Processo tributario, senza attestazione di conformità la notifica non vale

Un documento depositato nel fascicolo processuale non basta a dimostrare l’avvenuta notifica se privo dell’attestazione di conformità. Lo ha stabilito la Corte di giustizia tributaria di Padova con la sentenza n. 237/1/2025, accogliendo il ricorso di un contribuente contro un’intimazione di pagamento fondata su atti presupposti non certificati.

La questione nasce dall’applicazione dell’articolo 25-bis del Dlgs 546/92, come modificato dal Dlgs 220/2023, che impone al difensore di attestare la conformità della copia informatica agli originali cartacei. Una previsione che, in mancanza di attestazione, rende inutilizzabili i documenti depositati.

Il legislatore è intervenuto con il Dlgs 81/2025, chiarendo che è sufficiente l’attestazione di conformità al documento analogico detenuto dal difensore, e non necessariamente all’originale. Resta però il nodo applicativo per i ricorsi depositati prima dell’entrata in vigore della riforma.

La giurisprudenza non è univoca: la Corte di giustizia tributaria di Salerno (sentenza n. 2685/5/2025) si è allineata all’orientamento di Padova, mentre quella di Bergamo (sentenza 304/2025) ha ritenuto che l’inutilizzabilità dei documenti non scatti se la conformità non viene espressamente disconosciuta dalla controparte.

AI Act, nuove sfide per le imprese: studi legali in prima linea su rischio e formazione

Dal 2 agosto il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale – l’AI Act – è entrato in una nuova fase operativa, portando con sé i primi obblighi e le prime sanzioni per chi non rispetta le regole. Un cambio di passo che sta moltiplicando il lavoro per gli studi legali, chiamati ad affiancare le imprese nella mappatura dei rischi, nei programmi di formazione e nella revisione dei modelli organizzativi.

Eppure, secondo i dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, la consapevolezza è ancora scarsa: solo il 28% delle aziende ha avviato attività di formazione e verifica, mentre oltre la metà non percepisce la compliance come prioritaria. Ci sono obblighi di classificazione e mappatura del rischio che non possono essere trascurati e le sanzioni non sono marginali.

A preoccupare è soprattutto la mancanza di un approccio strutturato: alcune imprese stanno nominando un Artificial Intelligence Officer nei propri organigrammi, altre restano alla finestra per timore dell’incertezza normativa e geopolitica, con i negoziati in corso tra Usa e Ue anche sul digitale.

Il tema non si esaurisce con l’AI Act: privacy, proprietà intellettuale, sicurezza e governance incrociano altri regolamenti europei come il GDPR, il Digital Markets Act e la direttiva DORA per i servizi finanziari. La consulenza legale diventa così sempre più multidisciplinare. «Abbiamo condotto oltre 50 assessment su casi d’uso di AI – spiega l’avvocato Vincenzo Colarocco (studio Previti) – valutando i rischi in termini di data protection, sicurezza ed etica».

Alcuni settori si stanno muovendo con maggiore tempestività: life science e sanità, dove la sicurezza dei dispositivi è cruciale; finanza, che richiede governance e tracciabilità; ma anche energia, infrastrutture e trasporti, dove i profili di interoperabilità e compliance sono determinanti. Si stanno creando sinergie inedite tra settori diversi per rafforzare la competitività sul mercato.

Oltre 24 milioni dalle Casse per l’istruzione dei figli dei professionisti

Più di 24 milioni di euro: è la cifra – parziale – che le Casse previdenziali dei professionisti hanno destinato al sostegno delle spese scolastiche e universitarie dei figli degli iscritti. Una somma significativa, che fotografa l’impegno crescente degli enti di categoria sul fronte del welfare, pur con modalità e intensità differenti.

Il meccanismo è quasi ovunque lo stesso: contributi a rimborso delle spese già sostenute, con finestre di accesso che si aprono nei mesi successivi e guardano all’anno scolastico o accademico 2024-2025, mentre per le spese di queste settimane occorrerà attendere il 2026.

Non tutte le Casse seguono la stessa strada: alcune – come Inarcassa per ingegneri e architetti, l’Enpacl dei consulenti del lavoro o la Cassa dei geometri – hanno preferito concentrare le risorse su altri capitoli di welfare. Per accedere ai benefici resta comunque imprescindibile la regolarità contributiva e, nella maggior parte dei casi, la posizione in graduatoria è determinata dall’Isee familiare.

