Love Bombing: che cos’è e che effetti giuridici comporta

Il corteggiamento è una cosa molto bella, ma è del tutto differente dal love bombing, ovvero una tecnica utilizzata per la manipolazione affettiva. Il termine potrebbe far pensare a qualcosa di spontaneo e bello, ma si tratta di qualcosa di assolutamente negativo.

Letteralmente, il termine in italiano è tradotto come “bombardamento d’amore”. Tale espressione è stata utilizzata per la prima volta nel 1995 dalla psicologa Margaret Singer, che in un suo libro scriveva che «il termine descrive i modelli di comportamento usati da sette religiose, istituzioni, professionisti o semplici persone al fine di operare plagio, condizionamento e manipolazione».

La Singer ci aveva azzeccato. Il love bombing è una reale tecnica di manipolazione, ed è un metodo per riuscire a sfruttare il bisogno d’amore e la fragilità delle persone. Il manipolatore riempie l’altra persona di manifestazioni amorose, magari in una fase della relazione nella quale non ci sono le basi affinché si sviluppi un sentimento del genere.

La vittima del love bombing potrebbe essere una persona normalissima, magari con insicurezze e fragilità accentuate che il love bomber intercetta e ci fa leva. Ma non è necessario che la vittima sia particolarmente sprovveduta o fragile, dato che ognuno di noi ha dei punti deboli.

Il love bomber può essere un uomo, una donna, ma anche un gruppo di persone, come nel caso delle sette. Di solito è un narcisista che manipola la vittima inondandola di eccessive attenzioni.

Le tappe del love bombing

Il love bombing è un processo, caratterizzata da diverse tappe, tutte con il fine di instaurare una relazione con la vittima, inconsapevole del rischio di finire dentro una relazione tossica. Di solito comincia come una sorta di sogno romantico che diventa presto realtà. Nei film è l’innamoramento ideale; ma nella realtà è qualcosa di troppo eccessivo.

La fase iniziale è quella della conquista. Il love bomber inonderà la vittima di attenzioni, complimenti, dichiarazioni e gesti plateali. Dirà, per esempio, «non ho mai provato nulla di simile», oppure «finalmente ti ho trovato».

Il love bomber fa molti regali, esaudisce tutti i desideri e dichiara il suo amore ai quattro venti. Il corteggiamento è un processo graduale, ed è davvero difficile che qualcuno sia convinto di aver trovato la persona giusta, con cui trascorrere tutta la vita, in pochi giorni.

Una volta avviato il rapporto, il love bomber isola la vittima da tutti gli altri, soprattutto da tutti quelli che la mantengono lucida.

Il love bombing è un rapporto esclusivo: se la vittima oppone qualche forma di resistenza, il love bomber comincia a criticare gli affetti della vittima, colpevoli di metterla contro di lui. «Quando sei con loro sei diversa/o»: la reazione, di solito, è assecondare tali esternazioni, isolandosi da familiari e amici.

Gaslighting e ghosting

Nel love bombing viene distorta la realtà. Tale meccanismo viene definito gaslighting: «Per te ho rinunciato a questo, perciò perché tu non puoi fare come voglio?».

Quando si sentono frasi del genere, la vittima potrebbe essere già eccessivamente coinvolta per sottrarsi alla situazione. Si sentirà sicuramente in colpa, dunque, farà ciò che desidera il manipolatore. Nel frattempo si potrebbe essere instaurata una relazione basata sulla dipendenza, dalla quale risulta troppo difficile uscire.

Il love bomber, a questo punto, alternerà dei momenti d’amore a ricatti, colpevolizzazione, rinfacciamenti e abbandoni. Di conseguenza, la vittima vivrà una montagna russa emotiva, che la destabilizzerà sempre più.

Questo rappresenta un abuso psicologico, che, se ripetuto nel corso del tempo, aggrava la fragilità della vittima, che, se riuscirà ad uscire dalla situazione, ne sarà distrutta.

Leggi anche: Avvocato, sai cos’è il gaslighting?

Potrebbe capitare che il love bombing non evolva in alcun tipo di relazione. Dopo una prima fase di attenzioni ed entusiasmo spropositato, il love bomber potrebbe sparire nel nulla. Siamo nel mondo del ghosting, dove la persona sparisce dalla circolazione, smette di rispondere al telefono e non fornisce alcuna spiegazione.

Anche se non si era ancora avviata una relazione vera e propria, non è detto che tale comportamento non ferisca l’altra persona.

Anche il ghosting ha una finalità manipolatoria. Il carnefice prima tratta benissimo l’altra persona, anche approfittandosene. Poi se la dà a gambe, senza dare spiegazioni e affrontare l’altra persona.

In questi casi, più che narcisismo ci troviamo di fronte a persone immature emotivamente, che non sanno trattare con rispetto l’altra persona.

