VIDEO: Quando passione e professione si incontrano: intervista all’Avv. Stefanutti sul diritto d’autore

Cesare Pavese disse che “finché si avranno passioni non si cesserà di scoprire il mondo”.E questo è particolarmente vero per chi ha, come passione, la fotografia.
Con la macchina davanti agli occhi, l’appassionato di fotografia osserva il mondo da un punto di vista unico, individuando forme, colori ed emozioni precluse agli altri.

E se l’appassionato di fotografia fosse anche un avvocato?

L’Avv. Massimo Stefanutti di Marghera (VE) è uno dei maggiori esponenti di fotografia stenopeica a livello nazionale e internazionale, membro dell’Osservatorio Nazionale per la Fotografia Stenopeica presso il Museo dell’Arte e dell’Informazione (MUSINF) di Senigallia dal 2008 al 2012 e curatore d’importanti rassegne.
Ma è anche un avvocato dal 1985 ed è il primo photography lawyer italiano, esperto di diritto della fotografia e della proprietà intellettuale.

Chi meglio di lui può raccontare il rapporto tra passione e lavoro e spiegarci come le nuove tecnologie stanno impattando sul diritto d’autore?

D: Avv. Stefanutti, la sua passione per la fotografia come ha inciso sulla sua professione?

I mercati cambiano e bisogna adeguarsi.
Le crisi, in particolare quelle degli anni 2000, quando la tecnologia ha iniziato a entrare nella professione, hanno imposto un cambio nella mia professione.
In particolare, la consapevolezza di dover cambiare e capire cosa volesse il mercato è arrivata con la grande crisi del 2008.

Mi interesso di fotografia da quando avevo 20 anni e proprio intorno nei primi 2000, quasi per caso, ho seguito una causa legata alla fotografia e agli avvenimenti di Genova.
Da lì mi sono accorto che le mie competenze da fotografo amatoriale ma serio e quelle di avvocato si incrociavano!

Guardandomi attorno e confrontandomi con altri fotografi, anche molto grandi, mi sono avvicinato allo studio del diritto d’autore e nel 2010 ho iniziato a fare corsi di diritto della fotografia, l’unico in Italia.

Il fatto di essere io stesso fotografo mi facilita il lavoro: quando un cliente fotografo si rivolge a me, so benissimo di cosa stiamo parlando.

Il problema maggiore riguarda la legislazione in materia, che risale al 1941 ed è ormai sorpassata.

Durante il precedente governo, con gli Stati generali della fotografia, si era iniziato un processo di rinnovamento, ma con la caduta dell’esecutivo il processo si è fermato.

Il diritto della fotografia richiede poi uno studio che non finisce mai, perché non esiste solo l’Italia e testi di diritto comparato ce ne sono pochi.   

D: Perché gli utenti faticano a capire che le immagini pubblicate su Internet non sono svincolate dal diritto d’autore?

C’è un primo problema culturale e poi ce n’è uno etico.
Il problema culturale sta nel fatto che un utente dovrebbe intuire, se non proprio conoscere, l’esistenza del diritto d’autore.
Quello etico è più grave: se il 50% degli usi impropri di fotografie è dettato dall’ignoranza, un altro 40% è fatto con consapevolezza. C’è dolo. Il rimanente 10% ne è parzialmente consapevole, sta attento, ma ritiene di poter usare le immagini.

Questo vale non solo per i privati, ma anche per le aziende e i giornali.

Un tempo questo problema non si presentava, poiché all’interno dei giornali esisteva il fotoeditor, una figura che sapeva come trattare la fotografia, cosa poteva essere usato e cosa no. Ora questa figura spesso manca, soprattutto nell’online.

Si potrebbe credere che siano i giornali di gossip ad avere i maggiori problemi legati al diritto d’autore, ma le cose sono cambiate moltissimo.
Se un tempo c’era l’abitudine di usare foto prese da tutte le parti, senza l’autorizzazione dell’autore, oggi la quasi totalità delle fotografie viene commissionata dagli stessi vip.

D: Cosa ne pensa del rapporto tra avvocati e tecnologie?

Noi avvocati facciamo fatica ad adattarci ai cambiamenti tecnologici, ma non credo che verremo sostituiti da robot, poiché il rapporto professionale e personale col cliente non può essere gestito da un mero algoritmo.
In ogni caso, ad oggi le tecnologie sono indispensabili per svolgere il mio lavoro.

La tecnologia va però controllata.
Pensi che, recentemente, un dispositivo Alexa Echo di Amazon è stato chiamato a testimoniare in un caso di omicidio, poiché potenzialmente in ascolto al momento del delitto.

E se un robot facesse una foto, di chi sarebbe la foto? Di chi sono le foto di Google Street View? E le foto dei satelliti? Esiste un diritto d’autore in questi casi?
In linea di massima no, poiché non vi è un autore riconosciuto.

