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Zuckerberg ha creato l’ufficio virtuale

Il Metaverso diventerà un’esperienza sociale. Ad un anno del cambiamento del nome da Facebook a Meta, Zuckerberg prova a spingersi oltre, lanciando un nuovo visore, che costa quanto un iPhone. La novità farà diventare la piattaforma Horizon Workrooms un “ufficio virtuale”, con degli avatar sempre più verosimili e con controller che sostituiranno le mani.

Il nuovo visore si chiama Meta Quest Pro, e sarà disponibile in Italia dal 25 ottobre. Il target sono professionisti quali ingegneri, architetti, designer e costruttori. Spiega Zuckerberg: «Diventerà come i tablet e i computer portatili che usano ora le persone. Il metaverso è un’incredibile tecnologia, sarà una nuova era del computing. Crediamo in questa visione, ora ci sono più persone e creator nella realtà virtuale e più marchi nel metaverso, è il segno che il futuro non è così lontano. Noi ci siamo stati dall’inizio, sarà un’esperienza sociale».

Il metaverso, però, non sarà costruito da un’azienda sola. Durante l’evento è intervenuta anche Satya Nadella, CEO di Microsoft; l’azienda, infatti, lancerà sui visori Meta Quest anche il servizio Xbox Cloud Gaming nella versione beta. «Il metaverso cambierà ogni cosa, dal gioco alla produttività. E se lo facciamo insieme sono convinto che possiamo plasmare il futuro della realtà virtuale per rendere il suo utilizzo più interessante che mai».

Horizon Workrooms: il nuovo ufficio virtuale

Ma i visori saranno soltanto la porta che permette di accedere alla piattaforma Horizon Workrooms, che diventerà un ufficio virtuale con gruppi di discussione, schermi multipli virtuali, note adesive per la lavagna, modelli 3d e integrazione con Zoom.

Spiega la società: «Invece di essere confinati alle dimensioni della vostra scrivania potete creare un grande spazio di lavoro virtuale con più schermi sparsi intorno a voi, pur continuando ad usare la vostra tastiera e il vostro mouse». Gli avatar che ci rappresentano all’interno del metaverso somiglieranno di più a noi, muovendosi sulle loro gambe (prima erano dei busti sospesi nel vuoto) e con espressioni simili a quelle che abbiamo nella realtà.

Facebook sempre meno attraente

Circa un anno fa il gruppo Facebook annunciò di aver intenzione di cambiare il proprio nome in Meta, ufficializzando l’investimento della società nel metaverso. A spingere Zuckerberg a cambiare il nome fu principalmente l’indebolimento del marchio di Facebook, che diventava sempre meno attraente per i più giovani ma anche associabile agli scandali degli ultimi anni.

Ma la svolta in direzione del metaverso non fu soltanto un annuncio pubblicitario. Nell’ultimo anno, infatti, Meta ha deciso di investire dieci miliardi di dollari per sviluppare delle tecnologie collegate alla realtà virtuale e per la creazione di software e ambienti virtuali.

Lo sforzo economico è coinciso con un periodo decisamente difficile per il gruppo, che ha perso il 60% del suo valore. Secondo CNBC: «Solo quattro titoli di borsa stanno avendo un anno peggiore di Meta in tutto l’indice S&P 500», ovvero il più importante indice azionario degli USA.

Il metaverso, questo sconosciuto

The Verge ha recentemente pubblicato un documento sullo stato di Horizon Worlds, dove il responsabile del gruppo per il metaverso si lamenta che le stesse persone che ci lavorano non utilizzano la piattaforma. Per Zuckerberg «tutti in questa organizzazione dovrebbero avere l’obiettivo di innamorarsi di Horizon Worlds», nonostante l’ammissione che il processo di inserimento per i nuovi utenti desti molta confusione e frustrazione.

È il concetto stesso di metaverso che sembra sfuggire a molte persone, nonostante sia qualcosa di relativamente semplice. Parliamo infatti di un software in grado di riprodurre un mondo virtuale nel quale ci si può muovere e fare attività, collegate sia al lavoro che allo svago, indossando un apposito visore.

Nei vari metaversi si può interagire con amici e sconosciuti attraverso un “avatar”, ossia una specie di pupazzetto che riproduce le caratteristiche fisiche dell’utente.

Una tecnologia in fase sperimentale

La settimana scorsa il New York Times ha pubblicato il riassunto di una dozzina di interviste ai dipendenti di Meta e alcuni documenti interni. Tutto lasciava intendere che la transizione verso il metaverso abbia generato confusione e rabbia tra le persone. Addirittura, un intervistato ha detto che la somma di denaro che è stata investita nel progetto gli dà il “voltastomaco”.

Il numero degli utenti di Horizon Worlds, nonostante stia crescendo, è comunque minuscolo se messo a confronto con altre realtà di Meta.

Tra le principali ragioni troviamo la tempistica di Zuckerberg, che ha scelto di investire massivamente nel breve periodo, nonostante questo tipo di tecnologia sia in fase sperimentale. Alcune stime parlano di anni di investimenti e sviluppi per arrivare ad una tecnologia che può essere adottata su larga scala.

Chi frequenta il metaverso

La giornalista Kashmir Hill ha pubblicato il suo resoconto dopo un mese passato sul metaverso di Meta, definendolo come un luogo poco popolato, ma frequentato da utenti di tutti i tipi: appassionati di videogiochi, neogenitori che non possono uscire di casa, persone non autosufficienti e troppi bambini.

Horizon Worlds ha fatto nascere amicizie e relazioni, e ha avuto un impatto significativo sulla vita di alcune persone. Per esempio, un’illustratrice di 25 anni ha detto che la realtà virtuale l’ha aiutata molto in un periodo delicato della sua vita, sostenendo che se non avesse comprato «un visore per la VR, oggi probabilmente sarei morta».

Non è il momento del metaverso

Nemmeno le poche buone notizie che provengono dal metaverso non sembrano sufficienti a giustificare una spesa così grande in un periodo così travagliato. Infatti, anche Instagram (che fa parte di Meta) sta avendo i suoi problemi: comincia a perdere utenti, ed è costretta a cambiare la propria interfaccia per inseguire TikTok.

Ma anche gli altri progetti di questo tipo non brulicano di vita. Decentraland e The Sandbox sono tra i metaversi più famosi e hanno, insieme, meno di mille utenti al mese, con quotazioni che superano il miliardo di dollari.

Secondo l’investitore Sasha Fleyshman è ancora troppo presto per questa frontiera del web. Piattaforme simili «varranno molto di più quando funzioneranno come previsto».

Fantascienza

Il concetto alla base di Meta deriva dal romanzo fantascientifico Snow Crash, scritto nel 1992 dall’autore Neal Stephenson (pubblicato in italiano da Mondadori).

Nel romanzo, il metaverso è una realtà virtuale, connessa sulla rete mondiale in fibra ottica, dove le persone fuggono dal mondo reale ormai in rovina attraverso dei terminali pubblici, dove possono interagire con altre persone con degli avatar.

Attualmente, il metaverso è uno spazio che collega la realtà digitale e quella fisica, che si basa su standard e protocolli condivisi che garantiscono un margine molto ampio di interoperabilità per tecnologie e piattaforme di aziende diverse.

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Affrontare i clienti difficili con il principio 90/10

Avvocato, ti è mai capitato di avere un cliente difficile? Maleducato, aggressivo, che fornisce poche informazioni; oppure che sparisce magicamente, parla male di noi e si lamenta. O, ancora, sembra sempre indeciso e non sa cosa vuole.

Come gestisci, di solito, clienti del genere? Ma soprattutto, come potresti evitare di farti inglobare in dinamiche negative e restare intrappolato in un’escalation selvaggia di aggressività?