Come in tutti i rapporti tossici, sarebbe sempre meglio prevenire, ma non è così semplice cogliere i vari campanelli d’allarme del manipolatore. Ecco alcuni consigli:

  • Meglio diffidare da un partner che, sin da subito, manifesta un attaccamento eccessivo. Quando “è troppo bello per essere vero”, probabilmente è proprio così: non ci sarà nulla di vero. Per conoscere una persona ci vuole del tempo. Ogni relazione, di conseguenza, ha bisogno del suo tempo per cementarsi. Non ci può essere amore dopo due ore;
  • Non allontanarsi dalle persone che ci conoscono e che ci vogliono bene. Potrebbe essere difficile e scomodo ascoltare le critiche di familiari e amici. Ma se chi ci conosce nota dei cambiamenti negativi in noi, ascoltiamo le loro opinioni. Il loro interesse è proteggerci, e non manipolarci, come fa il love bomber;
  • Chiedere aiuto, anche se non ci troviamo in una situazione di love bombing ma crediamo di essere finiti in un rapporto tossico.

Ricordiamo, inoltre, che il love bombing potrebbe portare a reati come diffamazione, stalking e truffa romantica.

——————————–

LEGGI ANCHE:

Troppi cani e gatti in casa: il giudice può limitarne il possesso?

Nordio: «Da lunedì certificati penali negli uffici postali»

Troppi cani e gatti in casa: il giudice può limitarne il possesso?

Secondo l’articolo 1138 del Codice Civile, le norme del regolamento condominiale non vietano di detenere o possedere animali domestici. E’ indubbio, tuttavia, che la coabitazione con gli umani non sia sempre affar semplice, e per questo motivo la Cassazione è intervenuta più volte su questo argomento.

Con la recente ordinanza 1823/2023 depositata lo scorso 20 gennaio si affronta un caso interessante. La pronuncia conferma la sentenza della Corte d’Appello che aveva precedentemente condannato un soggetto alla detenzione, nella sua proprietà, di non più di 6 cani.

Inoltre, il soggetto avrebbe dovuto risarcire il danno che è stato causato ai vicini di casa per la sussistenza del cattivo odore e dei rumori, vista la presenza di un numero notevole di gatti e cani.

La Suprema Corte precisava innanzitutto che «il ricovero di un numero elevato di esemplari di animali genera un’immissione che non è generata da un uso ordinario per civile abitazione, bensì è un’attività di custodia e cura degli animali di competenza del Tribunale e non del Giudice di pace».

Secondo i giudici non si rileva, dunque, il carattere non commerciale di tale attività, vista l’assenza di scopo di lucro.

Per quanto riguarda il superamento della tollerabilità normale di odori e rumori prodotti, viene precisato che è ammissibile anche la prova testimoniale, e non soltanto il dato tecnico. La stessa, infatti, ha come oggetto fatti caduti al di sotto della percezione diretta del testimone, e non costituisce una valutazione soggettiva.

In questo caso, tuttavia, il giudice aveva la facoltà di far cessare le immissioni moleste attraverso l’ordine di adozione di accorgimenti idonei all’eliminazione della situazione pregiudizievole.

In questi rientra la riduzione del numero di animali detenuti: 4 è il numero indicato nella pronuncia di primo grado e 6 nella sentenza d’appello. Numeri compatibili, a quanto pare, con le dimensioni del giardino e dell’abitazione. Oltre tale numero, si configura una reale attività di custodia di animali.

——————————–

LEGGI ANCHE:

Nordio: «Da lunedì certificati penali negli uffici postali»

L’Intelligenza Artificiale ha un problema con le donne?

Nordio: «Da lunedì certificati penali negli uffici postali»

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, durante un’intervista al programma Quarta Repubblica in onda su Rete4 e condotto da Nicola Porro, ha parlato di certificati penali alle Poste.

«Stiamo lavorando, e l’abbiamo già fatto, affinché, se un cittadino debba chiedere un certificato penale, invece di recarsi direttamente all’ufficio giudiziario, che magari sta a 50 chilometri di distanza, vada all’ufficio postale», ha dichiarato Nordio.

Tuttavia, non stiamo affatto parlando di una novità. I certificati penali all’ufficio postale rientrano nel Progetto Polis, un’iniziativa del 2021 che è stata siglata da Poste Italiane e dall’allora ministero dello Sviluppo economico (denominato oggi ministero delle Imprese e del Made in Italy).

L’iniziativa è sostenuta dai fondi del Pnrr, ed ha l’obiettivo di trasformare gli uffici postali di quei Comuni italiani che hanno meno di 15mila abitanti. In questi Comuni, alle Poste, si potranno richiedere documenti come certificati anagrafici, passaporto, dati fiscali e anche i certificati penali.

Sembra che nessuno abbia chiesto, però, un parere in merito all’iniziativa al Garante della Privacy.

Nordio, durante l’intervista su Rete4 ha dichiarato: «Inizieremo questo progetto che è di una modernizzazione assoluta e che farà risparmiare tempo, denaro e traffico. Il cittadino avrà una giustizia di prossimità che sarà molto efficace dal punto di vista dell’economia».

Il fischio di inizio è previsto per lunedì 30 gennaio. Data in cui è prevista la presentazione del Progetto Polis organizzato da Poste Italiane, e vedrà la presenza di una parte dei 7mila sindaci dei Comuni che saranno interessati dal progetto.

Il progetto, dunque, non sembra appartenere a Nordio. Risale infatti ad una convenzione del 30 settembre 2021, sottoscritta dal Direttore Generale di Poste Italiane, Matteo Del Fante, e dall’ex ministero dello Sviluppo economico.

Il Progetto prevede un investimento di circa 800 milioni del Pnrr tra il 2022 e il 2026. Poste ha deciso di aggiungere altri 300 milioni, arrivando ad 1,1 miliardi di euro. Per il 2023 è previsto uno stanziamento complessivo di 145 milioni.

