Cyberattacco globale via Microsoft SharePoint: nel mirino agenzie federali USA, università e imprese

Una grave falla nei server locali di Microsoft SharePoint è stata sfruttata da un gruppo di hacker per condurre un’ampia campagna di cyberattacchi che ha colpito istituzioni pubbliche e aziende in tutto il mondo. Secondo quanto riportato dal Washington Post, tra gli obiettivi compromessi figurano almeno due agenzie federali degli Stati Uniti, il parlamento di uno Stato americano, alcune università, compagnie del settore energetico e una società di telecomunicazioni con sede in Asia.

Gli attacchi hanno interessato la versione “on-premise” di SharePoint Server, piattaforma di collaborazione sviluppata da Microsoft e impiegata per la gestione interna dei documenti, distinta dalla più sicura versione cloud “SharePoint Online”. La vulnerabilità, spiegano gli esperti, ha permesso agli hacker di infiltrarsi nei sistemi prima che l’azienda rilasciasse aggiornamenti correttivi.

A destare particolare preoccupazione è l’ampiezza dell’attacco: migliaia di server SharePoint in tutto il mondo sarebbero potenzialmente esposti, mentre i governi di Stati Uniti, Canada e Australia hanno avviato indagini congiunte per fare luce sull’origine e sulle finalità dell’operazione.

Secondo una società di cybersecurity che collabora con il Dipartimento della Sicurezza Interna statunitense, anche server localizzati in Cina e ambienti parlamentari statali americani risultano compromessi. Microsoft, nel frattempo, non avrebbe ancora diffuso una patch definitiva per chiudere la nuova vulnerabilità emersa, lasciando molte strutture informatiche vulnerabili e alla ricerca urgente di contromisure.

Non è ancora chiaro chi si celi dietro l’attacco né quale sia il reale obiettivo, ma il caso evidenzia ancora una volta i rischi legati all’uso di infrastrutture software non aggiornate e alla crescente esposizione delle istituzioni pubbliche a minacce informatiche su scala globale.


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Open Arms, Nordio: “Niente impugnazione contro sentenze di assoluzione, come in tutti i paesi civili”

 “Niente impugnazione contro le sentenze di assoluzione, come in tutti i paesi civili. Altrimenti finiamo a ciò che è avvenuto col caso Garlasco. Al di là delle implicazioni politiche di questa scelta inusuale, si pone il problema tecnico. Come potrebbe un domani intervenire una sentenza di condanna al di là di ogni ragionevole dubbio, quando dopo tre anni di udienza un giudice ha dubitato e ha assolto? La lentezza della nostra giustizia dipende anche dall’incapacità di molti magistrati di opporsi all’evidenza. Rimedieremo”.

Così il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, a margine del convegno di FDI “Parlate di mafia”, in relazione all’impugnazione della sentenza di assoluzione sulla vicenda Open Arms nei confronti di Matteo Salvini, allora Ministro dell’Interno.

“Se la fiducia nella giustizia è crollata – prosegue il Guardasigilli – è anche perché alcuni magistrati trascinano processi eterni senza pensare alle conseguenze devastanti che provocano nella vita delle persone. Solo quando il macigno ti cade addosso, come nel caso del sindaco Sala, ci si rende conto delle criticità del nostro sistema. Per questo lo cambieremo”.

“Esprimiamo sdegno e viva preoccupazione per le dichiarazioni rese dal ministro della Giustizia Carlo Nordio in occasione della manifestazione ‘Parlate di mafia’. Che il titolare del dicastero della Giustizia possa ritenere che l’espressione pubblica del pensiero di un magistrato in servizio meriti l’intervento degli “infermieri” o diventi oggetto di valutazione disciplinare rappresenta un fatto grave, incompatibile con i principi fondamentali di uno Stato di diritto. La libertà di manifestazione del pensiero è garantita dalla Costituzione. Purtroppo, da parte del ministro, si registra un uso ricorrente della minaccia disciplinare, evocata come uno strumento di pressione e intimidazione nei confronti di decisioni sgradite o legittime critiche”. Così la Giunta esecutiva centrale dell’Associazione nazionale magistrati in una nota.

