Compenso dell’avvocato: le riduzioni massime sono inderogabili

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 4704 del 22 febbraio 2025, ha ribadito che i valori medi stabiliti per la liquidazione del compenso dell’avvocato “possono essere diminuiti in ogni caso non oltre il 50 per cento”. Tale principio si applica anche nel contenzioso tributario, imponendo ai giudici di rispettare il limite minimo previsto dal D.M. 55/2014, come modificato dal D.M. 37/2018.

Il caso

La vicenda trae origine da un ricorso in Cassazione contro una sentenza tributaria di secondo grado che aveva compensato le spese di giudizio, nonostante la soccombenza dell’Agenzia delle Entrate. Il ricorrente contestava inoltre la quantificazione delle spese legali, ritenendo che la Commissione tributaria regionale le avesse liquidate al di sotto dei minimi tariffari previsti, senza fornire una motivazione adeguata.

La decisione della Cassazione

Accogliendo il ricorso, la Cassazione ha ribadito che, in base all’art. 4, comma 1, del D.M. 55/2014, così come modificato dal D.M. 37/2018, il giudice può esercitare un margine di discrezionalità nella liquidazione del compenso, ma senza scendere oltre il 50% dei valori medi stabiliti nelle tabelle allegate al decreto ministeriale.

La Suprema Corte ha inoltre chiarito che tale limite è stato introdotto per garantire trasparenza e uniformità nella determinazione dei compensi professionali. Di conseguenza, il giudice non può derogare a questa soglia, salvo specifici accordi tra le parti.

Infine, la Cassazione ha escluso l’applicabilità dell’art. 91, quarto comma, c.p.c., al processo tributario, confermando che il valore della causa non rappresenta un tetto massimo per la liquidazione delle spese legali. Alla luce di tali principi, la sentenza impugnata è stata cassata e le spese dei giudizi di merito sono state rideterminate nel rispetto dei limiti tariffari.

Estensione competenze Magistratura onoraria, UNCC: “Accolte le nostre richieste, proposta proroga al 2026

L’Unione Nazionale delle Camere Civili accoglie con soddisfazione la decisione del Ministero della Giustizia di proporre una proroga al 30 giugno 2026 per l’ampliamento delle nuove competenze della Magistratura onoraria di pace. Tale misura si pone come indispensabile per garantire la continuità ed efficienza del sistema giustizia, considerato l’attuale stato di emergenza in cui versano molti Uffici del Giudice di Pace.
Già un mese fa, l’UNCC aveva manifestato con determinazione al Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, la necessità di un intervento urgente che prevedesse proprio tale proroga, al fine di tutelare l’attività giudiziaria e garantire ai cittadini l’accesso a una giustizia tempestiva ed efficace. Durante l’incontro con il Ministro, l’UNCC aveva illustrato la situazione critica in cui si trovano attualmente gli Uffici del Giudice di Pace, sottolineando come la scopertura dell’organico, attualmente attestata al 65% delle 3.471 unità previste, rischiasse di compromettere irrimediabilmente il buon funzionamento della giustizia di prossimità.
La proroga fino al 30 giugno 2026 rappresenta quindi un passo fondamentale per consentire il completamento del percorso di rafforzamento della Magistratura onoraria e delle necessarie procedure di reclutamento.
L’UNCC proseguirà nel suo impegno costante per la tutela dei diritti dei cittadini ed il rafforzamento della giustizia di prossimità, consapevole dell’importanza fondamentale che gli Uffici del Giudice di Pace rivestono nell’intero sistema giudiziario italiano.

Intercettazioni, De Chiara (ANM): “Da riforma rischio sacche immunità”

“Dopo l’abolizione del reato di abuso di ufficio, la nuova disciplina sulle intercettazioni determina il rischio di creare ulteriori sacche di impunità. Non si è dato alcun rilievo al dato esperienziale in base al quale, nel periodo prossimo alla commissione del reato, i soggetti che delinquono fanno un uso sempre più accorto del mezzo telefonico o utilizzano strumenti di comunicazione più sofisticati. Limitando la durata delle intercettazioni a 45 giorni per tutti i reati comuni, indipendentemente dalla loro gravità, lo Stato rinuncia ad acquisire elementi che possono essere indispensabili per il contrasto ai reati contro soggetti vulnerabili ed ai reati contro la pubblica amministrazione”. Così il vicepresidente dell’Associazione nazionale magistrati Marcello De Chiara.

