L’intelligenza artificiale generativa al centro di una nuova guerra tecnologica

L’intelligenza artificiale generativa è al centro di una competizione globale senza precedenti, dove innovazione, strategie di mercato e dinamiche geopolitiche si intrecciano in uno scenario in continua evoluzione. Colossi tecnologici come OpenAI, Anthropic, DeepSeek e Alibaba stanno ridefinendo il settore, mentre la crescente rivalità tra aziende occidentali e cinesi porta a scelte strategiche che potrebbero influenzare l’intero ecosistema dell’IA.

Negli ultimi giorni, OpenAI ha avanzato una proposta controversa, esprimendo preoccupazioni sulla sicurezza e sul controllo delle tecnologie IA prodotte in Cina. L’azienda statunitense ha definito la cinese DeepSeek “sovvenzionata” e “controllata dallo Stato”, raccomandando al governo degli Stati Uniti di valutare un divieto sui modelli sviluppati da questa e altre realtà supportate dalla Repubblica Popolare Cinese. Un’escalation che non riguarda solo il progresso tecnologico, ma anche gli equilibri politici e commerciali su scala globale.

Il pericolo di un divieto sui modelli open-source

L’eventuale divieto di modelli open-source come DeepSeek potrebbe rappresentare una svolta critica per il settore. L’IA open-source è stata finora un elemento chiave nella democratizzazione della tecnologia, consentendo a ricercatori, aziende e sviluppatori di tutto il mondo di contribuire ai progressi del settore. Un’azione restrittiva come quella suggerita da OpenAI rischierebbe di soffocare l’innovazione, limitare la concorrenza e rallentare l’evoluzione dell’intelligenza artificiale a livello globale.

La preoccupazione di OpenAI e Anthropic nei confronti di DeepSeek e Alibaba è giustificata dalla rapida adozione di questi modelli, che si pongono come alternative competitive ai loro prodotti proprietari. La natura open-source di DeepSeek e Qwen, il modello sviluppato da Alibaba, consente una diffusione e un adattamento più rapidi, minacciando il dominio delle aziende occidentali nel settore dell’IA generativa. Questo potrebbe portare a un riequilibrio del mercato, favorendo un modello più distribuito e meno centralizzato.

Il rischio di un monopolio nell’IA generativa

Un’altra questione chiave è il rischio di monopolio o duopolio nell’intelligenza artificiale generativa, con OpenAI e Anthropic che detengono gran parte del controllo sul settore. Un simile scenario potrebbe frenare l’innovazione, aumentare i costi per gli utenti e ridurre la qualità dei servizi offerti. Inoltre, il controllo centralizzato sull’IA generativa potrebbe tradursi in un maggiore rischio di abusi, come la manipolazione dell’informazione o un uso invasivo della sorveglianza digitale.

In questo contesto, la posizione di OpenAI, sempre più allineata con le politiche protezionistiche dell’amministrazione Trump e il movimento MAGA, solleva ulteriori interrogativi. Da un lato, un tale schieramento potrebbe rafforzare la sua influenza sul mercato statunitense; dall’altro, rischia di alienare il supporto di comunità scientifiche, governi e aziende favorevoli a un approccio più aperto e collaborativo. Questo potrebbe tradursi in un accesso limitato a mercati strategici come Europa e Canada, dove la regolamentazione sull’IA è orientata alla protezione della privacy e all’innovazione responsabile.

Le risposte di Europa e Canada alla strategia di OpenAI

Se OpenAI proseguisse sulla strada della chiusura verso i modelli open-source, l’Europa e il Canada potrebbero rispondere adottando misure normative più stringenti nei confronti della società americana, promuovendo alternative locali e rafforzando la cooperazione con aziende e governi favorevoli a un ecosistema IA più aperto. Entrambi i blocchi hanno investito significativamente nella creazione di un’intelligenza artificiale etica e trasparente, e vedrebbero un eventuale divieto come una minaccia ai loro principi fondamentali.

Un esempio di questa competizione diretta è DeepSeek-R1, uno dei principali rivali di ChatGPT e GPT-4.5. Grazie a un’architettura avanzata e a prestazioni eccellenti in vari compiti di elaborazione del linguaggio naturale, DeepSeek-R1 si pone come una valida alternativa ai modelli proprietari dominanti. La sua natura open-source lo rende inoltre più flessibile e adattabile alle esigenze di aziende e sviluppatori, aumentando il suo potenziale di diffusione.