Un esempio arriva da Cassa Forense, che per il 2025 ha previsto 4,45 milioni di euro a sostegno delle famiglie. Tra le novità, un bando per coprire fino al 25% delle spese di alloggio negli studentati universitari (fino a 2.500 euro), oltre a borse di studio fino a 2.000 euro per gli studenti più meritevoli con Isee inferiore a 30mila euro. Non manca l’attenzione per i più piccoli: a ottobre si aprirà la finestra per i contributi destinati ai centri estivi, fino a 1.000 euro per nucleo familiare.

Il quadro, ancora parziale, mostra come il sostegno allo studio stia diventando una voce sempre più importante delle politiche di welfare delle Casse, con la prospettiva di ulteriori stanziamenti già all’orizzonte.

Aeroporti in tilt: il cyber-attacco che svela i punti deboli della travel tech

Non si attenua l’ondata di disagi causata dal cyber-attacco che ha paralizzato il sistema di check-in e imbarco bagagli in diversi aeroporti europei. A Bruxelles, ieri, sono stati cancellati 75 voli tra partenze e arrivi, un numero quasi doppio rispetto ai 38 del giorno precedente. La situazione resta critica: anche per oggi le compagnie aeree sono state invitate ad annullare la metà dei 276 voli programmati.

Gli esperti informatici sono ancora al lavoro per capire chi si celi dietro l’attacco che ha colpito Collins Aerospace, società che gestisce la piattaforma Muse, utilizzata da più scali per condividere banchi e gate. L’ipotesi più concreta è quella di un accesso non autorizzato tramite le credenziali di un dipendente, tra gli oltre 80 mila della società.

La vicenda assume anche risvolti geopolitici: si ipotizza un legame tra l’attacco e i contratti militari di Collins Aerospace e della sua casa madre RTX con le forze armate occidentali, NATO compresa. Intanto, a destare preoccupazione è la lentezza con cui l’azienda ha gestito la comunicazione: nessuna indicazione chiara su cosa sia accaduto né sui tempi per il ripristino.

Oltre Bruxelles, disagi — seppur più contenuti — si sono registrati anche a Berlino, Londra Heathrow e Dublino. Ma nella capitale belga il blocco si fa sentire con più forza: senza una versione sicura del sistema, il check-in resta manuale e il ritorno alla normalità appare ancora lontano.

Gratis non solo l’avvocato: le spese di consulenti e testimoni nel gratuito patrocinio

l gratuito patrocinio è un istituto chiave per garantire il diritto alla difesa anche a chi non ha mezzi economici sufficienti. Tradizionalmente si pensa che copra l’avvocato e le spese processuali principali, ma recentissime pronunce giurisprudenziali avvalorano che il beneficio si estende anche ad altre spese che spesso vengono sostenute nel corso del processo: quelle dei consulenti e dei testimoni.

Questo ampliamento dei costi coperti dallo Stato ha implicazioni concrete, anche rilevanti, per le parti non abbienti, che potranno ottenere una tutela più completa.

Che cosa dice la giurisprudenza

Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 6888/2025) ha stabilito che quando viene concessa l’ammissione al gratuito patrocinio dopo un rigetto iniziale da parte dell’Ordine degli Avvocati, tale ammissione produce effetti retroattivi, ovvero ex tunc. Questo significa che lo Stato copre non solo le spese che decorreranno dopo l’ammissione, ma anche quelle sostenute nel periodo intermedio tra il primo rifiuto e la successiva concessione.

Tra queste spese rientrano anche quelle per:

  • testimoni
  • consulenti tecnici
  • spese di viaggio (per testimoni e consulenti)
  • imposte relative agli atti del giudizio

In pratica, la decisione della Cassazione riconosce che queste voci non sono semplici optional, ma possono essere trattate come diritti soggettivi patrimoniali della parte ammessa al patrocinio.

