“Vuoi giustizia, paga!”: avvocati contro la riforma del contributo unificato

Ha sollevato forti preoccupazioni nell’avvocatura romana la riforma del contributo unificato introdotta dall’ultima legge di bilancio, che subordina al pagamento del contributo stesso, l’iscrizione della causa a ruolo. “In pratica – sottolineano il Presidente e il Segretario dell’Ordine degli Avvocati di Roma Paolo Nesta e Alessandro Graziani – chi vuole avere giustizia deve pagare, indipendentemente da qualsiasi valutazione giuridica sugli atti del futuro procedimento “.

Il parere pro veritate dei professori avvocati Giorgio Costantino e Antonino Galletti, evidenzia forti perplessità di rilievo costituzionale proprio per il fatto che l’esercizio dell’azione in giudizio viene subordinato al pagamento di una somma di denaro.

Di qui la decisione del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma di rivolgersi al Procuratore generale della Corte di Cassazione affinché si faccia promotore presso la Suprema Corte ed essa eserciti la sua funzione interpretativa della legge.

“Giuridicamente l’unica via percorribile – sottolineano Il Presidente Nesta ed il Segretario  Graziani – è quella di pervenire all’enunciazione, da parte della Corte e nell’interesse della legge, della corretta interpretazione della disciplina legale applicabile ed alla valutazione della costituzionalità della normativa introdotta, al fine di non arrivare all’assurdo di attribuire direttamente al cancelliere il potere-dovere di impedire l’instaurazione o la prosecuzione di ogni processo. In spregio del diritto di difesa, che è garantito dalla Costituzione”.

“Altre iniziative, tanto scenografiche quanto inutili, lasciano il tempo che trovano”, concludono Nesta e Graziani.


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Meta addestrerà l’intelligenza artificiale con i post pubblici su Facebook e Instagram

Meta ha annunciato un’importante novità che coinvolgerà milioni di utenti europei: i modelli di intelligenza artificiale dell’azienda verranno addestrati anche attraverso i contenuti pubblici condivisi su Facebook e Instagram da utenti adulti. L’obiettivo dichiarato è migliorare la qualità e l’efficacia dell’assistente virtuale Meta AI, disponibile gratuitamente su Instagram, WhatsApp e Messenger, capace di rispondere a domande, aiutare nella creazione di contenuti e supportare l’organizzazione di attività quotidiane.

Non saranno utilizzati né i messaggi privati né i contenuti pubblicati da utenti sotto i 18 anni. Meta ha infatti precisato che la privacy delle comunicazioni personali resta al sicuro, così come l’esclusione dei minori è una misura di tutela conforme alle normative europee.

L’azienda californiana ha spiegato che l’uso di dati pubblici è essenziale per istruire l’IA a comprendere dialetti, modi di dire, sfumature linguistiche e culturali tipiche dell’Europa. Dopo quasi un anno di attesa, la decisione arriva con il via libera dell’Irish Data Protection Commission e dell’European Data Protection Board, che hanno fornito le necessarie garanzie legali.

Come opporsi

Gli utenti dell’Unione Europea riceveranno nei prossimi giorni notifiche — via email e direttamente nelle app — contenenti informazioni sul nuovo trattamento dei dati e un link per opporsi all’utilizzo dei propri contenuti a fini di addestramento. “Abbiamo reso il modulo facile da trovare, leggere e compilare”, assicura Meta, precisando che saranno rispettate anche le opposizioni già ricevute.

Un bilanciamento tra innovazione e privacy

Il colosso tech sottolinea che la raccolta di dati pubblici sarà fondamentale per rendere l’IA più efficace e contestuale, anche rispetto alle specificità culturali e linguistiche del Vecchio Continente. Tuttavia, la possibilità di rifiutare rappresenta un’importante salvaguardia per gli utenti e una conferma del ruolo centrale che le autorità europee giocano nella tutela della privacy digitale.

Il dibattito tra innovazione e diritti digitali è destinato a restare aperto, ma almeno in questo caso gli utenti avranno una scelta.


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Finti rimborsi, falsi messaggi INPS e curriculum inesistenti: il Ministero della Salute lancia l’allerta anti-phishing

Il Ministero della Salute ha lanciato un nuovo allarme sul proprio sito ufficiale: è in circolazione una truffa via email che, sfruttando il nome dell’istituzione, promette un rimborso economico di 234,40 euro per un presunto pagamento in eccesso al Servizio Sanitario Nazionale. Un messaggio studiato nei dettagli per apparire credibile, con tanto di rassicurazioni sulla riservatezza dei dati trattati.

