Garante Privacy, Telemarketing: approvato il codice di condotta

Nonostante il Registro delle Opposizioni, continuano ad arrivare le cosiddette telefonate selvagge. Oltre alle sanzioni per coloro che non rispettano le regole, il Garante per la protezione dei dati personali ha approvato un Codice di condotta per le attività di teleselling e di telemarketing, promosso da call center, associazioni di committenti, associazioni di consumatori e list provider.

L’obiettivo principale è quello di facilitare il più possibile il diffondersi nel mercato di misure di tutela per i consumatori. Al fine di assicurare massimo rispetto della normativa privacy, le società che decideranno di aderire al Codice si impegneranno attivamente per adottare specifiche garantendo legittimità e correttezza dei trattamenti di dati svolti lungo la filiera del telemarketing.

In particolare, dovranno raccogliere specifici consensi per finalità singole, informando le persone contattate sul fine per cui verranno utilizzati i loro dati, assicurando, in tal senso, il pieno esercizio dei diritti che prevede la normativa privacy (rettifica, aggiornamento dei dati, opposizione al trattamento).

Ci saranno anche delle norme specifiche per contrastare il fenomeno dei call-center abusivi. Il Codice di condotta, infatti, stabilisce che nei contratti che vengono stipulati dall’operatore con l’affidatario del servizio si dovrà stabilire una penale oppure la mancata corresponsione della provvigione per ogni singola vendita dei servizi, realizzata dopo un contatto promozionale avvenuto senza consenso.

Inoltre, le società dovranno effettuare una valutazione d’impatto, nei casi in cui vengano svolti trattamenti automatizzati, inclusa la profilazione, che comportano un’analisi globale e sistematica delle informazioni personali.

Tale Codice avrà effettiva efficacia nel momento in cui verrà concluda la fase di accreditamento dell’Odm, l’Organismo di monitoraggio, con la successiva pubblicazione in GU.

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Gratuito Patrocinio, OCF: due delibere per aggiornare il tetto all’ultimo biennio

Gratuito Patrocinio, OCF: due delibere per aggiornare il tetto all’ultimo biennio

L’avvocatura preme per adeguare il costo della vita alle soglie di reddito per l’accesso al gratuito patrocinio e per l’emanazione immediata dei decreti previsti dalla riforma della Giustizia Cartabia, in relazione al patrocinio a spese dello Stato per procedimenti obbligatori di negoziazione e mediazione assistita.

L’OCF, con due delibere approvate nel fine settimana, chiama in causa il ministro della Giustizia Carlo Nordio, al fine di fronteggiare l’emergenza caro vita.

Ma a destare l’allarme è stata la risposta del 22 marzo del viceministro Sisto al question time in Commissione giustizia alla Camera. Il viceministro, infatti, ha annunciato che sta ultimando l’iter burocratico di approvazione del decreto ministeriale finalizzato all’adeguamento del tetto reddituale per i soggetti che possono beneficiare del patrocinio a spese dello Stato (art. 77 T.U.S.G.).

Tuttavia, il biennio di riferimento in questione è quello che va da giugno 2018 a giugno 2020, nel quale c’è stato anche un ribasso dell’indice dei prezzi al consumo. Come conseguenza di ciò, il tetto dovrebbe scendere da 11.746,68 euro a 11.734,93 euro, limitando la platea dei beneficiari.

Ma per l’OCF, invece, bisognerebbe prendere come riferimento proprio l’ultimo biennio, quello che ha registrato «una variazione in aumento dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati pari ad oltre il 9,2%, ragion per cui l’aumento è necessario anche per permettere l’accesso alla platea degli esclusi, che è stato calcolato essere circa un milione di persone, che dunque si trovano in condizioni economiche tali da non potersi permettere l’accesso alla giustizia».

Ma non solo, dato che l’impoverimento del potere d’acquisto delle famiglie italiane sarebbe «ben superiore a quanto censito dall’indice Istat e richiede persino che lo stesso D.P.R. 115/2002 venga modificato includendo in aumento, oltre alla variazione Istat, anche la rivalutazione monetaria del periodo di riferimento».

L’utilizzo del periodo biennale precedente rispetto a quello immediatamente trascorso, «crea una distorsione rispetto alle finalità proprie dell’adeguamento del tetto». L’OCF, per tali ragioni, richiede al ministro della Giustizia Nordio di «porre in essere ogni necessaria iniziativa, affinché l’emanando decreto ministeriale che modifica il tetto reddituale per l’ammissione venga adeguato effettivamente all’indice dei prezzi al consumo, prendendo quale periodo di riferimento il biennio 2020-2022».

L’Avvocatura si rivolge al ministro Nordio anche per richiedere di «porre in essere ogni necessaria iniziativa, affinché i decreti ministeriali previsti dagli articoli 15 octies d.lgs. 28/2010 e 11 octies d.l. 132/2014, introdotti dal d.lgs 149/2022, vengano emessi contestualmente alla entrata in vigore della estensione della obbligatorietà della mediazione e della negoziazione assistita, e comunque nel rispetto dei termini prescritti dal legislatore».