Il nostro pensiero influenza la realtà che ci circonda: se pensiamo che il cliente sia un rompiscatole, ti comporterai di conseguenza, trattandolo come tale.

Il principio 90/10

Dunque, la prima regola da seguire per gestire i clienti difficili è non considerarli come tali!

A tal proposito, hai mai sentito parlare del principio 90/10 di Stephen Covey? In sostanza, quello che accade nella nostra vita dipende principalmente da noi. Almeno per il 90% degli eventi, rispetto agli imprevisti che non superano il 10%.

Ma anche davanti a questo 10%, tutto ciò che ne deriva dipende sempre dalle nostre reazioni. Chiunque potrà fermarsi a riflettere, dominando i suoi impulsi e condizionando positivamente la sua vita e le sue relazioni.

Dunque: ci sono cose nella vita che inevitabilmente accadono. Non abbiamo controllo, per esempio, sul ritardo del treno, sul semaforo rosso o su un temporale improvviso. Possiamo, però, scegliere come reagire di fronte a queste situazioni, determinando il 90% di quello che succede dopo.

Una tazzina di caffè

Covey fa un esempio pratico del principio 90/10, in cui tutti si possono identificare.

Sei seduta/o a tavola per fare colazione, quando per sbaglio tua figlia ti rovescia sulla camicia una tazzina di caffè. Non puoi controllare il rovesciamento del caffè (10%), anche se la tua reazione andrà a determinare tutto quello che succederà dopo (90%).

Ti arrabbi con tua figlia, ti metti ad urlare e lei comincia a piangere. Poi te la prendi con il tuo partner, perché ha messo la tazzina del caffè troppo vicino al bordo della tavola. Vai a cambiarti la camicia, e quanto torni in cucina trovi tua figlia ancora in lacrime. Per questo motivo perde il pulmino per andare a scuola e il tuo partner va a lavorare nervoso.

Ora dovrai accompagnare tua figlia a scuola con la tua macchina. Ma è tardissimo! Arriverai in ritardo anche a lavoro! Ti metti in macchina e spingi sull’acceleratore, e per questo il vigile ti ferma e ti fa una multa per eccesso di velocità. Arrivi a scuola di tua figlia con un quarto d’ora di ritardo. Lei scende dalla macchina e non ti saluta.

Arrivi a lavoro, finalmente, ma in ritardo di 20 minuti. Ti accorgi anche che nella fretta hai dimenticato anche la ventiquattrore a casa. Ma non è finita qui, perché la giornata continua sempre peggio.

Non vedi l’ora che tutto finisca, ma quando arrivi a casa trovi il gelo: nessuno ti rivolge nemmeno lo sguardo, sono tutti arrabbiati con te e non hanno intenzione di parlarti. La tua giornata è stata così disastrosa per colpa del caffè? Per colpa di tua figlia? O per colpa tua?

Reazioni diverse

Tutta la tua giornata è dipesa dal modo in cui hai reagito dopo che tua figlia ti ha rovesciato addosso la tazzina del caffè. Dunque, bastano pochi secondi per rovinare una giornata intera.

Ma se la tua reazione fosse stata diversa, cosa sarebbe successo? Tua figlia ti rovescia addosso la tazzina del caffè, non ti arrabbi ma le dici: «Non preoccuparti, magari cerca di essere un po’ più attenta».

Quindi vai a cambiarti la camicia e nel frattempo tua figlia va a prendere il pulmino. Il tuo partner va a lavorare serenamente e tu arrivi in ufficio puntuale. Uno scenario completamente differente, quindi. E tutto questo soltanto perché hai reagito in maniera diversa ad una semplice tazzina del caffè sulla camicia!

Basta veramente poco

Potremmo fare molti esempi di come le nostre reazioni influiscano in maniera decisiva e fondamentale sugli eventi della nostra vita. Basta pensare a tutte le volte in cui abbiamo reagito male e il nostro atteggiamento ha condizionato in maniera negativa la nostra giornata, influenzando anche l’umore delle persone intorno a noi.

Sei in ritardo e sei rimasto bloccato nel traffico? Ti puoi innervosire, cominciare a urlare come un pazzo e a suonare il clacson. Oppure potresti accendere lo stereo e canticchiare una canzone.

Alle volte una reazione sbagliata potrebbe avere conseguenze disastrose: basta veramente poco per evitare molte tensioni o complicazioni. Possiamo decidere come comportarci di fronte a qualsiasi evento, in quanto siamo noi gli unici padroni delle nostre reazioni. Decidiamo noi come controllare i nostri pensieri o dove dirigere la nostra attenzione.

Ogni tanto basta soltanto cambiare il modo in cui osserviamo le cose. Che cosa c’è di positivo nel caffè che macchia tua camicia bianca preferita? Cosa c’è di positivo in un cliente rompiscatole? Nulla, ma tu puoi decidere che tipo di reazione avere, determinando il 90% di ciò che accadrà in seguito.

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I giornalisti contro la riforma Cartabia

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I giornalisti contro la riforma Cartabia

Da mesi, giornalisti e cronisti giudiziari si stanno lamentando dell’applicazione di alcune norme della riforma della giustizia Cartabia. In particolar modo si riferiscono ai rapporti tra gli organi di informazione e le procure della Repubblica.

Queste norme sono state inserite all’interno della riforma con lo scopo di recepire una direttiva europea, che da cinque anni richiedeva il rafforzamento dell’istituto della presunzione di innocenza per le persone indagate nei procedimenti penali. Dunque, si parla di attenuare le conseguenze materiali e psicologiche di chi è sottoposto ad indagine, considerandolo innocente in assenza di una condanna definitiva.

Secondo i giornalisti, tali norme limiterebbero il diritto di cronaca, dando eccessivo potere discrezionale alle procure e andando anche contro i principi a cui sono ispirate.

Quali notizie rendere note alla stampa

Con la riforma, le decisioni su quali notizie debbano o meno essere rese note alla stampa sono state affidate alla discrezione dei capi delle procure della Repubblica. Alcune procure si attengono in maniera scrupolosa alle norme, altre semplicemente le aggirano o addirittura le ignorano.

Finora, molte notizie coperte da segreto d’indagine, arrivavano ai mezzi d’informazione con molta più facilità, causando conseguenze sensibili sulle vite degli indagati – alcune volte, anche sullo svolgimento delle indagini.

La presunzione d’innocenza

La direttiva UE sul “rafforzamento della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali” risale al 9 marzo 2016.

Al punto 16 viene stabilito che «la presunzione di innocenza sarebbe violata se dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorità pubbliche o decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza presentassero l’indagato o l’imputato come colpevole fino a quando la sua colpevolezza non sia stata legalmente provata. Tali dichiarazioni o decisioni giudiziarie non dovrebbero rispecchiare l’idea che una persona sia colpevole».

Dunque, l’abitudine dei media e delle procure di presentare la persona oggetto di indagine come probabile colpevole dovrebbe essere attenuata, dal momento che contraddice la presunzione d’innocenza.

I giuristi incaricati dalla ministra Cartabia di scrivere la riforma hanno ascoltato la raccomandazione dell’UE e hanno deciso di includere nei testi delle norme la regolazione della trasmissione ai media delle notizie sui procedimenti penali.

Il rapporto tra procure e stampa

L’opaco rapporto tra le procure e la stampa italiana è un problema noto. Esiste un sistema in cui gli interessi reciproci hanno portato alcune procure alla diffusione regolare delle informazioni ai giornalisti.

Questo tipo di rapporto con la stampa ai procuratori conviene: danno loro attenzioni e notorietà. Ai giornalisti interessa, invece, avere le notizie da pubblicare per primi.