Ma è tutto falso. Il Ministero avverte: “Non cliccate sui link contenuti nella mail, non fornite alcun dato personale e cancellate immediatamente il messaggio”. La truffa è stata già segnalata ai Nas.

Il raggiro si aggiunge a una lunga lista di frodi digitali che negli ultimi mesi stanno prendendo piede tra sms, email e app di messaggistica. A finire nel mirino, anche strumenti fondamentali della pubblica amministrazione, come lo SPID. L’INPS ha infatti segnalato la diffusione di sms che, spacciandosi per comunicazioni ufficiali, tentano di sottrarre dati personali per creare identità digitali fasulle e utilizzarle a scopo illecito. L’istituto previdenziale è chiaro: “L’INPS invia solo sms privi di link cliccabili”.

Un altro caso riguarda il falso curriculum. La truffa inizia con una telefonata: “Abbiamo ricevuto il tuo curriculum, aggiungici su WhatsApp per parlare di lavoro”. Ma dietro c’è un tentativo di phishing che sfrutta l’attesa legittima di chi è davvero in cerca di occupazione. Il numero chiamante è italiano, ma sconosciuto, e il fine è sempre lo stesso: ottenere dati o convincere l’utente a cliccare su link pericolosi.

Non meno insidiosa è la truffa del “voto per la figlia di un’amica”: arriva tramite WhatsApp, invitando a votare per un concorso di danza. Ma il link porta a una richiesta di login seguita da un sms da copiare: in quel momento, l’account WhatsApp viene violato e il messaggio-trappola viene inoltrato automaticamente a tutti i contatti della vittima.

Infine, gli esperti ricordano che questi tentativi rientrano tutti nelle tecniche di phishing e smishing: due forme di frode informatica che puntano a carpire informazioni personali tramite email o sms. La regola d’oro resta sempre la stessa: non cliccare su link sospetti, non fornire mai dati personali o finanziari e contattare direttamente l’ente ufficiale in caso di dubbi.

Nel dubbio, meglio una verifica in più che un conto svuotato.


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Avvocati UNAEP: il 16 aprile a Roma convegno su intelligenza artificiale nella giustizia

L’Intelligenza Artificiale si sta evolvendo a un ritmo molto rapido, tanto da rendere sempre più credibile il suo utilizzo nella giustizia italiana non solo come strumento di supporto ma come vera e propria parte integrante del processo decisionale. Siamo certi che questa evoluzione sia sotto controllo con riguardo ad ogni aspetto, sia quelli tecnici, che gli aspetti giuridici ed etici? A dibattere sull’impatto dell’IA nel sistema della giustizia e in genere della Pubblica Amministrazione italiana saranno gli avvocati UNAEP, con il contributo di rilevanti personalità del mondo giudiziario ed accademico, nel convegno che si terrà a Roma, presso l’aula avvocati di palazzo di Giustizia a piazza Cavour, mercoledì 16 aprile, a partire dalle ore 15.

“Intelligenza Artificiale: la Pubblica Amministrazione in prima linea. Esperienze a confronto” è il titolo dell’incontro organizzato dall’Unione Nazionale Avvocati Enti Pubblici (Unaep). Ad aprire i lavori i saluti dell’avv. Paolo Nesta, Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma, e dell’avv. Antonella Trentini, Presidente UNAEP.

IL PROGRAMMA.

A presentare la giornata l’avv. Andrea Magnanelli, rappresentante dell’avvocatura di Roma Capitale e Vicepresidente UNAEP. Ad introdurre il convegno sarà il prof. Giuseppe Corasaniti, Ordinario di informatica giuridica ed etica digitale Università Mercatorum, che offrirà una panoramica sulla normativa nazionale, sovranazionale e privacy. A seguire gli interventi della dott.ssa. Brunella Bruno, Consigliere di Stato Responsabile del Servizio per l’Informatica della Giustizia amministrativa, e del dott. Domenico Franco Sivilli, Direttore Generale Risorse Informatiche e la Statistica Consiglio di Stato.