“Criticare non significa offendere, e dissentire non equivale a mancare di rispetto. La libertà di espressione non può essere compressa né svilita attraverso prospettive di riforma che assumono il volto della ritorsione o attraverso un improprio ricorso agli strumenti disciplinari. La critica, anche aspra, alle decisioni ministeriali non può essere scambiata per lesa maestà. Le parole del ministro confermano, purtroppo, ciò che l’ANM denuncia da tempo: il vero obiettivo della riforma sembra essere quello di intimidire, indebolire e infine ridurre al silenzio la magistratura. Siamo stati, e restiamo, disponibili al confronto. Ma non possiamo accettare che ci venga imposto il silenzio”, conclude la Giunta.

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Con l’avvicinarsi della scadenza del primo agosto, è necessario che Bruxelles continui a negoziare con Washington fino all’ultimo momento disponibile. Tuttavia, qualora non riuscisse a ottenere un accordo “ragionevole”, dovrà redigere un pacchetto di controdazi a cui aggiungere delle misure sanzionatorie nei confronti delle grandi aziende tecnologiche statunitensi.

Visto che anche in Europa realizzano utili da capogiro, è inaccettabile che queste realtà continuino a pagare le tasse nei paesi a fiscalità di vantaggio. Questa condotta, oltre a essere eticamente riprovevole, continua ad essere un cavallo di battaglia politico dell’Amministrazione Trump. A tal punto che nel G7 di Kananaskis (Canada) dello scorso mese di giugno, gli USA hanno imposto un accordo che esenta le proprie multinazionali dall’applicazione della Global minimum tax (Gmt).  Una tassazione mondiale al 15 per cento in capo ai colossi con un fatturato superiore ai 750 milioni di euro all’anno che, invece, rimarrà applicata solo alle grandi holding dei paesi Ocse. Questa riflessione giunge dall’Ufficio studi della CGIA.

  • Con dazi al 30%, un costo fino a 35 miliardi l’anno

I dazi doganali al 30 per cento pretesi dall’Amministrazione Trump potrebbero innescare una serie di effetti diretti sulle nostre esportazioni a cui andrebbero sommati anche quelli indiretti – come l’ulteriore svalutazione del dollaro sull’euro[1], un aumento dell’incertezza dei mercati finanziari e un probabile incremento del costo di molte materie prime – in grado di provocare un danno economico al nostro sistema produttivo fino a 35 miliardi di euro all’anno. Praticamente la dimensione di una finanziaria. La stima è stata realizzata dall’Ufficio studi della CGIA.

  • Alcuni dati sui colossi del web

I primi 20 colossi tecnologici statunitensi[2] hanno prodotto a livello mondiale un fatturato aggregato che nel 2022 ammontava a 1.345 miliardi di euro. Un importo, quest’ultimo, che in quell’anno ha sfiorato il 70 per cento del Pil italiano; mentre le principali multinazionali del web presenti in Italia[3], sempre tre anni fa hanno realizzato nel nostro Paese un fatturato di 9,3 miliardi di euro, versando al fisco italiano “solo” 206 milioni di euro[4].

  • Il confronto tra piccoli e WebSoft

Se le nostre piccole e micro imprese nel 2022 hanno pagato 27,2 miliardi di tasse[5], i 16 gruppi (che controllano 47 società) di big tech presenti in Italia[6] ne hanno versate molte meno: come dicevamo più sopra, solo 206 milioni di euro[7]. Certo, le dimensioni economiche di queste due realtà sono molto diverse, ma, dal punto di vista della CGIA, il risultato che emerge è sconsolante. Se le piccole aziende italiane prese in esame producono un fatturato annuo 98,5 volte superiore a quello riconducibile alle big tech, in termini di imposte, invece, le prime ne pagano ben 132 volte più delle seconde[8]. Insomma, possiamo affermare con buona approssimazione che la distanza in termini di fatturato non giustifica quella relativa al gettito, così svantaggiosa per le Pmi. Certo, quella appena richiamata è una comparazione che presenta una serie di limiti metodologici e non ha alcun rigore scientifico. Tuttavia, il ricorso sistematico all’elusione praticato negli anni ha incrementato questo gap, mettendo in evidenza in misura inequivocabile che, in Italia, alle multinazionali, in questo caso tecnologiche, continua a essere riservato un trattamento fiscale di grande “favore”.

