Autonomia, Zaia: “Bisogna alzare l’asticella di chi sta peggio, non abbassare chi sta meglio”

Luca Zaia, presidente del Veneto, affronta con serenità l’incertezza sul suo futuro politico, in bilico tra la possibilità di un terzo mandato e il limite attuale che lo escluderebbe dalla ricandidatura. In un’intervista al Corriere della Sera, sottolinea l’importanza di affrontare le riforme senza paura e di garantire ai cittadini la libertà di scegliere chi governarli: “Prima o poi qualcuno dovrà dire una parola chiara su questo tema: è giusto o no che i cittadini possano votare quante volte vogliono per tutte le cariche tranne che per quelle dei sindaci di grandi città e dei presidenti di Regione?”.

Zaia non nasconde il suo scetticismo verso un sistema che, a suo dire, rischia di ridurre il cittadino a spettatore passivo: “Dobbiamo decidere se interpretare il contratto sociale di Rousseau, dove il cittadino può togliere la delega quando non si fida più, o se considerare gli italiani come comparse nel sistema pubblico”.

Sanità e liste d’attesa: il modello Veneto

Uno dei punti di forza del Veneto, secondo Zaia, è la sanità. “Dal 2010 abbiamo affrontato liste d’attesa lunghissime. Dopo il Covid, eravamo in emergenza totale, ma ora le prestazioni con prescrizione a 10 giorni vengono erogate nei tempi previsti. Abbiamo ridotto dell’87% le liste oltre i 60 giorni e del 77% quelle oltre i 30 giorni”. Zaia rivendica il successo del modello veneto, basato su investimenti mirati e gestione rigorosa: “Abbiamo utilizzato ogni euro dei 47 milioni di finanziamenti statali per abbattere le liste d’attesa”.

Sul tema del centro unico di controllo annunciato dal ministro Schillaci, Zaia si dice favorevole, ma con riserva: “Noi utilizziamo un sistema di gestione centralizzato dal 2020. Se ci sarà un centro unico nazionale, vedremo chi spende bene e chi no. Ma sembra che le Regioni commissariate, come Molise e Calabria, abbiano molti più problemi delle altre”.

Autonomia: una scelta necessaria

Zaia si dichiara fermo sostenitore dell’autonomia regionale: “Autonomia o si fa per scelta o si dovrà fare per necessità. Dobbiamo alzare l’asticella di chi sta peggio, senza abbassare quella di chi sta meglio. È un cambiamento indispensabile per superare le disuguaglianze tra Nord e Sud”.

Il futuro politico

Riguardo al suo possibile addio alla presidenza della Regione, Zaia mantiene la calma: “Quando e se avverrà, ci penserò. Non spreco tempo in congetture. In 10 mesi possono succedere molte cose”. E sulla possibilità che la Lega corra da sola alle prossime elezioni, commenta: “Sono tutte ipotesi. Vedremo cosa accadrà. I cittadini devono scegliere chi li governerà, e c’è chi torna a casa dopo un solo mandato”.

Conclude, con una punta di pragmatismo: “Cambiare per cambiare non assicura il consenso. La gente deve avere fiducia in chi governa, e questo è ciò che conta davvero”.

Nessun accordo tra Governo italiano e SpaceX: Palazzo Chigi smentisce

La Presidenza del Consiglio ha categoricamente smentito l’esistenza di contratti o accordi tra il Governo italiano e la società SpaceX per l’utilizzo del sistema di comunicazioni satellitari Starlink. Le interlocuzioni con SpaceX, precisa Palazzo Chigi, fanno parte dei normali approfondimenti condotti dagli apparati dello Stato con aziende specializzate, in questo caso nel settore delle connessioni protette per la trasmissione di dati crittografati.

La Presidenza ha inoltre respinto con fermezza, definendola “ridicola”, la notizia secondo cui il tema SpaceX sarebbe stato affrontato durante l’incontro con il Presidente eletto degli Stati Uniti, Donald Trump.

