazioni sindacali nell’ambito della definizione del nuovo contratto integrativo e delle nuove famiglie professionali. Il dialogo è aperto e continuerà a settembre.”

Il Ministero sottolinea inoltre che per accedere all’Area delle Elevate Professionalità, saranno necessari precisi requisiti di accesso e durata, come stabilito dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) per le Funzioni Centrali, e che il numero di posizioni disponibili sarà determinato in base alle esigenze organizzative. “Le procedure selettive saranno aperte anche ai Direttori in possesso dei requisiti,” conclude la nota, lasciando spazio a un possibile compromesso.

L’interrogazione parlamentare

“1600 direttori del ministero della Giustizia chiedono un inquadramento nell’Area delle elevate professionalità: oggi queste figure professionali sono inquadrate in una categoria inferiore rispetto a quella del loro ruolo effettivo. Crediamo che la loro richiesta sia pienamente legittima e chiediamo un intervento specifico nella legge di Bilancio. Abbiamo già predisposto una interrogazione al ministro Nordio che presenteremo alla riapertura delle Camere. Secondo fonti ufficiose del ministero occorrerebbero 98 milioni di euro ma, con i fondi a disposizione, si potrebbe adeguare la retribuzione per un numero esiguo di Direttori”. Così annuncia Devis Dori, capogruppo di Avs in commissione Giustizia alla Camera.

Il confronto è dunque ancora aperto, ma i Direttori della Giustizia restano pronti a far sentire la propria voce, determinati a difendere il ruolo che rivendicano come centrale per il buon funzionamento dell’amministrazione giudiziaria.


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“Le strutture minorili sono nel caos”: la denuncia dei sindacati

La recente decisione del Capo Dipartimento del DGMC (giustizia minorile e di comunità) di sospendere temporaneamente il servizio presso il Centro di Prima Accoglienza (CPA) di Roma ha sollevato un’ondata di polemiche e preoccupazioni tra gli addetti ai lavori e le organizzazioni sindacali. Senza consultare preventivamente i rappresentanti dei lavoratori, i minori arrestati sono stati dirottati al CPA della Campania, trasferendo il personale maschile della Polizia penitenziaria del CPA romano in supporto all’Istituto Penale per Minorenni (IPM) di Roma, lasciando solo il personale femminile a presidiare la portineria del CPA. Questa scelta sta peggiorando una situazione già critica in uno dei Centri che registra a livello nazionale il maggior numero di ingressi di minori in stato di arresto o fermo”.
La denuncia viene da Donato Nolè, Coordinatore nazionale Fp Cgil per la Polizia penitenziaria e da Paola Fuselli, Coordinatrice nazionale Fp Cgil per il DGMC.
“Analoga misura – spiegano – è stata adottata per il CPA di Lecce, la cui sospensione delle attività è stata decisa a giugno senza una comunicazione formale alle organizzazioni sindacali, e il personale della Polizia penitenziaria si è visto costretto a raggiungere la sede dell’IPM di Bari partendo dalla sede di Lecce con rientro al termine dei turni nella sede di appartenenza, con tutto il disagio operativo che ciò comporta e il dispendio di ore di straordinario e trattamento di missione. Nei giorni scorsi, il dipartimento ha deciso di prorogare la sospensione delle attività al 31.12.2024. Ciò che lascia più perplessi è l’assenza di qualsiasi dialogo preventivo con le organizzazioni sindacali. In un contesto dove le decisioni dovrebbero essere frutto di un confronto aperto e trasparente, l’Amministrazione ha preferito agire in perfetta solitudine, ignorando l’importanza di una collaborazione con chi, ogni giorno, si trova a gestire le complessità di un sistema che già mostra segni evidenti di cedimento”.
Inoltre, spiegano Nolè e Fuselli, “la carenza di personale presso l’IPM è certamente un problema serio, ma le radici della crisi sono più profonde. La gestione degli IPM e la mancanza di linee guida operative chiare sono i veri nodi da sciogliere. Non si può pensare di risolvere un problema strutturale con soluzioni temporanee e mal concepite. Il personale dei CPA, infatti, dovrebbe supportare gli IPM, ma finora è stato impiegato per tradurre i minori dai centri ai tribunali di competenza. Questo ha comportato un inutile dispendio di risorse economiche, aggravando ulteriormente una situazione già precaria. I provvedimenti adottati di fatto evidenziano una mancanza di pianificazione e organizzazione che rischia di compromettere seriamente il funzionamento delle strutture coinvolte. La gestione costantemente emergenziale delle criticità degli Ipm, legate principalmente al sovraffollamento, sta mettendo in discussione i principi cardine del sistema della giustizia minorile, a partire da quello della territorialità. Tutto ciò avviene a danno di minorenni e giovani adulti che nel momento delicatissimo del primo contatto con il mondo del penale vengono trasportati a chilometri di distanza o in un’altra regione e delle famiglie o dei tutori degli stessi che non sempre sono in grado di sostenere spostamenti così importanti. Al contempo, nel caso in cui le udienze di convalida vengano svolte nella modalità on line, sottrae alla magistratura la possibilità di entrare in contatto diretto con i minori”.
“Se davvero si vogliono garantire il reinserimento dei minori e condizioni di lavoro adeguate per tutti gli operatori del sistema della giustizia minorile – concludono – è indispensabile ripensare radicalmente le modalità di gestione dei servizi minorili, investendo in risorse adeguate e, soprattutto, in una leadership che sappia ascoltare, confrontarsi e agire con lungimiranza. Solo così si potrà sperare di porre fine a una crisi che rischia di diventare cronica, con conseguenze devastanti per tutti”.

