Nel pomeriggio del 5 agosto 2026, con 206 voti favorevoli e 133 contrari a scrutinio segreto, la Camera ha negato alla Procura di Roma l’autorizzazione ad acquisire le chat dell’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. Il giorno prima, il 4 agosto, il Presidente della Giunta per le autorizzazioni Devis Dori aveva già aperto alla possibilità di portare la vicenda davanti alla Consulta, come conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato.
L’esito era scontato, vista la maggioranza numerica del centrodestra. Il clima no: urla, accuse incrociate, sospensione della seduta. Tra le proteste in Aula, i deputati di Alleanza Verdi e Sinistra si sono bendati gli occhi, mentre il Movimento 5 Stelle ha inscenato un gesto analogo a Montecitorio e Palazzo Madama con lo slogan “#fuorilechat”.
Al centro, l’articolo 68 della Costituzione: garanzia legittima delle prerogative parlamentari, per la maggioranza. Scudo contro la magistratura, per l’opposizione. Nel mezzo, un dettaglio che pesa: secondo la segretaria del Pd Elly Schlein, la richiesta della Procura riguardava “elementi specifici e delimitati” – le conversazioni tra i soci di una società – in un procedimento legato a fatti di mafia.
Ma il punto più interessante della vicenda non è chi abbia ragione tra maggioranza e opposizione. Ed è anche la seconda volta che accade: lo stesso schema si era visto nel caso Open, che coinvolse Matteo Renzi, sotto un’altra maggioranza. Il punto è che lo stesso organo chiamato, per Costituzione, a garantire l’indipendenza della magistratura è anche quello che decide, con voto politico e a scrutinio segreto, se un’indagine può proseguire. Un conflitto di interessi strutturale, incorporato nell’architettura costituzionale stessa – che si ripresenta identico a ogni cambio di casacca tra chi governa e chi sta all’opposizione, e che finora nessuno ha davvero risolto.
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