Anm: numerosi malfunzionamenti app penale, mancano assistenza e doppio binario

ROMA, 4 gennaio – “Con il decreto 27 dicembre 2024 n. 206 il Ministero dà il via al generalizzato deposito con modalità esclusivamente telematica di atti e documenti a partire dal 1° gennaio 2025 per la maggior parte dei procedimenti della procura della Repubblica presso il tribunale ordinario, della procura europea e del tribunale ordinario. In relazione a tali uffici, snodi fondamentali della giurisdizione e dunque e della tutela del cittadino, si sono prorogati (in alcuni casi di soli tre mesi) i termini di transizione al nuovo regime digitale, peraltro limitatamente a pochi procedimenti e senza tenere nel debito conto il rischio per l’efficienza della giurisdizione che potrà provocare la massiva, improvvisata e immediata digitalizzazione del processo penale. Si pretende di mandare in esercizio i moduli più complessi ed estesi di un applicativo informatico (APP) senza che lo stesso sia stato efficacemente testato presso gli uffici, e tanto pur sinora essendosi registrati di continuo numerosissimi malfunzionamenti”. Ad affermarlo è una nota della Giunta esecutiva centrale dell’Associazione nazionale magistrati.

“Malgrado le numerose criticità rilevate da pressoché tutti gli uffici chiamati alla sperimentazione del sistema – prosegue la nota – si è altresì proceduto non prendendo in adeguata considerazione la scarsità di risorse e di infrastrutture tecnologiche che consentano ai Tribunali di celebrare efficacemente i processi  per il tramite delle tecnologie digitali. Si agisce come se gli uffici fossero stati, tutti e da tempo, dotati di postazioni pc con accesso ad APP, nelle aule d’udienza e nelle camere di consiglio. Si opera come se il personale amministrativo e giudiziario fosse stato dotato di una idonea struttura di assistenza per la immediata gestione delle criticità.  E tali rilievi sono del resto soltanto alcuni di quelli recentemente formulati dal CSM nelle sue considerazioni, di cui il Ministero ha tenuto conto in minima parte. Nulla di nuovo sotto il sole”.

“Già in queste due prime giornate di avvio – sottolinea la Giunta – numerosissime in tutt’Italia sono state le segnalazioni di errori di sistema. Ci si chiede cosa avverrà a partire dal prossimo 7 gennaio, quando in modo più consistente, riprenderanno le udienze del dibattimento penale in tutti i Tribunali. A partire da quel momento, le criticità già profilatesi incideranno negativamente sulle attività giudiziarie per le quali non è stata preservata la temporanea possibilità di proseguire con il sistema di deposito a doppio binario. Che ne sarà della gestione di una udienza dibattimentale, di una richiesta di patteggiamento o di una lista testimoniale, qualora il sistema di deposito telematico non funzionasse?”.

“Anche per il tanto atteso Processo Penale Telematico si deve allora constatare una grave carenza di risorse e di strategie organizzative, con le inevitabili conseguenze sull’efficienza del servizio giustizia. Eppure i segnali di allarme erano stati lanciati da tempo, dalla magistratura associata e dal CSM, che per tempo si erano posti nella prospettiva di evidenziare lacune e criticità, e ciò proprio al fine di realizzare la massima efficienza possibile con una compiuta digitalizzazione del processo penale. Ma tali segnalazioni, tese alla leale collaborazione in vista di un obiettivo da tutti condiviso, sono rimaste inascoltate. Tutto si potrà dire meno che non si tratti di un fallimento annunciato”, conclude la Giunta.