Con gli articoli 7,8,9,10 e 41 del Dlgs 149/2022, la riforma Cartabia del processo civile ha dato un nuovo impulso a questi istituti, prevedendo come «in numerosi casi la introduzione di un procedimento di mediazione o di negoziazione assistita è condizione di procedibilità per la persona che intenda tutelare i propri diritti».

Con la sentenza 10/2022 la Corte Costituzionale ha ritenuto lesivo nei confronti del diritto di difesa l’obbligatorietà di un procedimento che potrebbe condizionare l’esercizio dell’azione senza assicurare, contemporaneamente, la possibilità per i nullatenenti di avvalersi del gratuito patrocinio.

Il Governo, seguendo questa indicazione, ha introdotto la previsione, anche se l’emanazione dei decreti, a questo punto, «non può essere ulteriormente ritardata rispetto al termine dei sei mesi previsto dalle norme».

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Suicidio assistito: una proposta di legge regionale per regolare il fine vita

Il suicidio assistito, in Italia, ovvero la possibilità di somministrarsi autonomamente un farmaco letale seguendo determinate condizioni, è legale soltanto grazie ad una sentenza della Corte Costituzionale del 2019, e non perché esiste una legge a riguardo.

Dunque, senza una legge, la sentenza del 2019 stabilisce quando la pratica non è punibile, senza dare chiare indicazioni riguardo modalità e tempi di attuazione. Più volte è stato chiesto al Parlamento di approvare una norma, senza successo.

Attualmente c’è una proposta ancora ferma al Senato, ritenuta comunque inadeguata. Per ora, ogni caso viene gestito dalle singole ASL, e per questo motivo, in otto regioni italiane ci sarà una raccolta firme, promossa dall’Associazione Luca Coscioni, per proporre una legge regionale apposita.

Stefano Gheller e la libertà di scelta

L’assenza di una legge in materia ha causato enormi conseguenze per le persone che avrebbero voluto ricorrere alla morte assistita: alcune, infatti, sono morte prima di riuscire ad accedere al suicidio assistito, dopo intense sofferenze, altre hanno intrapreso lunghissime battaglie legali e altre ancora sono dovute andare all’estero.

L’unica persona in Italia che è riuscita ad ottenere l’accesso alla morte assistita, senza attraversare lunghe vicende giudiziarie, è Stefano Gheller, un uomo di 49 anni affetto da una grave distrofia muscolare. Gheller, da quando ha 15 anni, vive sulla carrozzina, utilizza un respiratore 24h/24h e non riesce più ad utilizzare le braccia.

Gheller non può bere o mangiare in maniera autonoma, ha difficoltà a parlare e ha molti dolori posturali. L’uomo, nonostante abbia ottenuto l’autorizzazione, ha deciso comunque di aspettare per ricorrere alla morte assistita.

La sua volontà di ricorrere al suicidio assistito riguarda principalmente l’affermazione della sua libertà di scelta per quanto concerne la fine della sua vita. Racconta Gheller: «Per adesso cerco di farmi forza e di andare avanti, ho una sorella a cui voglio molto bene e a cui voglio stare vicino il più possibile e diversi piani per il futuro: ma mi sono tolto un gran peso, sapendo che ho questa possibilità».

L’uomo avrebbe deciso di aspettare anche in quanto ha a disposizione un’assistenza sanitaria adeguata da parte dello Stato italiano: «Avere gli strumenti e le risorse economiche per avere una vita dignitosa è un altro elemento molto determinante in questo tipo di scelta».

I requisiti per accedere al suicidio assistito

Il caso Gheller è stato rapidamente gestito dall’ULSS 7 Pedemontana, che, nonostante l’assenza di una legge, ha garantito ugualmente il diritto di accedere alla morte assistita in tempi rapidi, in tre mesi e mezzo. La legge regionale sulla quale si stanno raccogliendo le firme, invece, vorrebbe stabilire un limite di 20 giorni.

L’avvocata e segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, Filomena Gallo, ha detto che «chi oggi in Italia vuole ricorrere al suicidio assistito deve contattare la propria ASL di riferimento e inviare una richiesta di verifica delle proprie condizioni, come previsto dalla sentenza 242 della Corte Costituzionale: per farlo, con l’associazione Luca Coscioni abbiamo predisposto una bozza che è disponibile su richiesta».

L’ASL dovrà verificare i requisiti stabiliti grazie alla sentenza di Cappato, ovvero: se il richiedente è capace di prendere decisioni consapevoli e libere, se è affetto da una patologia irreversibile che causa intollerabili sofferenze fisiche e psicologiche, se è tenuto in vita da «trattamenti di sostegno vitale».

Quest’ultimo potrebbe essere un respiratore meccanico o un ventilatore, anche se una sentenza del 2021 ha esteso la definizione anche ai trattamenti farmacologici, che se interrotti portano al decesso del paziente. Se tutti questi requisiti sono soddisfatti, allora si potrà accedere al diritto del suicidio assistito.