A seguire la tavola rotonda, moderata dall’avv. Carla Canale, Consigliera dell’Ordine degli Avvocati di Roma, alla quale interverranno l’avv. Oreste Manzi, Direttore Avvocatura Regionale INPS per l’Emilia-Romagna e Componente Giunta UNAEP, l’avv. Alessia Alesii, Consigliera dell’Ordine degli Avvocati di Roma e la dott.ssa Antonella Loporchio, Vice Presidente Publishing & Marketing Wolters Kluwer Italia LR

Concluderà i lavori la relazione dell’avv. Antonella Trentini, Direttore Avvocatura Comune di Bologna e Presidente UNAEP.


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Giustizia, ANM: “Nel decreto Sicurezza possibili profili di illegittimità costituzionale”

ROMA, 14 aprile – “Il decreto Sicurezza appena entrato in vigore pone seri problemi di metodo e di merito, già denunciati dall’Accademia e dall’Avvocatura. Sul metodo, perché il ricorso al decreto legge ha posto nel nulla un fecondo dibattito in Parlamento che durava da oltre un anno. Sul merito, perché le quattordici nuove fattispecie incriminatrici, l’inasprimento delle pene di altri nove reati e l’introduzione di aggravanti prive di fondamento razionale danno vita a un apparato normativo che non si concilia facilmente con i principi costituzionali di offensività, tassatività, ragionevolezza e proporzionalità”. Così la Giunta esecutiva centrale dell’Associazione nazionale magistrati.

“Si introducono nuovi reati per sanzionare in modo sproporzionato condotte che sono spesso frutto di marginalità sociale e non di scelte di vita: basti pensare che la pena per l’occupazione abusiva di immobili coincide con quella prevista per l’omicidio colposo con violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro. Inoltre, incriminare la resistenza passiva nelle carceri e nei CPR, e dunque la resistenza non violenta e la semplice manifestazione del dissenso, produce effetti criminogeni, con il rischio concreto che lo stato di detenzione diventi il presupposto per l’irrogazione di nuove e ulteriori condanne”.

“E ancora, nonostante la gravissima situazione carceraria, più volte denunciata, si introducono nuove ipotesi di esclusione delle misure alternative e dei benefici penitenziari, oltre al carcere per le donne incinte. A fronte di ciò, non vengono previste misure per fronteggiare la drammatica situazione degli istituti penitenziari o per potenziare gli strumenti a disposizione della magistratura di sorveglianza, aumentando le dotazioni anche per il finanziamento di strutture alternative. Restano quindi ancora attuali le preoccupazioni che da tempo l’Associazione nazionale magistrati ha manifestato per le condizioni fatiscenti delle carceri italiane, per il loro sovraffollamento e per l’elevato numero di suicidi, tanto tra la popolazione detenuta quanto tra la polizia penitenziaria”.

“L’Anm auspica, quindi, che in sede di conversione possano essere adottati tutti i correttivi necessari a scongiurare i rischi di un diritto penale simbolico e invita l’Avvocatura e l’Accademia ad una riflessione comune sull’uso dello strumento penale come mezzo di controllo sociale e sui possibili profili di illegittimità costituzionale che alcune delle norme contenute nel decreto presentano”, conclude la Giunta.


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Giustizia, 29 milioni di euro per il reinserimento sociale di minori e giovani adulti in comunità

Roma, 14 aprile 2025 – Il Ministero della Giustizia destina 29 milioni di euro, a valere sul Programma Nazionale Inclusione e lotta alla criminalità 2021-2027, per l’accompagnamento verso l’autonomia, l’inclusione e il reinserimento sociale dei minori e giovani adulti collocati in comunità sulla base di un provvedimento dell’Autorità giudiziaria minorile per l’esecuzione di misure cautelari, messa alla prova e misure di comunità in fase di uscita dal circuito penale.

È l’iniziativa AMA MI, nell’ambito del Progetto “Una Giustizia più inclusiva”, nata da una intensa attività di coordinamento tra il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità e il Dipartimento per l’innovazione tecnologica della Giustizia. L’intera operazione ha il suggello del ministro della Giustizia.

Beneficiari del Progetto sono i Centri di Giustizia Minorile. Essi puntano a creare una serie di supporti necessari per consentire ai minori e giovani adulti di diventare adulti e costruirsi gradualmente delle prospettive positive di vita, dal momento in cui escono dal sistema penale. Ciò significa favorire la realizzazione di un modello integrato sul territorio, dove il minore/giovane adulto collocato in comunità venga accompagnato in ogni momento da figure di tutor e di educatori in un percorso di crescita consapevole.