Femminicidio e risposte legislative: perché l’inasprimento delle pene non basta

Pubblichiamo di seguito la nota dell’Unione Nazionale Camere Penali

Nel 2024 che si è appena concluso abbiamo contato 109 donne uccise per mano di uomo: il fenomeno del cosiddetto femminicidio è una piaga che investe la nostra società (e non solo) contro la quale da tempo si cerca di porre rimedio. Ma il rimedio, e lo diciamo da tempo, non può essere l’inasprimento della risposta sanzionatoria, perché totalmente inefficace.

Poche cose infatti sono certe in materia di repressione di fenomeni criminali: una di queste, comprovata da granitico spessore statistico, è che l’inasprimento della sanzione non determina alcuna limitazione del numero dei reati.

I dati sono evidenti e lo dimostrano.

Ci cono interi studi volti a dimostrare come prima e dopo l’introduzione della pena di morte negli Stati Uniti, solo per fare un esempio, il numero dei reati sia rimasto pressoché indifferente a tale terribile minaccia di sanzione.

Inasprire la pena non ha mai avuto un effetto deterrente.

Non v’è dubbio, al contrario, che, ove un fenomeno criminale – come nel caso di specie- trovi fondamento in atavici retaggi culturali, sia necessario agire sulle radici del problema fornendo e introducendo nel contesto socioeconomico nuovi canoni di relazione all’interno dei rapporti sociali.

Unicamente tale strada virtuosa può fornire risultati duraturi, ma questo percorso necessita di professionalità, denaro, dedizione e, come tutte le iniziative serie, per dare risultati, richiede del tempo. È necessario investire con seri e strutturati sistemi di prevenzione, a partire dall’educazione nelle scuole.

Tutto questo, però, ha un costo in termini di risorse, mentre scrivere nuove norme, spesso, non richiede investimenti economici, come nel caso in esame, ma consente di ottenere grande riscontro mediatico.

La norma varata dal CdM va unicamente nell’ultima direzione indicata: una novella legislativa volta a soddisfare unicamente le “grida” di manzoniana memoria, uno “spot” privo di ogni reale efficacia sul fenomeno da contrastare, ma unicamente volto a raccogliere facile consenso.

La nuova ipotesi di reato non introduce nulla rispetto a fatti che già oggi, ricorrendo determinate circostanze, possono essere sanzionati con la pena dell’ergastolo, ma non solo: la nuova norma scardina ogni principio di legalità.

Secondo il nostro ordinamento, infatti, il precetto e quindi il presupposto della sanzione, deve essere perfettamente individuabile, in tutte le sue sfumature, in virtù del principio di tassatività della fattispecie penale.

Secondo il nostro ordinamento oggetto di una sanzione devono essere i fatti e non certo le intenzioni.

Non si comprende come sia possibile conciliare tali principi con ipotesi normative ove si indica “quando il fatto è commesso come atto di odio verso la persona offesa in quanto donna”. Come sarà possibile accertare questo “odio” misogino, nel contesto di un processo penale? Come se fosse possibile concepire una spregevole azione omicidiaria caratterizzata da sentimenti di amicizia e di amore.

Ed ancora, il nostro ordinamento si fonda sul principio costituzionale di uguaglianza che considera tutti i cittadini uguali dinanzi alla legge senza distinzioni di sesso (art. 3 Cost.). Riconoscere una tutela speciale alle donne, ma escludere altre categorie che subiscono violenza per altri fattori di odio e discriminazione viola tale principio.

E allora torniamo a sostenere con forza che la violenza di genere è un fenomeno gravissimo e complesso che merita un intervento efficace di tipo culturale e rispettoso della Costituzione.

Questo disegno di legge, invece, è un ostacolo rispetto al percorso finalizzato a realizzare una società più equa, paritaria e inclusiva, costruita insieme da uomini e donne.

Roma, 11 marzo 2025

La Giunta
L’Osservatorio Doppio Binario e Giusto Processo
L’Osservatorio Pari Opportunità

Giustizia tributaria 2024: più ricorsi, ma tempi di definizione in calo

Il 2024 segna un cambiamento importante nel sistema della giustizia tributaria, con un aumento significativo dei ricorsi e una riduzione dei tempi di definizione. Durante la cerimonia di inaugurazione dell’Anno Giudiziario tributario, tenutasi ieri alla Camera dei deputati, la presidente del Consiglio di presidenza della Giustizia Tributaria, Carolina Lussana, ha presentato i numeri che caratterizzano l’andamento del contenzioso fiscale.