Chi deve verificare i requisiti dei pazienti

La Corte Costituzionale ha stabilito chiaramente che la verifica dei requisiti spetta alle strutture pubbliche del SSN, grazie a medici e ad un comitato etico territoriale. Ma i primi problemi che hanno incontrato le persone che hanno deciso di richiedere il suicidio assistito partivano proprio da qui, dato che almeno in tre casi, l’ASL locale ha respinto la richiesta, senza verificare le condizioni del richiedente.

Spiega Gallo: «E’ stato il caso di Daniela, la prima persona a fare richiesta per il suicidio assistito». A febbraio del 2021, Daniela, una donna di 37 anni con un tumore incurabile e in fase terminale aveva richiesto alla propria ASL la verifica dei requisiti per accedere al suicidio assistito.

L’ASL, però, aveva rifiutato di effettuare la verifica, poiché non la donna non era tenuta in vita da “trattamenti di sostegno vitale”. Daniela aveva quindi deciso di fare ricorso al Tribunale di Roma, ma è morta due settimane prima dell’udienza.

Altri casi noti in cui l’ASL ha rifiutato di verificare i requisiti sono quelli di Mario, ovvero Federico Carboni, e Antonio, due uomini diventati tetraplegici dopo incidenti stradali. Carboni è stato il primo in Italia a ricorrere legalmente al suicidio assistito – ma soltanto dopo una vicenda legale di due anni.

La verifica delle condizioni della persona che presenta la richiesta attualmente consiste in una serie di colloqui presso il domicilio della persona malata, esami, visite e accertamenti da parte di una commissione multidisciplinare e a carico del SSN.

Nella proposta di legge regionale è prevista una commissione permanente, all’interno della quale troviamo un palliativista, uno psichiatra, un neurologo, un anestesista, uno psicologo e un infermiere, da integrare a seconda del caso. La verifica include una valutazione clinica e una psichica, tramite colloqui, test verbali e non verbali, prove e valutazioni psichiatriche.

La necessità di una legge sul suicidio assistito

Nei casi di Carboni e di Antonio venne approvata la richiesta di morte assistita, anche se l’azienda e il comitato etico non indicarono quale farmaco somministrare e come somministrarlo.

Carboni aveva deciso di insistere, denunciando l’ASL per omissione di atti d’ufficio e per tortura. Soltanto mesi dopo sono arrivate le indicazioni sul farmaco e su come somministrarlo. Spiega Gallo che il farmaco per la morte assistita «non è in vendita in farmacia, e dovrebbe essere fornito dall’azienda ospedaliera».

Il farmaco va valutato a seconda della situazione specifica del paziente, anche se il criterio generale consiste nel fatto che garantisca una morte indolore, rapida e dignitosa.

Per Carboni fu decisa una dose non inferiore a 3-5 grammi di tiopentone sodico, utilizzato in dosi minori per le anestesie, che l’uomo avrebbe dovuto somministrarsi autonomamente in vena grazie ad un macchinario apposito.

Tuttavia, dovette farsi personalmente carico del farmaco, cercare da solo un medico e il macchinario apposito. «A quel punto Carboni non ha voluto fare altre richieste e ha deciso di procedere privatamente, e più velocemente».

Grazie all’associazione Luca Coscioni, che per l’occasione aveva organizzato una raccolta fondi pubblica, Carboni era riuscito ad acquistare il macchinario e il farmaco. Carboni è morto il 16 giugno 2022 alle 11:05 in casa propria, insieme alla famiglia, agli amici, Marco Cappato, Filomena Gallo e una parte del collegio legale. Carboni, prima di morire, ha detto:

«Con l’associazione Luca Coscioni ci siamo difesi attaccando e abbiamo attaccato difendendoci, abbiamo fatto giurisprudenza e un pezzetto di storia nel nostro Paese e sono orgoglioso e onorato di essere stato al vostro fianco. Ora finalmente sono libero di volare dove voglio».

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Niente accesso ai messaggi al fine di scoprire eventuali frodi telematiche e oblio per il contenuto degli sms.

Ad una società di servizi destinati alla messaggistica si vieta la conservazione integrale dei messaggi che vengono inviati dai clienti, poiché non ci sono ragioni che obbligano alla conservazione di tali dati.

Il contenuto dei messaggi, inoltre, non può nemmeno essere scansionato per intercettare eventuali frodi telematiche, spam, o phishing. Non esistono, infatti, obblighi rivolti ai fornitori di questi servizi di effettuare verifiche.

Il Garante della Privacy, osservando questi principi, ha proceduto a sanzionare una società di 80mila euro. L’ingiunzione in questione riguarda uno specifico fornitore di servizi di messaggistica, ma contiene prescrizioni che valgono per qualsiasi impresa.

In primo luogo, si parla del trattamento dei dati, al fine di evitare che utenti o clienti subiscano danni. Nello specifico, la società si è difesa sostenendo che, in mancanza di consenso, controllava e scansionava il contenuto degli sms, ma esclusivamente per intercettare illeciti.