In quest’ottica assume particolare rilevanza la funzione del “tutor per l’autonomia”, figura diversa e distinta dall’educatore di comunità. Egli è chiamato a stabilire un rapporto personale con ciascun giovane, a collaborare con l’assistente sociale/educatore di riferimento, con i referenti della comunità residenziale e con ogni altro soggetto con cui il giovane è in relazione nell’ambito del percorso penale (insegnanti, operatori pubblici, specialisti, personale delle aziende, ecc.).

I percorsi di autonomia potranno durare 12 mesi, prorogabili ad un massimo di 18 mesi.

Nell’attuazione di questi percorsi di autonomia sarà dato ampio spazio al coinvolgimento anche operativo dei diversi attori territoriali, in primo luogo gli Enti del Terzo Settore, i Comuni ed i loro servizi sociali, i Centri per l’impiego, i soggetti del sistema formativo e di orientamento regionali nonché i soggetti titolati all’erogazione dei servizi di individuazione, validazione e certificazione delle competenze. Si prevedono, pertanto, azioni di accompagnamento multidimensionale, sostegno professionale e para professionale, interventi integrati volti a favorire l’accesso e la partecipazione a contesti di apprendimento scolastico e formativo, percorsi di rafforzamento di competenze specialistiche, percorsi di autoimpiego e accompagnamento allo start-up.

Ciascun percorso per l’autonomia potrà essere sostenuto, inoltre, da una “Dote per l’autonomia”, consistente in un plafond di risorse da utilizzare in favore del singolo destinatario. Il valore della singola dote viene determinato, nell’ambito del progetto per l’autonomia e la singola dote sarà utilizzata in favore del singolo destinatario, a copertura di diverse tipologie di spesa.

I percorsi di autonomia realizzati attraverso il progetto rappresenteranno uno strumento per rafforzare ed integrare i percorsi educativi ordinari definiti per minori e giovani adulti collocati in comunità, risultando quindi complementari a questi ultimi.

Il progetto è, dunque, concepito come un processo di rafforzamento e consolidamento per il raggiungimento dell’autonomia e del miglioramento della propria posizione sociale al termine del percorso penale.


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Emergenza carceri, nella settimana di Pasqua AIGA in visita ai detenuti di 76 strutture penitenziarie italiane

Anche quest’anno, dopo l’importante esperienza del 2024, AIGA visiterà le strutture penitenziarie italiane nella settimana che porta alla Pasqua. Da lunedì 14 a venerdì 18 aprile, delegazioni dell’Associazione Italiana Giovani Avvocati accederanno in 76 strutture penitenziarie, tra istituti per adulti e per minorenni, diffuse su tutto il territorio nazionale, con una copertura di almeno un carcere per ogni regione.

“In questa occasione – afferma il presidente AIGA, l’avvocato Carlo Foglieni – oltre a poter valutare l’evoluzione dello stato dell’arte delle strutture penitenziarie a circa un anno di distanza dai precedenti accessi, consegneremo a tutte le direzioni delle carceri il progetto di riforma elaborato da AIGA e le progettualità in cantiere con il Dap, che ringraziamo per averci concesso tutte le autorizzazioni richieste per questi accessi. L’obiettivo è mostrare da un lato l’approccio propositivo che la nostra Associazione assume su un tema che sta vivendo una costante fase emergenziale e, dall’altro, ottenere risposte da chi ogni giorno opera in quell’ambito, vivendolo e conoscendone criticità, aspetti virtuosi, e prospettive sulle quali poter concretamente lavorare”.

Il rappresentante Nazionale ONAC (Osservatorio Nazionale AIGA sulle Carceri), l’avvocato Mario Aiezza, sottolinea: “L’iniziativa sarà l’occasione per portare all’interno delle strutture penitenziarie un calore umano di cui si ha ancor più bisogno nel periodo delle festività, nonché per mostrare a tutti coloro i quali vivono all’interno delle strutture penitenziarie, detenuti, personale amministrativo, sanitario e corpo della polizia penitenziaria, l’impegno concreto che la giovane avvocatura profonde al fine di ridare dignità alla detenzione e, più ampiamente, migliorare la vivibilità delle carceri”.


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Minori lasciati soli in casa: dai 14 anni in su solo con cautela, sotto i 14 è reato

Nel tempo, l’approccio all’infanzia si è profondamente evoluto, grazie al contributo delle scienze educative e a una maggiore attenzione ai diritti dei minori. Tuttavia, tra cambiamenti culturali e incertezze normative, resta aperta una domanda cruciale per molte famiglie: a che età si può lasciare un figlio da solo in casa senza rischiare conseguenze penali?