Un anno di crescita per il contenzioso tributario
Alla fine del 2024, i ricorsi pendenti sono aumentati del 2,5%, portando il totale a 259.453 cause. Le nuove cause pervenute durante l’anno sono state 224.725, di cui 182.112 nelle Corti di primo grado e 42.613 in quelle di secondo grado. Il valore complessivo delle controversie è salito a circa 23,7 miliardi di euro, mentre sono stati definiti 218.384 ricorsi per un valore di 25,97 miliardi.

Lussana ha sottolineato come, nelle Corti di primo grado, ben il 57,8% dei ricorsi definiti riguardi controversie di valore inferiore ai 5.000 euro, mentre solo l’1,2% superi il milione di euro. Per le Corti di secondo grado, la distribuzione è simile. Nonostante l’aumento dei ricorsi, il clearance rate ha visto ottimi risultati: 90,5% per il primo grado e addirittura 125,6% per il secondo grado. Un dato che conferma l’efficacia del sistema, capace di smaltire il contenzioso in maniera veloce ed efficiente.

Tempi di definizione in calo: un segnale positivo
Un altro dato positivo riguarda i tempi di definizione dei ricorsi, che continuano a ridursi. Nel 2024, il tempo medio per chiudere un ricorso in primo grado è stato di 373 giorni, mentre per il secondo grado si è attestato a 947 giorni. Un risultato che conferma i progressi compiuti nella gestione e risoluzione dei casi.

Inoltre, ogni giudice tributario di primo grado ha definito in media 110 ricorsi, per un totale di circa 2.086 giudici, 1.518 dei quali in primo grado e 568 in secondo grado.

La giustizia tributaria e la lotta all’evasione
Lussana ha anche ricordato come la giustizia tributaria abbia avuto un ruolo fondamentale nella lotta all’evasione fiscale, contribuendo al recupero di somme ingenti per il bilancio dello Stato. Nonostante l’aumento dei ricorsi, l’efficienza del sistema è chiara, così come la capacità di smaltire il contenzioso fiscale.

Il futuro della giustizia tributaria: attenzione alla riforma della geografia giudiziaria
Uno degli aspetti più discussi della cerimonia è stata la richiesta di gradualità nella riforma della geografia giudiziaria, una proposta che riguarda la revisione della distribuzione territoriale delle Corti tributarie. Il governo, infatti, prevede di rivedere questa geografia nell’ambito della delega fiscale, ma Lussana ha sottolineato la necessità di procedere con cautela. Per la presidente, ogni progetto di riforma deve prevedere un ampio intervento legislativo, finalizzato a garantire l’efficienza del sistema e l’accessibilità della giustizia per tutti.

Le dichiarazioni di Margherita Cassano e Giancarlo Giorgetti
Il tema della rottamazione delle cartelle esattoriali è stato affrontato anche dalla presidente della Cassazione, Margherita Cassano, che ha sottolineato l’importanza di un chiarimento sulle ricadute della rottamazione sul contenzioso. Secondo Cassano, sarebbe necessario un intervento legislativo per evitare la dilatazione dei tempi, che potrebbe compromettere gli obiettivi del Pnrr in campo civile.

Anche il Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha parlato della necessità di una riforma della giustizia tributaria, che preveda una riorganizzazione delle Corti tributarie, tenendo conto delle peculiarità del territorio, del numero di abitanti e degli enti dedicati alla riscossione.

Un anno di sfide e opportunità per la giustizia tributaria
Il 2024 si prospetta come un anno di importanti sfide e opportunità per la giustizia tributaria. L’attenzione alla riforma della geografia giudiziaria, l’efficienza del sistema e la lotta all’evasione fiscale rimangono al centro del dibattito, con l’obiettivo di garantire una giustizia sempre più accessibile e pronta a rispondere alle necessità del sistema Paese.

La riforma della geografia giudiziaria: meno tribunali, meno cause?