Sicurezza e privacy: OpenAI contro i modelli open-source

OpenAI giustifica la propria posizione evidenziando i rischi legati alla privacy e alla sicurezza derivanti dai modelli open-source, sostenendo che questi potrebbero essere utilizzati per attività malevole, dalla diffusione di fake news alla creazione di strumenti di sorveglianza avanzata. Tuttavia, questa argomentazione solleva dubbi: anche i modelli closed-source non sono esenti da rischi, e la loro gestione centralizzata potrebbe aumentare le possibilità di un uso improprio da parte di aziende e governi.

A lungo termine, se OpenAI continuerà a sostenere politiche protezionistiche e restrittive, potrebbe subire un contraccolpo significativo. La chiusura verso il mercato open-source potrebbe danneggiare la sua reputazione, limitare la sua capacità di attrarre talenti e investimenti internazionali e, soprattutto, favorire la nascita di alternative competitive. In uno scenario globale sempre più frammentato, la sfida dell’IA non sarà solo tecnologica, ma anche politica ed economica.

Giustizia e mancata riscossione: miliardi di euro persi ogni anno

Ogni anno in Italia vengono inflitte pene pecuniarie per oltre 800 milioni di euro, ma l’effettivo incasso è fermo a percentuali irrisorie: fino al 2022, solo il 2,9% di queste somme è stato recuperato. A questo si aggiungono i beni sequestrati e confiscati, il cui valore complessivo gestito dal Fondo Unico Giustizia supera i 5 miliardi di euro. Un patrimonio enorme, che però resta in larga parte inutilizzato.

Negli ultimi anni si sono susseguiti studi e proposte, come quella dell’ex presidente della Corte d’Appello di Brescia, Claudio Castelli, e del procuratore generale Guido Rispoli, che evidenziano il problema e avanzano soluzioni per rendere la giustizia una fonte di entrate per il Paese. Tuttavia, è lecito chiedersi perché chi ha avuto ruoli di vertice nel sistema giudiziario non abbia già agito concretamente in questa direzione quando ne aveva la possibilità.

Claudia Ratti: “Le risorse ci sono, ma servono riforme vere per incassarle”
Sulla questione è intervenuta Claudia Ratti, Segretario Generale di Confintesa Funzione Pubblica, che ha criticato l’inerzia del sistema e la tendenza a demandare la gestione di queste entrate a soggetti esterni:

“Non possiamo più limitarci a denunciare il problema senza agire. La giustizia non può continuare a essere un settore che genera entrate sulla carta ma non le incassa. Oggi il recupero dei crediti è affidato a Equitalia Giustizia, le vendite immobiliari a notai, commercialisti e avvocati, mentre il personale giudiziario rimane escluso da queste attività che potrebbero portare risorse al sistema. È ora di smettere di delegare e di mettere in campo soluzioni concrete per trattenere e valorizzare le risorse all’interno della giustizia stessa.”

Secondo Ratti, è necessario superare una visione burocratica e inefficiente della riscossione, investendo in strumenti digitali e in procedure semplificate: “Se vogliamo che la giustizia sia davvero un motore economico, dobbiamo darle i mezzi per funzionare: più efficienza, meno passaggi burocratici e una gestione che metta al centro gli uffici giudiziari, non solo gli esterni.”

Attacco a procuratrice Musti, Nordio: “Magistrata di altissima levatura, gesto ignobile”

Il Ministro delle Giustizia Carlo Nordio esprime profonda solidarietà al procuratore generale della Corte d’Appello di Torino, Lucia Musti, oggetto di una durissima contestazione in un documento anonimo diffuso da N-Pci, Nuovo Partito Comunista Italiano, un comitato clandestino legato ai Carc (Comitati di appoggio alla Resistenza per il comunismo), nel quale viene definita “prezzolata e serva della mafia del Tav”.

“Un grande abbraccio e le mia più profonda solidarietà al Procuratore Musti. Ci troviamo di fronte ad un attacco ignobile e spregevole nei confronti di un magistrato di altissima levatura morale e professionale. Un attacco che risulta anche un profondo vulnus alla democrazia e alle istituzioni stesse”, queste le parole di Nordio.

