2 Novembre 2026 - Esteri

Midterm, urne aperte domani con Trump ai minimi di gradimento e il Senato appeso a quattro seggi

Steve Bannon avverte: serve "un miracolo" per salvare la Camera, mentre al Senato i democratici tentano il sorpasso in sette Stati chiave

Mancano poche ore al voto di midterm di domani, martedì 3 novembre, che rinnoverà tutti i 435 seggi della Camera, 35 seggi del Senato e 36 governatorati. Il nome di Donald Trump non compare su nessuna scheda, eppure l’esito condizionerà direttamente il margine di manovra della Casa Bianca per i prossimi due anni: se anche un solo ramo del Congresso passasse ai democratici, il presidente si troverebbe davanti a trattative legislative più complesse, iniziative bloccate in aula e un’intensificazione delle indagini parlamentari sulla sua amministrazione. Questo non equivarrebbe comunque a una crisi di governo in senso tecnico, perché nel sistema presidenziale americano l’esecutivo non dipende da un voto di fiducia del Congresso, a differenza delle democrazie parlamentari europee.

I precedenti storici non giocano a favore della Casa Bianca: nelle 23 tornate di midterm comprese tra il 1934 e il 2022, il partito del presidente in carica ha perso seggi alla Camera in 20 occasioni, circa l’87% dei casi — la cosiddetta “legge del midterm”, che penalizza chi governa a prescindere dal suo gradimento.

A rendere questa tornata ancora più delicata per i repubblicani è il crollo del gradimento di Trump, sceso al 33%. Sul risultato finale pesano le scelte di politica economica dell’amministrazione, il coinvolgimento militare in Iran e la capacità dei due schieramenti di mobilitare il proprio elettorato. Pubblicamente il presidente continua a mostrarsi sicuro dell’esito, ma secondo diverse ricostruzioni il suo umore privato peggiorerebbe di giorno in giorno. A fotografare il clima interno al partito è stato l’ex capo stratega della Casa Bianca Steve Bannon, secondo cui serve ormai “un miracolo” per salvare la maggioranza alla Camera, mentre al Senato “i conservatori ce la possono ancora fare” nonostante alcune corse definite “preoccupanti”; Bannon si è spinto oltre, pronosticando che all’indomani del voto scoppierà una vera e propria “guerra civile” interna al Partito repubblicano.

Il controllo del Senato si gioca su margini ristrettissimi: i repubblicani difendono i 53 seggi attualmente in mano, contro i 47 dei democratici, che per ribaltare la maggioranza devono conquistarne almeno quattro senza cederne nessuno. Il sondaggio New York Times/Siena — 5.708 elettori probabili intervistati tra il 23 ottobre e il 1° novembre — indica i democratici avanti in tutte le sette sfide senatoriali considerate più incerte. In Kansas, dove un democratico non viene eletto al Senato dal 1932, Hamilton supera Marshall 49% a 44%, ribaltando il pareggio al 45% rilevato a fine settembre; in Iowa il vantaggio di Turek su Hinson è minimo (48% a 47%); in Texas Talarico precede Paxton 50% a 43%; in Michigan El-Sayed è avanti di 11 punti su Rogers.

Trump ha chiuso personalmente la campagna domenica 1° novembre con un doppio appuntamento, prima in Iowa e poi a Salina, in Kansas — trentesimo comizio in trentadue giorni —, promettendo di “staccare la spina stanotte” in sostegno della rielezione del senatore uscente Roger Marshall. Nell’occasione ha anche annunciato un piano da 4,3 miliardi di dollari di Fannie Mae e Freddie Mac destinato ai mutui nello Stato, che dovrebbe interessare circa 15mila famiglie nel corso del 2027.

Tra poco più di ventiquattr’ore le urne diranno chi ha vinto questa maratona di trenta comizi in trentadue giorni. Ma il verdetto di domani non si limiterà a colorare di rosso o di blu i seggi di Camera e Senato: dai rapporti di forza alla Casa Bianca alle tensioni aperte con l’Iran, fino alla stessa tenuta del Partito repubblicano — che Bannon vede già sull’orlo di una resa dei conti interna — il voto di midterm può ridisegnare equilibri che vanno ben oltre i confini degli Stati Uniti. Chissà come andrà a finire.

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