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Flat Tax: i forfettari esultano per il concordato preventivo biennale

Roma, 29 agosto 2024 – I contribuenti in regime forfettario possono tirare un sospiro di sollievo. Con l’introduzione della flat tax incrementale nel quadro del nuovo concordato preventivo biennale, la categoria beneficia di vantaggi fiscali significativi. Il decreto correttivo (dlgs n.108/2024) ha infatti portato una novità importante per i forfettari: uno sconto fiscale sull’aumento del reddito proposto e la possibilità di valutare l’adesione al concordato a consuntivo per il 2024, quando i conti saranno già, in gran parte, definiti.

Sconto fiscale per i forfettari

Grazie a queste modifiche, i forfettari vedranno ridotta l’imposta sostitutiva sull’incremento di reddito registrato nel 2024 rispetto al 2023. Per i contribuenti ordinari, lo sconto sarà del 5%, mentre per coloro che hanno avviato nuove attività e si trovano nel primo quinquennio di adesione al regime forfettario, la riduzione sarà del 2%. Questo significa che, mentre l’imposta sostitutiva standard è del 15%, per l’anno 2024 sarà ridotta al 10% per i contribuenti ordinari e al 3% per le nuove attività.

Oltre allo sconto sulle imposte, il concordato preventivo biennale offre ai forfettari un vantaggio temporale. Infatti, la decisione di aderire al concordato per il 2024 dovrà essere presa entro il 31 ottobre, quando il reddito effettivo per l’anno sarà già in gran parte consolidato, permettendo ai contribuenti di fare una scelta informata con poche incognite.

Il concordato: un vantaggio “certo”

Questa situazione è paragonabile a scommettere sul risultato di una partita di calcio quasi al termine della gara: quando il punteggio è già chiaro, la decisione diventa una formalità. Nonostante le perplessità espresse dalla Corte dei Conti riguardo la crescita esponenziale del regime forfettario e i rischi di evasione fiscale, il legislatore ha scelto di introdurre ulteriori agevolazioni per questa categoria di contribuenti.

Come funziona la flat tax incrementale

La flat tax incrementale, prevista dall’articolo 31-bis del dlgs n.13/2024, è un’imposta sostitutiva che si applica solo alla parte di reddito d’impresa o di lavoro autonomo eccedente rispetto a quello dichiarato l’anno precedente. L’adesione a questa modalità fiscale è facoltativa, non obbligatoria, e si presenta come un’opportunità per ridurre ulteriormente il carico fiscale.

Nel caso di rinnovo del concordato (se previsto in futuro), il reddito di riferimento per calcolare l’eccedenza soggetta a imposta sostitutiva sarà quello dichiarato nel periodo d’imposta precedente. Il versamento dell’imposta ridotta dovrà essere effettuato entro i termini stabiliti per il saldo delle imposte sul reddito.


