L’impero nel cyberspazio delle Big Tech

Il vasto e invasivo campo d’azione delle più grandi aziende informatiche del mondo

Le grandi multinazionali IT non avranno eserciti e non governano territori, ma hanno influenza e soldi da investire e sanno bene come farlo. D’altronde, il vero potere è quello che non si vede. Chi è contro la Silicon Valley è di fatto contro la tecnologia e il progresso: questa è la narrativa, il motto. Vediamo assieme lo scenario alla luce della giurisdizione e le correlate caratteristiche.

La sovranità privata delle Big Tech nel cyberspazio: potere normativo, performativo e pratico

Iniziamo le considerazioni in materia riportando le parole del giurista di Georgetown Julie Cohen, che invita a riconoscere la plausibilità dell’ossimoro sovranità privata. In questo scenario, le piattaforme operano in tutto e per tutto quali grandi soggetti della diplomazia internazionale. Il loro potere è normativoperformativopratico e sono proprio gli Stati che cercano di carpire i loro segreti.

Poi, David Runciman in How Democracy Ends afferma che Facebook è sia una gerarchia che una rete. Il professore sostiene che il social sia più gerarchico di qualsiasi Stato democratico e che Zuckerberg e co. esercitano uno straordinario livello di controllo personale“È più simile a una corte medievale che a una comunità politica moderna. Il potere scorre dall’alto. Allo stesso tempo la sua rete è molto più inclusiva di qualsiasi Stato”

Inoltre, Runciman sostiene che:

“lo Stato può farci sentire sicuri ma Facebook ci fa sentire amati. È l’esatto contrario della democrazia rappresentativa che fu inventata dai rivoluzionari americani e francesi non per solleticare i nostri istinti ma per tenerli a bada, non per appagarli ma per trascenderli: ragion per cui tanto essa è frustrante, quanto invece appagante è l’esperienza del social network che ci regala scariche di dopamina.”

Il colonialismo dei dati da parte delle multinazionali IT mondiali nell’impero del cyberspazio

Effettivamente, l’ex capo di Google Eric Schmidt affermava che “il mondo online non è veramente limitato da leggi terrestri… è il più grande spazio non governato della terra”. Tuttavia, ognuno di noi si è reso conto di quanto i regolamenti delle Big Tech non sempre siano a nostra completa tutela, specialmente quando si parla di consenso su foto e tag social e del trattamento dei dati personali.

Dunque, la soluzione per la nostra libertà è ricorrere allo Stato? Sembra inverosimile, ma per alcuni studiosi, è anche la più prossima possibilità.

Così, si parla di colonialismo dei dati in quanto come quello storico condivide le modalità che presta al capitale al fine di procedere allo sfruttamento della materia prima. Tuttavia, c’è una differenza fra loro: il capitalismo dei dati non si accontenta di sottoporre al meccanismo di appropriazione ed estrazione del valore i corpi. Invece, pretende di carpire per i suoi scopi l’intera vita umana, catturandola in relazioni sociali, prontamente raccolte in database.

Gli scrittori Couldrye e Mejias in The Costs of Connection. How Data is Colonizing Human Life and Appropriating it for Capitalism argomentano che il nuovo colonialismo si basa sulla naturale disponibilità di dati sociali a basso prezzo. Per sintetizzare, il nuovo colonialismo condivide gli assi portanti con quello precedente per quanto riguarda i seguenti punti:

  • Infrastruttura tecnologica per l’estrazione dei dati;
  • Ordine sociale che vincola gli esseri umani a questa infrastruttura;
  • Sistema economico costruito su infrastruttura e ordine;
  • Modello di governo sociale che lega sempre di più gli individui al sistema;
  • Razionalità che offre un orizzonte di senso allo sfruttamento;
  • Nuovo modello di conoscenza che esaurisce in sé, nei big data, lo spazio di ciò che si può apprendere sulla vita.

 

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