Poste ha intenzione di creare delle «case dei servizi di cittadinanza digitale»: si chiameranno così, infatti, i nuovi uffici postali multi-funzione. In totale saranno coinvolti 6.910 uffici postali, di piccoli borghi oppure in aree remote.

Il progetto comincerà in Lazio, nei Comuni di Campagnano di Roma, Fara in Sabina e San Felice Circeo, dove si starebbero già realizzando i primissimi prototipi.

Il Sole 24 Ore, lo scorso novembre, ha anticipato che, con il progetto Polis, si potranno richiedere alle Poste documenti come il passaporto, carta d’identità elettronica, certificati anagrafici e di stato civile, visure di planimetrie catastali, l’esenzione dal canone Rai, estratti conti fiscali e debitori, l’emissione del codice fiscale, dichiarazioni di trasporto o smarrimento di armi, certificati giudiziari, duplicati della patente di guida e il rilascio della patente nautica.

L’obiettivo è la riduzione delle distanze tra gli abitanti dei piccoli Comuni o delle aree più remote e gli uffici pubblici che si trovano nei grandi centri e del risparmio di tempo e denaro. Oltre a ciò, è prevista anche la creazione di 250 spazi destinati al coworking e alla formazione.

Poste Italiane, si legge nella convenzione, è titolare anche del trattamento dei dati, ed è a capo della tutela della riservatezza di tutte le informazioni. Nonostante ciò, il Garante della Privacy non è stato coinvolto in alcun modo per gestire i flussi di dati del Progetto Polis.

——————————–

LEGGI ANCHE:

L’Intelligenza Artificiale ha un problema con le donne?

Addio al monopolio di Android e iOS: arriva BharOs, un nuovo sistema operativo indiano

L’Intelligenza Artificiale ha un problema con le donne?

Lensa si è rivelata un gran successo globale: più di 4 milioni di persone in tutto il mondo hanno scaricato l’app soltanto nei primi cinque giorni dello scorso dicembre, spendendo più di otto milioni di dollari. Si tratta di un servizio che utilizza un’IA per generare avatar di qualsiasi tipo, partendo dai selfie che l’utente carica nell’app.

Tuttavia, le immagini generate hanno sin da subito sollevato dei dubbi.

Privacy

Prima di utilizzare l’app, sarebbe bene dedicare almeno un minuto all’informativa privacy e alle condizioni d’uso per comprendere in che modo l’app utilizza i dati. «Dobbiamo sempre essere consapevoli quando i nostri dati biometrici vengono utilizzati per un qualsiasi scopo. Si tratta di dati sensibili, dovremmo essere molto cauti», spiega il responsabile della ricerca sull’etica e sull’innovazione presso l’Alan Turing Institute.

Secondo Andrey Usoltev, CEO di Prisma Labs, l’azienda produttrice di Lensa, ha dichiarato a Wired US che l’azienda sta lavorando ad un aggiornamento dell’informativa sulla privacy. «Lensa utilizza una copia del modello di Stable Diffusion, a cui insegna a riconoscere il volto sulle immagini caricate per ogni caso particolare. Ciò significa che esiste un modello separato per ogni singolo utente».

«Le foto degli utenti», continua, «sono eliminate dai nostri server non appena vengono generati gli avatar. I server si trovano negli Stati Uniti».

Lensa ha un problema con le donne

Chiunque abbia provato ad utilizzare Lensa IA si è accorto che qualcosa è andato storto.

Per riuscire a testare il software basta caricare 10 immagini, così come richiesto dall’app. In questo modo l’intelligenza artificiale che sta alla base dell’app genera i Magic Avatar, ovvero dei selfie trasformati in opera d’arte.

Il risultato, per una donna, non è un dipinto ad olio con tratti stilizzati, ma un’eccessiva sessualizzazione delle immagini caricate, con seni grandi, spalle scoperte e sguardi ammiccanti. Femme fatale immersa nella natura, protagonista di un manga erotico, eroina spaziale: si ottengono una sfilza di immagini in cui il volto e il corpo diventano oggetti di un desiderio tipicamente maschilista.

Misoginia e razzismo

La sessualizzazione delle persone che caricano i selfie del volto, oltre ad essere disturbante, risulta anche pericolosa. Brandee Barker, una femminista che ha lavorato nel mondo della tecnologia ha scritto su Twitter: «Sono solo io o queste app di generatori di selfie AI stanno perpetuando la misoginia?».

Un’altra donna che ha visto comparire sue immagini di nudo all’interno dell’app ha dichiarato: «Onestamente mi sono sentita molto violata dopo averle viste».

Lensa non è soltanto un’app misogina, ma è anche razzista. Donne nere sostengono che Lensa abbia anglicizzato i loro tratti e sbiancato la loro pelle. Donne asiatiche, invece, si sono lamentate di come l’IA abbia occidentalizzato il loro volto, oppure di come le abbia riprodotte in stile manga erotico. L’intelligenza artificiale è intervenuta anche sul peso, dato che le donne vengono sempre ritratte magre e snelle.

La cosa peggiore in tutto questo è che anche i minori non sfuggono alla sessualizzazione dell’app. Una ricercatrice dell’UCLA, Olivia Snow, ha caricato delle foto della sua infanzia, ottenendo dei ritratti in stile lolita, con un corpo da adulta scoperto e un viso da bambina con ammiccamenti erotici.