Tuttavia, per il Garante, la società non ha alcun obbligo per quanto riguarda la prevenzione degli illeciti telematici, dato che non c’è alcuna base giuridica a sostenere il trattamento. Se un’impresa vorrà fare dei controlli antifrode, utilizzando dati personali in assenza di consenso, dovrà sottoscrivere un documento spiegando l’interesse specifico e perché risulta necessario l’utilizzo di tali dati.

Una generica finalità antifrode, senza un atto che documenta le scelte, non basta per evitare una sanzione.

Nell’ingiunzione viene trattata anche la conservazione del contenuto dei messaggi. Il Garante ricorda che non c’è alcuna norma di legge che impone di conservare i contenuti delle comunicazioni. Anzi: viene vietata espressamente, tranne nel caso in cui non ci sia un’autorizzazione e un consenso per questo servizio aggiunto.

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Digitalizzazione del lavoro: un algoritmo che sceglie l’annuncio giusto

Neolaureati o studenti che stanno ricercando lavoro, ogni giorno scrollano decine di annunci, senza mai trovare quello più adatto a loro.

Anche se da un po’ di tempo si sono digitalizzati, cambiando pelle, ci sono ancora oggi annunci di lavoro statici, complessi, poco intuitivi, ma soprattutto, poco attrattivi per la Generazione Z (1997/2012). I più giovani, infatti, passano più di 11 ore a settimana, scrollando annunci di lavoro che non rispettano le loro aspettative e che non sono in linea con le loro competenze.

Restano, in ogni caso, gli strumenti principali a cui fanno affidamento neolaureati e studenti, che non approfittano del classico “passaparola” per cercare/trovare lavoro, nonostante sia uno strumento ancora fondamentale, qui in Italia.

Il fenomeno Tutored

Fino a non così tanti anni fa si riempivano pagine e pagine di giornali cartacei con annunci di lavoro. Oggi, gli annunci si trovano quasi esclusivamente sul web, grazie a portali specializzati, siti di agenzie e motori di ricerca.

Quello che non è cambiato, nonostante la digitalizzazione, è la sostanza degli annunci, che resta sempre la stessa. Ma se li leggesse un algoritmo, cambierebbe qualcosa?

Questo è quello che si è chiesto Gabriele Giugliano, creatore di Tutored, startup che ha sviluppato un’app che mette in contatto le aziende con studenti e neolaureati. È nata, in questo modo, una community che conta più di 600mila ragazzi.

Tutored è un punto di riferimento per più di uno studente su quattro, 2mila recruiter e 130 multinazionali, che ogni giorno utilizzano l’app per attrarre i talenti più giovani, soprattutto per quanto riguarda le discipline STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica).

Tutored, comunque, ha deciso di cambiare nome. Si chiamerà Joinrs, e ben presto uscirà dai confini nazionali. Si prevede, infatti, che l’app quest’anno approdi negli States, in Germania, nel Regno Unito, in Francia, in Spagna e in Svizzera, triplicando, dunque, la quota di utenti esteri, passando dal 20% al 60%.

Per riuscire a comprendere al meglio difficoltà e soluzioni per i giovani della Gen Z, Joinrs ha deciso di effettuare una ricerca, grazie alla quale sono state sentite più di 2.600 persone, equamente distribuite tra donne, uomini, studenti e laureati, in diverse aree del Paese.

Un terzo del campione in questione apparteneva all’area STEM, un terzo alle discipline umanistiche ed un terzo a quelle economiche. È emerso che il 79% degli intervistati non erano affatto soddisfatti degli annunci di lavoro.

«Non riesco a capire il ruolo descritto e le mansioni», «ho difficoltà a comprendere se soddisfo i requisiti richiesti», «non trovo le informazioni che più mi interessano»: queste sono alcune delle motivazioni date dagli intervistati.

I giovani che cercano lavoro perdono 11 ore ogni settimana, leggendo annunci che probabilmente non servono a nulla. Ma allora, come uscire da questa situazione? Per Giuliano bisogna sfruttare «l’intelligenza artificiale e un algoritmo in grado di leggere, comprendere e rielaborare in maniera sintetica al posto dell’utente gli annunci di lavoro per aumentarne l’efficacia».

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Se andiamo a vedere quello che cercano i giovani, troveremo, al primo posto, la retribuzione. Lo dice il 60% del campione. Per il 55%, invece, c’è bisogno di maggiori informazioni e dettagli sul lavoro. Il 51% cita i progetti di formazione, mentre il 41% una miglior work-life balance.

Difficoltà e stress sono spesso presenti quando si ricerca un lavoro. Uno dei motivi di stress è non essere ricontattati dagli hr manager e il timore di non possedere i requisiti adatti. L’algoritmo potrebbe aiutare moltissimo, in questo senso.