Ma questo meccanismo ha portato ad abusi e storture. Spesso sui giornali vengano pubblicate intercettazioni che dovrebbero restare segrete, oppure vengono diffuse tesi d’accusa con toni ben poco dubitativi – tesi che magari vengono smentite alla fine del processo.

In passato, ci sono stati episodi in cui l’emissione degli avvisi di garanzia è stata segnalata sui giornali prima di consegnarli ai diretti interessati. Per i giornalisti, ma anche per qualche magistrato, le norme della riforma Cartabia non impediscono veramente che casi simili possano ripetersi.

Quello che fanno è rendere più complicato il lavoro del giornalista lasciando la responsabilità ai procuratori di stabilire cosa è rilevante far conoscere all’opinione pubblica e cosa no. Questa valutazione, secondo i critici, dovrebbe spettare all’etica dei giornali.

Norme che dovrebbero già essere seguite

La riforma Cartabia stabilisce alcune delle norme che dovrebbero essere, teoricamente, già seguite. Del tipo: «E’ fatto divieto alle autorità pubbliche di indicare pubblicamente come colpevole la persona sottoposta a indagini o l’imputato fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza definitiva».

Chiede, però, che «le informazioni sui procedimenti giudiziari siano fornite esclusivamente tramite comunicati ufficiali oppure nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti, tramite conferenza stampa». Inoltre, «la diffusione di informazioni sui procedimenti penali è consentita solo quando strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o ricorrono altre specifiche ragioni di interesse pubblico».

Il comma 3 ter vieta alle procure di nominare queste operazioni con «denominazioni lesive della presunzione d’innocenza». Dunque, non sentiremo più inchieste come “Mani pulite” o “Angeli e demoni” – nomi utilizzati dalle procure al fine di trasmettere l’idea di colpevolezza degli indagati e al tempo stesso la nobiltà delle indagini.

Indizi

In sostanza, il nome degli interessati non deve essere fornito, e non devono nemmeno venire specificati i luoghi degli arresti o altre informazioni utili al fine di individuare gli arrestati.

Di solito il giornalista e il direttore del giornale provano ad avere informazioni dal procuratore capo (che non dovrebbe fornirle). Succede, però, che un’agente di polizia giudiziaria o un’altra persona che viene coinvolta nelle indagini fornisca indizi per risalire all’identità delle persone coinvolte.

Abitudini difficili da cambiare

La riforma ha un compito molto difficile: deve conciliare il diritto di cronaca, unitamente alla libertà di stampa con il diritto di difendere la reputazione delle persone fino al momento in cui non venga accertata la loro colpevolezza.

Non si tratta soltanto di una discussione teorica: andare a cambiare delle abitudini radicate nei giornali e nelle procure è molto complicato. Il rischio è che le nuove norme vengano aggirate, in quanto le redazioni non ritengono necessario adottare un approccio differente alla cronaca giudiziaria.

In tal senso, la pressione del mercato è molto forte. Le notizie che riguardano le indagini e gli arrestati attraggono un grande numero di lettori. Rinunciare a tutto ciò, per un giornale significa perdere questi lettori, a favore, invece, di chi dovesse continuare a lottare al fine di ottenere un certo tipo di informazione.

Qualche opinione

Francesco Floris, giornalista di LaPresse, dice che «bisognerebbe trovare un equilibrio tra il giusto garantismo e la possibilità di fornire notizie ai lettori. Senza contare che il capo di una procura, con queste norme, si trova a svolgere un lavoro che non gli appartiene e a dover rispondere, nel corso magari di un’operazione importante, a continue telefonate di giornalisti mentre si sta occupando di cose delicate».

Ma non sono soltanto i giornalisti a giudicare negativamente le norme della riforma Cartabia. Anche il procuratore di Milano facente funzione Riccardo Targetti ha dichiarato: «Non penso debbano essere i magistrati a dover valutare cosa sia d’interesse pubblico, è un compito dei giornalisti. Come magistrato la giudico una legge piuttosto difficile da applicare. Come cittadino la giudico male, non mi è piaciuta per niente. Mi sembra che questa legge introduca il concetto di velina di regime».

Anche Nino Di Matteo, magistrato che da anni si occupa di mafia con delle posizioni talvolta discusse, non ha accolto a braccia aperte le nuove norme. «Le direttive introducono una sostanziale impossibilità per l’autorità pubblica, non soltanto per i magistrati, di informare su quanto non è più coperto dal segreto. Possono informare soltanto le parti private, possono informare i parenti, com’è avvenuto per Riina e Provenzano, su quello che secondo loro è emerso dalle indagini. Non lo potrà fare più il procuratore della Repubblica, il questore o l’ufficiale dei carabinieri».

Problema non risolto

Coloro che si ritengono favorevoli alle nuove norme sostengono che in questo modo si potrà mettere fine al mercato nero delle notizie (le informazioni passate sottobanco ai giornalisti). Ma non è detto che il mercato nero in questo modo non possa diventare ancora più nero e sottobanco.

Un giornalista non si accontenterà mai delle informazioni che sono contenute in un comunicato o che vengono fornite durante una conferenza stampa. Sarà incentivato a cercare di scoprire in maniera sempre più agguerrita tutto quello che non gli è stato comunicato in via ufficiale.

Raffaele Cantone, procuratore di Perugia, all’entrata in vigore della legge aveva detto: «Norme così rigorose potranno limitare il diritto degli operatori dell’informazione all’accesso di notizie, e, persino, per una non voluta eterogenesi dei fini, incentivare la ricerca di esse attraverso canali diversi, non ufficiali o persino non legittimi».

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L’importanza della tutela dei minori online

Pur essendo dei nativi digitali, bambini e adolescenti faticano a comprendere a fondo tutti i rischi del mondo del web, in particolar modo dei social media. È necessario, dunque, dar seguito alle norme europee ed internazionali, quali la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (la Convenzione di New York), la nostra Costituzione e il GDPR.

Il GDPR e i minori

Il GDPR si riferisce espressamente ai minori, sia per quanto riguarda il linguaggio e la trasparenza delle informazioni, sia alle condizioni di consenso e di liceità del trattamento. Il legittimo interesse del titolare del trattamento dovrà essere valutato come base giuridica, ma non devono prevalere gli interessi, i diritti o le libertà fondamentali se di mezzo c’è un minore.

Nel difficile bilanciamento degli interessi che entrano in gioco per quanto riguarda tutto ciò che è legato alla protezione dei dati personali (ma anche alle Intelligenze Artificiali), la normativa europea e il GDPR ribadiscono i principi di liceità, trasparenza, proporzionalità e correttezza.

Il GDPR permette alle persone di avere totale controllo sui propri dati, affinché abbiano consapevolezza sul valore di questi dati. Purtroppo «le persone e i più piccoli in particolare hanno una percezione modesta del valore dei propri dati e della propria identità personale e talvolta considerano l’intera disciplina della materia come un inutile e rinunciabile orpello o ostacolo burocratico».

Il manifesto di Pietrarsa

Il recente Manifesto di Pietrarsa vuole essere una sorta di «stazione di partenza» per tutte quelle iniziative a favore della consapevolezza della protezione dei dati. L’incipit del Manifesto si riferisce ad un’evidenza di tipo sociale: il nostro modello di vita risulta sempre più condizionato dagli algoritmi e dell’IA.

Dunque, è fondamentale la consapevolezza degli utenti, che dovranno assolutamente metabolizzare il valore della propria immagine ma soprattutto dei propri dati.

Alcune piattaforme non rispettano il GDPR

Ciò a cui si aspira è offrire una protezione specifica ai minori per quanto riguarda i loro dati personali. Infatti, potrebbero essere poco consapevoli dei rischi e delle conseguenze, nonché dei loro diritti per quanto riguarda il trattamento dei dati personali.