  • Solo in Molise le big pagano più tasse delle imprese locali

Se a differenza di quello che abbiamo appena illustrato, allarghiamo il confronto a tutte le imprese presenti in ciascuna delle 20 regioni italiane e i colossi del web che operano nel nostro Paese[9], l’Ufficio studi della CGIA rileva che solo le attività economiche del Molise pagano meno tasse delle big tech presenti nel nostro Paese. I 206 milioni di imposte versate dai giganti del WebSoft non hanno nulla a che vedere con quanto pagano le imprese lombarde che, invece, danno all’erario 144,6 volte in più, quelle laziali 60,4 volte in più e quelle venete 42,3 volte in più.

[1] Ricordiamo che dall’inizio del 2025 fino a oggi, il dollaro si è svalutato del 13,5 per cento rispetto all’euro.

[2] Amazon.com, Alphabet, Microsoft, Meta Platforms, International Business Machines, Oracle, Uber Technologies, Salesforce.com, Adobe, Booking Holdings, Automatic Data Processing, Vmware, Waifair, Qurate Retail, Expedia, Chewy, Ebay, Airbnb e Actvision Blizzard

[3] Adobe, ADP, Alibaba, Alphabet, Amazon (10 società con sede in Italia), Booking, IBM, JD.com, Meta, Microsoft, Oracle, Otto, SAP, Salesforce, Uber e Vipshop.

[4] Area Studi Mediobanca, Software & Web companies (2019-2023), Milano, 14 dicembre 2023.

[5] Stiamo parlando di 2,9 milioni di imprese con un fatturato annuo inferiore a 5 milioni di euro. Non sono inclusi i lavoratori autonomi in regime forfettario. Le imposte calcolate sono Irpef, Ires e Irap.

[6] Adobe, ADP, Alibaba, Alphabet, Amazon, Booking, IBM, JD.com, Meta, Microsoft, Oracle, Otto, SAP, Salesforce, Uber e Vipshop.

[7] L’importo di 206 milioni di euro include anche la Digital Service Tax. Quest’ultima è un’imposta pari al 3% dei ricavi generati nel periodo di imposta derivanti dalla fornitura di servizi digitali, applicata alle imprese che, individualmente o a livello di gruppo, hanno realizzato un ammontare di ricavi pari o superiori a 750 milioni di euro e ricavi derivanti da servizi digitali realizzati nello Stato italiano non inferiori a 5,5 milioni di euro.

[8] Il fatturato delle piccole imprese italiane nel 2022 è stato pari a 916,3 miliardi di euro. Sempre nello stesso anno quello delle principali big tech presenti nel nostro Paese ha toccato i 9,3 miliardi di euro.

[9] Secondo l’Area Studi di Mediobanca la quasi totalità opera a Milano e provincia.


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Nuova sanatoria per le partite IVA, ma scoppia il caso sui crediti dei lavoratori

Un emendamento dopo l’altro, la maggioranza tenta di far ripartire il concordato preventivo per le partite IVA, finora sottoutilizzato. Con un provvedimento approvato in Commissione Finanze alla Camera, il centrodestra inserisce nel Decreto fiscale un nuovo ravvedimento speciale: una sorta di sanatoria che consente ad autonomi e professionisti di “scudare” le annualità dal 2019 al 2023, pagando imposte ridotte in base alla propria pagella fiscale (ISA).

Ma mentre si aprono nuovi spiragli per il fisco, si accende la polemica su un altro fronte: la proposta di prescrivere i crediti retributivi anche durante il rapporto di lavoro. Una modifica che, secondo l’opposizione e i sindacati, rappresenta un duro colpo ai diritti dei lavoratori.

Concordato bis: nuove regole, stesso obiettivo

Il nuovo ravvedimento speciale si configura come una replica della sanatoria già introdotta nel 2024. Potranno aderirvi, nel biennio 2025-2026, i professionisti che sceglieranno di sottoscrivere per la prima volta il concordato preventivo con l’Agenzia delle Entrate. L’importo da versare varierà in base al punteggio ISA:

  • Chi ha un punteggio pari o superiore a 8 pagherà il 10% del reddito non dichiarato;
  • Tra 6 e 8, l’aliquota salirà al 12%;
  • Sotto il 6, si pagherà il 15%.

A questi si aggiunge una quota Irap del 3,9% per tutti, mentre per gli anni pandemici 2020 e 2021 è previsto uno sconto ulteriore del 30%. Il versamento potrà essere effettuato in un’unica soluzione (dal 1° gennaio al 15 marzo 2026) o in dieci rate mensili, con l’aggiunta degli interessi.