I primi 4 paradisi fiscali al mondo sono UE. Almeno 10 miliardi l’anno sottratti al nostro fisco

Ogni volta che si parla di paradisi fiscali, ci viene subito in mente qualche isola sperduta nei Caraibi. In realtà sono micro-Stati molto più vicini a noi di quanto pensiamo; i più importanti sono praticamente dietro l’angolo. Secondo uno studio recente del World Inequality Lab, i primi cinque paradisi fiscali al mondo sono il Principato di Monaco, il Granducato del Lussemburgo, il Liechtenstein e le Channel Islands che sono situate nel canale della Manica. Solo al quinto posto troviamo le Bermuda, che sono l’unico paradiso fiscale non europeo di questa black list. Questi posti hanno pochissimi abitanti, ma vantano redditi pro capite che non hanno eguali nel resto del mondo. A segnalarlo è l’Ufficio studi della CGIA.

  • Super-ricchi italiani e multinazionali che operano nel nostro Paese sono presenti soprattutto a Montecarlo e in Lussemburgo

Siano essi persone fisiche o società, molti contribuenti italiani si sono trasferiti in particolare a Montecarlo e in Lussemburgo. Infatti, circa 8mila connazionali hanno deciso di trasferire la residenza nel Principato di Monaco per via delle tasse zero sul reddito e sugli immobili. Tra questi ci sono grandi imprenditori, sportivi e celebrità dello spettacolo. In Lussemburgo, invece, possiamo trovare ben sei banche del nostro Paese, una cinquantina di fondi d’investimento, vari istituti assicurativi e molte multinazionali italiane e straniere che operano nel nostro territorio. Si stima che grazie ai super-ricchi con la residenza all’estero, alle manovre borderline delle multinazionali e dei grandi gruppi industriali che si rifugiano nei paradisi fiscali di tutto il mondo, ogni anno “sfuggono” all’erario italiano circa 10 miliardi di euro.

  • Si restringe la base imponibile, siamo tutti più poveri

Quando questi elusori fanno profitti miliardari senza pagare le tasse nel nostro Paese, non fanno altro che impoverirci. Le multinazionali, ad esempio, usufruiscono delle nostre infrastrutture materiali (porti, aeroporti, strade, ferrovie), ricorrono a quelle sociali (giustizia, sanità, scuola, università), sfruttano quelle immateriali (reti informatiche), senza però contribuire con le tasse come dovrebbero. Non solo. Spesso per insediarsi in Italia queste holding usufruiscono di agevolazioni/incentivi pubblici e quando sono in difficoltà e devono affrontare situazioni di riorganizzazione aziendale ricorrono a piene mani alle indennità erogate dall’Inps che, molto spesso, solo in minima parte sono state compensate dai contributi versati da questi giganti industriali.

Tutto ciò fa diminuire la base imponibile su cui si applicano le aliquote fiscali e conseguentemente anche il gettito che finisce nelle casse dell’erario. Risultato? Le disuguaglianze aumentano e la povertà cresce; gli altri contribuenti devono pagare di più per servizi spesso insoddisfacenti. Se invece tutti pagassero ciò che devono, lo Stato incasserebbe di più e la maggior parte dei cittadini pagherebbe meno: avremmo così maggiori risorse per aiutare chi è in difficoltà e potremmo ottenere una giustizia sociale migliore.

  • In Italia le big tech pagano poche tasse

Secondo l’Area Studi di Mediobanca, nel 2022 le società controllate dalle prime 25 multinazionali del web presenti in Italia hanno fatturato  ben 9,3 miliardi, ma hanno pagato all’erario solo 206 milioni di euro di imposte. Purtroppo, non ci sono altre statistiche in grado di dimensionare il gettito fiscale versato dall’intero universo delle multinazionali presenti nel nostro Paese. L’unico dato aggiuntivo in grado di fotografare con una maggiore precisone queste realtà è di fonte Istat: il numero delle multinazionali estere presenti in Italia attraverso delle società controllate ammonta a 18.434.