Sfruttare l’intelligenza artificiale per attrarre giovani talenti

Joinrs ha sviluppato un’intelligenza artificiale inedita, che si basa sulle più recenti tecniche di Deep Learning al fine di leggere, al posto degli utenti, gli annunci di lavoro, ordinandoli a seconda della compatibilità con i requisiti che vengono indicati da chi sta cercando lavoro.

Gli utenti possono infatti indicare i requisiti che deve possedere l’azienda nella quale vorrebbero lavorare. Sono indicazioni di base, come l’ambito lavorativo, il ruolo professionale, ma anche l’attenzione al work-life balance o alla sostenibilità ambientale.

Tutto questo in lingue diverse, dato che Joinrs AI riesce a leggere annunci di lavoro in italiano, in inglese, in spagnolo, in francese, in tedesco e in portoghese. Il sistema comprende, interpreta, sintetizza e spiega alla persona che cerca lavoro perché tale posizione risulta in linea con quello che ricerca.

Invece, dal punto di vista di aziende e datori di lavoro, si può sfruttare la piattaforma per presentarsi ai giovani con linguaggi e standard maggiormente attrattivi per la futura generazione di lavoratori, ottenendo candidature di alta qualità e più in linea con ciò che cercano.

«Innovazione e digitalizzazione sono da sempre i perni attorno ai quali basiamo il nostro operare nel settore», conclude Giugliano. «Proprio su una tecnologia dall’enorme potenziale come l’IA abbiamo costruito la soluzione al problema degli annunci di lavoro: in uno scenario in cui il mercato del lavoro e la recruitment experience si sono evoluti alla velocità della luce, gli annunci, invece, sono rimasti statici da ormai 10 anni. Con Joinrs AI giovani e aziende avranno la possibilità di parlare il medesimo linguaggio».

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Il Dark Web è la parte nascosta del World Wide Web, alla quale non si può accedere con normale browser come Edge, Firefox e Chrome. Le pagine del dark web non sono indicizzate dai motori di ricerca tradizionali, come Google.

Per accedere al dark web, dunque, è necessario un browser particolare, come Tor.

Si sentono tante storie terribili sul dark web, che di solito è descritto come la parte più pericolosa di Internet, dove si vende droga oppure si reclutano sicari. Di certo, alcune cose terribili sono vere, ma in generale, il dark web non si presta soltanto ad attività criminali (spoiler: no, non ci sono sicari, ma semplici truffatori).

Nel dark web ci sono nerd informatici, trafficanti di droga, giornalisti che combattono la censura, truffatori o persone che vogliono comunicare con altri senza il controllo del governo (situazioni che si verificano in Paesi dove c’è molta censura, come Iran e Cina).

Surface, Deep, Dark

Prima di proseguire, facciamo un attimo chiarezza per quanto riguarda i termini tecnici.

Internet è una rete mondiale, e il web è uno strumento di comunicazione. Per poter comunicare, il web utilizza Internet. Il web viene suddiviso in:

  1. web di superficie, surface web: è la parte di Internet che utilizziamo tutti i giorni, alla quale accediamo con Chrome, Safari, Firefox, ecc;
  2. deep web: costituisce il 90/95% di Internet, e contiene informazioni specifiche, che non possiamo raggiungere attraverso i motori di ricerca. Di solito si tratta di pagine e database riservati ad un gruppo di persone che fanno parte di un’organizzazione. Per accedere al deep web, è necessario essere in possesso dell’URL, ovvero, l’indirizzo web esatto, e magari anche di una password;
  3. dark web: è la parte di Internet più difficile da raggiungere, in quanto accessibile soltanto con browser speciali. Nel dark web non ci sono regole, e gli URL sono composti da un mix casuale di numeri e lettere. Nessun sito termina in .org oppure .com, ma in .onion.

Il dark web è legale, così come il browser Tor. Quello che non è legale è come ci si comporta nel dark web; dunque, è sempre necessario attenersi alla legge.

Chi ha creato il Dark web?

No, non c’è nessuna storia di criminali che cercavano un modo per comunicare anonimamente.

Il dark web è stato sviluppato direttamente dal governo degli Stati Uniti. Infatti, agenti di agenzie come la CIA avevano necessità di comunicare attraverso una rete globale personale, per raccogliere informazioni per il governo americano.

Negli anni’90 le informazioni hanno cominciato a diventare sempre più digitalizzate, e quindi si è cominciato a dire addio a radio o lettere, dato che tutte queste informazioni potevano essere inviate tramite Internet!

Ed è così che nel ’95 è nato Tor, The Onion Router, sviluppato dal Laboratorio di Ricerca Navale degli Stati Uniti, attualmente ancora utilizzato per le comunicazioni segrete dell’Intelligence.

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Il dark web può essere tanto vantaggioso quanto pericoloso.

Vista la sua utilità, il governo statunitense non ha intenzione di chiuderlo. Ma anche se volesse farlo, dovrebbe ottenere l’ok da parte di altre decine di paesi, che non hanno alcun interesse a collaborare con gli Stati Uniti.