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Cassazione: anche gli agriturismi di lusso sono immobili rurali

Roma, 29 agosto 2024 – Con una sentenza destinata a fare giurisprudenza, la Corte di Cassazione ha stabilito che i fabbricati adibiti ad agriturismo devono essere classificati come immobili rurali, anche se di lusso. La decisione, sancita con la sentenza n. 22674/2024, chiarisce un principio fondamentale in tema di classificazione catastale, con implicazioni significative per il settore agricolo e agrituristico.

La controversia trae origine da un caso riguardante una società agricola toscana, proprietaria di un immobile utilizzato per attività agrituristiche, ma registrato nella categoria catastale “A/8”, riservata alle abitazioni in ville. L’impresa aveva richiesto il rimborso dell’Imposta Comunale sugli Immobili (Ici) per gli anni dal 2009 al 2013, sostenendo che la struttura doveva essere riconosciuta come fabbricato rurale, ma la richiesta era stata respinta.

Il caso era stato inizialmente giudicato dalla Commissione Tributaria Provinciale, che aveva dato ragione alla società agricola. Tuttavia, in appello, la Commissione Tributaria Regionale della Toscana aveva ribaltato la decisione, sostenendo che un immobile di lusso non potesse essere considerato rurale. Questa interpretazione si basava sul comma 3 dell’art. 9 del decreto legge 557/1993, che esclude gli immobili di lusso dalla classificazione come fabbricati rurali abitativi.

La società agricola ha quindi presentato ricorso in Cassazione, contestando l’interpretazione della norma. La Suprema Corte, accogliendo il ricorso, ha chiarito che la distinzione tra fabbricati rurali abitativi e fabbricati rurali strumentali è fondamentale. Mentre il comma 3 dell’art. 9 si applica solo ai fabbricati ad uso abitativo, il comma 3-bis, che riguarda i fabbricati strumentali, non prevede le stesse limitazioni.

In particolare, i giudici hanno sottolineato che gli edifici destinati all’accoglienza e all’ospitalità nell’ambito dell’agriturismo sono strumentali all’attività agricola, ai sensi dell’art. 2135 del codice civile. Questo riconoscimento li qualifica come fabbricati rurali, indipendentemente dalla loro categoria catastale.

La sentenza stabilisce quindi che gli immobili destinati alle attività agrituristiche, anche se di lusso, devono essere considerati a tutti gli effetti come fabbricati rurali strumentali. Tale principio si applica non solo ai fini fiscali, ma anche per la corretta classificazione catastale, escludendo l’applicazione delle norme che limitano la ruralità ai soli fabbricati abitativi.


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Transizione digitale: nuovi contributi per le imprese lombarde

La Camera di Commercio di Sondrio, in collaborazione con la Regione Lombardia, ha lanciato un nuovo bando per supportare la digitalizzazione delle piccole e medie imprese (PMI) della regione. Denominato “Transizione digitale delle imprese lombarde”, il bando offre un contributo a fondo perduto che copre fino al 50% delle spese ammissibili, incentivando le aziende a investire in nuove tecnologie per migliorare la propria competitività.

Dettagli del bando

Rivolto alle micro, piccole e medie imprese di diversi settori, il bando esclude alcune attività specifiche, come quelle agricole e finanziarie. L’agevolazione prevede un investimento minimo di 30.000 euro, con un contributo massimo che può raggiungere i 100.000 euro. Le imprese interessate possono presentare progetti strutturati in tre fasi:

  1. Valutazione della maturità digitale: Un’analisi approfondita per determinare il livello attuale di digitalizzazione dell’azienda e identificare le aree che necessitano di miglioramento.
  2. Definizione del piano strategico: Sulla base della valutazione, viene sviluppato un piano strategico che allinei le esigenze digitali agli obiettivi aziendali.
  3. Implementazione dell’intervento: Attuazione di interventi specifici in linea con il piano strategico definito.

Le imprese che desiderano partecipare possono richiedere assistenza per la fase di valutazione rivolgendosi al Punto Impresa Digitale della Camera di Commercio di Sondrio.