La risposta della legge italiana è chiara: mai prima dei 14 anni. Al di sotto di questa soglia, il minore è considerato legalmente incapace, e lasciarlo incustodito può integrare il reato di abbandono di persona incapace, previsto dall’art. 591 del Codice penale. La pena va da sei mesi a cinque anni di reclusione, e può aggravarsi in caso di lesioni o, nei casi più gravi, di morte.

Quando l’autonomia diventa un rischio legale

La questione si fa delicata soprattutto nei momenti di crisi familiare o nelle situazioni quotidiane in cui i genitori si trovano a fare i conti con imprevisti. Non basta ritenere un figlio “maturo per la sua età”: la legge non consente margini discrezionali sotto i 14 anni. Qualsiasi valutazione soggettiva è irrilevante e non scrimina dalla responsabilità penale, anche se il minore non riporta danni concreti. È sufficiente che il pericolo sia ragionevolmente prevedibile.

Per i ragazzi tra i 14 e i 17 anni, la situazione cambia, ma resta sotto controllo. Il legislatore lascia spazio alla valutazione delle circostanze, demandata ai genitori e, nei casi di contenzioso, al giudice. Vanno considerati elementi come il contesto, la durata dell’assenza, la presenza di fratelli maggiorenni, la possibilità di chiedere aiuto, la sicurezza dell’ambiente e la capacità del minore di affrontare emergenze.

Anche il tempo è un fattore determinante: pochi minuti da soli in auto possono costituire un grave pericolo, mentre qualche ora in casa potrebbe essere accettabile, a patto che vengano adottate tutte le precauzioni.

Genitori, attenzione: la buona fede non basta

L’intento del genitore non rileva ai fini penali: non è necessario avere volontà dolosa per incorrere in sanzioni. Basta l’omissione colposa di vigilanza su un minore legalmente incapace, anche se il comportamento nasce da un errore di valutazione o da una condizione di emergenza.

Le eccezioni sono rarissime e devono essere documentate da circostanze straordinarie. Per evitare guai giudiziari – e soprattutto per tutelare l’incolumità dei minori – è essenziale rispettare i limiti imposti dalla legge, senza affidarsi a impressioni soggettive o al “buon senso” familiare.

In un mondo che si interroga sempre più su come crescere figli autonomi e responsabili, il confine tra educazione e pericolo resta sottile. E la legge, in questo caso, preferisce non correrlo.


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Giustizia, turnover vertici Ministero. Confintesa FP: “Campo, figura di riferimento per il personale”

Roma, 14 aprile 2025 – Claudia Ratti, segretario generale di Confintesa Funzione Pubblica, esprime profonda preoccupazione per le indiscrezioni che vedrebbero Gaetano Campo, Capo del Dipartimento dell’Organizzazione Giudiziaria (Dog), prossimo a lasciare il Ministero della Giustizia. “Ci auguriamo che siano voci prive di fondamento”, dichiara Ratti, “Il lavoro da fare è ancora enorme, e perdere una figura come Campo, punto di riferimento per il personale, sarebbe un duro colpo per un Dipartimento già indietro di decenni. Campo deve essere dotato di mezzi e strumenti seri per lavorare, non lasciato solo a gestire un sistema al collasso.”

Il Dog, responsabile dei servizi giudiziari e della gestione del personale amministrativo, è paralizzato da anni di immobilismo. Ratti punta il dito contro le responsabilità politiche: “La politica ha fallito, lasciando il Dipartimento senza risorse essenziali. Il personale lavora con un Contratto Collettivo fermo al 2010 e senza fondi veri per valorizzare chi manda avanti la giustizia ogni giorno. Si gioca al gioco dell’oca sulla pelle dei lavoratori, mentre i cittadini si lamentano, a ragione, dei tempi biblici della giustizia, che non migliorano.”