Il governo ha stanziato 395 milioni di euro per coprire gli oneri della misura nel quinquennio 2026-2030. L’obiettivo è recuperare risorse per finanziare un nuovo taglio dell’IRPEF, dopo che la prima edizione del concordato ha avuto una partecipazione inferiore alle attese: meno di 600 mila adesioni su oltre 4 milioni di potenziali beneficiari.

La critica dell’opposizione: “Premiati gli evasori”

Per il Partito Democratico si tratta dell’ennesimo “condono mascherato”. Cecilia Guerra, responsabile lavoro del PD, è netta: “Un ulteriore schiaffo a chi paga regolarmente. È il solito regalo a chi ha evaso”. Protestano anche i Cinque Stelle: “Mentre la maggior parte delle partite IVA è lasciata sola, il governo strizza l’occhio a pochi privilegiati”.

La miccia dei crediti di lavoro: “Una norma pericolosa”

Ben più accesa è la reazione sulla norma che riguarda i crediti retributivi dei lavoratori. Un emendamento al nuovo Decreto Ilva prevede che anche durante il rapporto di lavoro decorra la prescrizione per le somme dovute ma non versate ai dipendenti. Oggi, invece, i lavoratori hanno cinque anni di tempo dopo la cessazione del contratto per rivendicare differenze retributive, evitando il rischio di ritorsioni.

L’emendamento punta anche a limitare il potere dei giudici nel riconoscere l’adeguatezza della retribuzione, impedendo di fatto il pagamento di arretrati anche in caso di “grave inadeguatezza”. Una norma che, secondo CGIL, UIL, PD, M5S e AVS, “favorisce le grandi imprese e penalizza i lavoratori”.

Un attacco al diritto del lavoro?

“È l’ennesimo colpo al diritto del lavoro”, affermano i sindacati. Per l’opposizione, si tratta di una modifica che mina le basi della tutela dei dipendenti, rendendo più difficile rivendicare quanto loro spetta, e riducendo il potere contrattuale nei confronti dei datori. In pratica, una norma che rischia di legalizzare il mancato pagamento delle retribuzioni in caso di rapporti duraturi.


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SPID sotto attacco: l’identità digitale clonata diventa trappola per i dipendenti pubblici

Un nome, un volto, un codice fiscale: bastano questi dati per trasformare l’identità digitale in un’arma nelle mani dei cybercriminali. Da mesi, il fenomeno della clonazione dello SPID – il Sistema Pubblico di Identità Digitale – sta mettendo in ginocchio centinaia di utenti, in particolare nel settore pubblico. Dalle buste paga scomparse ai rimborsi fiscali mai accreditati, i danni sono tangibili e diffusi. A confermarlo sono le numerose segnalazioni, i casi documentati e l’intervento delle piattaforme pubbliche, che stanno correndo ai ripari con sistemi di autenticazione rinforzati.

Ma perché SPID è diventato un bersaglio così vulnerabile?

Un’identità digitale, mille varchi aperti

SPID è la chiave d’accesso ai principali servizi online della Pubblica Amministrazione – da INPS a NoiPA, fino all’Agenzia delle Entrate – ed è usato ogni mese da milioni di cittadini. Il sistema è basato su una logica federata tra più provider, ognuno autonomo nell’attivazione e nella gestione delle credenziali. Questo però comporta una fragilità: è possibile creare più SPID a nome dello stesso cittadino, usando email e numeri di telefono diversi, senza che il titolare originario riceva alcuna notifica.

E proprio su questa debolezza si inserisce il nuovo schema truffaldino.

Come funziona la truffa del “doppio SPID”

Tre le fasi principali del raggiro:

  1. Acquisizione dei dati: i truffatori raccolgono documenti e codici fiscali tramite phishing, smishing, malware o acquistandoli sul dark web.
  2. Clonazione dell’identità digitale: con questi dati attivano un nuovo SPID a nome della vittima, sfruttando provider diversi e simulando la verifica dell’identità anche con tecnologie come il deepfake.
  3. Dirottamento dei fondi: accedendo ai portali della PA, modificano l’IBAN legato all’account, facendo confluire stipendi, pensioni o rimborsi fiscali su conti a loro controllo.

Le vittime, spesso dipendenti pubblici, scoprono l’inganno solo dopo il mancato accredito.

