Codice della Strada, allarme della psichiatria: «Psicofarmaci non sono droghe»

La Società Italiana di Psichiatria (Sip) lancia l’allarme sulla riforma del Codice della Strada, che equipara alcuni psicofarmaci, come antidepressivi e ansiolitici, alle droghe nei test per la sicurezza alla guida. Una misura che, secondo la Sip, rischia di discriminare milioni di pazienti in cura.

«Le cure psichiatriche non possono essere assimilate alle droghe: vengono assunte dietro prescrizione e sotto controllo medico», ha dichiarato il comitato esecutivo della Sip.

Rischio confusione per milioni di pazienti
La presidente Liliana Dell’Osso avverte che questa norma potrebbe generare pericolosi fraintendimenti: «I trattamenti psicofarmacologici, se prescritti correttamente, migliorano la sicurezza alla guida, non il contrario. Chiediamo immediati chiarimenti per tutelare la salute e i diritti dei pazienti».

Appello al ministero: «Urgente un tavolo tecnico»
Emi Bondi, presidente uscente, sollecita un intervento del ministero competente: «Chiediamo di essere convocati per correggere questa norma e garantire la sicurezza stradale senza penalizzare chi segue terapie salvavita».


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Autonomia differenziata: la Consulta boccia il referendum

Roma, 21 gennaio 2025 – La Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile il referendum abrogativo della legge sull’Autonomia Differenziata, nota anche come “legge Calderoli”. La decisione è stata presa dagli undici giudici della Consulta, che hanno motivato il verdetto sottolineando come “l’oggetto e la finalità del quesito non risultino chiari”, compromettendo la possibilità di un voto consapevole.

Secondo la sentenza, che sarà depositata nei prossimi giorni, il quesito referendario avrebbe inciso sull’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, richiedendo di fatto una revisione costituzionale piuttosto che un referendum abrogativo. La Consulta aveva già rilevato in passato criticità nella legge, tra cui questioni legate ai Livelli Essenziali di Prestazione (LEP) e al regime fiscale.

Ammissibili cinque referendum

La Consulta ha invece dichiarato ammissibili altri cinque referendum su temi che spaziano dalla cittadinanza alla disciplina dei contratti di lavoro. I cittadini saranno chiamati alle urne in una data compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno. Tra i quesiti ammessi figurano:

  • Riduzione dei tempi di residenza per la cittadinanza: da 10 a 5 anni per gli stranieri extracomunitari maggiorenni.
  • Tutela contro i licenziamenti illegittimi: modifica del contratto a tutele crescenti.
  • Disciplina delle indennità di licenziamento per piccole imprese.
  • Norme sui contratti a termine: limitazioni a proroghe e rinnovi.
  • Responsabilità solidale nei contratti di appalto: esclusione della responsabilità per infortuni causati da rischi specifici delle imprese appaltatrici o subappaltatrici.

Reazioni politiche

La decisione della Consulta ha suscitato reazioni contrastanti tra le forze politiche.

Il presidente del Veneto, Luca Zaia, ha celebrato la bocciatura del referendum come un segnale di solidità del percorso verso l’autonomia regionale: “Questo è il momento di proseguire con determinazione. L’autonomia rappresenta un’opportunità per tutto il Paese”. Dello stesso avviso Fabrizio Cecchetti della Lega e Maurizio Gasparri di Forza Italia, che hanno sottolineato l’importanza di correggere la legge in Parlamento seguendo i rilievi della Consulta.

Di tono opposto le dichiarazioni delle opposizioni. Alessandro Alfieri del PD ha definito la legge sull’autonomia differenziata “un fattore di disgregazione dell’unità nazionale”, mentre Riccardo Magi di Più Europa ha ribadito l’importanza della partecipazione ai referendum ammessi: “I referendum si uccidono con la mancata partecipazione. Invitiamo tutti a votare”.

Anche il Movimento 5 Stelle ha criticato la legge Calderoli, definendola “uno zombie legislativo” già depotenziato dalla Consulta a novembre.