Perché è importante

Questo orientamento ha conseguenze pratiche:

  1. Riconoscimento più ampia del beneficio: chi partecipa a un processo con gratuito patrocinio non dovrà sostenere di tasca propria tutte le spese legate anche a figure come testimoni o consulenti, una volta che il beneficio viene riconosciuto retroattivamente.
  2. Riduzione del rischio economico per chi richiede patrocinio: il timore di dover poi coprire voci attenzionali ai propri mezzi può scoraggiare le richieste. L’ampliamento del perimetro coperto può incoraggiare un uso più sicuro del diritto alla difesa.
  3. Necessità di una corretta documentazione: per ottenere queste spese riconosciute, è importante che la parte tenga traccia di tutto ciò che ha sostenuto — viaggi, note delle spese consulenziali, testimonianze, documenti fiscali o ricevute, e ogni spesa che può essere ricollegata al processo.

Criticità e aspetti da chiarire

Ci sono però alcuni punti che vanno considerati con attenzione:

  • Quando decorre il diritto: l’efficacia ex tunc può essere contestata, soprattutto se la parte non ha impugnato correttamente il primo rigetto del patrocinio. Serve una domanda corretta e nei termini per rendere effettivo questo effetto retroattivo.
  • Liquidazione e limiti: non tutte le spese potranno essere riconosciute se risultano “non necessarie” o non documentate. Il giudice ha comunque discrezionalità valutativa nel verificare la tipologia e l’ammissibilità delle spese.
  • Interazione con altre norme: il Testo Unico delle spese di giustizia disciplina già molti aspetti del gratuito patrocinio, dei compensi e delle anticipazioni statali per consulenti (sia tecnici d’ufficio che di parte). Alcune parti della disciplina erano già mutate in passato in risposta a interventi della Corte Costituzionale.

L’ampliamento della copertura del gratuito patrocinio alle spese di consulenti e testimoni rappresenta un passo significativo verso una tutela più equa ed effettiva del diritto alla difesa. Per le persone non abbienti, significa poter affrontare un processo con meno timore di costi occulti o aggiuntivi.

Perché questo diritto sia davvero efficace, serve comunque che:

  • i richiedenti siano consapevoli delle entrate previste e delle spese possibili;
  • presentino correttamente la domanda di gratuito patrocinio;
  • conservino con cura la documentazione relativa alle spese sostenute;
  • si diano indicazioni chiare e uniformi nelle prassi dei tribunali su come liquidare queste spese.

Oltre Bitcoin ed Ethereum, l’esplosione dei token fantasma

È una corsa senza precedenti, che somiglia sempre più a un Far West finanziario. Nel mondo delle criptovalute vengono lanciati circa 50mila nuovi token digitali ogni giorno, in un ecosistema di 850 exchange globali spesso privi di regole stringenti. Il numero complessivo di asset ha superato quota 21 milioni, mentre la capitalizzazione complessiva ha raggiunto i 4mila miliardi di dollari, quattro volte il valore delle società quotate a Piazza Affari.

Dietro queste cifre da capogiro si nasconde però un mercato frammentato e poco trasparente. Escludendo i “giganti” come Bitcoin (2.300 miliardi), Ethereum (500 miliardi) e le principali stablecoin ancorate al dollaro (Usdt e Usdc per oltre 240 miliardi complessivi), rimane un patrimonio di circa 1.000 miliardi distribuito tra memecoin speculative, progetti blockchain con basi tecnologiche più solide e, non di rado, schemi fraudolenti.

Token non sono azioni

La confusione più grande riguarda la natura dei token. Molti investitori li percepiscono come quote di una start up o di una piattaforma, ma in realtà non attribuiscono diritti di proprietà, voto o dividendo, salvo rare eccezioni di security token regolamentati. A differenza delle azioni, il valore di un token non è legato direttamente ai risultati economici dell’azienda o della blockchain che lo emette.

Il problema della diluizione

Spesso i token sono pre-minati e concentrati nelle mani di fondatori e venture capital. Quando questi decidono di monetizzare, immettono grandi volumi sul mercato con effetti depressivi sui prezzi. Nel mondo azionario esistono vincoli di lock-up e obblighi di disclosure; nel settore cripto, invece, la gestione dell’offerta è totalmente discrezionale, e la continua emissione di nuovi token per pagare spese operative o incentivare utenti funziona come una “stampante monetaria interna”, che svaluta costantemente i token già in circolazione.