Lensa potrebbe diventare una fabbrica per la generazione di materiale pornografico e pedopornografico. Il tutto all’insaputa del soggetto che ha caricato le foto sull’app.

L’IA sarebbe stata addestrata attraverso contenuti trovati online non filtrati: dunque, le immagini riflettono i pregiudizi delle persone.

I creatori dell’app sostengono che «il prodotto non è destinato all’uso di minori e noi avvertiamo gli utenti sui potenziali rischi del contenuto. Ci asteniamo anche dall’utilizzare tali immagini nel nostro materiale promozionale».

——————————–

LEGGI ANCHE:

Addio al monopolio di Android e iOS: arriva BharOs, un nuovo sistema operativo indiano

«Ora buon senso»: Meloni invita Nordio a limitare le esternazioni

Addio al monopolio di Android e iOS: arriva BharOs, un nuovo sistema operativo indiano

Seguendo la scia autarchica favorita dal governo locale, l’India sta testando BharOs, un nuovissimo sistema operativo nazionale mobile, che si propone come alternativa ai due giganti che dominano il mercato: iOS e Android.

Sembra che l’obiettivo principale dell’offensiva recentemente lanciata da Nuova Delhi a seguito della decisione dell’antitrust locale di imporre l’utilizzo di store esterni sia Google. Il governo indiano sta infatti cercando di sfuggire al monopolio di Play Store. Al momento, il sistema operativo si trova in una fase di pre lancio.

L’anno scorso l’India aveva deciso di fare una multa a Google a causa della sua posizione dominante con Play Store. Google, infatti, offre applicazioni e contenuti per smartphone Android occupando un’ampia fetta di mercato. Si pensi che in India il 97% dei dispositivi mobili ospita il Play Store Android.

Ora, però, l’India ha obbligato Google ad ospitare anche app store di terze parti, al fine di fornire una scelta più ampia per gli utenti. Anche se non è ancora del tutto sufficiente, dato che il passo finale è un sistema operativo completamente made in India.

Sono appena cominciati i test ufficiali su BharOs. Secondo il ministro indiano per lo sviluppo dell’imprenditorialità e delle competenze Dharmendra Pradhan c’è «ancora molta strada da fare, ma se ciò accade, il monopolio se ne andrà».

Sicuramente il governo punta molto sul progetto, visto che segue perfettamente la filosofia di Narendra Modi, primo ministro indiano, che mira all’autosufficienza e a spingere le startup nazionali e la produzione locale.

Ma come sarà, alla fine, il nuovo sistema operativo indiano?

Open-source, sviluppato presso l’Indian Institute of Technology Madras, per ora non ha rilasciato immagini definitive. Dalle prime informazioni, tuttavia, sappiamo che BharOs si concentrerà molto sulla sicurezza e sulla privacy.

Inoltre, ci sarà piena libertà per quanto riguarda l’installazione di app dai vari market, anche di terze parti, con una lista di software che hanno ricevuto la certificazione per un utilizzo sicuro. Troviamo anche la funzione NDA, No Default Apps, che garantisce agli utenti la libera scelta su quali utilità o client installare.

——————————–

LEGGI ANCHE:

«Ora buon senso»: Meloni invita Nordio a limitare le esternazioni

Non dare il massimo per dare il massimo: la regola dell’85%

«Ora buon senso»: Meloni invita Nordio a limitare le esternazioni

Attualmente non esiste ancora il testo della riforma della giustizia. Il premier Meloni, che fatica a gestire i suoi ministri, invita ad una maggior coordinazione con Palazzo Chigi. Il ministro Nordio smentisce ogni dissenso rivendicando «piena sintonia».

Meloni vuole sedare le agitazioni che stanno scuotendo la maggioranza e mostrare che la linea di Palazzo Chigi non va contro quella del Guardasigilli. Nelle prossime ore Meloni vedrà il ministro Nordio per chiarire la situazione che si è creata negli ultimi giorni.

Le opposizioni si stanno scatenando. Per Renzi, Nordio è «l’unico che può cambiare le cose», e secondo lui il ministro «non mollerà». Se mai decidesse di farlo, «il problema non sarà per Nordio, ma per la Meloni».

Nordio smentisce ogni dissenso. L’idea di abbandonare le stanze di via Arenula non gli è mai passata per la testa, e ha rivendicato «piena sintonia» con il premier. Quest’ultima ha infatti confermato tutta la sua stima e il suo sostegno: «Leggo interpretazioni forzate e surreali, ma io lavoro benissimo con lui, siamo sulla stessa linea. Non è vero che lo freno e non ha bisogno di essere blindato, perché è naturalmente blindato dal rapporto che ha con me».

A chi fa notare la divergenza sui temi sensibili come, per esempio, le intercettazioni, Meloni risponde: «Carlo è una persona serissima, qualora avessimo punti di vista diversi non avremmo alcuna difficoltà a trovare una sintesi».

È evidente lo sforzo fatto per ammorbidire i toni. Per il premier, infatti, la priorità è scongiurare che si riaccenda uno scontro tra magistratura e politica, e per questo, dopo aver rinnovato la fiducia e l’apprezzamento nei confronti di Nordio, condividerà con lui la fatica di dover governare insieme ad una squadra di ministri troppo loquaci.