La maggior parte degli adolescenti tra i 10 e gli 11 anni possiede e utilizza uno smartphone. L’esordio nel mondo dei social, infatti, avviene proprio nella fascia under 10, nonostante sia prevista un’età minima per accedere ai social.

Capita, infatti, che molte piattaforme non rispettino l’articolo 8 del GDPR, che stabilisce un’età minima di 16 anni, lasciando comunque la possibilità agli Stati di stabilire un’età inferiore che non scenda sotto il limite di 13 anni. Escludendo, ovviamente, i casi dove c’è il consenso esplicito rilasciato dai genitori.

Da una trasparenza formale ad una effettiva

Le iniziative previste dal Manifesto puntano a rendere più trasparenti, comprensibili ed accessibili le informative sul trattamento dei dati personali, passando da una trasparenza formale ad una effettiva. Puntano ad accrescere il livello di consapevolezza delle persone riguardo il valore dei loro dati mediante attività didattiche, informative e promozionali.

Gli aderenti (tra cui troviamo anche Google) intraprenderanno azioni concrete, in grado di produrre dei risultati quantificabili nei seguenti ambiti:

  • trasparenza – le informative sul trattamento dei dati personali devono essere comprensibili, accessibili, trasparenti ed efficaci nella loro semplicità incisiva. L’obiettivo è quello di passare da una trasparenza formale ad una effettiva, investendo risorse e creatività al fine di perseguire i propri obiettivi;
  • consapevolezza – ovvero, realizzare e progettare delle iniziative promozionali, giochi a premi, campagne di informazione, spettacoli teatrali, rubriche di attualità, programmi radiofonici e televisivi, giochi, videogiochi e cortometraggi che vadano ad accrescere la consapevolezza delle persone per quanto riguarda il valore dei dati personali;
  • educazione –  fondamentale l’organizzazione e la progettazione di percorsi di formazione, anche online, così come la pubblicazione di contenuti educativi finalizzati a fornire a bambini ed anziani strumenti utili all’utilizzo consapevole dei servizi digitali.

Il Manifesto, in sintesi, vorrebbe favorire l’educazione di 5 milioni di bambini per quanto riguarda la consapevolezza e la protezione dei loro dati. Chiede a coloro che hanno aderito, e a quelli che aderiranno, un impegno totale negli obiettivi prefissati; ma anche risultati quantificabili.

Le iniziative verranno rese note mediante il sito istituzionale del Manifesto di Pietrarsa.

Necessaria una campagna di massa

Il Garante ha invitato anche il nuovo Governo a prendere in considerazione con molta attenzione il tema. Sarà altrettanto necessario educare anche i genitori ai rischi e all’importanza del tener sotto controllo lo spazio virtuale dei figli con maggior attenzione.

Non si può rimandare per sempre la promozione di una campagna di massa per educare al valore dei dati personali e alla diffusione delle buone norme in grado di accrescere il grado di trasparenza effettiva che viene garantita alle persone.

Non dobbiamo dimenticare che spesso gli algoritmi sono costruiti proprio in modo tale da far vedere agli utenti le cose che potrebbero interessare loro, e non tutto quello che c’è da vedere. Questo potrebbe compromettere molto lo sviluppo armonioso della loro coscienza.

L’importanza della protezione dei dati personali

In Italia il 23% dei bambini tra i 9 e gli 11 anni e il 63% dei preadolescenti tra i 12 e i 14 anni visitano tutti i giorni un social network. La percentuale aumenta sino al 79% per i ragazzi tra i 15 e i 16 anni.

Chiaramente la pandemia ha accelerato l’utilizzo della comunicazione a distanza. Ma la digitalizzazione porta con sé molti rischi, soprattutto per i più piccoli, che potrebbero soffrire delle peggiori conseguenze.

La protezione dei dati personali è parte integrante della tutela dei minori. I dati personali identificano o rendono identificabile una persona fisica. Dunque, sono uno strumento essenziale, poiché la loro conoscenza favorisce reati come, per esempio, l’adescamento.

Impedire che un minore venga identificato protegge la sua immagine e ostacola la circolazione delle sue informazioni personali. Si crea, in tal modo, un filtro tra il minore e tutti i pericoli che nasconde il web.

Non dobbiamo trascurare nemmeno l’impatto che potrebbe avere la circolazione di dati personali sulla psiche, sulla dignità e sulla qualità di vita.

 

MANIFESTO DI PIETRARSA

 

Viviamo nella società dei dati sempre più fortemente condizionata dagli algoritmi e dall’intelligenza artificiale.

I dati – personali e non – sono protagonisti delle nostre vite nella dimensione personale, professionale, commerciale, culturale e politica.

Specie nella dimensione digitale i nostri dati sono proiezioni della nostra identità personale.

In ambito pubblico e privato, un numero crescente di decisioni che ci riguardano e che hanno un impatto sempre più significativo sulle nostre vite dipende dai nostri dati personali.

I nostri dati personali consentono a un numero crescente di soggetti pubblici e privati di conoscerci sempre meglio e, questa conoscenza, se utilizzata nel modo sbagliato, può influenzare decisioni negoziali e politiche. I nostri dati personali generano un enorme valore economico sui mercati globali e, se utilizzati a scopi politici, potrebbero mettere a rischio i processi democratici.

La disciplina europea sulla protezione dei dati personali attribuisce, salvo eccezioni, alle persone il controllo assoluto sui propri dati personali.

Presupposti necessari di tale controllo sono un’adeguata consapevolezza sul valore dei propri dati personali e sui diritti dei quali si dispone e un’adeguata trasparenza da parte di chi tratta tali dati.

Le persone e i più piccoli in particolare hanno una percezione modesta del valore dei propri dati e della propria identità personale e talvolta considerano l’intera disciplina della materia come un inutile e rinunciabile orpello o ostacolo burocratico.

Tutti i soggetti interessati, in ambito pubblico e privato, dovrebbero impegnarsi per accrescere il più possibile il livello di trasparenza dei trattamenti dei dati, così da garantire alle persone quell’effettiva conoscenza delle caratteristiche essenziali dei trattamenti che consentirebbe loro di esercitare un controllo effettivo sui propri dati personali.

L’uso di espedienti diversi legati al disegno delle interfacce e alla user experience può talvolta influenzare la libera scelta delle persone in relazione al trattamento dei loro dati personali.

Tale stato di cose rischia di compromettere, specie nella società degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale, i diritti e le libertà fondamentali sui quali si fonda la nostra democrazia.

Per scongiurare tale rischio è indispensabile e improcrastinabile la promozione di una campagna di massa di educazione al valore dei dati personali e la diffusione di best practice capaci di accrescere il livello di trasparenza effettiva garantita alle persone, a cominciare dai bambini.

IN QUESTO CONTESTO GLI ADERENTI SI IMPEGNANO A PROMUOVERE AZIONI CONCRETE, CAPACI DI PRODURRE RISULTATI MISURABILI E QUANTIFICABILI NELLE SEGUENTI DIREZIONI:

[1] TRASPARENZA Rendere le informative sul trattamento dei dati personali trasparenti, accessibili, comprensibili, efficaci nella semplicità e incisività del linguaggio utilizzato così come nella forma, nei canali e nei mezzi utilizzati nel proporle agli interessati. L’obiettivo delle azioni rientranti in questa linea direttrice dovrebbe essere quello di passare da una trasparenza formale a una trasparenza effettiva, investendo per tale finalità risorse e creatività analoghe a quelle investite nelle attività di comunicazione e informazione strumentali al perseguimento dei propri obiettivi.