Il rischio del listing

Un altro punto critico è la dinamica della quotazione sugli exchange. Nelle Ipo tradizionali l’ingresso in Borsa impone regole di trasparenza; nei mercati cripto il listing diventa spesso una exit strategy per i fondi di venture capital, che liquidano i token acquistati a prezzi stracciati nelle prime fasi. Così, gli investitori retail finiscono a comprare a valori gonfiati, subendo nei mesi successivi il crollo dovuto alle vendite degli insider.

Il verdetto

Il settore delle criptovalute è cresciuto in dimensioni e rilevanza, ma rimane lontano da standard minimi di protezione per chi investe. Il rischio per il retail è evidente: ciò che sembra un investimento nel futuro tecnologico è, in realtà, spesso l’acquisto indiretto di un debito verso i finanziatori della prima ora.

La domanda che resta aperta è se i regolatori riusciranno a trasformare questo Far West in un mercato più maturo, prima che i piccoli risparmiatori paghino il prezzo più alto.

Hollywood contro l’IA cinese: Disney, Universal e Warner citano in giudizio MiniMax

Los Angeles, 17 settembre 2025 – Hollywood alza il livello dello scontro contro le aziende dell’intelligenza artificiale accusate di sfruttare opere protette senza autorizzazione. Nel mirino è finita MiniMax, giovane start up di Shanghai valutata 3 miliardi di dollari e sostenuta da colossi come Alibaba, che punta alla quotazione in Borsa ma ora deve difendersi da una causa legale presentata in California da Disney, Universal e Warner Bros Discovery.

Secondo la denuncia, MiniMax avrebbe costruito la sua app di punta, Hailuo AI, sfruttando personaggi iconici come Darth Vader, i Minions, Wonder Woman e Shrek, utilizzati per generare immagini e video ad alta definizione marchiati con il logo dell’azienda. Non solo: la start up avrebbe promosso i propri servizi negli Stati Uniti lasciando intendere un’approvazione inesistente da parte dei titolari dei diritti.

«MiniMax ignora completamente la legge statunitense sul copyright e tratta i personaggi dei querelanti come se fossero propri», si legge nell’atto di citazione. Una linea durissima, che segue i precedenti già avviati contro Midjourney, accusata dello stesso approccio nell’addestramento dei propri algoritmi.

Il modello MiniMax: “Hollywood in tasca”

Fondata appena quattro anni fa, MiniMax ha già conquistato milioni di utenti in oltre 200 Paesi, proponendo un modello semplice: un abbonamento mensile che promette “Hollywood in tasca”. Una formula che a Los Angeles è suonata come una provocazione, soprattutto perché Hailuo AI è considerata tra le applicazioni più avanzate per la generazione di video realistici, capace di competere con rivali del calibro di Midjourney o Kling.

La controffensiva Disney

Mentre combatte in tribunale, Disney non resta alla finestra. La multinazionale ha annunciato il lancio di una nuova piattaforma, in collaborazione con Webtoon Entertainment, che metterà a disposizione oltre 35mila fumetti Marvel e Star Wars. Contestualmente, Disney acquisirà il 2% della società coreano-americana, con l’obiettivo di consolidare la propria presenza tra i giovani lettori digitali e rafforzare un ecosistema sempre più integrato tra streaming, sport e fumetti.

La posta in gioco

Il caso MiniMax evidenzia la crescente tensione tra creatività tradizionale e tecnologie emergenti. Da un lato, gli studios temono una deriva di “pirateria digitale” che minacci la tutela del copyright; dall’altro, start up come MiniMax cavalcano la rivoluzione generativa per conquistare pubblico e capitali.

La battaglia legale californiana sarà uno dei primi veri banchi di prova per capire come i tribunali affronteranno l’impatto dell’intelligenza artificiale sui diritti d’autore e, di riflesso, sul futuro dell’industria culturale globale.

Mobilità sostenibile, gli italiani restano legati all’auto: solo il 10% comprerebbe un’elettrica

Roma, 17 settembre 2025 – L’Italia sogna una mobilità più verde, ma resta fortemente legata alle quattro ruote tradizionali. È quanto emerge dall’indagine sulla mobilità sostenibile condotta dall’Istituto Piepoli, presentata all’ECO Festival della mobilità sostenibile e delle città intelligenti, organizzato in concomitanza con la Settimana europea della mobilità.