Quello che le autorità possono fare, quindi, è cooperare al fine di chiudere determinati siti e perseguire legalmente i proprietari, gli amministratori e gli utenti.

The Onion Router

Tor, The Onion Router (router a cipolla), è un software gratuito, open-source, che funziona come qualsiasi altro browser.

Tuttavia, a differenza dei browser che utilizziamo ogni giorno, Tor mantiene l’anonimato dei suoi utenti. E per fare in modo che questo accada, i dati degli utenti vengono inizialmente canalizzati in una rete di server; poi, questi dati vengono “captati” dal primo server, che li invia a quello successivo, e così via, fino ad arrivare a destinazione e cancellando ogni traccia dietro di sè.

Con Tor si può accedere a tutto il web. Infatti, la maggior parte degli utenti resta nel surface web, poiché ha semplicemente interesse ad anonimizzare la sua navigazione online. Tuttavia, resta la strada principale per riuscire ad accedere al dark web, magari anche in associazione ad una VPN.

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L’operazione di rafforzamento amministrativo della Pa segna un risultato del -0,12%. Il dato, ricavato dalle proiezioni del «conto annuale del personale», effettuato dalla Ragioneria generale dello Stato, fotografa l’evoluzione negli enti territoriali degli organici.

Parliamo, quindi, del ramo della Pa considerato quello maggiormente in difficoltà, vista la moltiplicazione di cinque volte delle capacità di spesa degli investimenti richiesti dal Pnrr.

Per tentare di rimediare a tanti anni di turn over, il Governo Conte 2 e quello Draghi hanno cambiato le regole più di una volta, al fine di allargare gli organici delle Regioni, delle Province, delle Città metropolitane e dei Comuni.

Nel 2022 si sarebbero dovuti vedere i primi effetti di questo cambio di rotta. Invece, la Ragioneria generale, ha calcolato che lo scorso anno i dipendenti, al posto di aumentare, sono diminuiti di qualche centinaio, mentre nel resto della Pa si è notato un leggero aumento dei dipendenti.

Eccezione, anche, per le agenzie fiscali, che nel 2022 hanno perso quasi il 2% dei dipendenti. Anche nelle Province e nelle Città metropolitane, invece, si registra una riduzione, rispettivamente, dello 0,99% e dello 0,97%.

Per quanto riguarda il personale a tempo determinato, invece, le assunzioni sarebbero dovute avvenire entro il tempo stabilito dal Pnrr. A fine 2021, infatti, era stato introdotto un emendamento, il quale avrebbe dovuto incentivare l’assunzione di 15mila esperti e tecnici nei Comuni.

Ma anche in questo caso, i dati parlano chiaro: si calcolano 2.492 ingressi, che corrispondono a meno di un quinto di quanto previsto.

Ci potrebbero essere moltissime spiegazioni. La prima è puramente improntata ai conti, dato che, a differenza di quanto accade all’interno dei ministeri, le assunzioni degli enti territoriali sono permessi da norme nazionali, ma pagate da bilanci a livello locale.

L’aiuto dello Stato è riservato ai tecnici a tempo determinato presenti nei Comuni fino a 5mila abitanti. Ma anche qui, il decreto che ha predisposto 30 milioni di euro per pagare 1.026 tecnici è arrivato ben 14 mesi dopo la norma.

«I professionisti non vengono a lavorare da noi», spiegano gli amministratori locali e il presidente dell’Anci, Antonio Decaro. Da tempo, l’incrocio tra bassi livelli retributivi e contratti a tempo determinato risulta letale a livello di attrattività lavorativa.

Nella ripresa post-pandemica, in molti partecipano a più concorsi e selezioni. E, se hanno possibilità di scelta, corrono verso prospettive solide e buste paga più convenienti.

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Mercoledì 22 marzo 2023 sono state arrestate 10 persone nell’ambito di alcune indagini condotte dalla Guardia di Finanza, riguardo due truffe collegate ai bonus edilizi. Queste avrebbero portato al sequestro di falsi crediti d’imposta, per un valore di 3 miliardi e 200 milioni di euro.

Le truffe sono state scoperte grazie a due indagini separate, una ad Asti e una ad Avellino. Tali indagini riguardano l’ecobonus, il bonus facciate e il Superbonus. Le persone indagate sarebbero circa una quarantina.

Da queste indagini sono emersi tantissimi casi di richieste d’accesso ai bonus in questione per operazioni completamente inventate. Secondo le indagini venivano richiesti degli interventi di ristrutturazione per edifici inesistenti oppure per immobili intestati a persone che non soltanto non ne erano proprietarie, ma talvolta anche morte.

In un caso un soggetto avrebbe presentato domanda per un centinaio di immobili, e in un altro ancora erano stati fatti dei preventivi molto gonfiati, di milioni di euro.

Si ipotizza che le truffe girassero intorno ai crediti d’imposta, ovvero alle detrazioni fiscali che si ottengono per l’accesso ai bonus edilizi, da cedere a banche o imprese, al fine di avere subito il denaro per lo svolgimento dei lavori di ristrutturazione.

