Sovranità digitale: la difficile sfida dell’Europa per liberarsi dalla tecno-dipendenza USA

Per decenni l’Europa ha costruito una parte importante della propria economia e della propria vita quotidiana su tecnologie sviluppate soprattutto negli Stati Uniti. Una dipendenza che per molto tempo è stata vista come il semplice risultato della globalizzazione, e che oggi viene invece letta a Bruxelles anche in termini di sovranità economica e autonomia strategica.

Il problema, però, non riguarda soltanto Apple, Google e Microsoft. Un’impresa europea può utilizzare sistemi operativi statunitensi, archiviare i propri dati su infrastrutture cloud americane, affidarsi a software aziendali e strumenti di intelligenza artificiale sviluppati negli Stati Uniti – anche quando i dati restano fisicamente conservati in Europa. È proprio questo uno dei nodi più delicati: avere i dati in Europa non significa avere il controllo europeo sulla tecnologia che li gestisce.

Il cloud computing è forse il terreno più evidente di questa dipendenza, con una parte significativa del mercato globale dominata da operatori statunitensi. Ma è l’intelligenza artificiale a rendere la questione ancora più urgente: gli Stati Uniti hanno accumulato un vantaggio enorme grazie a capitali, università e capacità di trasformare la ricerca in prodotti commerciali, mentre l’Europa – pur potendo contare su ottime università e ricercatori – fatica a trasformare queste risorse in grandi aziende tecnologiche globali. Il rischio, paradossalmente, è che l’Europa diventi una delle aree del mondo più attive nella regolamentazione dell’IA, ma non nella sua produzione.

Da qui la spinta di Bruxelles verso la “sovranità tecnologica“, che riguarda semiconduttori, cloud, intelligenza artificiale, cybersicurezza e supercalcolo. Ma qui emerge una difficoltà strutturale: il mercato europeo è enorme, ma frammentato in 27 paesi, lingue e sistemi normativi diversi – mentre negli Stati Uniti una startup nasce già in un mercato ampio e omogeneo. Costruire un concorrente europeo dei grandi colossi americani, inoltre, non è solo una questione di investimenti pubblici: servono capitalizzazione, talenti e soprattutto milioni di utenti, vista la forza degli effetti di rete che rendono così difficile scalzare chi ha già conquistato una posizione dominante.

Se l’Europa continuasse su questa strada, il rischio più realistico non sarebbe una perdita improvvisa di accesso alle tecnologie americane, ma qualcosa di più graduale: una quota crescente di infrastrutture digitali gestita da fornitori esterni, con una parte sempre più ampia del valore economico generato dalla trasformazione digitale che finisce fuori dai confini europei – trasformando la dipendenza tecnologica anche in dipendenza economica e geopolitica.

Pensare che l’Europa possa sostituire in pochi anni Apple, Google o Microsoft sarebbe irrealistico. La strada più concreta, semmai, è un’altra: ridurre le dipendenze critiche, diversificare i fornitori, sostenere le tecnologie europee, favorire standard aperti, investire nella ricerca. Non serve autosufficienza totale in ogni tecnologia – serve evitare che, per i settori essenziali, non esista alcuna alternativa europea. È la differenza tra globalizzazione (poter scegliere tra fornitori diversi) e dipendenza (non potervi rinunciare).

La sfida, insomma, non è fare una guerra commerciale ai colossi americani, ma riuscire a dialogare con loro da una posizione meno vulnerabile. E trasformare questa consapevolezza in una strategia concreta sarà, probabilmente, molto più difficile che approvare una nuova legge.

Tutto pronto per una nuova stagione: l’Umana Reyer femminile torna in campo

Per l’Umana Reyer Venezia femminile è iniziato il conto alla rovescia verso il 2026/27: una stagione che nasce nel segno della continuità, ma anche con nuove sfide e nuovi stimoli.

La squadra ha già iniziato il lavoro al Taliercio e si prepara adesso al ritiro di Falcade, in programma dal 16 al 19 settembre. Proprio in montagna arriverà il primo test della nuova stagione: il 19 settembre alle 16, contro GEAS Basket. Il percorso di preparazione proseguirà poi il 25 settembre a Jesolo, con l’amichevole contro Autosped BCC Castelnuovo Scrivia.

Il primo appuntamento ufficiale sarà però il 30 settembre: le Leonesse scenderanno in campo al Palasport Taliercio, davanti al proprio pubblico, per la sfida di qualificazione all’EuroLeague Women.