[2] CONSAPEVOLEZZA Progettare e realizzare iniziative promozionali, campagne di informazione, operazioni e giochi a premi, rubriche di attualità, spettacoli teatrali, programmi televisivi e radiofonici così come produrre giochi, videogiochi, cortometraggi e ogni altro genere di analoga attività volta ad accrescere il livello di consapevolezza delle persone in relazione al valore dei dati personali nella loro vita.

[3] EDUCAZIONE Progettare e organizzare percorsi di formazione, anche a distanza, o pubblicare contenuti educativi volti a fornire ai non addetti ai lavori, in particolare ai soggetti vulnerabili come bambini e anziani, nozioni di base in relazione al valore dei dati personali, all’utilizzo consapevole dei dispositivi e dei servizi digitali, ai loro diritti e alle forme e agli strumenti utili a esercitarli e proteggerli.

E SI IMPEGNANO ALTRESÌ A promuovere le predette attività attraverso il sito istituzionale del Manifesto di Pietrarsa, a misurare e a condividere i principali risultati conseguiti attraverso lo stesso sito.

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Elon Musk vuole trasformare Twitter in una «super app»

Furto di credenziali su Facebook ad un milione di utenti

everything app

Elon Musk vuole trasformare Twitter in una «super app»

La scorsa settimana Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo, ha aggiunto un nuovo tassello alla lunga diatriba con Twitter. Musk, infatti, si era offerto di comprare la piattaforma lo scorso aprile per 43 miliardi di dollari.

La decisione era arrivata dopo alcune settimane in cui Musk aveva detto di «pensare seriamente» alla creazione di una nuova piattaforma, alternativa rispetto ai soliti social network. Inoltre, aveva accusato Twitter di andare contro la libertà d’espressione dei suoi utenti.

Sono seguite da allora molte accuse tra Musk e l’amministratore delegato di Twitter, Parag Agrawal. Twitter ha anche denunciato Musk per aver violato il contratto. Nel corso del procedimento sono stati pubblicati dei messaggi tra l’imprenditore e Dorsey, il precedente amministratore delegato di Twitter – alcuni sono stati considerati come particolarmente imbarazzanti dalla stampa.

Musk vuole far crescere Twitter

Musk punta a quintuplicare le entrate di Twitter sino al raggiungimento di 26,4 miliardi di dollari entro il 2028. Nel 2021 il fatturato di Twitter è stato di 5 miliardi di dollari, che comprendono anche i piani per il lancio di X. Il nuovo servizio si pone l’obiettivo di raggiungere 9 milioni di abbonati nel primo anno e 104 milioni entro il 2028.

Tutto ciò potrebbe diventare realtà se il numero di utenti Twitter passasse dagli oltre 200 milioni del 2021 a più di 900 milioni nel 2028. Il numero dei dipendenti di Twitter dovrebbe crescere di 3.600 entro il 2025 – anche se non avranno vita facile, perché i suoi dipendenti «devono aspettarsi aspettative di etica del lavoro estreme, ma molto inferiori a quelle che pretendo da me stesso».

X

Martedì scorso, con una mossa a sorpresa, Musk ha annunciato di avere intenzione di chiudere la transazione al prezzo che aveva proposto all’inizio: 54,20 dollari ad azione. Con questa somma comprerebbe Twitter, ma soltanto se la causa intrapresa dell’azienda contro di lui verrà chiusa. Secondo Musk «comprare Twitter è un modo di accelerare la creazione di X».

X è un’applicazione con la quale gli utenti, oltre a twittare, hanno la possibilità di fare molte cose diverse, una sorta di “everything app”. La lettera X indica che il progetto, per Musk, non è una novità. La sua prima azienda, venduta ad eBay, si chiamava X.com, mentre la nota compagnia aerospaziale si chiama SpaceX.

The everything app

Il concetto di everything app è un tema che è stato ampiamente dibattuto già negli ambienti della Silicon Valley. In particolare anche in riferimento a piattaforme molto famose in Cina, come WeChat o Weibo.

Sono prodotti che forniscono un’ampia gamma di servizi, dai pagamenti digitali alla messaggistica istantanea, ma che soddisfano anche le esigenze collegate ai social media. Le chiamano “super-app” in quanto funzionano come piattaforme principali sulle quali si poggiano servizi esterni, collegate ad esse attraverso delle “mini-app”.

L’app WeChat è utilizzata da 1,2 miliardi di persone in tutto il mondo. Gli utenti possono scambiarsi messaggi, ma anche ordinare del cibo, noleggiare una bici o richiedere un mutuo. E’ stata fondata nel 2011 ed è di proprietà di Tencent, enorme società cinese che ha rapporti molto stretti con il governo.

Proprio a causa del suo legame con il Partito Comunista, nel corso degli anni la società è stata denunciata più volte ed è stata protagonista di inchieste giornalistiche che hanno portato all’attenzione del pubblico il suo ruolo di controllo e monitoraggio dei cittadini cinesi (ma anche stranieri).

Che cos’è WeChat?

WeChat è un elemento cardine della vita sociale cinese ma anche per gli immigrati cinesi in tutto il mondo, che utilizzano l’app per rimanere in contatto con famiglia ed amici e per informarsi.

Proprio a causa del suo peso politico, Trump e la sua amministrazione nel 2020 espressero la volontà di bandire l’app negli USA (insieme anche a TikTok). Il New York Times all’epoca scrisse che il provvedimento avrebbe tagliato del tutto «milioni di conversazioni tra amici e parenti».

WeChat non nacque con l’ambizione di diventare una super-app. Nel 2010 Tencent la creò al fine di consolidare nel mercato dei dispositivi mobili il dominio ottenuto grazie a QQ, un portale web che offriva, tra le altre cose, un servizio di instant messaging.

Inizialmente l’app si chiamava Weixin, ed incontrò molte difficoltà nell’imporsi e nel guadagnare nuovi utenti. Successivamente, nel 2012, cambiò nome in WeChat ed introdusse nuove funzionalità, come, per esempio, la possibilità di utilizzare l’app a mo’ di walkie-talkie.

Adottò anche l’utilizzo dei QR Code, per facilitare l’utilizzo di servizi via via più vari, contribuendo a classificare la Cina al primo posto nel mercato dei pagamenti con dispositivi mobili.

Le everything app sono nate in Asia

Ma Tencent non fu sola in questa espansione. In Cina, oltre al principale social network cinese, Weibo, c’è anche un’altra super-app. Stiamo parlando di Alipay, collegata al gruppo Alibaba.

Nel Sud-Est asiatico, invece, è molto diffusa Grab, un’app con cui ordinare cibo, effettuare pagamenti e noleggiare mezzi di trasporto. In Indonesia invece c’è Gojek, che tutti gli anni processa delle transazioni economiche per 6,3 miliardi di dollari in totale.

Le cosiddette everything app sono nate proprio in Asia, dove troviamo un mercato molto vario e in sviluppo. Qui, la diffusione di Internet è stata tardiva ma parecchio veloce. Il web, in molti casi, ha completamente saltato la fase desktop, passando direttamente al mondo degli smartphone.

Siamo nel mondo del “mobile-first”, che segue un’evoluzione diversa rispetto al mercato occidentale. Anche in Cina si è verificato qualcosa di simile nel settore dei pagamenti elettronici: non risulta pervenuto, infatti, il passaggio da carte di credito/debito al pagamento mobile. Ci si è concentrati principalmente sui vari servizi che rendono diffusi e veloci i pagamenti con lo smartphone.

La strategia a lungo termine di Musk

Twitter in questo momento sembra essere una piattaforma lontana nel fornire questa tipologia di prestazioni, essendo un social abbastanza semplice. È stato pensato, infatti, per leggere e condividere tweet, pubblicare foto, video e messaggi personali. Da anni registra perdite economiche e delusioni per quanto riguarda le nuove iscrizioni.