Dunque, sarebbero state fatturate alcune operazioni inesistenti, per dei lavori che non sono mai avvenuti e per i quali si richiedeva la detrazione fiscale. I crediti d’imposta fittizi sarebbero stati girati successivamente ad imprese e ad istituti finanziari.

Al momento non è chiaro quanti soldi siano effettivamente riuscite ad incassare le persone indagate, anche se si parla di una cifra di decine di milioni di euro.

Secondo i dati raccolti da ISTAT, i bonus edilizi avrebbero peggiorato più del previsto i conti pubblici. E’ stato stimato che il rapporto tra PIL e deficit, nel 2022, è stato dell’8%, nonostante una stima del 5,6%.

Nel giro di tre anni, il deficit dello Stato è stato peggiore rispetto alle previsioni, che per ISTAT ammonta a 80 miliardi di euro in più. È per questo che il governo ha deciso di bloccare la maggioranza dei crediti del Superbonus.

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L’Accademia della Crusca ha fornito delle indicazioni per quanto riguarda la parità di genere negli atti giudiziari, in risposta al Comitato Pari Opportunità del Consiglio Direttivo della Suprema Corte di Cassazione.

Si deve evitare di utilizzare l’articolo determinativo davanti ai cognomi delle donne, ma anche evitare di utilizzare asterischi oppure il simbolo della schwa, la famosa “e” capovolta, che si utilizza per declinare al genere neutro i sostantivi.

Inoltre, si deve evitare anche di declinare al femminile cariche e professioni.

Le norme linguistiche utilizzate sino ad ora, per la Crusca, riprendono le norme introdotte dalla linguista, attivista, femminista, insegnante e saggista romana Alma Sabatini, che si ispirò, a sua volta, al modello anglosassone.

Se prendiamo in considerazione le varie correnti di pensiero che non risultano in accordo con eccessive misure sulla lingua, l’Accademia della Crusca sostiene che «i principi ispiratori dell’ideologia legata al linguaggio di genere e alle correzioni delle presunte storture della lingua tradizionale non vanno sopravvalutati, perché sono in parte frutto di una radicalizzazione legata a mode culturali».

Dunque, a tal proposito sono state individuate delle indicazioni a livello pratico, da applicare in ambito giudiziario, che potrebbero essere considerate anche istruzioni di carattere generale.

Avete presente l’asterisco al posto delle desinenze con valore morfologico? Amic*, tutt*, car*?

Ecco: la Crusca, a tal proposito, afferma che «la lingua giuridica non è sede adatta per sperimentazioni innovative minoritarie che porterebbero alla disomogeneità e all’idioletto e in una lingua come l’italiano, che ha due generi grammaticali, il maschile e il femminile, lo strumento migliore per il quale i generi e gli orientamenti si sentano rappresentati, continua ad essere il maschile plurale non marcato, purché si abbia la consapevolezza di quello che è un modo di includere e non di prevaricare».

Il divieto di utilizzare l’articolo davanti al cognome non fa eccezioni, nemmeno nel caso di uomini illustri. “Il” Manzoni, non si può scrivere.

Anche se non viene condivisa la tesi “scarsamente fondata” di coloro che ritengono discriminatorio utilizzare l’articolo determinativo di fronte ai cognomi delle donne, così come di fronte a quelli degli uomini, la Crusca ha constatato che «questa opinione si è diffusa nel sentimento comune, per il quale il linguaggio pubblico ne deve tenere conto».

Per la Crusca, al fine di garantire un’informazione completa, soprattutto nel caso di nomi di persone non così note, «dovrà essere sufficiente aggiungere il nome al cognome, o la qualifica».

In relazione alla questione delle professioni, l’Accademia della Crusca suggerisce di ricorrere alla declinazione femminile nel caso delle professioni o delle cariche istituzionali seguendo semplicemente le regole grammaticali.

Dunque, se i nomi maschili terminano con “o”, al femminile prenderanno il suffisso “a”. I nomi che finiscono con “e” possono essere considerati ambigenere.

Se terminano in “iere”, si trasformeranno in “iera”. Se terminano con “a” o “sta” vengono considerati ambigenere al singolare, mentre al plurale assumono i suffissi “i”, “isti” al maschile e “e”, “iste” al femminile.

Eccezione, invece, per poeta e poetessa. Se, invece, terminano con “tore”, al femminile diventeranno “trice”. Tranne pretore, che al femminile è pretora.

Nei nomi con “Pro”, “Vice”, ci si deve orientare al genere della persona alla quale viene rivolto l’appellativo. Nel caso di Pubblico Ministero, al femminile diremo Pubblica Ministera.

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Il cybercrime cambia pelle e aumenta sempre di più. In Italia, il 70% degli attacchi informatici punta al furto dei dati, mentre il lavoro ibrido e il processo di trasformazione digitale contribuiscono a complicar un po’ di più le cose.