Calendario completo delle gare casalinghe Umana Reyer 2026/27

 

Un gruppo che riparte con entusiasmo

A guidare ancora una volta le Leonesse ci sarà Andrea Mazzon, confermato per la sesta stagione consecutiva. Una scelta nel segno della continuità e di un progetto che negli ultimi anni ha portato Venezia ai vertici del basket italiano ed europeo.

Il nuovo roster presenta novità importanti, con ben quattro assolute novità che non hanno mai vestito la maglia orogranata prima d’ora: arrivano a Venezia l’ala/centro croata Andrijana Cvitkovic, la francese Alexia Chery, la statunitense Alyssa Ustby e la guardia australiana Marena Whittle. A queste si aggiunge il gradito ritorno di Giovanna Elena Smorto, guardia italiana che torna a sposare la causa reyerina dopo le precedenti esperienze in laguna.

Accanto ai nuovi innesti, coach Mazzon potrà contare sulla solidità di un gruppo di grande qualità e forte identità, grazie alla conferma del blocco italiano composto da Matilde Villa, Francesca Pan, Francesca Pasa, Lorela Cubaj e Mariella Santucci, insieme alla croata Ivana Dojkic. Una squadra rinnovata con intelligenza che unisce esperienza, talento e la giusta dose di versatilità per competere al meglio sia in campionato che nelle coppe europee.

 

Come sponsor dell’Umana Reyer femminile, siamo orgogliosi di accompagnare ancora una volta queste ragazze nel loro percorso. Perché lo sport è passione, impegno, squadra. E soprattutto è condivisione: dentro e fuori dal campo.

Ci vediamo alla prima in casa. Noi saremo lì, a fare il tifo. Forza Reyer!

Maltrattamenti in famiglia: la Cassazione chiarisce quando concorrono con gli altri reati

La Corte di Cassazione è tornata a occuparsi dei confini applicativi del reato di maltrattamenti contro familiari o conviventi (art. 572 c.p.), con la sentenza n. 33211/2026 della Terza sezione penale, depositata il 9 settembre.

Il principio ribadito dalla Corte è netto: i maltrattamenti, in quanto reato abituale con una propria autonoma dimensione offensiva, concorrono con i singoli reati commessi ai danni della persona offesa nel medesimo contesto, tra cui violenza sessuale, estorsione, furto, lesioni e danneggiamento, quando le relative condotte conservino anche soltanto parziale autonomia e non coincidano integralmente con gli atti vessatori. L’assorbimento di questi reati nella fattispecie di maltrattamenti resta quindi circoscritto alla sola ipotesi di piena coincidenza e integrale strumentalità delle condotte rispetto al maltrattamento stesso.

Sul piano delle circostanze aggravanti, la Corte chiarisce inoltre che l’aggravante del nesso teleologico (art. 61, primo comma, n. 2, c.p.) è configurabile anche nel concorso formale di reati, non richiedendo un’alterità materiale delle azioni: è sufficiente che venga accertata la specifica finalizzazione di un reato alla realizzazione o al consolidamento dell’altro.

La pronuncia interviene anche su un profilo processuale rilevante: il ricorso per cassazione proposto dal pubblico ministero contro una condanna resa in giudizio abbreviato si converte in appello, ai sensi dell’art. 580 c.p.p., quando l’imputato abbia contestualmente appellato – con questa disciplina che prevale sulla preclusione prevista dall’art. 443, comma 3, c.p.p.

Nel caso specifico, la Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell’imputato, confermando la distinta rilevanza dei maltrattamenti rispetto ai reati sessuali, patrimoniali, lesivi e di danneggiamento, tutti inseriti in un sistematico contesto di sopraffazione della convivente, nonché la conversione dell’impugnazione proposta dal Procuratore generale.

Esame Avvocato 2026: domande dal 1° ottobre, solo con SPID, CIE o CNS

È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale – IV Serie speciale “Concorsi ed esami” n. 70 dell’11 settembre 2026 – il decreto del Ministero della Giustizia del 3 settembre 2026, con cui è stato emanato il bando dell’esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio della professione forense per l’anno 2026.