Alfredo Mantovano, sottosegretario del Presidente del Consiglio e magistrato ha detto che «sarebbe meglio non fare troppe dichiarazioni, tanto più che non c’è ancora un testo».

Infatti, in via Arenula non circola ancora alcuna bozza della riforma. Per questo, Meloni, dopo aver concordato i punti chiave del cronoprogramma, chiederà a Carlo Nordio di contenere le esternazioni, rafforzando invece il coordinamento con la presidenza del Consiglio.

Le pressioni, comunque, sono fortissime. Alessandro Cattaneo, capogruppo di Forza Italia, assicura che il partito di Berlusconi non ha intenzione di aprire uno scontro, anche se vorrebbe cambiare l’abuso d’ufficio, la legge Severino e procedere verso la separazione delle carriere.

Ma anche all’opposizione Nordio trova degli alleati. Carlo Calenda, durante la trasmissione l’Aria che tira avverte Meloni: «Nordio non c’entra niente con la cultura di FdI, ha idee coincidenti con le nostre. Se lo bloccano avranno problemi».

Ma il premier non ci pensa proprio a bloccare il Guardasigilli. L’unica cosa che ha intenzione di fare è contenerlo, dato che il governo non è interessato a dichiarare guerra aperta alle toghe.

«Il ministro della Giustizia Nordio attacca i pm antimafia. Firmiamo per cacciarlo»

Nel frattempo, il Fatto Quotidiano ha avviato una petizione su Change.org per cacciare il ministro della Giustizia Nordio. Riportiamo il testo della petizione di seguito:

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dichiarato ripetutamente il falso davanti al Parlamento sulle intercettazioni nelle indagini di mafia e corruzione. Ha calunniato i magistrati e le forze dell’ordine sostenendo che usano manipolarne e strumentalizzarne politicamente le trascrizioni. Non contento, ha apertamente polemizzato alla Camera con la Procura di Palermo, “rea” di aver catturato Matteo Messina Denaro e spiegato di averlo fatto proprio grazie alle intercettazioni. Infine ha addirittura invitato i parlamentari a non rendersi “supini dei pm”, che “vedono la mafia dappertutto”.

Le sue dichiarazioni, contraddizioni, giravolte e bugie, per non parlare delle controriforme giudiziarie e (in)costituzionali in parte minacciate e in parte già avviate, fanno di Nordio un personaggio imbarazzante per una parte della sua stessa maggioranza e soprattutto per ogni cittadino onesto: un soggetto che non può restare un minuto di più al vertice del Ministero della Giustizia.

Ci appelliamo ai presidenti della Repubblica e del Consiglio perché lo inducano immediatamente alle dimissioni e alle opposizioni perché presentino nei suoi confronti una mozione di sfiducia individuale.

Il Fatto Quotidiano e i suoi lettori si impegnano fin da ora a raccogliere le firme per un referendum abrogativo, nel caso in cui le controriforme minacciate e avviate da Nordio contro la Giustizia, contrarie alla Costituzione, alle convenzioni internazionali e alla giurisprudenza delle Corti europee, diventassero sciaguratamente leggi dello Stato Italiano.

——————————–

LEGGI ANCHE:

Non dare il massimo per dare il massimo: la regola dell’85%

Slay, la nuova app tedesca che ti fa i complimenti

Non dare il massimo per dare il massimo: la regola dell’85%

Avvocato, hai mai sentito parlare della regola dell’85%?

La regola è nata da Carl Lewis, il cosiddetto Figlio del Vento. Lewis, detentore di record di velocità su pista, fino a metà gara era in netto svantaggio.

In molti potrebbero pensare che Lewis fosse uno che partiva lento e recuperava successivamente, dando un grande sprint nella seconda metà della gara. Osservando bene le gare, invece, si è notato che Lewis non modificava stile e parametri, ed era sempre rilassato.

Mentre gli altri deceleravano perché avevano bruciato ed esaurito tutte le forze, Lewis li sovrastava, dominando la corsa in maniera rilassata. Non dava, quindi, il suo 100%, ma soltanto l’85% delle sue energie. Ma lo faceva dall’inizio alla fine, senza mai calare.

Non dare il massimo potrebbe essere una paradossale regola di vita, che ci consente di dare… il massimo! Il ragionamento potrebbe sembrare irrazionale, è vero, ma c’è una motivazione dietro tutto questo.

Nel mondo del lavoro, dare sempre il 100% predispone al burnout. Oltre a non essere umanamente possibile dare costantemente il 100%, nel momento in cui non ci riusciremo cadremo nell’insoddisfazione. E se anche riuscissimo a dare sempre il massimo, rischieremmo di diventare come uno degli avversari di Lewis, che arrivavano ad un punto in cui dovevano per forza decelerare.

Leggi anche: Avvocato, sai prevenire il burn-out?

Con il metodo dell’85% non otterremo il massimo dei risultati; ma è sicuramente il metodo più saggio per salvaguardare e conservare le energie. In questo modo, quando sarà il momento di dare il 100%, saremo prontissimi.

Non è un semplice cambio di prospettiva, ma un trucco mentale altamente determinante. Con la regola dell’85% si lavora sulla continuità, e non sui picchi prestazionali.