Corrispondenza tra avvocati: non producibile in giudizio, prevale l’obbligo deontologico

La corrispondenza tra avvocati espressamente qualificata come riservata non può essere prodotta né riferita in giudizio, indipendentemente dal contenuto. Lo stesso vale per le comunicazioni contenenti proposte transattive, anche in assenza di una clausola di riservatezza. A stabilirlo è l’art. 48 del Codice Deontologico Forense, una norma che tutela il corretto svolgimento della professione e che, salvo eccezioni specifiche, prevale persino sul dovere di difesa.

A ribadire questo principio è la sentenza n. 356 del 7 ottobre 2024 del Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Napoli, rel. Palma), che conferma la centralità dell’obbligo deontologico rispetto alle strategie processuali degli avvocati. Un vincolo etico e professionale che rafforza la riservatezza e la lealtà nei rapporti tra colleghi, garantendo la correttezza dell’attività forense.

Custodia cautelare, il piano Nordio: caserme dismesse per i detenuti in attesa di giudizio

Dopo la riforma sulla separazione delle carriere, ora in discussione al Senato, il ministro della Giustizia Carlo Nordio guarda al prossimo obiettivo: cambiare le regole sulla custodia cautelare, che in Italia riguarda un detenuto su quattro. In tutto, sono oltre 15mila le persone in carcere senza una condanna definitiva, di cui quasi 10mila in attesa del primo giudizio.

Una situazione che pesa sull’emergenza sovraffollamento, spingendo il governo a valutare un piano alternativo: trasferire parte di questi detenuti in strutture ad hoc, come caserme militari dismesse o riqualificate, pensate per un regime di detenzione attenuata. L’idea è sul tavolo di via Arenula da mesi e Nordio la considera una priorità.

Il ministro, intervenendo a un incontro con le Camere Penali a Venezia, ha definito “fallimentari” i criteri attuali della custodia cautelare, basati sul rischio di fuga, l’inquinamento delle prove e la reiterazione del reato. Un cambio di rotta è necessario e il governo si sta muovendo, con il sottosegretario Andrea Ostellari e il capo del Dap Andrea Delmastro a lavorare al dossier.

L’idea iniziale prevedeva la trasformazione delle caserme dismesse in vere e proprie carceri, ma i costi stimati dal Ministero dell’Economia si sono rivelati proibitivi. Da qui il “piano B”: utilizzarle per la sola custodia cautelare, riducendo così la pressione sulle carceri tradizionali. Un progetto che si affianca all’ipotesi di installare moduli detentivi prefabbricati negli spazi aperti degli istituti esistenti.

Intanto, la premier Giorgia Meloni segue il dossier con attenzione. Fonti governative riferiscono che avrebbe chiesto aggiornamenti costanti al commissario per l’edilizia carceraria, Marco Doglio, per accelerare l’ampliamento degli spazi detentivi. L’obiettivo resta far avanzare la riforma costituzionale sulla giustizia, ma il tema della custodia cautelare resta un nodo da sciogliere.

L’ultimo intervento sulla materia risale al primo Ddl Nordio, che ha introdotto la decisione collegiale del Gip sulla detenzione preventiva. Ora il governo pensa a un passo ulteriore, valutando il trasferimento dei detenuti in attesa di giudizio in nuove strutture. Il dibattito è aperto e la partita sulla giustizia resta centrale nell’agenda dell’esecutivo.

AI e giustizia: Il Ddl Meloni riparte tra ritardi e nuove regole

Il disegno di legge del Governo Meloni sull’intelligenza artificiale (ddl S1146) ha subito una lunga fase di impasse: l’ultima seduta delle Commissioni competenti in Senato risale a novembre, dopo mesi di audizioni e il deposito degli emendamenti. Poi, improvvisamente, la conferenza dei capigruppo ha deciso che oggi, 18 marzo, il testo sarebbe dovuto approdare in Aula. Ma così non sarà: le Commissioni di merito non hanno ancora votato gli emendamenti e si attende il parere della Commissione Bilancio, fondamentale poiché il ddl è collegato alla manovra 2025.

Nonostante i ritardi, il provvedimento ha subito importanti modifiche. Tra gli emendamenti approvati dai relatori, si segnala un’estensione dell’uso dell’AI nei tribunali, non più limitato all’organizzazione del lavoro e alla ricerca giurisprudenziale, ma potenzialmente applicabile anche alle indagini. Resta ferma la riserva di decisione al magistrato, mentre il Ministero della Giustizia definirà le regole per l’uso dell’AI nei servizi giudiziari e nelle attività amministrative accessorie.