La domanda di partecipazione dovrà essere presentata esclusivamente per via telematica, attraverso la piattaforma informatica del Ministero della Giustizia: la procedura sarà disponibile dal 1° ottobre 2026, con finestra di presentazione aperta fino all’11 novembre. Un dettaglio da non sottovalutare per chi si appresta a fare domanda: per la registrazione e l’autenticazione sulla piattaforma sarà necessario utilizzare esclusivamente un’identità digitale, scegliendo tra SPID di secondo livello, Carta d’Identità Elettronica (CIE) o Carta Nazionale dei Servizi (CNS) – non sarà quindi possibile presentare la domanda senza una di queste credenziali già attive. Il pagamento degli oneri di partecipazione avverrà attraverso la piattaforma PagoPA.

Le prove scritte si svolgeranno nelle giornate di martedì 15 e mercoledì 16 dicembre 2026, entrambe con inizio alle ore 9:00.

Il nuovo esame si inserisce in un riassetto più ampio dell’accesso alla professione forense, introdotto quest’anno. La riforma ha modificato la struttura delle prove, riducendo il tradizionale peso della prova scritta unica: il nuovo modello prevede due prove scritte e una prova orale. Cambia di conseguenza anche il modo di prepararsi per i candidati: non basta più una preparazione concentrata sulla tradizionale redazione dell’atto, perché il nuovo sistema richiede una conoscenza più articolata del diritto sostanziale e processuale, insieme a una maggiore capacità di ragionamento applicato.

Il tema riguarda da vicino anche chi è già dentro la professione. Il nuovo accesso all’avvocatura è infatti solo uno dei tasselli della riforma dell’ordinamento forense, introdotta con la legge 28 luglio 2026, n. 137. Il provvedimento interviene, tra gli altri aspetti, sulla possibilità di esercitare la professione in forme collettive, sulle società tra avvocati, sulla disciplina della monocommittenza e, appunto, sul percorso di accesso alla professione.

Tutti i requisiti, le modalità di presentazione della domanda e gli ulteriori dettagli sono contenuti nel decreto ministeriale del 3 settembre 2026.

Contante in Costituzione: la proposta di legge di iniziativa popolare aperta alla firma

Dal 19 luglio è aperta la raccolta firme per una proposta di legge di iniziativa popolare – depositata presso il Ministero della Giustizia con identificativo 7300020 – che punta a inserire nell’articolo 47 della Costituzione, quello dedicato alla tutela del risparmio, un nuovo comma sul contante.

Il testo della proposta prevede che la Repubblica “riconosca e garantisca l’uso del denaro contante avente corso legale” come mezzo di pagamento, assicurandone l’approvvigionamento, l’accessibilità e la disponibilità sull’intero territorio nazionale. La modifica prevede inoltre che eventuali limitazioni all’uso del contante da parte del legislatore ordinario debbano rispettare “principi di ragionevolezza, necessità, proporzionalità e non discriminazione”, e che qualsiasi “mutamento o riforma nel corso legale della valuta” possa avvenire soltanto tramite legge costituzionale – una procedura più complessa, con maggioranze parlamentari più ampie rispetto a una legge ordinaria.

I promotori motivano la proposta con quattro argomentazioni principali: la libertà economica di effettuare pagamenti senza dipendere da piattaforme private; la tutela delle fasce più vulnerabili della popolazione, come anziani e residenti in aree periferiche, dal rischio di esclusione finanziaria; la riservatezza delle transazioni lecite; e l’affidabilità del contante in scenari di blackout o attacchi informatici. Secondo i promotori, la proposta non nasce in contrapposizione alla digitalizzazione, ma come garanzia che questa non si traduca in una marginalizzazione del contante come strumento di pagamento.

Per chi desidera sottoscrivere la proposta, il Ministero della Giustizia rende disponibili due modalità: la firma online, tramite SPID o CIE, sul portale ufficiale delle firme per referendum e iniziative di legge; oppure la firma di persona presso i banchetti organizzati sul territorio, cercabili per regione e provincia sul sito dedicato all’iniziativa.

Le IA a confronto: non esiste una sola intelligenza artificiale

Chiedere “qual è la IA migliore” equivale un po’ a chiedere “qual è il veicolo migliore”, senza specificare se si parla di una berlina, una moto o un camion. Oggi esistono IA progettate per scopi molto diversi: alcune sono pensate come assistenti generalisti, altre sono particolarmente efficaci nella programmazione, altre ancora nella generazione di immagini, video, audio o nella ricerca di informazioni.

Come si classificano, davvero?

