Il paragone con la corsa alla bomba atomica del secolo scorso, per quanto forte, non è del tutto fuori luogo: anche allora si trattava di una scoperta capace di ridefinire gli equilibri di potere – con esiti che sarebbero dipesi, più che dalla tecnologia in sé, da come l’uomo avrebbe scelto di usarla. E l’uomo, va detto, non ha sempre fatto buon uso delle sue scoperte più potenti. Negli ultimi mesi, la competizione tra Stati Uniti e Cina si è fatta sempre meno una gara industriale e sempre più una partita a scacchi geopolitica.
Sul fronte cinese, il successo di modelli open-source come Kimi K3 e DeepSeek, insieme alle piattaforme di Alibaba, ha eroso terreno alla leadership statunitense nei mercati emergenti, spingendo Pechino a promuovere alleanze internazionali come la World Artificial Intelligence Cooperation Organisation. Un’avanzata che, però, poggia su basi meno solide di quanto sembri: secondo un’analisi della RAND Corporation, la stragrande maggioranza dei modelli cinesi più avanzati resta addestrata su chip americani, in particolare Nvidia – a conferma di una dipendenza hardware che Pechino non è ancora riuscita a scrollarsi di dosso, anche se, vista la spinta cinese verso l’autosufficienza tecnologica, è plausibile che il divario si riduca più rapidamente di quanto si pensi.
È proprio sul fronte hardware che si gioca la partita più dura. Washington starebbe valutando restrizioni sempre più stringenti e l’incompatibilità deliberata dei framework tecnologici alleati, nel tentativo di arginare la diffusione dei modelli a codice aperto cinesi e impedire la frammentazione del mercato globale. Sul fronte interno, il settore ha visto anche mosse di consolidamento strategico: nel 2025 Nvidia ha investito 5 miliardi di dollari in Intel, un’operazione che ha fatto volare il titolo in Borsa e che si legge come un tentativo di blindare la filiera dei chip americani proprio mentre la pressione cinese si fa più intensa.
Pechino, dal canto suo, ha alzato la guardia anche su un fronte meno tecnologico e più umano: cresce la stretta sui viaggi all’estero di ingegneri, ricercatori e manager strategici del settore IA, nel tentativo di preservare il know-how nazionale e impedirne la fuga verso i concorrenti.
E l’Europa? Dorme, mentre il resto del mondo corre. Esiste Mistral AI in Francia, e l’Unione ha scelto di giocare d’anticipo sul fronte regolatorio con l’AI Act – ma si tratta di iniziative dal peso irrisorio se confrontate con le centinaia di miliardi di dollari mobilitati da Washington e Pechino. Non è un caso che lo stesso Mario Draghi, nel suo rapporto sulla competitività europea, abbia indicato proprio il divario tecnologico su intelligenza artificiale e innovazione come una delle cause strutturali del declino competitivo del continente.
Sul fronte regolatorio, inoltre, c’è chi solleva un dubbio non banale sull’AI Act: che finisca per colpire soprattutto le piccole e medie imprese, meno attrezzate a reggere il peso della compliance, senza incidere davvero sui grandi attori globali che dominano il settore. È una dinamica non troppo diversa da quella già vista con il GDPR, dove le sanzioni più frequenti hanno riguardato realtà di dimensioni contenute, mentre le multe ai colossi tech – pur ingenti in alcuni casi – restano spesso proporzionalmente marginali rispetto ai loro fatturati miliardari.
Le conseguenze di questo ritardo rischiano di essere pesanti. Già oggi, sul fronte dei dati, gran parte dei sistemi operativi (Windows, Linux, Mac), dell’infrastruttura cloud e dei modelli su cui transitano le informazioni degli europei – dalle aziende ai cittadini – resta nelle mani di fornitori americani. La Cina avanza su altri mercati: significa che il controllo reale su dove finiscono, come vengono processati e chi può accedere ai dati europei è, di fatto, in mano a soggetti extraeuropei, senza che l’Europa abbia oggi una leva concreta per invertire la rotta. Restano, invece, ben salde le leve per sanzionare il cittadino comune – con un effetto che assomiglia più a un gettito di cassa che a una reale tutela.
Sul fronte della sicurezza e della difesa, il ritardo pesa ancora di più. I conflitti del ventunesimo secolo si giocano sempre meno sul numero di mezzi schierati e sempre più sulla capacità di raccogliere, elaborare e agire rapidamente sulle informazioni – intelligence, sorveglianza, sistemi autonomi. È un terreno in cui Stati Uniti e Cina corrono, investono e si aggiornano con una velocità che l’Europa non ha ancora saputo eguagliare. O forse, più semplicemente, in cui non ha nemmeno preso il via.
Resta la domanda di fondo, la stessa che si pose il mondo di fronte alla scoperta dell’atomo: la potenza dell’intelligenza artificiale sarà usata per costruire o per competere fino a spezzare gli equilibri? Per l’Europa, però, se ne aggiunge un’altra, più urgente: quanto ancora può permettersi di restare a guardare, lasciandosi scavalcare in ogni settore a discapito dei propri cittadini?