  • E’ arrivata la Global minimum tax, anche se non in tutta UE

Per contrastare quei paesi che applicano alle big company politiche fiscali compiacenti, dal 2024 è entrata in vigore la Global minimum tax (Gmt). Secondo il dossier curato dal Servizio Bilancio dello Stato della Camera, il gettito previsto dalla sola applicazione dell’aliquota del 15 per cento sulle multinazionali sarà molto contenuto. Si stima che nel 2025 il nostro erario incasserà 381,3 milioni di euro, nel 2026 427,9 e nel 2027 raggiungerà i 432,5. Nel 2033, ultimo anno in cui nel documento si stimano le entrate, le stesse dovrebbero sfiorare i 500 milioni di euro. L’anno scorso la Gmt ha interessato 19 paesi UE: Spagna e Polonia, invece, l’applicheranno da quest’anno, mentre Estonia, Lettonia, Lituania, e Malta hanno ottenuto una proroga sino al 2030. Cipro e Portogallo, infine, sono chiamate a rispondere alla sollecitazione giunta da Bruxelles che ha recapitato loro una lettera di messa in mora. Appare evidente che per le grandi holding presenti nei in UE rimane ancora la possibilità, almeno per i prossimi cinque/sei anni, di spostare parte degli utili in alcuni paesi membri dove la tassazione continua essere molto favorevole.

  • Quasi la metà del fatturato in Italia è prodotto dalle multinazionali

A fronte di oltre 17,6 milioni di addetti presenti nel nostro Paese, gli occupati nelle multinazionali (siano esse estere o italiane) sono 3,5 milioni, pari al 20 per cento del totale. A livello territoriale tale quota sul totale occupati regionali sale al 24,4 in Emilia Romagna, al 25,1 in Friuli Venezia Giulia, al 25,3 in Piemonte e al 27 per cento in Lombardia. Se, invece, parliamo di fatturato, il dato annuo riferito all’intero sistema produttivo del nostro Paese è di 4.322 miliardi di euro, mentre la quota riconducibile alle big company è di 1.975 miliardi di euro. Ciò vuol dire che quasi la metà del fatturato prodotto dalle imprese private nel nostro Paese, per la precisone il 45,7 per cento, è ascrivibile alle nostre multinazionali o a quelle estere che hanno delle società controllate che operano in Italia. Su base regionale, tale dato aumenta al 49,8 in Friuli Venezia Giulia, al 51,8 per cento in Liguria, al 52,6 per cento in Lombardia e addirittura al 66,9 per cento nel Lazio. Come dicevamo più sopra, il numero delle multinazionali estere attive in Italia attraverso delle società controllate ammonta a 18.434, ma non ci sono dati statistici in grado di dirci quante sono le multinazionali italiane. Gli unici dati disponibili sono riferiti alle unità locali. Ebbene, in Italia tra le multinazionali estere e quelle tricolori le unità locali sono complessivamente 140.845 (pari al 2,8 per cento del totale nazionale). Di queste, 58.228 sono estere (41,3 per cento del totale) e 82.617 italiane (58,6 per cento del totale). Il numero totale delle unità locali presenti in Italia è di 4,9 milioni; pertanto, l’incidenza delle multinazionali sul totale nazionale è pari al 2,8 per cento. A livello territoriale, infine, in Piemonte il 3,7 per cento delle unità locali è riconducibile a queste grandi holding, nella Provincia Autonoma di Bolzano il 4,1, in Lombardia il 4,2 e in Friuli Venezia Giulia – che possiede il record nazionale – la quota è del 4,4 per cento.

  • Breve considerazione su elusori ed evasori

Facciamo una breve riflessione sulla differenza tra elusori ed evasori fiscali: non possiamo ignorare il fatto che entrambi, nel rispetto di quanto previsto dalla legge, vanno contrastati. Ma c’è una sottile distinzione da fare. Gli elusori “scappano” con i soldi all’estero aggirando il fisco, mentre gli evasori magari non pagano quanto dovrebbero, ma, nella maggior parte dei casi, spendono gran parte dei soldi non versati allo Stato qui da noi. Certo, questo non giustifica per alcun motivo il loro comportamento, perché evadere è comunque un reato. Tuttavia, moralmente parlando, è sicuramente più accettabile rispetto a chi decide di fuggire, ad esempio, nei Paesi off-shore; entrambi, comunque, restano comportamenti sbagliati, riprovevoli e inaccettabili che a lungo andare minano la coesione sociale di un Paese.