La situazione è aggravata da un fenomeno preoccupante: la fuga dal Ministero della Giustizia, che coinvolge vertici e personale. Recentemente, Luigi Birritteri, capo del Dipartimento degli Affari di Giustizia (Dag), ha chiesto di rientrare in ruolo, e voci insistenti suggeriscono che Campo possa seguire lo stesso percorso. “Tutti scappano, dai capi dei Dipartimenti ai dipendenti, e il Ministro Nordio lo sa bene”, afferma Ratti. “Non è un caso che ogni anno venga inserita una norma ad hoc per impedire al personale del Dog di transitare in altre amministrazioni pubbliche. Questa misura, giustificata come necessaria per garantire continuità, è in realtà un’ammissione di debolezza: il Ministero non è competitivo, non offre condizioni di lavoro attrattive né prospettive di crescita. Si trattiene il personale con vincoli normativi anziché con incentivi, riconoscimenti o un’organizzazione efficiente. Se tutti vanno via, dal vertice alla base, il Ministro e il suo staff dovrebbero farsi una domanda e dare risposte concrete, non nascondersi dietro palliativi.”

Confintesa FP propone soluzioni chiare. In cima alla lista, Ratti chiede la revisione del Piano Integrato di Attività e Organizzazione (PIAO), con un’area di Elevata Professionalità (EP) che preveda numeri ben superiori agli attuali, per valorizzare le competenze interne. Ugualmente urgente è la stabilizzazione di tutto il personale a tempo determinato, un obiettivo che richiede finanziamenti cospicui, mai stanziati. “Ignorare queste esigenze strutturali è inaccettabile”, sottolinea.

Inoltre, Confintesa FP ha presentato un progetto concreto, realizzabile con un minimo di volontà politica, per riorganizzare tutto il personale, riconoscendo e premiando tutte le professionalità interne. “Abbiamo talenti dentro il Dipartimento che meritano rispetto, opportunità e incentivi economici. È ora di investire su chi conosce il sistema, non di sprecare risorse altrove”, aggiunge Ratti.

Le critiche a Nordio e al suo staff sono severe: “La loro gestione ha mostrato incapacità, dilapidando fondi in consulenze esterne e scelte che hanno generato solo tensioni. Dovrebbero essere loro a mettersi in discussione, non una figura come Campo, che ha bisogno di supporto concreto per guidare il Dog.”

Ratti conclude con un appello: “Il Dog ha bisogno di stabilità, risorse e una visione chiara. Speriamo che Campo resti e venga messo nelle condizioni di lavorare davvero. Ma la politica deve smettere di penalizzare lavoratori e cittadini e iniziare ad ascoltare chi propone soluzioni.”


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Cassazione: problema tecnico blocca il deposito del ricorso, ma la Corte lo salva in extremis

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9985/2025, ha accolto un ricorso che era stato inizialmente respinto per un errore tecnico del sistema informatico. Il caso, originato da una decisione della Corte d’Appello di Catania, ruotava attorno a due temi centrali: la validità del deposito telematico del ricorso e la corretta applicazione della riduzione di pena prevista dal rito abbreviato.

Il problema tecnico e la rimessione in termini

Il difensore dell’imputato aveva provato a depositare telematicamente il ricorso in Cassazione il 27 luglio 2024, rispettando formalmente i termini. Tuttavia, il sistema rifiutava il deposito a causa di una discordanza nei nomi delle parti, dovuta a un disallineamento tra i dati del primo grado e quelli dell’appello. Il legale si è accorto del problema solo tre giorni dopo, il 30 luglio, quando i termini erano ormai scaduti.

Il ricorso è stato quindi ripresentato il 31 luglio, con una richiesta di rimessione in termini fondata su un malfunzionamento oggettivo e imprevedibile. La Cassazione ha accolto l’istanza, riconoscendo che il mancato deposito nei termini non dipendeva da negligenza, ma da un problema tecnico non imputabile al difensore. Il ricorso è stato così dichiarato ammissibile.

L’errore della Corte d’Appello: pena ridotta meno del dovuto

Nel merito, la Suprema Corte ha anche ravvisato un errore nella determinazione della pena da parte della Corte d’Appello. L’imputato aveva scelto il rito abbreviato, che prevede una riduzione di un terzo sulla pena. Tuttavia, la pena era stata ridotta da 15 mesi a un anno, anziché ai 10 mesi spettanti. La Cassazione ha quindi annullato senza rinvio la sentenza impugnata, rideterminando la pena detentiva in 10 mesi, lasciando invariata la multa a 400 euro.

Un precedente importante

La sentenza rappresenta un precedente rilevante in tema di rimessione in termini per cause tecniche legate al processo telematico. Allo stesso tempo, ribadisce il principio della corretta applicazione delle riduzioni di pena previste dai riti alternativi, a tutela dei diritti dell’imputato.


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