Modalità di partecipazione

Le domande di partecipazione al bando devono essere presentate esclusivamente online sulla piattaforma “Bandi e Servizi” di Regione Lombardia, a partire dalle ore 10:00 del 3 settembre 2024 fino alle ore 16:00 del 12 novembre 2024. Maggiori dettagli e informazioni sono disponibili nella sezione dedicata ai bandi sul sito web della Camera di Commercio al seguente link: https://www.so.camcom.it/bando/transizione-digitale-delle-imprese-lombarde


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Intelligenza Artificiale, il Garante Privacy condiziona il parere favorevole al disegno di legge

Il Garante per la Privacy ha espresso un parere favorevole, ma condizionato, sul disegno di legge in materia di intelligenza artificiale (IA), rispondendo alla richiesta della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il provvedimento, noto come “disegno di legge IA”, è stato valutato dal Garante con il provvedimento n. 477 del 2 agosto 2024, pubblicato successivamente. Sebbene il Garante abbia condiviso l’intento generale del disegno di legge, ha richiesto modifiche e integrazioni per garantirne la piena conformità con la normativa vigente sulla protezione dei dati personali.

Osservazioni sul Disegno di Legge IA

Il Garante ha sottolineato la necessità di evitare sovrapposizioni con alcune disposizioni dell’AI Act europeo e di coordinare meglio le norme proposte con quelle sulla protezione dei dati personali. Ha suggerito di introdurre un articolo specifico nel disegno di legge che assicuri la conformità di tutti i trattamenti di dati personali coinvolti nei sistemi di IA alla disciplina esistente. Questo consentirebbe di semplificare il testo, eliminando i riferimenti specifici e garantendo comunque il rispetto delle norme sulla privacy.

Tutela dei minori e settore sanitario

Il Garante ha richiesto che l’articolo del disegno di legge relativo alla legittimazione dei minori venga allineato alle disposizioni del Codice della privacy, con particolare attenzione alle misure per verificare l’età dei minori e prevenire eventuali elusioni. Inoltre, ha chiesto che le norme per l’utilizzo dell’IA in ambito sanitario siano integrate con requisiti più stringenti per il trattamento dei dati personali, come previsto dall’AI Act, specialmente per i dati sensibili come quelli sanitari.

Ricerca e trattamento dei dati

Il Garante ha anche sollecitato modifiche all’articolo relativo all’uso dei dati personali per scopi di ricerca nell’IA, richiedendo l’inclusione di garanzie aggiuntive come l’uso di dati pseudonimizzati e una maggiore chiarezza sull’adempimento degli obblighi di informativa.

IA nel settore del lavoro

Nel contesto lavorativo, il Garante ha proposto l’introduzione di ulteriori garanzie per l’uso dell’IA, richiamando specificamente le norme sulla non discriminazione e sulla protezione dei dati personali durante il processo di selezione del personale, oltre che nelle fasi successive all’assunzione.

Ruolo del Garante Privacy

Infine, il Garante ha raccomandato di chiarire e rafforzare il suo ruolo come autorità competente per la tutela dei dati personali nel contesto dell’IA, suggerendo una serie di modifiche che garantiscano una cooperazione efficace tra le diverse autorità coinvolte. Tra queste modifiche, è inclusa la proposta di inserire il Garante nel Comitato di coordinamento previsto dal disegno di legge, per garantire che gli aspetti legati alla protezione dei dati siano adeguatamente considerati.


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Migranti, fissato a 500 euro il tetto per le trasferte di avvocati e interpreti in Albania

Il Ministero della Giustizia ha stabilito un limite di 500 euro per il rimborso delle spese di viaggio e soggiorno degli avvocati e degli interpreti che assistono i migranti trasferiti in Albania. Questa misura è stata ufficializzata con il decreto del 5 luglio 2024, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 23 agosto 2024. Il decreto, emanato in collaborazione con il Ministero dell’Economia, regola le modalità di rimborso per i professionisti che, in base alla legge n. 14 del 21 febbraio 2024, prestano assistenza legale in presenza ai migranti ammessi al gratuito patrocinio.

Il provvedimento si inserisce nel quadro del Protocollo siglato tra il Governo italiano e quello albanese, volto a rafforzare la collaborazione in materia migratoria. Tale accordo, firmato a Roma il 6 novembre 2023, permette all’Italia di utilizzare specifiche aree in Albania per la costruzione di strutture destinate alle procedure di frontiera e al rimpatrio dei migranti. Le strutture, che possono ospitare fino a un massimo di 3.000 migranti contemporaneamente, sono gestite dalle autorità italiane e operano sotto la giurisdizione italiana, secondo la normativa nazionale ed europea.