  • Quando un Paese è considerato un paradiso fiscale

Le caratteristiche dei Paesi black list, da considerarsi come paradisi fiscali, sono state definite dall’OCSE già nel 1998, in occasione della pubblicazione del rapporto “Harmful Tax Competition – An Emerging Global Issue”, nei seguenti punti:

  • sostanziale mancanza di imposte sui redditi delle imprese costituite nei propri territori;
  • assenza, all’interno dei rispettivi ordinamenti giuridici, dell’obbligo per le società ivi costituite di svolgere un’affettiva attività d’impresa nei relativi territori;
  • poca trasparenza del sistema legislativo e amministrativo, che consente a determinati soggetti di beneficiare di privilegi in termini di ridotta tassazione dei redditi;
  • assenza di alcun meccanismo di scambio delle informazioni fiscali tra tali Paesi e gli altri Stati finalizzato a garantire la potestà impositiva di questi ultimi e a combattere i fenomeni di evasione ed elusione fiscale internazionale.

Praticanti abilitati: possono sostituire il dominus negli interrogatori e perquisizioni?

Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati (COA) di Paola ha richiesto un parere sulla possibilità per un praticante avvocato abilitato di sostituire il proprio dominus durante interrogatori davanti alla polizia giudiziaria e nel corso di perquisizioni, nei casi in cui il dominus sia già stato nominato.

Il Consiglio Nazionale Forense (CNF), attraverso il parere n. 47 del 9 ottobre 2024, ha risposto facendo riferimento all’articolo 41, comma 12, della legge n. 247/12. Tale norma prevede che il praticante avvocato, dopo sei mesi dall’iscrizione nel registro dei praticanti e purché in possesso della laurea in giurisprudenza, possa svolgere attività professionale in sostituzione del proprio dominus. Tuttavia, tale facoltà è limitata a specifici ambiti di competenza: procedimenti dinanzi al giudice di pace, reati contravvenzionali e quelli che in passato rientravano nella competenza del pretore.

Secondo il CNF, le attività oggetto del quesito rientrano nella nozione di “attività professionale” prevista dalla normativa. Pertanto, qualora gli interrogatori o le perquisizioni siano legati a procedimenti compresi negli ambiti di competenza definiti dall’articolo 41, comma 12, e vi sia il controllo del dominus, il praticante abilitato può effettivamente svolgere tali mansioni.

Apple paga 95 milioni di dollari per risolvere causa su Siri: privacy sotto accusa

Apple ha accettato di pagare 95 milioni di dollari per chiudere una causa legale che accusava Siri, il celebre assistente digitale del colosso tecnologico, di ascoltare conversazioni private degli utenti. L’accordo, che dovrà essere approvato da un giudice per essere finalizzato, include anche l’impegno da parte dell’azienda di confermare l’eliminazione delle registrazioni effettuate in maniera non autorizzata.

“Apple ha sempre negato e continua a negare qualsiasi presunto illecito e responsabilità”, si legge nella proposta di accordo presentata dal gigante di Cupertino.

La vicenda ha avuto origine cinque anni fa, con una class action che denunciava l’attivazione involontaria di Siri su dispositivi come iPhone, iPad e HomePod. Secondo l’accusa, le conversazioni catturate sarebbero state non solo raccolte da Apple, ma in alcuni casi condivise con terze parti, violando così la privacy degli utenti.