Questo metodo non si adatta soltanto al mondo sportivo ma è perfetto anche per il mondo del lavoro. Se pretendiamo sempre il massimo da noi stessi, finiremo inevitabilmente per bruciare tutte le nostre risorse: abbiamo tutti un limite!

Qualsiasi motore si fonde se va al massimo. Ma soltanto i motori che non girano sempre al massimo conservano le loro energie per andare al massimo nel momento in cui serve.

Se non se ne ha l’abitudine, non è semplice andare al massimo. Ma fare qualcosina in meno rispetto a ciò che la tua mente ti dice di fare non è un tradimento verso se stessi, ma un buon metodo per tagliare il traguardo dei 100 metri.

——————————–

LEGGI ANCHE:

Slay, la nuova app tedesca che ti fa i complimenti

Lidia Poët: la storia della prima avvocata in arrivo su Netflix

Slay, la nuova app tedesca che ti fa i complimenti

L’anno scorso, una startup tedesca ha lanciato il primo “social network positivo per gli adolescenti”. Si chiama Slay e ha raggiunto il primo posto nell’App Store tedesco soltanto 4 giorni dopo il lancio.

Ad oggi, Slay vanta 250mila utenti registrati, e comincia a spopolare anche in altri paesi europei, come il Regno Unito. Ma cosa rende questo social tanto unico e diverso da tutti gli altri? La felicità!

Dopo aver aperto l’applicazione verranno visualizzate 12 domande a cui si potrà rispondere soltanto se si sceglie un altro utente al quale fare un complimento in maniera anonima. Se l’app chiede «Chi mi ispira a fare del mio meglio?» noi potremmo rispondere scegliendo una persona a cui fare questo complimento. In anonimo.

Oltre a fare complimenti, riceveremo anche complimenti che rispondono sempre alle 12 domande che propone l’app. Slay, in questo modo, alimenta un circuito di contenuti positivi.

L’obiettivo di Slay è proprio quello di migliorare le relazioni tra gli adolescenti attraverso il mezzo che utilizzano di più, ovvero i social, evitando di inceppare in commenti e meccanismi negativi.

Slay viene definita come “l’app dei complimenti”. La piattaforma afferma di essere completamente sicura, che «non venderà né condividerà mai dati personali con terze parti». Slay, inoltre, è completamente priva della funzione di messaggistica diretta, anche se ogni utente può aggiungere collegamenti ai profili social, in modo tale che ci si possa scambiare messaggi al di fuori dell’app.

C’è da considerare, inoltre, che le stesse domande a cui dovranno rispondere gli utenti vengono proposte dall’app e non da altre persone. Questo limita tantissimo eventuali rischi e meccanismi dannosi a cui vanno incontro gli adolescenti.

Ci sono tutti i presupposti per un social felice, quindi, Ora bisogna semplicemente restare a vedere se Slay riuscirà a conquistare un pubblico su scala mondiale.

I fondatori dell’app sono tre 23enni, Fabian Kamberi, Jannis Ringwald e Stefan Quernhorst. L’idea proviene da Kamberi, che ha dichiarato di aver tratto ispirazione dalle esperienze dei fratelli che hanno vissuto le negatività dei social durante la pandemia.

——————————–

LEGGI ANCHE:

Lidia Poët: la storia della prima avvocata in arrivo su Netflix

Come far crescere lo Studio Legale?

Lidia Poët: la storia della prima avvocata in arrivo su Netflix

Lidia Poët il 9 agosto 1883 divenne la prima donna italiana ad essere ammessa all’esercizio dell’avvocatura, vincendo le numerose resistenze dei suoi colleghi maschi, incapaci di accettare una donna all’interno dell’Ordine degli avvocati.

Dopo 140 anni, Netflix ha deciso di celebrare la lotta della prima avvocata con una serie dal titolo La legge di Lidia Poët. La serie arriverà il 15 febbraio e vedrà come attrice protagonista Matilda De Angelis.

Il più grande ostacolo che Lidia Poët incontrò sulla sua strada fu il Regno d’Italia, ovvero il primo a volersi opporre alla sua volontà di diventare avvocata.

Le donne sono cittadini come gli uomini

Nata a Perrero, in provincia di Torino, nel 1855 da una famiglia benestante, Lidia Poët diventò prima maestra, e poi si diplomò al Liceo Beccaria di Mondovì nel 1877.

Decise di iscriversi alla facoltà di legge nel 1878 all’Università di Torino. Con una tesi sulla condizione femminile all’interno della società e sul diritto di voto per tutte le donne, superò l’esame di abilitazione alla professione forense con 45 punti su 50. Chiese, dunque, l’ammissione all’Ordine degli avvocati.

L’iscrizione venne accolta, ma soltanto dopo innumerevoli polemiche. Si dimisero indignati Desiderato Chiaves e Federico Spantigati, due membri importanti dell’ordine. Per la commissione giudicatrice, «a norma delle leggi civili italiane, le donne sono cittadini come gli uomini, e pertanto possono entrare nell’ordine degli avvocati».

«La donna non può esercitare l’avvocatura»

Ma l’iscrizione di Poët venne successivamente annullata dalla Corte d’Appello di Torino, a causa di un ricorso presentato dal procuratore generale del regno, che ordinò di cancellarla dall’albo. Poët non si arrese, e portò il caso alla Corte di Cassazione che confermò la sentenza in quanto «la donna non può esercitare l’avvocatura».