Si introducono inoltre due nuove norme: fino all’attuazione completa dell’AI Act europeo, il Ministero della Giustizia, sentite AgID e ACN, autorizzerà la sperimentazione e l’utilizzo dell’AI negli uffici giudiziari. Inoltre, sarà obbligatorio formare magistrati e personale amministrativo sull’uso e le implicazioni dell’intelligenza artificiale, colmando una lacuna della normativa originaria.

Altre modifiche riguardano l’allineamento con la normativa europea, con un richiamo più preciso alle definizioni dell’AI Act, la possibilità di accordi con privati per lo sviluppo di sistemi di AI, nuove norme sull’uso dell’AI negli studi professionali e limitazioni al dovere di informazione sui sistemi AI nei trattamenti sanitari.

Nel frattempo, AgID ha pubblicato le linee guida per l’uso dell’AI nella Pubblica Amministrazione, mentre ACN prosegue il suo lavoro sulla cybersicurezza con progetti innovativi. La Commissione Giustizia del Senato ha invece chiesto maggiore chiarezza sui limiti dell’AI nel diritto di difesa e un coinvolgimento più attivo di CSM e CNF nelle decisioni sull’uso della tecnologia nei tribunali.

Mentre il ddl attende il via libera definitivo, il dibattito sull’intelligenza artificiale nella giustizia italiana resta aperto, tra accelerazioni improvvise, ostacoli burocratici e la necessità di un equilibrio tra innovazione e garanzie.

Al via l’attività della prima procura europea

Il Consiglio d’Europa tutela gli avvocati: nasce il primo trattato internazionale

Il Consiglio d’Europa ha adottato il primo trattato internazionale dedicato alla protezione della professione forense. Una svolta storica che riconosce il ruolo cruciale degli avvocati nella tutela dello Stato di diritto e nell’accesso alla giustizia.

Negli ultimi anni, le segnalazioni di attacchi contro gli avvocati – dalle minacce alle aggressioni fisiche – sono aumentate sensibilmente, rendendo necessaria un’azione a livello internazionale. La Convenzione, che sarà ufficialmente approvata il 13 maggio, si pone l’obiettivo di garantire ai legali l’esercizio della professione senza interferenze indebite o intimidazioni.

Il trattato riconosce inoltre l’importanza delle associazioni forensi e stabilisce misure per tutelarne l’indipendenza. Gli Stati firmatari dovranno impegnarsi a garantire protezione agli avvocati e a condurre indagini efficaci in caso di reati contro di loro.

Per entrare in vigore, la Convenzione dovrà essere ratificata da almeno otto Paesi, di cui sei appartenenti al Consiglio d’Europa. Il monitoraggio del rispetto del trattato sarà affidato a un gruppo di esperti e a un comitato delle parti.

Giudice di pace, Nesta (COA Roma): “Soluzioni per carenze d’organico e disfunzioni informatiche”

Il Ministero della Giustizia ha deciso di posticipare al 30 giugno 2026 l’entrata in vigore delle nuove competenze dei Giudici di Pace. “La proroga, ampiamente caldeggiata dall’Ordine degli Avvocati di Roma, è la doverosa presa d’atto delle gravissime carenze del Sistema Giustizia da tempo denunciata dagli Avvocati non solo della Capitale ma di molti Ordini d’Italia e dall’Organismo Forense”.

Così il Presidente del COA Roma, Paolo Nesta, nel commentare la decisione del Ministero di Via Arenula di rinviare l’entrata in vigore della riforma della magistratura onoraria.

“Da lungo tempo – prosegue il Presidente Nesta – denunciamo una situazione gravissima: alle evidenti carenze della pianta organica della magistratura e del personale amministrativo, si sono aggiunte le criticità del sistema informatico che l’Ordine di Roma ha segnalato per primo e che hanno spinto saggiamente i dirigenti degli uffici a rinviare sine die l’entrata in vigore del processo penale telematico in via esclusiva”.

Ora la decisione di posticipare l’entrata in vigore della riforma delle competenze del giudice di pace.

“Una decisione che accogliamo con favore ma che naturalmente non rappresenta la cura, ma un sintomo della malattia – spiega Paolo Nesta – ragione per la quale ci permettiamo di suggerire di non sprecare questa dilazione di quindici mesi, ma di sfruttarla appieno. Se non risolvendo, quanto meno gettando le basi per risolvere i molti mali che affliggono la Giustizia italiana”.