Non è la prima volta che un colosso tecnologico finisce nel mirino per questioni di privacy. Nel 2023, Amazon ha accettato di pagare oltre 30 milioni di dollari alla Federal Trade Commission degli Stati Uniti per risolvere una disputa simile riguardante l’assistente digitale Alexa e le telecamere Ring Doorbell.

Con questo accordo, Apple chiude un capitolo spinoso legato alla gestione dei dati degli utenti, ma il caso solleva nuovamente interrogativi sull’equilibrio tra tecnologia e tutela della privacy.

Al via il progetto ‘PintoPaga’, azzeramento dell’arretrato e risparmio stimato di 60 milioni

Roma, 2 gennaio 2025 – Con l’approvazione della Manovra 2025 prende ufficialmente il via il progetto ‘PintoPaga’, che punta ad azzerare in due anni (da gennaio 2025 a dicembre 2026) l’arretrato relativo alla liquidazione degli indennizzi dovuti dall’Italia a titolo di equa riparazione e previsti dalla Legge Pinto (legge 24 marzo 2001, n. 89) per il mancato rispetto del ‘termine ragionevole’ dei processi.

La nuova normativa approvata con la legge di Bilancio (art. 1, commi da 817 a 821, della legge 30 dicembre 2024, n. 207) consentirà anche la piena attuazione della Convenzione stipulata dal Ministero della Giustizia con la Formez Pa, società in house della Presidenza del Consiglio, per il reclutamento di nuovo personale addetto alla liquidazione delle somme attribuite ai richiedenti dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

La dotazione organica dell’Ufficio I della Direzione Generale Affari Giuridici e Legali, attualmente composta di 15 unità già impiegate nella procedura, sarà incrementata con l’assunzione a tempo determinato di ulteriori 59 addetti, entro la fine del mese di gennaio 2025. Grazie alla forza lavoro aggiuntiva si potrà far fronte all’estensione della lavorazione dei decreti pendenti (anni dal 2015 al 2022) sulla piattaforma SIAMM PINTO DIGITALE, già in uso per le decisioni emesse dal 2023, di competenza delle Corti d’Appello.

Il costo finale della Convenzione, quantificato in 5 milioni di euro, porterà ad un risparmio di circa 60 milioni – secondo una stima prudente – per gli esborsi che sarebbero dovuti dall’Erario a titolo di interessi per ritardato pagamento degli indennizzi o di spese per i giudizi di esecuzione o di ottemperanza intentati nei confronti dell’Amministrazione dai beneficiari/creditori.

Per accedere alla nuova procedura sulla piattaforma informatica, l’unico onere richiesto ai creditori è di inoltrare nuovamente per via telematica la richiesta di liquidazione, con tutta la documentazione necessaria a verificare l’attualità delle pretese e la regolarità delle dichiarazioni rese dagli interessati.

Processo penale telematico, proroga del regime del “doppio binario”

Roma, 31 dicembre 2024 – E’ stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 30 dicembre 2024, n. 304, il Regolamento 27 dicembre 2024, n. 206, che modifica i termini del deposito degli atti previsti dalla cd Riforma Cartabia sul processo penale telematico (decreto ministeriale 23 dicembre 2023, n. 217).

Il provvedimento, a firma del ministro della Giustizia Carlo Nordio, introduce una disciplina transitoria che proroga – in successive fasi temporali – il regime del “doppio binario” (analogico e telematico) per il deposito degli atti dei soggetti “interni” ed “esterni” negli uffici giudiziari penali.

Nuove regole per il deposito degli atti penali: obblighi, eccezioni e opzioni facoltative dal 1° gennaio 2025

Pubblicato nella notte, il Decreto che modifica l’articolo 3 del D.M. 217/2023 introduce importanti cambiamenti per gli avvocati in materia di deposito degli atti penali. Le novità, operative da domani 1 gennaio 2025, prevedono un maggiore ricorso al portale telematico, con alcune eccezioni e possibilità facoltative.