I più colpiti? I dipendenti pubblici

La truffa non risparmia nessuno, ma i lavoratori del settore pubblico risultano particolarmente esposti. Sono infatti tra i maggiori utilizzatori dello SPID per la gestione mensile delle proprie retribuzioni e dei servizi fiscali e previdenziali. Si registrano casi tra docenti, sanitari, impiegati amministrativi: alcuni hanno visto scomparire interi stipendi, altri si sono trovati con dati bancari alterati a loro insaputa.

Una dinamica preoccupante, aggravata dall’impossibilità per il cittadino di monitorare in autonomia tutte le identità SPID attive a suo nome: per farlo è necessario contattare ogni singolo provider.

Le tecniche usate dai truffatori: phishing, malware e deepfake

La truffa si avvale di un arsenale sofisticato:

  • Phishing: email fasulle che imitano le comunicazioni ufficiali per carpire credenziali SPID o OTP.
  • Smishing: SMS ingannevoli che spingono l’utente a cliccare su link malevoli.
  • Vishing: chiamate da finti operatori pubblici che estorcono informazioni con tono rassicurante.
  • Malware: software nascosti che intercettano dati dai dispositivi.
  • Deepfake: video manipolati per superare i controlli visivi dei provider SPID.

Il caso NoiPA: rafforzata la sicurezza

Proprio per contrastare la truffa del doppio SPID, la piattaforma NoiPA, dedicata ai dipendenti pubblici, ha introdotto una misura difensiva: se l’utente accede con SPID/CIE/CNS mai usati prima, riceverà un codice OTP via email per confermare l’identità. Una barriera in più, che punta a bloccare accessi non autorizzati e arginare il fenomeno.

Come difendersi: regole d’oro e raccomandazioni

Per proteggersi dal furto di identità digitale, ecco alcune strategie:

  • Attivare sempre l’autenticazione a due fattori (2FA) con app dedicate.
  • Controllare periodicamente gli IBAN registrati sui portali pubblici.
  • Scrivere ai provider SPID per verificare eventuali attivazioni sospette.
  • Non inviare mai documenti personali via email o chat non sicure.
  • Utilizzare password complesse e diverse per ogni account.
  • Aggiornare sistemi operativi e antivirus, ed evitare il salvataggio automatico di dati nei browser.
  • Attivare le notifiche bancarie per essere avvisati in tempo reale di movimenti sospetti.

E se si cade nella trappola?

Chi scopre di essere vittima della truffa deve:

  • Contattare subito il proprio provider SPID e richiedere il blocco dell’identità digitale clonata.
  • Sporgere denuncia presso la Polizia Postale o i Carabinieri.
  • Avvisare la banca e bloccare carte o conti compromessi.
  • Rivolgersi ad associazioni di tutela dei consumatori per assistenza legale.
  • Segnalare l’accaduto all’AgID, l’Agenzia per l’Italia Digitale.

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Femminicidio, primo sì unanime in Senato: nasce il nuovo reato con pena dell’ergastolo

Con voto unanime, la Commissione Giustizia del Senato ha approvato il testo che introduce per la prima volta nel codice penale italiano il reato autonomo di femminicidio. Il nuovo articolo 577-bis riconosce la specificità della violenza che colpisce le donne in quanto donne, spesso all’interno di relazioni affettive, familiari o segnate da dinamiche di dominio e controllo.

A illustrarne la portata è la senatrice Giulia Bongiorno, presidente della Commissione, in un’intervista rilasciata a Parlamento 24: “Non si tratta semplicemente di un omicidio. Il femminicidio è un atto che nasce da un’idea di superiorità, da odio, da discriminazione. Per questo abbiamo ritenuto necessario introdurre una fattispecie autonoma, con una pena severissima: l’ergastolo”.

Una risposta alla violenza sistemica

La decisione arriva in un momento in cui la piaga dei femminicidi continua a colpire il Paese con numeri allarmanti. “Dare un nome a questo reato – ha detto Bongiorno – è un modo per uscire dalla neutralità del linguaggio penale e riconoscere che la morte di una donna, in questi casi, è sempre l’esito di una mentalità di sopraffazione. Non è solo un fatto simbolico, ma un passaggio concreto, normativo e culturale”.

Il reato di femminicidio sarà quindi distinto dall’omicidio comune, ponendo l’accento non solo sull’evento, ma anche sul movente: l’odio di genere, la volontà di controllo e la punizione per l’indipendenza femminile.