La decisione era figlia di due ragioni. La prima riguardava l’esclusione delle donne dagli uffici pubblici, cancellata nel 1919 grazie alla legge Sacchi. La seconda derivava dalle superstizioni dell’epoca, secondo la quale «nella razza umana, esistono diversità e disuguaglianze naturali tali per cui non si può chiedere al legislatore di rimuovere anche le differenze naturali insite nel genere umano».

Tali credenze sono state tradotte dalla Corte di Cassazione in giurisprudenza. Dunque, l’uso del genere maschile nelle leggi che andavano a regolare la professione forense era da intendersi riferito soltanto ai maschi, mai alle donne. Avvocata o avvocatessa erano termini che non venivano mai utilizzati.

Le «disuguaglianze naturali», secondo gli avvocati, avrebbero reso le donne non idonee all’esercizio della professione. Una motivazione non giuridica, dunque, ma frutto degli stereotipi di genere per i quali non era opportuno che le donne si ritrovassero «nello strepitio dei pubblici giudizi».

Le «fanciulle oneste» non avrebbero potuto discutere argomenti imbarazzanti. Se una donna voleva diventare avvocata, non avrebbe potuto per le sue caratteristiche “naturali” ma anche perché sarebbe diventata una “fanciulla disonesta“.

L’avvocata Poët, per gran parte della sua vita, non riuscì a vedere riconosciuto il suo diritto a far parte dell’Ordine degli avvocati. Tuttavia, ciò non le impedì di continuare ad agire per inseguire l’emancipazione e la libertà delle donne.

L’avvocata lavorò come componente della segreteria nei Congressi penitenziari internazionali, occupandosi dei diritti dei minori e dei detenuti. Affrontò il tema della riabilitazione e diventò delegata italiana di Congressi esteri.

Nel 1903 entrò nel Consiglio nazionale delle donne italiane, producendo dei documenti che richiedevano l’estensione dei diritti civili e del diritto di voto alle donne, ma anche di norme civili e giuridiche considerate troppo progressiste per l’epoca. Infatti, molte di queste sono entrate nell’ordinamento italiano nei decenni successivi (assistenza sociale per minori con genitori in carcere, abrogazione del lavoro minorile e divieto di alcolici ai minori).

Soltanto nel 1919, a 65 anni, Lidia Poët fu riconosciuta come avvocata, diventando la prima donna in Italia a far parte dell’Ordine degli avvocati.

——————————–

LEGGI ANCHE:

Come far crescere lo Studio Legale?

In Veneto un algoritmo per gestire le liste d’attesa: il Garante Privacy avvia un’istruttoria

Come far crescere lo Studio Legale?

Avere in mente un progetto preciso significa anche avere in mente come raggiungerlo. Non ci sono obiettivi senza pianificazioni di base che consentono di realizzare un progetto nel più breve tempo possibile.

Obiettivi e pianificazione sono due concetti collegati tra loro. Quando manca uno, l’altro è insufficiente, e non ci sarebbe modo di raggiungere alcun traguardo.

Per far crescere uno studio legale, dunque, sono necessari focus e obiettivi. Ma quali step dobbiamo seguire per realizzare un’attività di successo?

Le difficoltà dell’avvocato

Tra gli studenti di giurisprudenza, la professione più ambita è quella dell’avvocato. Ma il giovane laureato che intraprende la strada dell’avvocatura ignora le difficoltà che incontrerà nel suo percorso.

Ne verrà a conoscenza durante il praticantato, quando capirà di essere uno tra i tanti tirocinanti che hanno il sogno di diventare un avvocato di successo. Inoltre, una volta acquisita l’abilitazione, l’avvocato incontrerà altri ostacoli, questa volta dovuti alla burocrazia eccessiva del mondo legale.

I costi per la gestione di uno studio in proprio sono alti, e per affermarsi nel mondo degli avvocati non serve soltanto avere ottime conoscenze e un curriculum da paura. Le difficoltà che di solito incontra un avvocato sono una concorrenza eccessiva, limitazioni alla professione e una deontologia che non si lascia sfuggire la possibilità di trasformare l’avvocatura in una professione manageriale.

L’avvocato finisce a dover reinterpretare la propria professione. Tutto parte dal focus, dall’individuazione di un interesse su cui riporre la massima attenzione. Ma per trasformare un focus in realtà bisogna avere in mente il piano da seguire: ecco che entra in gioco la visualizzazione.

Come funziona la visualizzazione

Immaginiamo, per esempio, di dover partire per un viaggio di piacere: il focus sarà la pianificazione della vacanza. Visualizzeremo come fare la vacanza, quale mezzo di trasporto utilizzare, quanti soldi spendere, dove andare a dormire e quali tappe seguire.

Dunque, avremo puntato la nostra attenzione all’obiettivo vacanza, dove avremo individuato il vero focus del progetto. Tutta l’organizzazione rappresenta la visualizzazione che abbiamo avuto del nostro viaggio, dove ogni cosa viene definita attentamente senza lasciare nulla al caso.

Focus e organizzazione vanno a braccetto: l’assenza di uno o l’inadeguatezza dell’altro potrebbe portarci lontano dal raggiungimento dei nostri obiettivi.

Come definire il focus?