L’articolo 4, comma 5, della legge 14/2024 stabilisce che, in caso di necessità, l’avvocato del migrante ammesso al patrocinio a spese dello Stato deve recarsi in Albania per partecipare alle udienze. Questo avviene quando la partecipazione da remoto non è possibile e il rinvio dell’udienza potrebbe compromettere i tempi del procedimento. In tali circostanze, il decreto prevede un rimborso massimo di 500 euro per le spese di viaggio e soggiorno documentate, sia per l’avvocato sia per l’interprete coinvolto.


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Vendere immobili ristrutturati con il Superbonus: un’operazione rischiosa

Secondo le più recenti interpretazioni dell’Agenzia delle Entrate e alcune sentenze della Corte di Cassazione, tale operazione potrebbe essere considerata attività imprenditoriale, con conseguenze fiscali non trascurabili.

Il nodo della questione riguarda il possibile recupero delle imposte come l’IVA e l’IRAP, qualora il Fisco consideri la vendita come parte di un’attività economica vera e propria. Questo rischio si concretizza soprattutto quando la cessione dell’immobile avviene subito dopo i lavori di ristrutturazione, sfruttando il Superbonus per aumentare il valore del bene.

Con l’entrata in vigore, dal 1° gennaio 2024, di nuove normative fiscali che impongono la tassazione della plusvalenza realizzata dalla vendita dell’immobile entro dieci anni dalla conclusione dei lavori, i venditori si trovano a fronteggiare una situazione ancora più complessa. Sebbene ristrutturare e poi vendere un immobile con il Superbonus sia legale, tale operazione potrebbe portare a una revisione della natura della transazione, facendola rientrare nella sfera imprenditoriale.

La Corte di Cassazione, con sentenze come la n. 36992 del 2022, ha affermato che un singolo affare di rilevante importanza economica, realizzato attraverso una serie di operazioni complesse, può configurare un’attività d’impresa. Questo implicherebbe la necessità di assoggettare la vendita all’IVA e all’IRAP. Inoltre, la normativa che regola il Superbonus esclude esplicitamente chi svolge attività imprenditoriali dal beneficio fiscale. Di conseguenza, il venditore potrebbe trovarsi a dover restituire l’intero Superbonus al Fisco.

Non si tratta di un’interpretazione isolata: anche in precedenti pronunce, come l’ordinanza n. 15931 del 2021, la Cassazione ha sottolineato che il profitto derivante da un singolo affare di rilevante portata economica può essere considerato reddito d’impresa. Questa posizione è coerente con la linea adottata dall’Agenzia delle Entrate, che fin dal 2002 ha ritenuto imprenditoriale l’attività di ristrutturare immobili al solo scopo di rivenderli, soprattutto quando l’operazione richiede una serie di adempimenti complessi dal punto di vista economico e fiscale.

 


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I grandi classici del cinema sugli avvocati: un omaggio al Festival di Venezia

In occasione dell’inizio del Festival del Cinema di Venezia, Servicematica vuole celebrare il legame profondo tra il mondo della giurisprudenza e il grande schermo. Il cinema ha spesso raccontato le storie di avvocati impegnati in cause che hanno segnato la storia, mostrando la complessità della professione forense e il peso della giustizia.

Ecco alcuni dei film più iconici dedicati agli avvocati, capolavori che continuano a ispirare e a far riflettere.

1. “La parola ai giurati” (1957) Un classico intramontabile, diretto da Sidney Lumet, che ci porta nella stanza della giuria dove un solo uomo (interpretato da Henry Fonda) lotta contro il pregiudizio e l’indifferenza per ottenere giustizia. Un vero capolavoro che mostra la forza del diritto e la responsabilità di chi lo esercita.

2. “Philadelphia” (1993) Questo toccante film, con Tom Hanks e Denzel Washington, affronta il tema della discriminazione nei confronti delle persone affette da HIV. La pellicola ha il merito di aver sensibilizzato l’opinione pubblica su un tema delicato, mettendo in luce il coraggio di un avvocato che lotta contro l’ingiustizia.