Nonostante tutto, Musk ha dichiarato che acquistare Twitter andrà ad accelerare «X di 3 o 5 anni, ma potrei sbagliarmi». Dunque, per lui l’acquisto fa parte di una strategia a lungo termine.

Musk non è estraneo ad annunci ambiziosi e alle tempistiche irrealistiche. Nel 2011 promise che avrebbe portato almeno un essere umano su Marte «entro dieci anni». La data è stata spostata nel 2024. Dal 2014, Tesla dichiarò che le sue autovetture sarebbero state in grado di guidarsi autonomamente. Inoltre, negli ultimi anni ha presentato più di una volta un modello futuristico di pick-up, il cybertruck. Recentemente ha anche mostrato un robot che Tesla dovrebbe cominciare a produrre.

WhatsApp come WeChat?

Ma Elon Musk non è l’unico imprenditore che sta inseguendo il progetto di una everything app per il mondo occidentale. Una delle aziende che più si avvicina a tale obiettivo è Meta, grazie a WhatsApp (si pensi che WeChat ha alla base proprio l’instant messaging).

Zuckerberg, negli ultimi mesi, ha detto di voler «aumentare la monetizzazione di WhatsApp attraverso messaggi per il business e il commercio». Ma questa trasformazione avrebbe comunque bisogno di molto tempo e di enormi investimenti, visto che negli Stati Uniti l’app non è utilizzata quanto lo è in Italia. Gli americani, infatti, preferiscono i messaggi tradizionali, e non c’è modo di convincerli a passare a WhatsApp.

Meta non sembra, inoltre, nelle condizioni economiche adeguate per questo cambio drastico di strategia. Il gruppo, nel corso dell’ultimo anno, ha già investito dieci miliardi di dollari nel Metaverso e nella realtà virtuale, proprio mentre il suo valore in borsa si stava dimezzando.

La concorrenza asiatica

Le super-app cinesi e le app della Silicon Valley non differiscono soltanto a livello culturale o sociale. Il giornalista Tae Kim, nel 2020 aveva scritto su Bloomberg che l’attenzione della politica americana nei confronti delle app cinesi «portava in superficie quanto le app dei social media americane siano rimaste indietro rispetto alle loro controparti asiatiche».

Il fenomeno è ben rappresentato dal grande successo di TikTok e del modo in cui ha costretto sia Instagram che YouTube a ricorrere a soluzioni goffe e spesso non gradite dagli utenti.

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meta password

Furto di credenziali su Facebook ad un milione di utenti

Un milione di utenti Facebook, se non di più, dovranno cambiare la loro password. Il motivo? Aver utilizzato una delle 400 app malevoli per Android e iPhone, colpevoli del furto delle credenziali. Il sistema, da qui ai prossimi giorni, invierà in maniera automatica una notifica che avverte del pericolo, e inviterà a modificare la password per mettersi al sicuro.

Le app dannose ammontano a 355 per Android e 47 per iPhone, tutte ospitate sul Play Store e su App Store. Tali software si mascheravano come editor di foto, giochi o VPN. Nella realtà, però, erano vere e proprie esche progettate ad hoc per richiedere all’utente di effettuare il login attraverso Facebook, al fine di derubarlo delle sue credenziali d’accesso.

Molti utenti, quindi, si sono fidati di queste app scaricate da market tutt’altro che clandestini e hanno cliccato su “Accedi con Facebook”. Non possiamo stimare con esattezza il numero degli utenti coinvolti: la quota di un milione di iscritti potrebbe essere ampiamente superata.

Dunque, se anche a voi arriverà la notifica da Meta, sarebbe bene cambiare immediatamente la password – anche quella di altre utenze, se è stata riutilizzata. Cliccando qui potrete leggere alcuni preziosi consigli per avere la password più sicura dell’universo.

In futuro, invece, pensiamoci meglio prima di scaricare un’app: leggiamo con attenzione le recensioni, ma soprattutto evitiamo di accedere tramite Facebook o Google.

Anche Instagram ha i suoi problemi

Francesca una mattina ha risposto ad un messaggio su Instagram, di un’amica che la invitava ad aderire ad una petizione. Non ci ha pensato due volte e ha risposto subito al messaggio, fidandosi della sua “amica”.

Poco dopo le è arrivata una mail da un indirizzo di posta certificato da Instagram, che segnalava un accesso al suo account da Cosenza, nonostante lei si trovasse a Brescia. In tarda serata gli amici cominciano a scriverle che sul suo profilo Instagram stanno comparendo dei post dove vengono incoraggiati gli investimenti in bitcoin. Nei commenti, Francesca dialoga con uno sconosciuto, in un italiano decisamente poco corretto.

È qui che Francesca si rende conto di non riuscire più ad accedere al profilo. Decide giustamente di segnalare l’episodio all’assistenza Instagram, ma anche questa non riesce a risolvere il problema. Non le resta che sporgere denuncia alle autorità, in quanto vittima di frode informatica.

Commenta Francesca: «Ho segnalato ai miei contatti di non rispondere in alcun modo a messaggi o petizioni inviate attraverso il mio profilo, per non incappare loro stessi nel mio problema. Il disagio è che Instagram ancora non mi consente di accedere al profilo cambiandone la password, quindi non posso vedere, se non attraverso segnalazioni altrui, cosa sta pubblicando l’hacker sul mio profilo».

I consigli di Euroconsumatori

Quello raccontato è soltanto uno dei tantissimi casi emersi negli ultimi mesi. Spesso, a cadere vittima dell’inganno sono utenti non così esperti a livello di tutela della privacy e della sicurezza dei dispositivi digitali e dei social. Sarebbe bene far tesoro dei consigli degli addetti ai lavori, come quelli di Euroconsumatori.

«Spesso l’adescamento avviene attraverso un sms o un messaggio WhatsApp. Il messaggio ci arriva con un invito “mi aiuti a votare questo contenuto?” o simili. Cliccando sul link, il nostro dispositivo (cellulare o computer) scarica il software malevolo che permette all’hacker di agire e impossessarsi del profilo. Per evitare l’attacco quindi è necessario innanzitutto tenere aggiornata l’app di Instagram e mettere in atto tutte le protezioni sull’utilizzo della password».

Creare delle password sicure «e cambiarle frequentemente (mediamente ogni 3 mesi). Ovviamente è necessario attivare l’autenticazione a due fattori. Si tratta di un metodo di autenticazione sicura per sistemi e piattaforme informatiche e consiste nell’utilizzo di due metodi invece che uno, ad esempio l’inserimento di una password e poi l’invio di un codice di sicurezza al proprio numero di telefono».

Per contattare il Centro per la sicurezza Instagram e visualizzare le informazioni per recuperare l’account basterà cliccare qui.

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Dati USA-UE: le ultime decisioni di Biden

Venerdì 7 ottobre 2022, il presidente degli Stati Uniti d’America Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo al fine di ridefinire il modo in cui vengono trasmessi i dati dall’Unione Europea agli Stati Uniti.

L’ordine punta a ridefinire i problemi delle aziende americane, come Google, per esempio, che ricevono e trattano i dati che provengono dall’UE. In Europa, infatti, la legislazione è differente rispetto a quella americana, ed è decisamente più stringente.

In poche parole, l’intelligence americana avrà più difficoltà ad accedere alle informazioni personali degli abitanti dell’UE. Saranno adottate delle nuove misure, infatti, per tutelare la privacy degli utenti europei.

L’ordine esecutivo di Biden arriva dopo mesi di negoziati tra gli Stati Uniti e la Commissione Europea, cominciati nel 2020. La Corte di Giustizia dell’Ue aveva infatti deciso di bocciare il complesso di regole sul trasferimento dei dati noto come “Privacy Shield”, che non tutelava a sufficienza i cittadini Ue.