 


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Lavoro: crescono i posti fissi, ma restano 190mila posizioni vacanti

Si tratta di uno dei “paradossi” del nostro mercato del lavoro. Nonostante le numerose crisi aziendali che affliggono il Paese stiano mettendo a rischio quasi 120mila posti di lavoro, entro i prossimi tre mesi le imprese italiane hanno dichiarato all’Unioncamere/Ministero del Lavoro l’intenzione di assumere 1,37 milioni di lavoratori, di cui 380mila circa a tempo indeterminato. Tuttavia, in un caso su due, sussiste il rischio di non poter procedere alle assunzioni a causa della carenza di candidati o dell’impreparazione delle persone che si presentano ai colloqui. Pertanto, a fronte di 120mila lavoratori che potrebbero perdere il posto, nei primi tre mesi di quest’anno le imprese non sarebbero nelle condizioni di coprire, nemmeno offrendo un posto fisso, almeno 190mila posizioni lavorative. Con un costante decremento della popolazione giovanile e un incremento significativo della fascia più anziana, gli imprenditori manifestano una crescente preoccupazione per la mancanza di personale che è decisamente superiore ai possibili effetti di una nuova crisi che, tuttavia, si sta diffondendo in buona parte dell’Unione Europea. A segnalarlo è l’Ufficio studi della CGIA.

  • Sempre meno giovani che entrano nel mercato del lavoro

Il numero dei giovani presenti nel mercato del lavoro è in costante diminuzione, un trend che, comunque, sta interessando la gran parte dei principali paesi del mondo occidentale. In Italia, però, la situazione è molto più critica: “…La fascia di età 25-34 è passata da circa 8,5 milioni di persone nel 2004 ai 6,2 milioni attuali. Si tratta di un crollo inedito rispetto al passato e tra i più accentuati in Europa. La forte riduzione del rinnovo della popolazione attiva va trascinare via via verso il basso la forza lavoro potenziale. In particolare la fascia 35-49 è passata da oltre 14 milioni di residenti nel 2014 a meno di 11,5 milioni nel 2024, con la previsione di scendere a meno 10 milioni entro il 2040…”.

  • Nel contempo entro il 2028 ben 3 milioni di addetti andranno in pensione. Sostituirli sarà un problema

Auspicando che le crisi industriali scoppiate in questi ultimi mesi si concludano con soluzioni che garantiscano la continuità aziendale e la salvaguardia dei posti di lavoro interessati, con pochi giovani e il conseguente invecchiamento della popolazione in atto nel nostro Paese provocheranno nei prossimi anni moltissime criticità, anche al sistema economico e produttivo del Paese. Squilibri che nessuno, in tempi ragionevolmente brevi, sembra avere gli strumenti appropriati per  affrontare con successo. A tal proposito è utile ricordare che, alla luce

delle informazioni riportate nel report “Previsioni dei fabbisogni occupazionali e professionali in Italia nel medio termine (2024-2028)”, il fabbisogno occupazionale delle imprese pubbliche e private presenti in Italia in questo quinquennio dovrebbe attestarsi attorno ai 3,6 milioni di occupati. Di questi, l’83 per cento circa, pari in valore assoluto a quasi 3 milioni di addetti, dovrebbe sostituire chi è destinato a uscire dal mercato del lavoro per raggiunti limiti di età. Pertanto, considerando le difficoltà nel reperimento di personale e il numero esiguo di giovani alla ricerca della prima occupazione, nel prossimo decennio la vera sfida non consisterà tanto nella reintegrazione di coloro che hanno perso il lavoro a causa di crisi aziendali, quanto piuttosto nella copertura dei posti vacanti.