Deposito obbligatorio al portale
A partire dal 1° gennaio 2025, sarà obbligatorio utilizzare il portale per il deposito di tutti gli atti destinati a:

  • Procura della Repubblica (compresa la Procura Europea);
  • Tribunale (inclusi GIP e GUP);
  • Procura generale, limitatamente ai procedimenti di avocazione.

Eccezioni al deposito obbligatorio
Fino a date specifiche, sarà consentito il deposito non telematico (tramite PEC o in forma cartacea) per alcune tipologie di atti:

  • Fino al 31 dicembre 2025: Atti destinati al Tribunale (inclusi GIP e GUP) relativi a:
    a) Procedimenti di misure cautelari (Libro IV del codice di procedura penale);
    b) Impugnazioni in materia di sequestro probatorio.
  • Fino al 31 marzo 2025: Atti relativi ai riti abbreviato, direttissimo e immediato destinati al Tribunale (inclusi GIP e GUP).

    Nota: Il portale resta obbligatorio per atti destinati alla Procura per questi riti.

Deposito facoltativo al portale
Sino al 31 dicembre 2026, sarà possibile depositare anche tramite il portale (mantenendo quindi le opzioni cartacea e PEC) gli atti destinati a:

  • Giudice di pace;
  • Corte d’appello;
  • Procura generale.

Inoltre, sempre entro la stessa scadenza, sarà possibile il deposito anche al portale per gli atti destinati a:

  • Tribunale e Procura per i minorenni;
  • Magistrato e Tribunale di sorveglianza;
  • Corte di Cassazione e Procura generale presso la Cassazione.
    Tale possibilità è subordinata all’attestazione di funzionalità da parte del DGSIA.

Esclusioni dal portale
Restano escluse dall’obbligo del portale le seguenti categorie di procedimenti:

  • Misure di prevenzione;
  • Procedimenti disciplinati dai Libri X e XI del codice di procedura penale.

L’Intelligenza artificiale cresce, ma resta una sfida per le imprese italiane

Nonostante i progressi tecnologici e l’attenzione mediatica, l’Intelligenza artificiale (IA) non ha ancora trovato una diffusione capillare tra le imprese italiane. Nel 2024, solo l’11,4% delle aziende ha integrato l’IA nel proprio patrimonio tecnologico, un dato in crescita rispetto al 2021 ma ancora lontano da una piena adozione. Lo rivela un’analisi di Unioncamere e Dintec basata sui dati dell’Osservatorio Punti Impresa Digitale delle Camere di commercio.

Nel frattempo, le imprese italiane hanno concentrato gli investimenti in altre tecnologie, come il Cloud, i sistemi di pagamento digitali e la cybersicurezza. Tuttavia, l’IA è destinata a diventare centrale nei programmi futuri: tra il 2025 e il 2027, quasi il 19% delle aziende intende puntare su questa tecnologia, che balza al primo posto tra le priorità strategiche.

Un’adozione territoriale e settoriale non omogenea
L’adozione dell’IA in Italia non è uniforme e presenta una netta prevalenza nel Centro-Nord. Il 68% delle imprese che già la utilizzano si trova in Lombardia, Piemonte, Lazio, Emilia-Romagna e Veneto. Tra le città più avanzate spiccano Milano, Roma, Torino, Verona e Reggio Emilia.

A livello settoriale, la maggior parte delle imprese che ha integrato l’IA opera nel comparto dei servizi, evidenziando un orientamento verso l’innovazione soprattutto nelle attività legate al digitale e alla gestione dati.

Uno sguardo al futuro
Nonostante i numeri attuali, il panorama appare promettente. L’interesse crescente verso l’IA dimostra che il sistema produttivo italiano sta prendendo consapevolezza del potenziale strategico di questa tecnologia. Con un aumento degli investimenti e una diffusione più equilibrata tra i territori, l’IA potrebbe diventare un elemento chiave per la competitività delle imprese italiane nei prossimi anni.

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