L’ordine esecutivo di Biden è uno degli step concordati con la Commissione per finalizzare un nuovo accordo complessivo sul trasferimento dei dati in grado di sostituire il “Privacy Shield”. Secondo i funzionari UE ci vorranno sei mesi, circa, affinché il nuovo accordo venga approvato ed entri in vigore.

Cosa c’è scritto nel provvedimento firmato da Biden

Secondo Biden, il provvedimento firmato venerdì porrà le fondamenta alle leggi in grado di regolare i flussi di dati transatlantici, affrontando anche le preoccupazioni che sono state sollevate dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

Stando a quanto si legge nel provvedimento, l’ordine esecutivo rafforzerebbe la tutela delle libertà e della privacy dalle attività di intelligence degli USA. Inoltre, creerebbe un meccanismo vincolante e indipendente che consentirebbe alle persone di richiedere un risarcimento in caso di violazione della legge.

In particolar modo:

  • verranno ridefiniti i limiti di accesso ai dati da parte dell’intelligence americana, con garanzie che limitano l’accesso ai dati a particolari situazioni di necessità, ovvero per garantire la sicurezza nazionale;
  • verrà istituito un nuovo meccanismo di ricorso, imparziale, indipendente e accessibile a tutti i cittadini non statunitensi. Questo grazie all’istituzione di un nuovo tribunale del riesame della protezione dei dati (DPCR), che avrà il compito di indagare e risolvere le controversie che riguardano l’accesso ai dati da parte delle autorità di sicurezza nazionale statunitensi.

Tutto questo fornirà alla Commissione europea una base per adottare nuove misure di sicurezza adeguate, al fine di ripristinare un meccanismo di trasferimento dei dati molto importante, conveniente e accessibile ai sensi del diritto europeo.

Fornirà una maggior certezza del diritto a tutte quelle società che utilizzano le clausole contrattuali standard e regole aziendali vincolanti per il trasferimento dei dati personali dall’Ue agli Stati Uniti.

La nota di Noyb

Ora la palla passa alla Commissione Europea, che dovrà decidere se tali misure sono sufficienti per nuovi accordi di adeguatezza finalizzati alla regolamentazione del trasferimento dei dati, annunciato già a marzo da Biden e dalla Commissione europea.

Secondo la Casa Bianca, le nuove misure sono sufficienti. Tuttavia, già nella serata di venerdì è arrivata una nota di Noyb – l’associazione da cui è partita tutta la controversia che ha portato all’invalidazione del Privacy Shield.

Secondo Noyb è improbabile che l’ordine soddisferà a pieno l’UE. Non garantirebbe, infatti, un vero e proprio limite alla sorveglianza di massa sui dati, secondo i criteri che l’UE ha definito attraverso le proprie norme.

Leggiamo nella nota: «Non vi è alcuna indicazione che la sorveglianza di massa negli Stati Uniti cambierà nella pratica. La cosiddetta “sorveglianza di massa” continuerà con il nuovo ordine esecutivo e tutti i dati inviati ai provider statunitensi continueranno a finire in programmi come PRISM o Upstream, nonostante la CGUE abbia dichiarato per due volte le leggi e le pratiche di sorveglianza statunitensi non “proporzionate”».

«Sembra che l’UE e gli USA abbiano concordato di copiare le parole “necessario” e “proporzionato” nell’Ordine esecutivo, ma non hanno concordato che avranno lo stesso significato legale. Se avessero lo stesso significato, gli Stati Uniti dovrebbero limitare radicalmente i loro sistemi di sorveglianza di massa, per conformarsi alla concezione di sorveglianza “proporzionata” dell’UE».

Altre sorprese

Ma non è finita qui, perché lo stesso giorno è arrivata anche un’altra novità. Il Dipartimento di commercio americano ha deciso di presentare anche alcune restrizioni in grado di rendere molto più difficile ottenere o produrre microchip per le aziende cinesi.

Si tratta di tecnologie destinate ai computer avanzati e alle intelligenze artificiali, che potrebbero avere anche applicazioni militari. Washington, quindi, ha deciso di ostacolare lo sviluppo del suo principale rivale in quel campo.

Thea Kendler, dirigente del Dipartimento, ha dichiarato: «La Repubblica Popolare Cinese ha investito risorse nello sviluppo di capacità di supercalcolo e mira a diventare leader mondiale nell’intelligenza artificiale entro il 2030. Sta usando queste capacità per monitorare, tracciare e sorvegliare i propri cittadini e per alimentare la propria modernizzazione militare».

Questi controlli rappresentano un’escalation degli sforzi già in corso per riuscire a rallentare il progresso tecnologico cinese. I controlli, secondo il Financial Times «impediranno alle aziende statunitensi di esportare strumenti critici per la produzione di chip in Cina, il che interesserà gruppi come Semiconductor Manufacturing International Corp, Yangtze Memory Technologies Co e ChangXin Memory».

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Le novità di Servicematica presentate al XXXV Congresso Nazionale Forense

Quest’anno Servicematica al XXXV Congresso Nazionale Forense ha presentato due importanti novità!

App Giustizia Servicematica

Ci troviamo di fronte alla prima applicazione ufficiale per smartphone che collega gli avvocati al mondo della Giustizia. Un’app con la quale possiamo avere tutto il mondo del Processo Civile Telematico a portata di click.

È l’unica app che si collega direttamente con il PDA per scaricare i fascicoli nello smartphone, consentendoti la completa consultazione di tutti gli atti di causa.

Con l’app Giustizia Servicematica avrai la giustizia in tasca. Ecco i servizi dell’app, in breve:

  • Agenda fascicoli: una funzione che ti permette di visualizzare gli eventi in agenda, le scadenze, i termini e le udienze;
  • I tuoi fascicoli: per scaricare tutti i tuoi fascicoli e i documenti telematici correlati;
  • Visure: potrai accedere al servizio di Visure con i prezzi più bassi del mercato;
  • Assistenza: non poteva mancare l’assistenza tecnico/giuridica completamente gratuita a tua disposizione.

Giustizia Servicematica è l’incarnazione della versatilità: puoi gestire tutti gli eventi in agenda, le scadenze termini e le tue udienze anche se ti ritrovi imbottigliato in mezzo al traffico!

Puoi scaricare gratuitamente l’app su qualsiasi smartphone.

Biglietto da visita elettronico

La seconda novità presentata quest’anno consiste in nuovo biglietto da visita, per restare al passo con i tempi ed essere più green! Ecco la tecnologia che abbraccia e coccola la professione forense.

Non servirà più lasciare ai clienti il biglietto cartaceo con le nostre informazioni e i nostri contatti. Basterà avvicinare uno smartphone sul biglietto da visita elettronico per passare al cliente tutti i contatti e i riferimenti, che potranno essere cambiati e/o modificati in qualsiasi momento attraverso il sito Servicematica. Un gioco da ragazzi!

Semplifica la vita dei tuoi clienti: permetti loro di salvare tutte le tue informazioni di contatto e molto altro direttamente dallo smartphone. In questo modo eliminiamo completamente ogni rischio di errore e il fastidio di scrivere!

Il bigliettino da visita che fa bene all’ambiente

Sarai decisamente più green: ogni giorno vengono stampati ben 25 milioni di biglietti da visita, ma il 90% dei biglietti che vengono consegnati finiscono nel cestino nel giro di una settimana. Non lasciare che la stessa cosa accada anche con il tuo bigliettino da visita.

Funziona così: ti forniremo una card personalizzata. Il cliente avvicinerà lo smartphone alla card con la tecnologia NFC attiva. Et voilà: si aprirà automaticamente una pagina web con tutte le tue informazioni.