Secondo il sondaggio, il 77% degli italiani considera l’auto il mezzo di riferimento, mentre soltanto il 10% si dice pronto ad acquistare un veicolo elettrico, nonostante il 38% ritenga che tra dieci anni sarà il mezzo più diffuso. L’indice di mobilità sostenibile elaborato dal report si ferma a 66 su 100, con valori più alti tra i giovani e nelle grandi città.

Auto sì, trasporto pubblico poco

Il 65% del campione dichiara di essere dipendente dall’auto, mentre solo il 19% utilizza con regolarità il trasporto pubblico. Sei italiani su dieci percepiscono l’esistenza di alternative sostenibili nella propria area, ma le differenze territoriali restano significative.

Il nodo elettrico

Fra gli scettici verso l’auto elettrica, il 55% indica il prezzo elevato come principale ostacolo, il 43% teme la scarsa autonomia, il 19% considera eccessivo il fabbisogno energetico e il 17% teme rischi di incidenti legati alle batterie. Sulle infrastrutture, solo il 21% giudica sufficienti e accessibili le colonnine di ricarica.

Le voci del governo

Nel suo intervento, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha ipotizzato una revisione degli obiettivi UE: “Entro il 2035 non avremo solo l’elettrico, ma anche altre tecnologie come idrogeno e biometano. Va superato il no ideologico ai biocarburanti”.
Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha sottolineato il problema dell’età media del parco auto italiano, ormai salita a 13 anni: “Decarbonizzare è una sfida enorme, ma va affrontata in modo realistico, senza penalizzare la sostenibilità sociale ed economica del Paese”.

Merci, rifiuti e incentivi

Il sondaggio evidenzia anche l’importanza della transizione nel trasporto merci, ritenuta prioritaria dall’84% degli intervistati, con il trasporto intermodale ferroviario indicato come soluzione ottimale da 7 italiani su 10.
Sul fronte rifiuti, l’80% giudica efficace la raccolta differenziata nel proprio territorio, ma il 56% chiede più impegno su prevenzione e riuso.

Quanto agli strumenti per accelerare la transizione, i cittadini invocano soprattutto nuovi incentivi economici (36%) e un rafforzamento del trasporto pubblico locale (33%). Ma solo un italiano su tre ritiene adeguate le misure attualmente in vigore.

AI, il costo nascosto dell’innovazione: i chip del futuro consumeranno fino a 15mila watt a modulo

L’intelligenza artificiale corre veloce, ma dietro ai progressi straordinari delle sue applicazioni si nasconde una sfida colossale: l’energia. Secondo un nuovo studio del TeraByte Interconnection and Package Laboratory (TeraLab) del Kaist in Corea del Sud, i chip di nuova generazione potrebbero arrivare a consumare fino a 15.360 watt per singolo modulo entro il 2035, spingendo al limite le infrastrutture di alimentazione e raffreddamento.

La ragione è l’evoluzione della memoria ad alta larghezza di banda (Hbm), che passerà da Hbm4 nel 2026 a Hbm8 nel 2038. Ogni passo garantirà più potenza di calcolo, ma a costo di un fabbisogno energetico esponenziale. Già nel 2026 le GPU arriveranno a 800 watt, per poi toccare 1.200 watt entro il 2035. Accoppiate con 32 stack Hbm da 180 watt ciascuno, il consumo di un singolo modulo raggiungerà i 15 kW.

Il nodo dei data center

Per i grandi modelli linguistici e i sistemi fondativi di IA, questi numeri rappresentano un punto critico. Il Dipartimento dell’Energia USA stima che il raffreddamento costituisce già il 40% dei consumi dei data center, e i chip di prossima generazione spingeranno ancora più in alto la soglia. Le conseguenze vanno ben oltre il design dei processori: dalla distribuzione di potenza a livello di rack, fino alla pianificazione delle reti elettriche e degli impianti di raffreddamento.