Prima di confrontare i singoli strumenti, vale la pena capire come si organizza il settore. Secondo la panoramica di IBM sui tipi di intelligenza artificiale, esiste oggi una sola categoria realmente esistente: l’IA “ristretta”, addestrata per un compito specifico e incapace di trasferire competenze da un ambito all’altro. Un dettaglio che sorprende: per IBM anche ChatGPT rientra in questa categoria, perché resta comunque vincolato al singolo compito della conversazione testuale. Le forme di IA capaci di ragionare su qualsiasi dominio come farebbe una mente umana – la cosiddetta IA generale – restano per ora puramente teoriche: non esistono ancora, in nessuna forma commerciale.

Dentro l’IA ristretta, IBM distingue poi in base al rapporto con la memoria: la maggior parte degli strumenti che usiamo ogni giorno – assistenti vocali, auto a guida autonoma, la stessa IA generativa – rientra nella categoria a “memoria limitata“, capace di usare dati recenti per decidere, ma incapace di conservare un’esperienza a lungo termine come farebbe una persona.

I protagonisti, uno per uno

ChatGPT (OpenAI) resta il nome più conosciuto, grazie a una versatilità che lo rende adatto a chi cerca un assistente generalista piuttosto che uno strumento iper-specializzato. Gemini (Google) punta invece sull’integrazione con l’ecosistema Google – Gmail, Documenti, Ricerca – e su solide capacità multimodali. Claude (Anthropic) si è ritagliato uno spazio importante nel lavoro professionale: analisi di documenti lunghi, scrittura, ragionamento, programmazione. Sul fronte della spesa enterprise, secondo le stime di Menlo Ventures (The State of Generative AI in the Enterprise, 2025), Anthropic avrebbe raggiunto circa il 40% della quota di mercato dei foundation model API, davanti a OpenAI (27%) e Google (21%) – un segnale della crescita di Claude proprio nell’ambito professionale di cui si parlava sopra (vedi grafico).

Grok (xAI) si distingue soprattutto per l’integrazione con l’ecosistema X, da cui può recuperare informazioni in tempo reale. DeepSeek, sviluppato fuori dai tradizionali protagonisti statunitensi, ha dimostrato quanto rapidamente possa cambiare il panorama competitivo del settore, con modelli aperti particolarmente competitivi nel ragionamento e nella programmazione. Entrambi, insieme ad altri fornitori più piccoli, rientrerebbero secondo la stessa fonte in un residuo 12% del mercato enterprise misurato – un dato che non permette di isolarli singolarmente, ma conferma quanto il settore resti comunque frammentato oltre ai tre nomi principali.

Il problema dell’affidabilità

C’è un aspetto che vale la pena tenere sempre presente: l’intelligenza artificiale può produrre risposte molto convincenti anche quando sono sbagliate. Per questo un risultato generato dall’IA non dovrebbe mai essere trattato automaticamente come una fonte definitiva – può essere un’ottima base per una bozza, un riassunto, un’idea, ma le informazioni importanti vanno sempre verificate altrove.

Qual è la più utilizzata?

Anche questa domanda non ha una risposta unica: dipende da cosa misuriamo – utenti consumer, visite ai siti, download delle app, utilizzo aziendale, uso delle API, adozione tra sviluppatori. Sono numeri che raccontano storie diverse e non vanno confusi tra loro.

Secondo lo AI Index 2026 dello Stanford Institute for Human-Centered Artificial Intelligence, nel 2025 l’88% delle organizzazioni intervistate utilizzava l’intelligenza artificiale in almeno una funzione aziendale. Nel mondo dello sviluppo software, i dati di Stack Overflow mostrano quanto siano ormai diffusi questi strumenti: l’84% degli sviluppatori intervistati utilizza o prevede di utilizzare l’AI nel proprio processo di sviluppo.

 

Quale IA scegliere?

La scelta dipende soprattutto dall’attività:

Ambito AI utilizzate
Assistente generalista ChatGPT, Gemini, Claude
Programmazione Claude Code, Codex, GitHub Copilot, Cursor
Ricerca Perplexity, ChatGPT, Gemini
Immagini Midjourney, Firefly, OpenAI, Google
Video Sora, Veo, Runway
Audio e voce ElevenLabs
Modelli open Llama, Mistral, Qwen, DeepSeek

Non è una classifica: è una panoramica delle principali categorie. Le prestazioni cambiano inoltre rapidamente con l’arrivo di nuovi modelli.