Indagini più efficaci e misure cautelari rafforzate

Oltre all’introduzione del nuovo reato, il provvedimento prevede una serie di modifiche alle norme del cosiddetto Codice Rosso, con aggravanti specifiche e strumenti di contrasto potenziati. Le intercettazioni disposte nell’ambito di procedimenti per violenza di genere non avranno più il limite dei 45 giorni, consentendo agli inquirenti maggiore efficacia investigativa.

Viene inoltre rafforzato l’uso del braccialetto elettronico: per i soggetti imputati per reati del Codice Rosso sarà più facile applicare misure come l’arresto domiciliare con controllo remoto, grazie a una presunzione di pericolosità già in fase cautelare.

“Finora – spiega Bongiorno – i dispositivi non erano sufficienti, ma il Ministero sta lavorando per aumentare la disponibilità. È uno strumento indispensabile per monitorare in tempo reale chi commette atti violenti contro le donne”.

Più tutela per gli orfani dei femminicidi

Una novità significativa riguarda anche i figli delle vittime. Il testo amplia la platea degli orfani di femminicidio che potranno accedere ai benefici di legge, includendo anche quelli nati fuori da relazioni stabili. “Si tratta – ha sottolineato la presidente – di bambini che non solo perdono la madre, ma restano senza riferimenti, e lo Stato deve riconoscere questa condizione”.

La strada da fare

Il nuovo reato di femminicidio è un passo avanti nella definizione normativa del fenomeno, ma non è una soluzione esaustiva. “Non basta una legge per fermare il femminicidio – ha concluso Bongiorno – serve una battaglia culturale, educativa, preventiva. Ma oggi, finalmente, abbiamo iniziato a chiamare questa violenza con il suo vero nome”.


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Nasce il comitato “Camere Penali per il Sì”: via alla campagna per la separazione delle carriere

Nel giorno – il 16 luglio –  in cui il Senato ha approvato in via definitiva gli otto articoli della riforma costituzionale che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, l’Unione delle Camere Penali Italiane (UCPI) ha annunciato la nascita del comitato “Camere Penali per il Sì”, organismo che guiderà la campagna referendaria a favore della riforma.

La costituzione del comitato è stata ufficializzata il 16 luglio 2025 con una nota della Giunta nazionale, che sottolinea come la separazione delle carriere rappresenti da sempre una battaglia storica dell’avvocatura penalista italiana.

Una giustizia più moderna e imparziale

«Con questa iniziativa – si legge nella nota – intendiamo promuovere le ragioni di una riforma che riteniamo essenziale per garantire una giustizia moderna, trasparente, democratica e soprattutto più equa». Secondo l’UCPI, l’attuale assetto del sistema giudiziario italiano presenta profili critici che rischiano di compromettere l’equilibrio tra le parti nel processo penale, ponendo sullo stesso piano chi accusa e chi giudica.

La riforma mira a introdurre percorsi professionali separati per giudici e pubblici ministeri, superando l’unicità della carriera prevista oggi, che consente ai magistrati di passare da una funzione all’altra nel corso della loro vita professionale. Una condizione, secondo i penalisti, che mina le garanzie di imparzialità del giudizio e alimenta un’ambiguità di ruoli dannosa per l’equilibrio processuale.

Una battaglia storica dell’avvocatura penalista

L’Unione delle Camere Penali non è nuova a questo impegno. Già in passato ha promosso raccolte firme, proposte di legge e campagne di sensibilizzazione per ottenere la separazione delle carriere, considerandola un pilastro della riforma della giustizia penale. Con il nuovo comitato, l’UCPI e la sua Fondazione intendono strutturare una presenza attiva durante l’intera campagna referendaria, coinvolgendo l’opinione pubblica e rilanciando il dibattito sul tema in tutte le sedi, istituzionali e mediatiche.

Verso un referendum cruciale

L’approvazione in Senato rappresenta ora un passaggio decisivo, in vista del possibile referendum popolare che potrebbe sancire l’effettiva entrata in vigore della riforma. Il comitato “Camere Penali per il Sì” nasce proprio con l’intento di mobilitare il consenso e spiegare ai cittadini le ragioni di una svolta ritenuta fondamentale per il futuro della giustizia italiana.

La sfida, conclude la Giunta UCPI, è quella di “restituire ai cittadini una giustizia che sia non solo efficiente, ma anche imparziale e rispettosa dei principi costituzionali”.