La chiusura di tribunali e sezioni distaccate, avviata tra il 2013 e il 2014 con l’obiettivo di migliorare la produttività della giustizia civile, ha avuto un impatto significativo sulla domanda di giustizia. Secondo lo studio “Gli effetti della riforma della geografia giudiziaria sul funzionamento della giustizia civile”, condotto da Bankitalia in collaborazione con la London School of Economics, la riduzione del numero di uffici giudiziari ha comportato un calo dei contenziosi del 6,4% nei tribunali accorpati e del 5,1% nelle sezioni distaccate soppresse.

La distanza incide sulla domanda di giustizia

L’analisi suggerisce che l’aumento della distanza dai tribunali abbia disincentivato l’avvio di nuove cause, soprattutto in materie dove il ricorso alla giustizia non è obbligato, come la responsabilità extracontrattuale (ad esempio, incidenti stradali) e le controversie sulla proprietà (come le liti condominiali). Al contrario, non si sono registrate variazioni significative per cause in ambito familiare (divorzi, separazioni) o per le crisi d’impresa, dove l’intervento del giudice è spesso necessario.

Prima della riforma, le sezioni distaccate erano in media a 8 km di distanza dai cittadini e i tribunali a 13 km. Dopo la riorganizzazione, la distanza media è salita a 14 km, con un aumento della popolazione che si trova a più di 20 km dal tribunale (dal 9% al 21%). Lo studio stima che 5 km in più di distanza riducano la domanda di giustizia di circa 6%.

Meno tribunali, giustizia più veloce?

Nonostante il calo delle liti, la riforma ha portato anche benefici in termini di efficienza. Nei tribunali coinvolti, il numero di procedimenti definiti è aumentato del 5% e il disposition time (tempo necessario per la conclusione di una causa) si è ridotto della stessa percentuale. La maggiore dimensione degli uffici giudiziari ha permesso di ottenere economie di scala e una maggiore specializzazione dei magistrati.

Tuttavia, lo studio sottolinea anche i rischi di accorpamenti eccessivi: quando la dimensione di un tribunale diventa troppo grande, possono emergere problemi di congestione e difficoltà di accesso per i cittadini, con un effetto opposto a quello desiderato.

Un bilancio tra costi e benefici

Nel complesso, gli autori dello studio ritengono che i benefici della riforma superino i costi, ma evidenziano la necessità di alcune condizioni per massimizzare gli effetti positivi. Tra queste, una maggiore integrazione digitale e interoperabilità tra gli uffici giudiziari, per evitare ritardi dovuti alla trasmissione dei fascicoli dai tribunali soppressi a quelli accorpanti.

La riforma della geografia giudiziaria resta un tema dibattuto: se da un lato ha favorito la velocizzazione della giustizia, dall’altro ha reso più difficile per alcuni cittadini accedere ai tribunali, modificando in modo significativo la domanda di giustizia. Una riflessione che potrebbe riemergere nel dibattito sulle future riforme del settore.

Giustizia digitale in tilt: l’App per il processo penale non funziona

Ancora problemi per l’App del processo penale telematico, che ieri ha registrato malfunzionamenti in gran parte d’Italia. Un disservizio che rallenta la giustizia e penalizza i cittadini, mentre il sistema dovrebbe diventare obbligatorio a breve anche per l’iscrizione delle notizie di reato.

L’Associazione Nazionale Magistrati denuncia l’assenza di investimenti adeguati: “La giustizia ha bisogno di risorse per funzionare, ma il Ministero non sembra considerarlo una priorità”. Un allarme che arriva a pochi giorni dall’entrata in vigore di un sistema che, senza adeguati interventi, rischia di creare più problemi di quanti ne risolva.

L’Europa in ritardo sull’AI: l’allarme del Governatore della Banca d’Italia

L’Europa rischia di perdere il treno dell’intelligenza artificiale e, con esso, la possibilità di restare competitiva nello scenario economico globale. È l’allarme lanciato da Fabio Panetta, Governatore della Banca d’Italia, nel corso della presentazione del libro AI Impact. La cooperazione persone-tecnologie per affrontare le sfide contemporanee, svoltasi presso l’Università Luiss.

Panetta ha sottolineato come i centri di innovazione più avanzati si trovino negli Stati Uniti e in Cina, lasciando l’Europa in una posizione di svantaggio. «Abbiamo già accumulato ritardi significativi. Le Big Tech americane hanno saputo sfruttare al meglio il potenziale di internet, mentre l’Europa ha perso terreno», ha dichiarato.