3. “Il buio oltre la siepe” (1962) Gregory Peck, nel ruolo dell’avvocato Atticus Finch, ha regalato al cinema una delle interpretazioni più memorabili della professione legale. Il film, tratto dall’omonimo romanzo di Harper Lee, racconta la difesa di un uomo nero accusato ingiustamente di violenza sessuale negli Stati Uniti segregazionisti degli anni ’30.

4. “Il socio” (1993) Con Tom Cruise nei panni di un giovane avvocato ambizioso, questo thriller legale diretto da Sydney Pollack esplora il lato oscuro delle grandi firme legali. Intrighi e corruzione mettono alla prova l’etica professionale e personale del protagonista.

5. “Il verdetto” (1982) Paul Newman interpreta un avvocato che cerca redenzione attraverso un difficile caso di negligenza medica. Un dramma potente diretto da Sidney Lumet che mette in luce il dilemma morale e la lotta per la giustizia.


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Ddl Sicurezza, l’allarme delle associazioni di settore: “Migliaia di aziende e posti di lavoro a rischio”

Un nuovo fronte si apre nella battaglia per la legalizzazione in Italia. Stavolta, però, non si tratta di cannabis a scopo ricreativo, ma della canapa industriale, una coltura dalle mille potenzialità, messa a rischio da un recente emendamento al Decreto Sicurezza. Confagricoltura e altre associazioni di categoria hanno espresso forte preoccupazione per questa misura che rischia di mettere in ginocchio un settore in piena espansione.

Il cuore del problema

L’emendamento in questione prevede il divieto assoluto della coltivazione, lavorazione e vendita delle infiorescenze di canapa, anche quelle a basso contenuto di THC. Una decisione che, secondo Confagricoltura, è un duro colpo al Made in Italy agroindustriale. “Si tratta di una filiera giovane, dinamica e fortemente legata ai principi della bioeconomia”, dicono dall’associazione degli agricoltori, “Un settore che sta creando occupazione, soprattutto tra i giovani, e contribuendo a rilanciare l’economia di molte aree rurali”.

Le conseguenze

Le conseguenze di questo divieto potrebbero essere devastanti. La chiusura di moltissime aziende, la perdita di migliaia di posti di lavoro e un danno all’immagine dell’Italia come paese all’avanguardia nel settore agricolo sono solo alcune delle possibili ricadute. Inoltre, la decisione potrebbe vanificare gli sforzi compiuti in questi anni per valorizzare tutte le parti della pianta di canapa, dai semi alle fibre fino alle infiorescenze.

Un’opportunità persa

L’Italia, con il suo clima favorevole, si è affermata come uno dei principali produttori di canapa in Europa. La coltivazione di questa pianta, oltre a generare ricchezza, contribuisce a migliorare la qualità del suolo, a ridurre l’impatto ambientale e a creare nuovi prodotti sostenibili. Un’opportunità che il nostro Paese sembra intenzionato a sprecare.

La voce delle associazioni

Diverse associazioni di categoria si sono unite per lanciare un appello al governo affinché ritiri l’emendamento. “Siamo di fronte a una scelta politica miope che danneggia l’economia, l’ambiente e la società, la canapa è una risorsa preziosa che non possiamo permetterci di perdere”.

Una petizione per salvare l’indotto

Per sostenere la battaglia delle associazioni di settore, tra cui Imprenditori Canapa Italia, Sardinia Cannabis e altre, è stata lanciata una petizione online che ha raccolto già migliaia di firme. L’obiettivo è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica e spingere il governo a riconsiderare la sua posizione.

Perché è importante?

  • Sostenibilità: La canapa è una coltura ecologica, che aiuta a ripulire il terreno e può sostituire materiali inquinanti.
  • Economia: Questo settore crea lavoro, soprattutto nelle zone rurali, e contribuisce all’economia circolare.
  • Salute: I prodotti a base di infiorescenze di canapa aiutano molte persone a migliorare la propria qualità di vita.

Cosa chiedono le associazioni?

  • Ritirare l’emendamento: Vogliono che il governo elimini il divieto sulle lavorazioni delle infiorescenze di canapa.
  • Dialogo costruttivo: Chiedono al governo di parlare con loro per creare regole chiare e sostenibili per il settore.

Per firmare, cliccare sul link


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