Alcune città, come Dublino, hanno già imposto moratorie sui nuovi data center, mentre Francoforte e Singapore stanno affrontando gravi limiti di capacità. Un singolo modulo da 15 kW acceso in continuo può costare fino a 20mila dollari l’anno solo di energia elettrica, senza contare i sistemi di raffreddamento.

L’energia come nuovo parametro di competitività

Se in passato la metrica chiave era la velocità di calcolo, oggi la sfida è l’accesso alla potenza elettrica. Le regioni con abbondanza di energia – come i Paesi nordici, il Midwest americano o gli Stati del Golfo – diventano poli attrattivi per l’IA. Al contrario, aree con reti sature rischiano di trasformarsi in “deserti dell’intelligenza artificiale”.

Il caso italiano

In Italia, la situazione non è meno delicata. Al 30 giugno 2025 la capacità di generazione nazionale era di circa 120 GW, ma già oggi emergono tensioni: le richieste di connessione da parte degli impianti rinnovabili saturano virtualmente la rete, mentre le aree metropolitane – in particolare Milano e la Lombardia – soffrono colli di bottiglia nelle cabine primarie. Qui la domanda crescente dei data center rischia di superare le capacità di prelievo.

Una questione nazionale

Garantire al Paese competitività nell’era dell’IA significa elaborare un nuovo patto nazionale sull’energia e le infrastrutture digitali. Un piano che anticipi le necessità future e non rincorra emergenze, evitando il rischio di ritardi strutturali che potrebbero tradursi in disuguaglianze e deindustrializzazione.

Il messaggio per le aziende è chiaro: nell’era dell’intelligenza artificiale, il vero limite non sarà il numero di operazioni al secondo, ma i kilowatt disponibili.

Cybersecurity, 1,5 miliardi per trasformare le start up in campioni globali

Roma, 17 settembre 2025 – Un miliardo e mezzo di euro per dare forza alle idee e far correre le imprese italiane della cybersicurezza. È l’asse portante del Piano per l’industria cyber, messo a punto dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn) insieme al Dipartimento per la trasformazione digitale e ai ministeri delle Imprese, dell’Università e degli Esteri.

L’obiettivo è chiaro: accompagnare start up e PMI, spesso nate da intuizioni brillanti ma con pochi mezzi, verso una crescita solida, fino a farne attori competitivi a livello internazionale. Per questo nasce il Cyber Innovation Network, una vera e propria “palestra” dove testare idee e prototipi, verificarne la sostenibilità tecnica ed economica e prepararli al mercato.

I capitali in campo

Il motore finanziario sarà alimentato dal Fondo nazionale innovazione, gestito da Cdp Venture Capital, che mette sul piatto 1,45 miliardi di euro. Una quota significativa è destinata alla cybersecurity, con investimenti sia nelle fasi iniziali sia nei percorsi di espansione delle imprese non ancora quotate ma con forte potenziale. A questo si aggiungono i programmi europei Digital Europe e Horizon Europe, che nel biennio 2023-2024 hanno già mobilitato 375 milioni e che continueranno a sostenere il settore nel triennio 2025-2027.

La sfida internazionale

Il Piano non punta solo a far nascere nuove imprese, ma anche a proiettarle all’estero. Tre gli obiettivi dichiarati: rafforzare la resilienza del Paese, aumentare l’autonomia tecnologica e rendere le aziende italiane competitive sui mercati globali.

Due gli strumenti principali:

  • il Global Start up Programme, promosso dal Ministero degli Esteri e gestito da Ice, che offre percorsi di formazione, mentoring, incontri con investitori e occasioni di networking internazionale;

  • il Centro di Innovazione Italiano a San Francisco, punto di riferimento negli Stati Uniti per start up e PMI che vogliono confrontarsi con il cuore dell’ecosistema tecnologico globale.

Una filiera integrata

L’idea di fondo è costruire per la prima volta una filiera completa: dalla ricerca ai finanziamenti, fino alla proiezione internazionale. Non bastano più i laboratori e le buone idee, servono capitali, sostegno strutturato e strumenti per crescere all’estero.

Il Piano, con i suoi 1,5 miliardi di euro, segna un passaggio strategico: la cybersicurezza diventa settore prioritario di investimento, con l’ambizione di trasformare le intuizioni fragili di oggi nei campioni nazionali e globali di domani.

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