Non ci sarà bisogno di alcuna registrazione web, o di applicazioni da scaricare per configurare il biglietto da visita digitale. Una tecnologia in grado di superare le barriere tra fisico e digitale, comoda, veloce, moderna e green!

Il video dell’intervista di Avvocati

Chi ci segue sui social sa che ieri il nostro Matteo Zandonà ha spiegato ai microfoni di Avvocati le novità di Servicematica.

Ecco il video!

 

Servicematica è allo stand n. 17. Venite a trovarci 🥰

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Come affrontare la paura di parlare in pubblico?

Prima giornata del XXXV Congresso Nazionale Forense: il messaggio di Mattarella

Questa mattina è cominciato il XXXV Congresso Nazionale Forense, che conta la presenza di oltre mille avvocati. La presidente del CNF, Maria Masi, ha letto alla platea il messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella:

«Il Paese ha in atto un’importante stagione di rinnovamento sia del processo civile sia di quello penale. L’Avvocatura è chiamata a fornire il proprio qualificato contributo per assicurare che le nuove norme consentano la necessaria accelerazione dei tempi di definizione dei giudizi».

Mattarella ha sottolineato il ruolo degli organi di rappresentanza dei legali: «Ancora più significativo diviene il ruolo dei Consigli dell’Ordine nella tutela dei diritti e nell’affermazione della legalità per continuare a garantire, accanto ad un elevato livello di preparazione, anche il rigoroso rispetto del Codice Deontologico».

Per conoscere il programma del XXXV Congresso Nazionale Forense puoi cliccare qui.

Servicematica è allo stand n. 17 😉 Venite a trovarci 🥰

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parlare in pubblico

Come affrontare la paura di parlare in pubblico?

Sono molte le persone che per via della loro professione devono parlare di fronte ad un pubblico. Una buona parte di queste persone si lascia prendere dal panico, entrando in uno stato d’ansia che fa tremare la voce, sudare molto e provare confusione mentale.

Ognuno è diverso e potrebbe accusare sintomi diversi, anche se tutti sono collegati ad un’esplosione di panico, che ha radice nel terrore di parlare davanti a molte persone.

Nessuno è escluso

Anche il grande Cicerone confessò di aver molta paura quando parlava davanti al pubblico – dunque, ci troviamo di fronte ad una fobia che non risparmia nessuno. Ma quali sono le cause di questa sensazione spiacevole? E quali rimedi possiamo mettere in atto per vincere la nostra paura?

In molti casi, l’ansia da prestazione si trasforma in un vero e proprio attacco di panico, con tutte le conseguenze che ne potrebbero derivare. Se non si trova un rimedio, questa condizione potrebbe addirittura addirittura cronicizzarsi. Infatti, come qualsiasi altra paura, anche questa potrebbe radicarsi talmente nel profondo da condizionare negativamente la vita di una persona.

Sono molti i pensieri che ci pervadono quando dobbiamo parlare in pubblico: mi esprimerò bene? Verrò frainteso? Darò una bella immagine di me? Il public speaking diventa un esame, dove il pubblico incarna un grande giudice che ci valuta severamente.

Impara a riconoscere la paura

Se quando parli di fronte a molte persone le tue mani cominciano a tremare e a sudare, arrossisci, non sai come muovere le mani, il tuo cuore batte velocemente, ti sembra di aver dimenticato tutto il discorso, la tua bocca diventa asciutta, ti manca il fiato… beh, soffri decisamente di paura di parlare in pubblico.

Tutto questo si rivela ancor più negativo se la tua carriera e i tuoi successi dipendono quasi del tutto dal parlare in pubblico. Frequentare dei corsi di public speaking potrebbe esserti di grande aiuto: potresti parlare davanti a tante persone con gran successo, grazie alle giuste tecniche di respirazione e ad un adeguata preparazione.

Alcuni suggerimenti utili

Ma vediamo insieme alcuni suggerimenti per affrontare la paura di parlare in pubblico.

Parlare in pubblico

Sembra paradossale, ma affrontare il pubblico prima di tenere un discorso è il migliore degli esercizi da fare. Tutto questo diventerà progressivamente abitudine, e dopo le prime incertezze verranno resettati tutti i timori, per guadagnare quell’autostima necessaria per sentirsi sicuri di sé.

È possibile anche cercare online gli indirizzi delle associazioni locali che trattano i temi che più vi interessano e partecipare alle loro riunioni per prendere la parola. Qualsiasi occasione dev’essere sfruttata: fate finta che sia una palestra dove allenarsi un po’.

Preparare il discorso

Una parte fondamentale del public speaking è la preparazione in anticipo del discorso, magari ripetendolo un paio di volte. Potresti cominciare con l’argomento che conosci meglio, per poi suddividere il tutto in: presentazione, parte centrale e chiusura. Sarebbe bene non imparare il discorso a memoria; meglio una scaletta da seguire con le keyword evidenziate.

Respirare

Potrebbe apparire superfluo, ma gli esercizi di respirazione si rivelano molto utili prima di cominciare un discorso davanti ad un pubblico. Esistono tecniche precise, di origine orientale, tutte basate sul respiro diaframmatico, che aiutano a calmare la tensione.

Spontaneità

Non preoccupatevi se commetterete un errore durante il discorso. Sarebbe semplicemente un segno di spontaneità che dimostrerà il vostro lato umano. Questo permette al pubblico di empatizzare con voi, che di conseguenza acquisirete più credibilità. Basterà bere un goccio d’acqua, sorridere alla platea e continuare a parlare.

Semplifica il discorso, senza memorizzarlo

Oltre a suddividere il discorso in tre parti, opta per una struttura lineare per evitare di cadere nell’errore di uscire fuori tema ma cercando di esporre i concetti fondamentali anche con termini diversi.

Conoscere la propria voce

E parlare lentamente: se parliamo troppo velocemente, le persone non assimileranno nulla del nostro discorso, perché noteranno soltanto l’ansia del voler finire il più presto possibile.

Parlare in maniera frenetica non fa respirare correttamente e provocherà una certa tachicardia che aumenta l’ansia. Appena ti rendi conto di quanto stai andando veloce, respira, bevi un sorso d’acqua e continua con più calma.

Un’altra cosa che potrebbe risultare utile è conoscere la propria intonazione di voce: prova a registrarti con il telefono per capire come appare il tuo timbro di voce e per essere consapevole di eventuali errori da correggere.

Postura e gestualità

Molto importante, oltre alla voce, anche la postura, che dovrà essere tutt’altro che chiusa. Allarga le braccia e cerca di essere disinvolto per dare l’impressione agli altri, ma soprattutto a te stesso, di non avere paura del giudizio del pubblico. Se non hai modo di esercitarti di fronte ad una videocamera, chiedi ad un tuo familiare di assistere alla prova e di riferirti le impressioni.

Non prendere le critiche come critiche

Ricorda che le critiche arrivano a tutti. E se arrivano, non vederle come offese ma come opportunità per migliorarti. Lavora su di te e modifica quello che ostacola i tuoi successi.

Dedica più tempo alle tecniche di rilassamento, che potrai fare anche soltanto per pochi minuti al giorno. Una sorta di training autogeno, in grado di sradicare l’ansia da prestazione che ti colpisce proprio nel momento in cui devi parlare in pubblico.

Una buona tecnica è visualizzare in anticipo come potrebbe essere il tuo intervento. Immagina di suscitare un fortissimo applauso da parte del pubblico, un consenso totale dalla platea. Allontanerai l’ansia, giorno dopo giorno!

Come per tutti i traguardi da raggiungere, è necessaria costanza nell’esercizio. Non cadere nell’errore di credere che siano necessarie un paio d’ore per risolvere il problema. Non demordere: la perseveranza ti aiuterà nella realizzazione dell’impresa e nell’acquisire la certezza di aver vinto sulle tue paure.

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