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La ricetta di Davigo per processi più brevi che ha suscitato polemiche

Il 15 gennaio 2020, la commissione Giustizia alla Camera ha approvato la soppressione della proposta di legge Costa che puntava a bloccare la riforma della prescrizione Bonafede.

Ma, indipendentemente da quanto successo, Piercamillo Davigo, Presidente della II Sezione Penale presso la Corte di Cassazione e membro del Consiglio superiore della magistratura, pensa ci siano altri interventi utili a ottenere processi più brevi.

In un’intervista rilasciata a Il Fatto Quotidiano, il magistrato ha espresso le sue idee. Tra queste, stabilire pene più alte per chi ostacola la giustizia e rendere responsabili gli avvocati.   

Vediamo più in dettaglio quanto ha detto.

ABOLIRE IL DIVIETO DI REFORMATIO IN PEIUS IN APPELLO

Un punto importante per avere processi più brevi, secondo Davigo, è abolire il divieto di reformatio in peius in appello prendendo come riferimento la Francia, paese in cui il divieto già non sussiste.

L’abolizione avrebbe un effetto deterrente, poiché, se si viene condannati e ci si appella, lo si fa con la consapevolezza di una possibile condanna più alta. In altre parole, prima di ricorrere in appello al solo scopo di rallentare la conclusione del processo, ci si penserebbe due volte.
«Il fatto che in Italia chi ricorre in appello non rischi nulla e, anzi, possa beneficiare di un’eventuale prescrizione, è un incentivo a provarci e, quindi, contribuisce ad allungare i tempi dei processi».

IL PATTEGGIAMENTO

Davigo l’ha spiegato chiaramente: «qui [in Italia] patteggiano in pochissimi e negli Usa quasi tutti: lì, se l’imputato si dichiara innocente, sceglie il rito ordinario e poi si scopre che era colpevole, lo rovinano con pene così alte che agli altri passa la voglia di provarci. In Italia puoi patteggiare senza dirti colpevole e poi financo ricorrere in Cassazione contro il patteggiamento che hai concordato».

LA RESPONSABILITÀ IN SOLIDO DELL’AVVOCATO

Contro i ricorsi pretestuosi Davigo propone di rendere responsabile in solido l’avvocato:«così, quando il cliente gli chiede di ricorrere, gli fa depositare fino a 6 mila euro e poi, in caso di inammissibilità del ricorso, verserà lui la somma al posto del cliente».
Questo stratagemma permetterebbe di superare il limite della sanzione pecuniaria (2000,6.000 euro) che quasi nessuno paga.

L’OLTRAGGIO ALLA CORTE

Un altro passaggio per avere processi più brevi consisterebbe nel lasciare al giudice la possibilità di valutare se un impugnazione è portata avanti al solo scopo di perdere tempo e, conseguentemente, di aumentare la pena.

IL GRATUITO PATROCINIO

Davigo ha avuto modo di parlare anche del gratuito patrocinio.

Secondo lui, uno dei problemi del gratuito patrocinio, così come organizzato oggi, risiede nel concetto di ‘non abbienza’:«La non abbienza è una categoria fantasiosa, perché molti imputati risultano nullatenenti [NdR: anche se non lo sono]».

Lo Stato paga gli avvocati del gratuito patrocinio in base agli atti compiuti, pertanto questi cercano di compiere più atti possibile per far aumentare la propria parcella. La soluzione di Davigo è il forfait:«fissare un forfait una tantum secondo i tipi di processo: così gli avvocati perdono interesse a compiere atti inutili. E lo Stato, con i risparmi, può difendere gratis le vittime che invece la dichiarazione dei redditi la presentano e di rado accedono al gratuito patrocinio».

LE REAZIONI ALLA RICETTA DAVIGO PER PROCESSI PIÙ BREVI

Le dichiarazioni rilasciate dal magistrato hanno sollevato diverse perplessità.

L’Avv. Giovanni Malinconico, presidente dell’Organismo congressuale forense, ha dichiarato ad Adnkronos che «Il discorso di Davigo è un racconto giustizialista che avvalora la concezione della giurisdizione come potere, non sistema di tutele per i cittadini».

Sulla stessa linea, l’Avv. Antonino Galletti, presidente del Consiglio degli avvocati di Roma: «La ricetta di Davigo si risolve in una formula molto semplice ed inaccettabile: ridurre i diritti e le garanzie per abbreviare i processi».

Anche il presidente del CNF Mareschin ha commentato le tesi di Davigo parlando del giusto processo che «non è fatto di sanzioni a carico di chi si difende, non è fatto di strumenti a compressione del diritto di difesa, compreso quello delle parti lese, non è fatto di durata indeterminata e indeterminabile dei procedimenti, e che si fonda sul riconoscimento del ruolo costituzionale dell’avvocato oltre che sulla necessaria autonomia e indipendenza della magistratura.
Ora, l’avvocatura per vocazione e convinzione rispetta le tesi di chiunque, nella rigorosa applicazione del principio dialettico, e quindi anche quelle del consigliere Davigo, che propongono un’idea di giurisdizione e di società che pare essere fondata sulla presunzione di colpevolezza, sulla funzione esclusivamente retributiva della pena, sulla superfluità dell’esercizio del diritto alla difesa.
Una tesi astrattamente legittima […] impossibile da condividere da parte dell’avvocatura italiana, che vede ogni giorno uccisi, imprigionati, scomparsi, centinaia di colleghi che nel mondo si battono per le libertà.
In definitiva, non va sanzionata la difesa dell’imputato, come quella della parte lesa, che al contrario vanno gelosamente tutelate tramite un sistema giustizia all’altezza di una democrazia evoluta, senza rischiare di far pagare ai cittadini le eventuali carenze statali
».

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