  • Ma a novembre record storico di dipendenti con il posto fisso

Sebbene le ore di Cassa Integrazione Guadagni (CIG) totale autorizzate siano in deciso aumento e la questione salariale sia tornata prepotentemente a infiammare il dibattito politico nazionale dopo la grave perdita di potere d’acquisto registrata negli anni post-Covid, in valore assoluto il numero dei lavoratori dipendenti italiani con il posto fisso ha toccato, nel novembre scorso, il suo record storico pari a 16.264.000 addetti. Per contro, i lavoratori a termine sono in flessione; sempre nello scorso mese di novembre si attestano attorno alla stessa soglia che avevamo a novembre del 2020, vale a dire 2.652.000 occupati. Un risultato importante che, comunque, va analizzato attentamente. Il livello retributivo in Italia si presenta mediamente inferiore rispetto a quello riconosciuto ai dipendenti dei paesi con cui competiamo quotidianamente. E sebbene un lavoratore possa beneficiare del cosiddetto posto fisso, non è da escludere che, a causa di uno stipendio molto contenuto, si trovi invischiato nelle nuove forme di povertà[7] sempre più diffuse soprattutto nelle grandi aree urbane. Fenomeni di profondo disagio che sino a un decennio fa non avvertivamo con la stessa preoccupazione con cui si presentano ora. Tuttavia, se l’alternativa alla crescita dei lavoratori con il contratto a tempo indeterminato è la disoccupazione, la precarietà o, peggio ancora, il lavoro sommerso, non possiamo che salutare con soddisfazione il record ottenuto.

  • E’ raddoppiata la difficoltà nel trovare il personale: in 2 casi su 3 dirigenti e operai specializzati sono irreperibili

Secondo gli imprenditori italiani, tra il 2017 e l’inizio di quest’anno la percentuale di difficoltà nel reperire il personale è più che raddoppiata. Se otto anni fa 21,5 imprenditori su cento avevano denunciato la grave difficoltà nel trovare collaboratori da assumere nella propria attività, per l’anno in corso la soglia è salita al 49,4. In buona sostanza un imprenditore su due non riesce a trovare addetti da assumere nella propria azienda. Le differenze a livello regionale sono molto importanti. L’Umbria è la realtà territoriale maggiormente in crisi; sempre secondo l’indagine Unioncamere/Ministero del Lavoro presentata nei giorni scorsi, il 55,7 per cento degli imprenditori intervistati ha denunciato la difficoltà di reperimento. Seguono le Marche con il 55,6, il Friuli Venezia Giulia e il Veneto con il 55,1. Infine, degli 1,37 milioni di nuovi assunti previsti in questi primi tre mesi del 2025, oltre 414.300 unità dovrebbero interessare il Nordovest. Seguono il Sud con 362.400, il Nordest con 315.350 e il Centro con 281.100. Il Nordest dovrebbe essere la ripartizione geografica dove la difficoltà di reperimento del personale è più elevata e pari al 54,3 per cento. Seguono il Centro con il 49,1, il Nordovest con il 48,8 e il Mezzogiorno con il 46,1. Le categorie professionali che più delle altre si faticano a trovare sul mercato del lavoro sono i dirigenti nel 68,2 per cento dei casi e gli operai specializzati nel 66,9.

  • Quest’anno solo al Sud le assunzioni sono previste in aumento

Ad eccezione di Benevento e Chieti, in tutte le province del Mezzogiorno nel primo trimestre di quest’anno è previsto un aumento delle assunzioni rispetto alle previsioni riferite allo stesso periodo del 2024. Nel resto d’Italia, invece, per 45 province del Nord e del Centro le variazioni saranno anticipate dal segno meno. La situazione più virtuosa è attesa a Siracusa con il +29,8 per cento (+1.770 entrate). Seguono Foggia con il +25,9 (+2.070), Matera con il +23,6 (+670), Vibo Valentia con il + 20,1 (+350) e Messina con il + 19,1 (+1.700) (vedi Tab. 2). Nonostante il depotenziamento previsto per il 2025, la decontribuzione relativa alle assunzioni nella Zona Economica Speciale (ZES) unica per il Mezzogiorno e l’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) rappresentano i due elementi fondamentali in grado di “giustificare” l’eccellente performance occupazionale attesa nel Mezzogiorno in questi primi mesi dell’anno.