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Il coraggio sotto tiro: penalisti al fianco dell’avvocata Ballerini

Minacce di morte, intimidazioni sui social e un clima di tensione crescente. È il prezzo che l’avvocata Alessandra Ballerini, difensore della famiglia di Giulio Regeni, si trova a pagare per l’esercizio del suo ruolo in uno dei processi più delicati e simbolici della storia giudiziaria recente del nostro Paese. Un prezzo che, secondo l’Unione delle Camere Penali Italiane (UCPI), non può e non deve diventare prassi, soprattutto in un contesto già fortemente segnato da pressioni mediatiche e risvolti politici.

L’allarme arriva direttamente dalla Giunta dell’UCPI e dagli Osservatori sull’Avvocato minacciato e sulla Difesa d’ufficio, che da tempo seguono con attenzione il procedimento in corso a Roma nei confronti dei quattro imputati — tutti irreperibili — accusati del sequestro, delle torture e dell’uccisione di Giulio Regeni, il giovane ricercatore friulano rapito al Cairo nel 2016.

Una denuncia che scuote le istituzioni forensi

Secondo quanto riportato da un quotidiano nazionale, l’avvocata Ballerini è nel mirino di un sedicente cittadino egiziano che da maggio le rivolge minacce e insulti attraverso i social media. Le intimidazioni sembrano legate esclusivamente al suo impegno nel rappresentare i familiari della vittima, costituitisi parte civile nel processo.

«Un’aggressione organizzata, reiterata e particolarmente intensa — scrive l’UCPI nel comunicato del 16 luglio — che impone una condanna netta e senza ambiguità». La preoccupazione dei penalisti italiani riguarda non solo l’incolumità della professionista, ma anche la tenuta della funzione difensiva, che rischia di essere condizionata da un clima di paura, alimentato da processi mediatici e da una esposizione eccessiva dei soggetti coinvolti.

Solidarietà e richiesta di azione rapida

L’Unione, pur ribadendo le perplessità giuridiche già espresse in merito al processo instaurato in base alla sentenza costituzionale n. 192/2023 — che ha permesso di procedere contro imputati formalmente non a conoscenza del giudizio — non intende arretrare nella difesa del ruolo dell’avvocato in aula.

Da qui l’appello alle autorità inquirenti affinché si attivino rapidamente per garantire alla Collega le condizioni minime di sicurezza, indispensabili per il proseguimento del suo delicato mandato. L’avv. Ballerini, da parte sua, ha già sporto denuncia ed è determinata a non farsi intimidire: “Non mi fermerò”, ha dichiarato pubblicamente.

Un simbolo di resistenza legale

Alessandra Ballerini è da anni in prima linea nella battaglia per ottenere verità e giustizia per Giulio Regeni. Una battaglia che ha assunto nel tempo una forte carica simbolica, rendendola figura scomoda per chi teme il potere del diritto. L’UCPI ne riconosce il coraggio e ribadisce che ogni toga minacciata è una ferita inferta allo Stato di diritto.

«Oggi è Alessandra, domani potrebbe essere chiunque di noi», sottolineano i penalisti, rilanciando un messaggio forte: nessuno deve essere lasciato solo quando esercita con onore la difesa dei diritti.


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Zuckerberg chiude il caso: accordo segreto sullo scandalo Cambridge Analytica

Mark Zuckerberg e altri ex alti dirigenti di Facebook hanno raggiunto un accordo extragiudiziale per evitare il processo da 8 miliardi di dollari relativo allo scandalo Cambridge Analytica. L’intesa, che secondo fonti vicine al dossier è stata formalizzata a processo già aperto presso un tribunale di Wilmington, in Delaware, pone fine alla class action intentata nel 2018 da un gruppo di azionisti contro i vertici della società — oggi Meta — accusati di gravi negligenze nella protezione dei dati personali degli utenti.

La causa ruotava attorno all’utilizzo illecito, da parte della società britannica Cambridge Analytica, dei dati di decine di milioni di utenti Facebook per influenzare l’opinione pubblica durante la campagna elettorale statunitense del 2016. Un episodio che ha segnato indelebilmente la reputazione della piattaforma, già allora al centro di critiche per la gestione opaca delle informazioni personali e per il ruolo nella diffusione della disinformazione politica.