Se hai un’attività in proprio e non sei associato con altri professionisti, l’obiettivo è sicuramente far crescere il tuo studio legale. Magari ti vedi in un ufficio più grande, in un loft al centro della città, con postazioni destinate ai tuoi futuri collaboratori.

Ci sarà molto lavoro da svolgere, e la maggior parte di esso verrà delegato ad un team fidato. Il tuo compito sarà fare quello che hai sempre sognato, ovvero l’avvocato con la A maiuscola: assistere i clienti, riceverli in ufficio, gestire l’attività ma senza occuparti necessariamente di tutte le incombenze.

Il tempo a tua disposizione, in altri termini, non sarà dedicato al controllo delle fatture, a mettere in ordine l’archivio, a prendere appuntamenti e a inoltrare email. Il tempo che avrai a tua disposizione sarà dedicato alla tua passione vera e propria, e lo gestirai in modo tale da dimostrare tutta la tua competenza e professionalità.

Il focus di un avvocato che vuole far crescere il suo studio legale è l’attenzione particolare riposta nella creazione di un’attività professionale efficiente ed efficace.

Tutto è al suo posto, tutti hanno il proprio compito e si lavora in gruppo se lo richiedono le circostanze. Anche se tutti hanno il proprio ruolo, nel complesso sarete una società legale, magari con una particolare specializzazione giuridica.

Non è un traguardo particolarmente difficile da raggiungere. Alcuni dei tuoi colleghi, infatti, hanno già fatto il grande passo. Quello che manca è la visualizzazione della strada da percorrere per raggiungere questo obiettivo.

Bisogna cercare di capire che cosa effettivamente si desidera fare della propria attività. Pensa al tuo lavoro tra qualche anno, e focalizzati su dove vorresti essere e cosa vorresti fare.

Magari stai assistendo un cliente molto importante, oppure stai collaborando con un’azienda che ha richiesto aiuto proprio al tuo studio al fine di trattare una data situazione. Significa che stai pensando alla tua crescita e a quella dello studio legale.

Magari vorresti specializzarti in qualcosa che non possono offrire i tuoi colleghi, perché solo tu la sai proporre. Quindi, i tuoi servizi saranno impeccabili, e il mercato ti conoscerà come una vera e propria identità di marchio.

Chi parlerà di te si riferirà al tuo studio legale come se stesse parlando con una grande azienda. L’idea ti rende felice soltanto al pensiero, ma come realizzarla?

Visualizzare un obiettivo

Una cosa è sognare, un’altra è far sì che i sogni diventino realtà. Per far sì che questo accada è necessario visualizzare come fare per raggiungere gli obiettivi.

Una volta stabilito il focus e incentrato tutto l’interesse e le attenzioni a riguardo bisognerà essere orientati agli step da seguire per tagliare il traguardo. Ci si dovrà organizzare, trovare le giuste risorse e scegliere la strada più adatta per evitare perdite inutili.

Nulla potrà essere realizzato senza soldi ed energie. Tranne nel caso in cui non arrivi un colpo di fortuna: in quel caso le uniche risorse da impiegare saranno la produttività e un ottimo investimento in denaro.

La produttività è tale se lavorando otteniamo un profitto che aumenta, oppure aumentando il carico di lavoro complessivo. Pensa, inoltre, alla gestione del tuo tempo e considera le volte in cui riesci a concludere un lavoro entro i tempi prestabiliti. Nel caso in cui tu abbia dei ritardi, cerca di capire dove sprechi tempo prezioso e cerca di trovare il modo di riparare questa falla.

Una volta risparmiato tempo, comprenderai come procedere all’aumento del carico di lavoro. Come fare a conquistare la fiducia di un cliente importante senza competenze per rispondere alle sue esigenze? Lavorare di più significa migliorarsi, crescere, fare esperienza e distinguersi.

Studio legale: focus e visualizzazione

Focus e visualizzazione per uno studio legale significano molto. Permettono di creare il proprio spazio nella concorrenza: quando un avvocato si prefissa l’obiettivo di far crescere il proprio lavoro, non soltanto sta migliorando la qualità della propria vita, ma fornisce un’utilità sociale non indifferente.

Sono elementi che in uno studio legale significano molto, non soltanto per quanto riguarda il profitto. Un ufficio che mira a far crescere la propria attività misurerà il proprio rendiconto in termini di reputazione e di brand identity.

Se uno studio legale offre servizi mirati, avrà più possibilità di determinare la propria attività con un certo spessore. Non crescerà soltanto l’ufficio come portafogli clienti e come immobile, ma anche il know-how di chi fa parte dello studio.

La crescita di uno studio è collegata alla crescita professionale e personale dell’avvocato, che si ritroverà un domani a dare un senso alla propria attività. Se è un lavoro che si fa con passione e con l’intenzione di un’evoluzione professionale, tutta la società ne trarrà guadagno.

——————————–

LEGGI ANCHE:

In Veneto un algoritmo per gestire le liste d’attesa: il Garante Privacy avvia un’istruttoria

Stretta sul fumo: divieti all’aperto anche sulle e-cig

Iso 27017
Iso 27018
Iso 9001
Iso 27001
Iso 27003
Acn
RDP DPO
CSA STAR Registry
PPPAS
Microsoft
Apple
vmvare
Linux
veeam
0
    Prodotti nel carrello
    Il tuo carrello è vuoto