Per Patrick Pulvermueller, CEO di Acronis, azienda di Cybersicurezza svizzera, la buona notizia è «che gli attacchi sono gli stessi di due o tre anni fa, e questo permette di rispondere meglio. Ma la cattiva notizia è che è aumentata nettamente la professionalità degli attaccanti, che hanno trasformato il settore in una industria, con modelli di business, catene di distribuzione, aree funzionali per questa o quella attività».

Uno dei problemi più frequenti «è l’applicazione della legge: gli attaccanti possono essere ovunque e usare server in differenti parti del mondo per rilanciare gli attacchi».

Gli attacchi crescono in maniera costante, e risultano sempre più costosi per le aziende. Al top troviamo ransomware e attacchi con vulnerabilità zero day, ovvero, con la possibilità di attaccare andando a sfruttare i punti deboli delle aziende.

In questo mercato di insicurezza, i costi per le aziende risultano molto elevati. «L’impatto aumenta e con esso la sofisticazione perché ci sono sempre più soldi in ballo. Ma paradossalmente cala il volume complessivo e il “rumore” degli attacchi, perché i ragazzini che giocavano a fare gli hacker oggi sono sempre meno. La cyberinsicurezza è in mano ai professionisti, oggi».

Da un lato troviamo le aziende, che dovrebbero «digitalizzare sempre di più per diventare più efficienti ed efficaci, ma così ovviamente aumenta la loro superficie attaccabile. Dall’altro, il lavoro ibrido post-pandemia è molto complesso dal punto di vista della gestione tecnica. Paradossalmente era più facile gestire il solo lavoro da casa durante i lockdown».

In tutto questo, un ruolo fondamentale viene assunto dalla scarsità dei talenti. Per gli analisti, negli Usa mancherebbero 2 milioni di tecnici esperti in materia di cybersecurity, e in Europa il numero aumenta. «E ancora non abbiamo visto niente rispetto all’intelligenza artificiale».

Le intelligenze artificiali vengono utilizzate da tempo per gestire e difendere le reti dei sistemi complessi. Le reti neurali sono addestrate per comprendere se ci sono comportamenti anormali, senza un’impronta ben definita.

Ma da parte degli attaccanti sta nascendo un diverso approccio delle intelligenze artificiali: «Le AI vengono usate per impersonare, per esempio, l’amministratore delegato di un’azienda, e truffare il suo responsabile finanza convincendolo con messaggi fake a fare un trasferimento di soldi verso un conto truffaldino».

Un attacco del genere prevede una preparazione abbastanza facile, che consiste nella violazione di messaggi o mail. L’intelligenza artificiale viene addestrata molto rapidamente: non dovrà sostenere delle conversazioni complesse, ma soltanto scrivere con uno stile credibile in materia di business.

Inoltre si utilizza il chatbot per fingersi il CEO, basandosi su informazioni raccolte al fine di truffare qualcuno. E’ sicuramente più complesso del phishing, ma essendo più personale e fatto su misura risulta micidialmente efficace.

«Si possono fare deepfake della voce o del video, ma non hanno senso: è molto complicato e facile sbagliare e farsi scoprire. Invece, gli attacchi seguono sempre la strada del costo più basso e della massima efficienza: mail, WhatsApp e sms. L’unico modo per difendersi è autenticare le comunicazioni usando un altro canale, per esempio una chiamata in voce».

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Pulvermueller ricorda, in ogni caso, che l’intelligenza artificiale può essere utilizzata in maniera più creativa anche a fini difensivi. Il software che viene sviluppato dall’azienda riesce a studiare e a imparare i comportamenti di base per utilizzare il pc, analizzando vari parametri per riconoscere chi sta utilizzando il computer, se il proprietario o qualcun altro.

«In realtà i livelli di difesa sono molti e sempre più frammentati, anche perché diventa più frammentato il panorama degli strumenti. In casa se lavoro serve che il mio computer sia protetto e sia su una rete diversa da quello di mio figlio che fa i videogiochi».

L’idea più radicale, che incontra difficoltà in particolar modo con i dirigenti d’azienda, utilizza lo stesso approccio della casa vuota, ovvero quella in cui, se entra un ladro, non riesce a rubare nulla.

«Più una figura è importante in azienda, meno deve accesso ai dati. Questo è sempre difficile da far capire, ma il punto è che l’amministratore delegato o il responsabile commerciale o marketing sono visibili pubblicamente, e diventano subito un bersaglio riconoscibile e attaccabile. Per questo, se anche viene violato il computer dal capo, non deve essere possibile usarlo per accedere a informazioni riservate».

Il futuro, per Pulvermueller, passa attraverso nuovi modi di intendere i livelli di sicurezza. Dovremo dire addio alle password, ma accogliere l’autenticazione con chip dedicati e chiavi crittografiche.

«In passato, vent’anni fa, si faceva molta fatica a rendere sicuri i sistemi: dovevamo fisicamente staccarli da Internet. Oggi non è più così e la potenza dei nostri cellulari e computer personali ci permette di avere sicurezza in locale, e di essere già anche quantum safe, perché no».

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