L’impatto dell’AI sulla produttività e il mercato del lavoro

Secondo il Governatore, l’intelligenza artificiale avrà un impatto profondo sulla produttività del lavoro, soprattutto se utilizzata in combinazione con nuove metodologie di innovazione aziendale. Tuttavia, ha precisato che non sarà l’AI in sé a far scomparire i posti di lavoro, bensì l’incapacità del sistema produttivo di adattarsi ai cambiamenti tecnologici.

«Come sempre, quando si verifica uno shock tecnologico, il suo impatto dipenderà da quanto saremo in grado di cogliere le opportunità offerte dall’innovazione», ha spiegato Panetta. «Dobbiamo preoccuparci di avere lavoratori con le competenze tecniche adeguate e garantire che questi strumenti siano accessibili a tutte le componenti del sistema produttivo».

Due visioni a confronto: quale sarà il vero impatto dell’AI?

Esistono due principali correnti di pensiero sugli effetti dell’intelligenza artificiale sulla produttività. La prima, sostenuta dal premio Nobel per l’Economia 2024, Daron Acemoglu, prevede un impatto limitato, con un aumento della produttività dello 0,66% in dieci anni.

La seconda, che Panetta ritiene più realistica, ipotizza un effetto molto più marcato: un incremento della produttività tra lo 0,7% e l’1,3% annuo. Su un orizzonte di dieci anni, ciò significherebbe un aumento complessivo del 14%, mentre su vent’anni si potrebbe arrivare a un +30%.

L’AI nelle istituzioni e il futuro dell’Europa

Panetta ha poi descritto come l’uso dell’intelligenza artificiale sia già una realtà nelle istituzioni economiche e finanziarie internazionali. «Quando si partecipa a riunioni del G7, G20 o del Financial Stability Board, è necessario analizzare enormi quantità di documenti in tempi ristretti. Fino a qualche anno fa, gli economisti della Banca d’Italia si occupavano di leggere e sintetizzare migliaia di pagine. Oggi utilizziamo l’AI per ottimizzare il processo, pur mantenendo una supervisione umana per la fase strategica e diplomatica».

Il monito del Governatore è chiaro: senza una strategia precisa per l’innovazione, l’Europa rischia di perdere il vantaggio competitivo in settori chiave. Investire in competenze e accessibilità tecnologica sarà essenziale per colmare il divario e sfruttare appieno le potenzialità della rivoluzione digitale.

Incontro Ministero – CNF per Giudici di Pace: “Risorse essenziale per il sistema”

Roma, 12 marzo 2025. Nella giornata di ieri, al Ministero della Giustizia si è tenuto un incontro con il Consiglio Nazionale Forense (CNF) al fine di individuare misure atte a fronteggiare l’emergenza legata agli Uffici del Giudice di Pace. L’obiettivo è collocare in una corretta prospettiva temporale il percorso di ampliamento delle nuove competenze della Magistratura onoraria di pace mediante una proroga al 30 giugno 2026.

Il CNF nel condividere appieno le valutazioni sulla situazione di gravità ed emergenza in cui versano molti Uffici del Giudice di Pace, ha auspicato che le procedure di reclutamento si concludano con la dovuta celerità.

Allo stato, gli Uffici del Giudice di Pace “statali” rappresentano una risorsa essenziale per il sistema giustizia: con una scopertura del 65% rispetto all’organico di 3.471 unità previste, i Giudici onorari di pace definiscono oltre 1 milione di procedimenti civili all’anno, fornendo un contributo imprescindibile anche ai fini del decongestionamento dell’attività dei Tribunali.

Il settore è interessato da una fase di rafforzamento legata alla trasformazione dei rapporti di lavoro degli attuali Giudici onorari di pace che si concluderà nei prossimi mesi. Il Ministero ha dato conferma delle interlocuzioni fattive con il Consiglio Superiore della Magistratura cui spetta in via esclusiva l’attivazione di ulteriori procedure di reclutamento, al fine di colmare tempestivamente le scoperture di organico.