Una class action da miliardi

A intentare l’azione legale erano stati gli stessi azionisti, che chiedevano oltre 8 miliardi di dollari di risarcimento, includendo in questa cifra le sanzioni già pagate da Facebook — tra cui una multa record da 5 miliardi di dollari inflitta dalla Federal Trade Commission nel 2019 — e le ingenti spese legali sostenute per gestire le conseguenze del caso. Al centro del procedimento, non l’azienda Meta in quanto tale, ma undici ex dirigenti e consiglieri di amministrazione, tra cui nomi noti come Sheryl Sandberg, Peter Thiel e Marc Andreessen. Persino Jeffrey Zients, oggi capo dello staff della Casa Bianca, figurava tra gli imputati.

Zuckerberg era accusato anche di insider trading, oltre che di aver sottovalutato e non gestito adeguatamente la crisi. Secondo le ricostruzioni, Facebook era a conoscenza già dal 2015 dell’operato di Cambridge Analytica, ma non ne denunciò l’estensione né alle autorità né agli utenti.

Il prezzo dell’accordo (misterioso)

L’accordo evita a tutti gli imputati l’umiliazione della testimonianza pubblica, eccetto per Zients che aveva già parlato nella prima udienza. L’entità economica della transazione resta riservata, ma la sua portata è tale da spegnere ogni prosecuzione processuale. Meta, pur non formalmente coinvolta nel procedimento, ha scelto di non commentare la vicenda.

Secondo molti osservatori, la chiusura extragiudiziale rappresenta un’occasione mancata per chiarire le responsabilità effettive e per stabilire una giurisprudenza sulla responsabilità dei dirigenti in materia di protezione dati. “Un’occasione persa per la trasparenza pubblica”, ha commentato Jason Kint, direttore dell’associazione Digital Content Next, accusando Meta di aver manipolato la narrazione dello scandalo, trasformandolo da problema sistemico a colpa di “mele marce”.

Una reputazione in discesa

Lo scandalo Cambridge Analytica è solo uno dei numerosi episodi che negli ultimi anni hanno eroso la reputazione di Zuckerberg e della sua creatura. Accuse di favorire la disinformazione elettorale, di incitare all’odio in contesti di conflitto (come nel caso della minoranza Rohingya in Myanmar), e rivelazioni sull’utilizzo massivo dei dati degli utenti da parte di terzi — come emerso dall’inchiesta del New York Times nel 2018 — hanno dipinto un quadro preoccupante di un modello di business fondato sulla sorveglianza.

Con questa intesa, Zuckerberg archivia forse la questione giudiziaria più grave che abbia mai affrontato. Ma il prezzo più alto, secondo molti, continua a pagarlo l’etica pubblica dell’ecosistema digitale.


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Equità digitale, la Commissione avvia una consultazione sulla prossima legge

Oggi la Commissione europea ha avviato una consultazione pubblica e un invito a presentare contributi sulla prossima legge sull’equità digitale. 

La legge sull’equità digitale rafforzerà la protezione e l’equità digitale per i consumatori, garantendo allo stesso tempo condizioni di parità e norme semplificate per le imprese dell’UE. Affronterà sfide specifiche e pratiche dannose che i consumatori devono affrontare online, come la progettazione di interfacce ingannevoli o manipolative, il marketing fuorviante da parte degli influencer dei social media, la progettazione di prodotti digitali che creano dipendenza e le pratiche di personalizzazione sleali, in particolare quando le vulnerabilità dei consumatori sono sfruttate a fini commerciali. I giovani costituiscono un importante segmento di consumatori con modelli di consumo specifici, e spesso sono i primi utilizzatori delle nuove tecnologie e dei prodotti digitali. La legge sull’equità digitale presterà particolare attenzione alla protezione dei minori online.

La consultazione pubblica sarà aperta per 12 settimane. I cittadini, le autorità pubbliche e le parti interessate sono invitati a condividere le loro idee su come rafforzare ulteriormente la protezione dei consumatori dell’UE online.

I risultati del controllo dell’adeguatezza dell’equità digitale, pubblicato l’anno scorso dalla Commissione, hanno confermato l’importanza delle leggi dell’UE in materia di tutela dei consumatori, ma hanno indicato alcune lacune ed evidenziato che i consumatori continuano a incontrare molteplici problemi online. La legge sull’equità digitale affronterà tali carenze. La Presidente von der Leyen ha incaricato il Commissario McGrath di elaborare una legge sull’equità digitale nella sua lettera di incarico.


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