“Se ci è permesso di usare un paragone tratto dalla scienza medica – conclude il Presidente – è doveroso concedere qualche giorno di riposo al paziente, ma si spera che intanto il medico prescriva anche le cure necessarie. Altrimenti il 30 giugno del 2026 ci troveremo nella identica situazione di oggi”.

Delmastro nella bufera: critiche alla riforma Nordio, poi la retromarcia

Scoppia la polemica sulle dichiarazioni del sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, rilasciate al quotidiano Il Foglio. In una conversazione definita “confidenziale”, Delmastro ha espresso forti perplessità sulla riforma della giustizia voluta dal ministro Carlo Nordio, affermando che l’unico aspetto positivo sarebbe il sorteggio dei membri togati del Consiglio Superiore della Magistratura. “Dare ai pubblici ministeri un proprio Csm è un errore strategico – ha detto – l’unica cosa figa della riforma è il sorteggio dei togati al Csm, basta”.

Frasi che hanno scatenato una valanga di reazioni politiche e richieste di dimissioni, soprattutto dall’opposizione. Nel tentativo di placare le polemiche, Delmastro ha diffuso una nota ufficiale in cui parla di “forzata distorsione della realtà”, precisando che l’impianto della riforma è condiviso e sostenuto dalla maggioranza. “L’obiettivo è garantire una vera indipendenza della magistratura dalla politica” ha ribadito, sottolineando che il dibattito interno si era concentrato solo su diverse opzioni di riforma del Csm.

A intervenire per smorzare le tensioni è stato anche il ministro della Giustizia Nordio, che ha definito la vicenda una “enfatizzazione giornalistica” di un confronto interno ormai superato.

Ma le opposizioni non ci stanno. Il Partito Democratico, con Debora Serracchiani e altri esponenti, attacca: “Delmastro non doveva essere nominato, ha dimostrato scarso senso dello Stato e ora certifica la crisi irreparabile della riforma”. Matteo Renzi rincara la dose, ironizzando sulla contraddizione tra Nordio e il suo sottosegretario: “Meloni cosa farà? Manderà via il ministro che ha scritto la riforma o il sottosegretario che la demolisce?”.

Anche Forza Italia prende le distanze, definendo le parole di Delmastro “considerazioni personali” e confermando il pieno sostegno alla riforma. La maggioranza, assicura il deputato azzurro Raffaele Nevi, è compatta e pronta ad accelerare l’iter legislativo.

Un caso politico che rischia di lasciare strascichi nel governo, mentre la riforma della giustizia procede tra tensioni e malumori interni.

Italia condannata dalla Corte Europea per i ritardi nella giustizia sulla violenza domestica

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha emesso una dura sentenza di condanna nei confronti dell’Italia per i ritardi nella gestione dei procedimenti penali sulla violenza domestica. La decisione, resa pubblica lo scorso 13 febbraio nel caso P.P. c. Italia (Ricorso n. 64066/19), evidenzia l’inefficacia delle indagini e il mancato rispetto delle garanzie procedurali per le vittime.

Secondo la Corte, le autorità italiane non hanno agito con la tempestività e la diligenza richieste, né hanno considerato la specificità della violenza domestica, violando così l’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), che vieta trattamenti inumani e degradanti.

Gli Stati membri – ricorda Strasburgo – hanno l’obbligo di reprimere efficacemente ogni forma di violenza domestica e di garantire alle vittime adeguate tutele procedurali. Tra queste, la gestione celere e attenta delle denunce, con particolare riguardo alla vulnerabilità fisica e psicologica delle persone coinvolte.

Nel caso esaminato, l’Italia non ha assicurato un’indagine approfondita e tempestiva, permettendo che il reato contestato si prescrivesse. La Corte ha dunque censurato il sistema giudiziario italiano, sottolineando come l’impunità degli aggressori sia inaccettabile e incompatibile con gli obblighi derivanti dall’art. 3 CEDU.

Per Strasburgo, la lotta alla violenza domestica deve essere una priorità assoluta: lo Stato ha il dovere di contrastare il senso di impunità degli aggressori e di preservare la fiducia dei cittadini nella giustizia, impedendo ogni forma di tolleranza o collusione con questi crimini.

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