Gratuito patrocinio: compensazione con i contributi previdenziali fino al 30 aprile

Gli avvocati che vantano crediti per spese, diritti e onorari dovuti dallo Stato per il gratuito patrocinio potranno utilizzarli per il pagamento dei contributi previdenziali fino al prossimo 30 aprile 2025. La misura, introdotta con l’art. 1 comma 860 della Legge 197/2022, è il risultato di un’iniziativa promossa da Cassa Forense e dal Consiglio Nazionale Forense, che hanno ottenuto la modifica della normativa previgente (art. 1, comma 778, Legge 208/2015), con l’obiettivo di agevolare gli avvocati nell’incasso delle somme loro spettanti.

Un meccanismo per velocizzare i pagamenti

La compensazione con i contributi previdenziali permette ai legali di evitare lunghi tempi di attesa per il pagamento dei crediti maturati a titolo di gratuito patrocinio, spesso soggetti a ritardi burocratici da parte della Pubblica Amministrazione. Grazie all’accordo raggiunto con il Governo, il tetto annuo disponibile per la compensazione è stato aumentato da 10 milioni a 40 milioni di euro, garantendo un margine finanziario più ampio per i professionisti.

Come funziona la compensazione?

Per usufruire della misura, gli avvocati devono seguire una procedura specifica attraverso la Piattaforma dei Crediti Commerciali (PCC), il sistema informatico gestito dal Ministero dell’Economia e delle Finanze che consente la certificazione dei crediti e la loro successiva compensazione.

Le fasi della procedura

  1. Registrazione sulla Piattaforma PCC:

    • Gli avvocati devono accedere alla piattaforma come liberi professionisti individuali o, in caso di studi associati, autenticarsi come rappresentanti legali.
    • Le credenziali per l’accesso possono essere richieste presso il Funzionario delegato alle spese di giustizia o tramite PEC all’Ufficio Territoriale della Ragioneria dello Stato.
  2. Selezione delle fatture:

    • Nella piattaforma è possibile individuare le fatture elettroniche trasmesse alla Pubblica Amministrazione relative al gratuito patrocinio.
    • Le fatture devono trovarsi nello stato “Ricevuta” o “In Lavorazione” e non devono aver ricevuto pagamenti, neppure parziali.
    • L’opzione di compensazione può essere esercitata attraverso il menu “Autocertificazione Procedura Compensazione”.
  3. Comunicazione e validazione:

    • Una volta inserite le richieste, la piattaforma elabora l’elenco delle fatture e trasmette:
      • all’avvocato, la conferma delle fatture ammesse alla compensazione;
      • all’Agenzia delle Entrate, i dettagli dei crediti compensabili;
      • al Tribunale competente, l’elenco delle fatture in compensazione per evitare doppi pagamenti.

Quali contributi possono essere compensati?

Gli avvocati potranno utilizzare i crediti certificati per coprire i seguenti contributi previdenziali, utilizzando il modello F24WEB tramite Entratel o Fisconline:

  • E100 – Contributo soggettivo minimo
  • E101 – Contributo di maternità
  • E102 – Contributo soggettivo autoliquidazione (Mod. 5)
  • E103 – Contributo integrativo autoliquidazione (Mod. 5)
  • E104 – Riscatto
  • E105 – Integrazione contributo minimo soggettivo (12 mesi)
  • E106 – Interessi integrazione contributo minimo soggettivo
  • E107 – Contributo minimo integrativo

Il codice tributo da indicare nel modello F24 è il 6868 – “Compensazione spese, diritti e onorari di avvocato per gratuito patrocinio – articolo 1, commi da 778 a 780 della L. 208/2015”. Il codice ente per Cassa Forense è 0013.

Le finestre temporali per la compensazione

Il meccanismo di compensazione prevede due finestre annuali:
📌 1° marzo – 30 aprile
📌 1° settembre – 31 ottobre

Si raccomanda di non attendere gli ultimi giorni per l’inserimento delle fatture elettroniche nella piattaforma PCC, poiché la sincronizzazione può richiedere fino a 48 ore.

Un’opportunità per gli avvocati

L’incremento del tetto di compensazione e la possibilità di utilizzare i crediti maturati per coprire i contributi previdenziali rappresentano un’importante opportunità per gli avvocati che operano nel settore del patrocinio a spese dello Stato. La misura consente di ridurre l’impatto economico dei ritardi nei pagamenti da parte della Pubblica Amministrazione, garantendo una maggiore stabilità finanziaria ai professionisti.

📌 Il termine per la prima finestra di compensazione è fissato al 30 aprile 2025.

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