A tal proposito le racconto del caso del Macaco di Slater.

Un giorno David Slater, fotografo naturalista, piazza delle fotocamere nella foresta del Borneo lasciando il comando dello scatto a distanza inserito. Un macaco si avvicina e inizia a giocare con la macchina, facendo scattare l’obiettivo. Il risultato sono alcune bellissime foto, dei veri e propri selfie, che Slater pubblica sul suo sito.
Wikipedia le prende e le ripubblica.
Slater ne rivendica la proprietà, ma gli viene ribattuto che l’autore è la scimmia, priva di personalità giuridica, e quindi le foto sono di dominio pubblico.
La vicenda si conclude con una sentenza USA di 1200 pagine in cui si dice che piante e animali non possono essere considerati autori di fotografie, tanto meno possono esserlo divinità o entità soprannaturali!
Se però il processo si fosse tenuto in Gran Bretagna il risultato sarebbe potuto essere diverso, poiché vi è una norma che stabilisce che il proprietario del mezzo è anche proprietario della foto.

In Italia siamo un po’ indietro per quanto riguarda il diritto di autore in materia fotografica. Secondo me dovrebbe esserci un solo principio: tutte le foto sono coperte dal diritto d’autore.
Se così fosse, il mercato reagirebbe in modo diverso e i fotografi avrebbero il loro riconoscimento.

D: Se ci fosse una maggior tutela del diritto d’autore si potrebbe vedere un miglioramento della qualità dei contenuti. Ora è troppo facile: apro Google e prendo una foto senza farmi problemi.

Non è detto che in futuro sarà ancora possibile attingere a Google Immagini.

Si sta spingendo perché Google pubblichi solo ciò che è vincolato da un accordo con il creatore/editore in modo che quest’ultimo si veda riconosciuto il suo compenso.
In Francia esiste già una legge.
La difficoltà sta nel gestire questa novità: se per i testi è possibile creare una piccola anteprima del contenuto, un estratto, per le immagini come si può fare?

C’è poi da dire che il diritto d’autore deve essere tutelato, ma la cultura deve circolare.

Ciò che serve è un principio di condivisione che permetta di far girare le opere quando queste non sono usate a scopo di lucro e che riconosca il diritto d’autore quando invece lo sono.

Arrivare a questo risultato è un po’ difficile, soprattutto considerando che le reti locali (basti pensare ai vincoli all’uso di internet in Cina o in Russia) stanno prendendo spazio rispetto al concetto di Internet libero e internazionale.
Internet dei primi tempi ormai non esiste più.

Al momento, l’unico modo per tutelare le proprie foto online è l’uso di un watermark, anche se rovina un po’ il risultato.

D: Qual è la sua visione del futuro del diritto d’autore?

Il diritto d’autore serve, ma non come è oggi: troppo ottocentesco, legato al concetto di creatività e genio che produce delle cose.

La realtà è cambiata.

Il diritto d’autore dovrebbe servire a distinguere, appunto, tra ciò che è d’autore e ciò che non lo è. Nella fotografia questo è quasi impossibile: dov’è la creatività? Cos’è la creatività? Ben pochi giudici sono in grado di capirlo.
I più giovani un po’ ci riescono, ma le generazioni passate non capiscono lo strumento, il perché.
Per capirlo, bisogna studiare la fotografia, e le più grandi idee a riguardo sono successive alla seconda guerra mondiale. Se uno è appassionato le scopre, ma se non lo è e si limita a riferirsi alle sentenze della Cassazione, prodotte da giudici di 60 anni, finisce a parlare di fenomeni che non comprende.

D: Cosa pensa della democratizzazione dei mezzi fotografici?

È una questione di mercato.

Oggi un fotografo deve pagare per entrare nel mercato.
Certamente esistono risultati di qualità più alta o più bassa, come in ogni settore, ma con la fotografia è più difficile distinguere.

Io sostengo che la fotografia sia un flusso di coscienza, infatti possiamo far fotografare lo stesso soggetto a 10 persone diverse e avremo 10 foto diverse.

Più che una democratizzazione della fotografia, c’è solo una facilitazione del mezzo d’uso.
Una volta la fotografia era ‘di nicchia’ perché aveva procedimenti complessi e, all’interno della nicchia, c’era chi creava cose belle e chi ne creava di meno belle.
Oggi che tutti hanno accesso alla fotografia e tutti possono ottenere ottimi risultati tecnici, dov’è la differenza tra una foto bella e una brutta?

La fotografia è un atto e non un fatto (un risultato). Non è la tecnica o la creatività a fare la differenza. È il linguaggio usato.
È lo sguardo del fotografo, quel qualcosa che porta via dalla realtà.

Ogni foto è un prelievo dal mondo.

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