Perché confrontarle?

Confrontare le IA significa andare oltre la domanda “Qual è la migliore?”. Bisogna chiedersi: quale IA è più adatta a quello che devo fare? Un programmatore potrebbe preferire uno strumento specializzato nel codice, mentre chi deve creare immagini avrà esigenze completamente diverse. Un’azienda, a sua volta, sceglierà anche in base a sicurezza, costi, privacy e integrazione con i propri sistemi.

Nei prossimi articoli analizzeremo più da vicino le principali IA, confrontandole per programmazione, grafica, ricerca, produttività e utilizzo aziendale.

 

Pensione a 64 anni: la Lega la propone, la Cgil fa i conti (e non tornano)

Le pensioni si candidano a essere uno dei temi più discussi della prossima legge di bilancio, l’ultima manovra di questa legislatura prima del ritorno alle urne. Sul tavolo, tra le altre, la proposta della Lega di consentire un pensionamento anticipato a 64 anni, attraverso un ricalcolo contributivo dell’assegno riservato a chi rientra nel sistema misto – cioè a chi ha iniziato a lavorare prima del 1996. Il partito di Matteo Salvini valuterebbe anche di finanziare in parte l’anticipo attingendo al TFR, e punterebbe a bloccare l’ulteriore mese di attesa per la pensione di vecchiaia che scatterebbe da gennaio (67 anni e un mese). I dettagli della proposta, ancora da definire, potrebbero emergere nella riunione “pre-Pontida” della Lega in programma nei prossimi giorni a Roma.

La Cgil, dal canto suo, boccia di nuovo la proposta, come già fatto in passato, e lo fa con numeri precisi. Il ricalcolo interamente contributivo dell’assegno – condizione necessaria per accedere all’anticipo – produrrebbe, secondo le simulazioni del sindacato, una pensione inferiore fino al 10,6% rispetto al sistema misto attuale: per chi ha 40 anni di contribuzione e una retribuzione annua di 35mila euro, la differenza sarebbe di circa 182 euro al mese (da 1.726 a 1.543 euro); con 50mila euro di retribuzione la perdita salirebbe a 261 euro mensili, e con 70mila euro a oltre 365 euro – una riduzione che, ricorda il sindacato, si protrarrebbe per tutta la durata della pensione, non una tantum.

Ancora più netta la posizione della Cgil sull’ipotesi di utilizzare il TFR per finanziare l’uscita anticipata, già circolata lo scorso anno: una proposta che il sindacato definisce, nella newsletter Collettiva, “sbagliata e, alla prova dei numeri, addirittura folle”, perché scaricherebbe “interamente il costo dell’anticipo sulle lavoratrici e sui lavoratori”, costretti ad accettare un assegno più basso a vita e, in alcuni casi, a intaccare proprio il proprio TFR per raggiungere la soglia richiesta. Sulla stessa linea critica si è espressa anche la vicepresidente del Senato Mariolina Castellone (M5s), definendo l’ipotesi da bocciare “senza appello”, soprattutto “in un momento in cui pensioni e salari sono già sotto pressione”.

Resta sullo sfondo la posizione dell’Inps, chiamato a dare attuazione a qualsiasi soluzione normativa venga approvata: il presidente dell’istituto, Gabriele Fava, si è limitato per ora a ricordare che l’ente “cercherà di attuare a regola d’arte” quanto deciso dal legislatore, senza sbilanciarsi nel merito. Mancano ancora, va detto, le coperture finanziarie e i dettagli operativi della proposta: la vera discussione, e i veri numeri, si vedranno probabilmente solo con la presentazione della manovra.

Lo spazioporto di Musk in Louisiana: l’obiettivo di SpaceX è lanciare migliaia di razzi ogni anno

Cinquecento chilometri quadrati di costa in Louisiana, cento miliardi di dollari, e l’ambizione dichiarata di lanciare “migliaia di razzi all’anno”. SpaceX ha annunciato la costruzione di Starbase Louisiana, il più grande spazioporto al mondo, su un’area costiera nota come Pecan Island, con inizio dei lavori previsto per il 2027 e primo lancio nel 2029.

“Ci stiamo preparando a costruire uno spazioporto che, fino ad ora, è esistito solo nella fantascienza”, ha dichiarato Elon Musk, aggiungendo che l’obiettivo finale è rendere i viaggi spaziali “una routine come volare in aereo”.

Dietro l’entusiasmo, però, si apre una domanda che raramente viene fatta ad alta voce: chi controlla davvero un investimento privato di questa portata, prima ancora che diventi operativo? Non è una domanda oziosa. La base texana di SpaceX a Boca Chica, il precedente più vicino a questo nuovo progetto, ha già attraversato anni di contenziosi con associazioni ambientaliste e autorità federali, tra dubbi sull’adeguatezza delle valutazioni di impatto ambientale e violazioni dei permessi di scarico delle acque contestate dalle autorità texane per la tutela ambientale. Non è difficile immaginare che un progetto ancora più grande, su una costa altrettanto sensibile dal punto di vista ambientale come quella della Louisiana, possa generare tensioni analoghe, se non maggiori – con l’aggravante che, storicamente, la capacità delle autorità di tenere il passo con la velocità di esecuzione di SpaceX si è spesso rivelata insufficiente.

C’è poi un secondo livello della domanda, meno tecnico e più politico: quanto può crescere il potere infrastrutturale di un singolo attore privato prima che le procedure di controllo ordinarie – pensate per progetti di scala e velocità molto diverse – smettano semplicemente di funzionare? Chi regola le orbite, le frequenze, l’accesso allo spazio, resta formalmente lo Stato – ma chi possiede la capacità materiale di costruire ed eseguire più rapidamente di chiunque altro acquisisce una leva che nessuna licenza, per quanto rigorosa, può davvero bilanciare del tutto.

Nel frattempo si discute di fantascienza che diventa realtà. Ma cento miliardi di dollari e 500 km² di costa sono già una scelta concreta. Qualcuno dovrà autorizzarla, a Baton Rouge, a Washington, o altrove. E qualcuno dovrà vigilare su di essa, negli anni a venire.

Furto al Museo di Messina: un custode indagato per false dichiarazioni ai PM

Sviluppo nell’inchiesta sul furto delle quattro opere di Antonello da Messina, sottratte dal Museo Accascina la notte di Ferragosto. Uno dei custodi in servizio quella sera, convocato nei giorni scorsi come testimone davanti ai magistrati, è stato iscritto nel registro degli indagati per il reato di false dichiarazioni al pubblico ministero, previsto dall’articolo 371-bis del codice penale.

L’audizione del custode – insieme ad altri tre colleghi in servizio quella notte – è stata sospesa a un certo punto per le troppe contraddizioni tra la sua versione e quella dei colleghi, in particolare sulla cronologia degli eventi legati all’allarme del museo. Un altro custode ha già ammesso di aver sentito l’allarme scattare e di averlo disattivato, pensando a un falso contatto.

Gli inquirenti si stanno concentrando ora su un interrogativo preciso: se nella squadra di custodia ci fosse soltanto un problema di competenza, o se qualcuno all’interno abbia agevolato il furto. A insospettire gli investigatori è la disinvoltura con cui i due ladri si sono mossi all’interno del museo, secondo quanto emerso finora dalle indagini.

Vale la pena chiarire la differenza tra le due posizioni processuali che si stanno delineando. Essere iscritti nel registro degli indagati per false dichiarazioni al PM non equivale a essere accusati del furto: si tratta di un reato autonomo, che punisce chi, sentito come testimone o persona informata sui fatti in un procedimento penale, fornisce dichiarazioni false o reticenti ai magistrati. È un tassello che riguarda la credibilità della testimonianza raccolta, non ancora un’accusa di complicità nel colpo – anche se, in un’indagine di questo tipo, le due strade possono facilmente finire per intrecciarsi.

Intelligenza artificiale, la bomba atomica del XXI secolo: Usa e Cina corrono, l’Europa dorme

Il paragone con la corsa alla bomba atomica del secolo scorso, per quanto forte, non è del tutto fuori luogo: anche allora si trattava di una scoperta capace di ridefinire gli equilibri di potere – con esiti che sarebbero dipesi, più che dalla tecnologia in sé, da come l’uomo avrebbe scelto di usarla. E l’uomo, va detto, non ha sempre fatto buon uso delle sue scoperte più potenti. Negli ultimi mesi, la competizione tra Stati Uniti e Cina si è fatta sempre meno una gara industriale e sempre più una partita a scacchi geopolitica.

Sul fronte cinese, il successo di modelli open-source come Kimi K3 e DeepSeek, insieme alle piattaforme di Alibaba, ha eroso terreno alla leadership statunitense nei mercati emergenti, spingendo Pechino a promuovere alleanze internazionali come la World Artificial Intelligence Cooperation Organisation. Un’avanzata che, però, poggia su basi meno solide di quanto sembri: secondo un’analisi della RAND Corporation, la stragrande maggioranza dei modelli cinesi più avanzati resta addestrata su chip americani, in particolare Nvidia – a conferma di una dipendenza hardware che Pechino non è ancora riuscita a scrollarsi di dosso, anche se, vista la spinta cinese verso l’autosufficienza tecnologica, è plausibile che il divario si riduca più rapidamente di quanto si pensi.

È proprio sul fronte hardware che si gioca la partita più dura. Washington starebbe valutando restrizioni sempre più stringenti e l’incompatibilità deliberata dei framework tecnologici alleati, nel tentativo di arginare la diffusione dei modelli a codice aperto cinesi e impedire la frammentazione del mercato globale. Sul fronte interno, il settore ha visto anche mosse di consolidamento strategico: nel 2025 Nvidia ha investito 5 miliardi di dollari in Intel, un’operazione che ha fatto volare il titolo in Borsa e che si legge come un tentativo di blindare la filiera dei chip americani proprio mentre la pressione cinese si fa più intensa.

Pechino, dal canto suo, ha alzato la guardia anche su un fronte meno tecnologico e più umano: cresce la stretta sui viaggi all’estero di ingegneri, ricercatori e manager strategici del settore IA, nel tentativo di preservare il know-how nazionale e impedirne la fuga verso i concorrenti.

E l’Europa? Dorme, mentre il resto del mondo corre. Esiste Mistral AI in Francia, e l’Unione ha scelto di giocare d’anticipo sul fronte regolatorio con l’AI Act – ma si tratta di iniziative dal peso irrisorio se confrontate con le centinaia di miliardi di dollari mobilitati da Washington e Pechino. Non è un caso che lo stesso Mario Draghi, nel suo rapporto sulla competitività europea, abbia indicato proprio il divario tecnologico su intelligenza artificiale e innovazione come una delle cause strutturali del declino competitivo del continente.

Sul fronte regolatorio, inoltre, c’è chi solleva un dubbio non banale sull’AI Act: che finisca per colpire soprattutto le piccole e medie imprese, meno attrezzate a reggere il peso della compliance, senza incidere davvero sui grandi attori globali che dominano il settore. È una dinamica non troppo diversa da quella già vista con il GDPR, dove le sanzioni più frequenti hanno riguardato realtà di dimensioni contenute, mentre le multe ai colossi tech – pur ingenti in alcuni casi – restano spesso proporzionalmente marginali rispetto ai loro fatturati miliardari.

Le conseguenze di questo ritardo rischiano di essere pesanti. Già oggi, sul fronte dei dati, gran parte dei sistemi operativi (Windows, Linux, Mac), dell’infrastruttura cloud e dei modelli su cui transitano le informazioni degli europei – dalle aziende ai cittadini – resta nelle mani di fornitori americani. La Cina avanza su altri mercati: significa che il controllo reale su dove finiscono, come vengono processati e chi può accedere ai dati europei è, di fatto, in mano a soggetti extraeuropei, senza che l’Europa abbia oggi una leva concreta per invertire la rotta. Restano, invece, ben salde le leve per sanzionare il cittadino comune – con un effetto che assomiglia più a un gettito di cassa che a una reale tutela.

Sul fronte della sicurezza e della difesa, il ritardo pesa ancora di più. I conflitti del ventunesimo secolo si giocano sempre meno sul numero di mezzi schierati e sempre più sulla capacità di raccogliere, elaborare e agire rapidamente sulle informazioni – intelligence, sorveglianza, sistemi autonomi. È un terreno in cui Stati Uniti e Cina corrono, investono e si aggiornano con una velocità che l’Europa non ha ancora saputo eguagliare. O forse, più semplicemente, in cui non ha nemmeno preso il via.

Resta la domanda di fondo, la stessa che si pose il mondo di fronte alla scoperta dell’atomo: la potenza dell’intelligenza artificiale sarà usata per costruire o per competere fino a spezzare gli equilibri? Per l’Europa, però, se ne aggiunge un’altra, più urgente: quanto ancora può permettersi di restare a guardare, lasciandosi scavalcare in ogni settore a discapito dei propri cittadini?

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