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Quando i fatti privati diventano causa di licenziamento

Un dipendente può essere licenziato per fatti privati che compromettono la fiducia del datore di lavoro, soprattutto se tali azioni sono di rilievo penale. La Corte di Cassazione ha recentemente ribadito questa linea con una sentenza emessa nel maggio 2024, che conferma la possibilità di interrompere il rapporto di lavoro per condotte extralavorative che violano obblighi di lealtà o incidono sull’idoneità professionale.

Nel caso specifico, un lavoratore è stato condannato a due anni e tre mesi di reclusione per maltrattamenti in famiglia e lesioni abituali. La Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento, poiché la condotta, pur svolgendosi fuori dal contesto lavorativo, era tale da compromettere la fiducia del datore di lavoro. L’azienda, infatti, è responsabile di garantire l’idoneità morale e professionale del proprio personale, in particolare per quei dipendenti che operano a contatto con il pubblico.

La giurisprudenza si è evoluta negli ultimi anni: in passato, i giudici avevano adottato un orientamento meno uniforme, talvolta respingendo l’applicazione della giusta causa per comportamenti privati. Ad esempio, nel 2018, la Cassazione aveva escluso il licenziamento per maltrattamenti in famiglia in assenza di ricadute dirette sul rapporto lavorativo.

Oggi, invece, la Corte adotta un approccio più rigoroso: la condotta extralavorativa viene valutata tenendo conto della sua gravità e della sua frequenza, nonché del possibile danno all’immagine dell’azienda o alla fiducia nel lavoratore. Recenti sentenze confermano questa tendenza, come nel caso di un dipendente licenziato per spaccio di sostanze stupefacenti o di un altro accusato di gravi minacce a soggetti estranei all’ambiente lavorativo.


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L’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro: opportunità e rischi

L’IMPATTO SUL MERCATO DEL LAVORO
Più di un’azienda italiana su tre (35%) ha già integrato l’Intelligenza Artificiale (IA) per supportare o sostituire i lavoratori, secondo Giovanni Miragliotta del Politecnico di Milano. Questo dato emerge da uno studio che sarà presentato a febbraio, il primo a esplorare in dettaglio come l’IA stia influenzando le attività lavorative in Italia.

L’adozione di tecnologie IA è in crescita esponenziale: investimenti aziendali in aumento a doppia cifra percentuale sono previsti per il 2024. Tuttavia, il bilancio è complesso. Da un lato, l’IA promette maggiore produttività e semplificazione; dall’altro, si affaccia lo spettro di licenziamenti e una riduzione delle nuove assunzioni, come già accade negli Stati Uniti.

TRA SOSTITUZIONE E TRASFORMAZIONE
Il settore più colpito è quello della scrittura e della programmazione di base, dove si è registrato un calo fino al 30% delle richieste di lavoro freelance dopo l’avvento di strumenti come ChatGPT. Anche la progettazione grafica e la modellazione 3D hanno subito un impatto significativo. Allo stesso tempo, le competenze più avanzate in ambito software, specialmente legate all’IA, sono sempre più richieste e remunerative.

Secondo il Politecnico di Milano, il 14% dei lavoratori italiani afferma che l’IA ha già cambiato radicalmente il proprio modo di lavorare, mentre per il 47% l’impatto è stato moderato, portando soprattutto a una semplificazione delle attività. Tuttavia, per il 34% l’IA rappresenta una sostituzione diretta di alcune mansioni, e il 17% ha dichiarato che il proprio lavoro è svolto interamente da sistemi di IA.

I DATI INTERNAZIONALI E LE PREOCCUPAZIONI
Uno studio condotto negli USA su 1,4 milioni di annunci di lavoro ha evidenziato un calo del 56% nelle offerte per sviluppatori software, con picchi negativi del 67% per i meno esperti. Aziende come Duolingo e Keywords Studios hanno sperimentato o annunciato licenziamenti, sostituendo parte del personale con soluzioni di IA.

In Italia, le aziende sembrano più caute. Secondo Miragliotta, “non ci sono ancora segnali concreti di licenziamenti massivi legati all’IA, ma gli impatti transitori potrebbero essere destabilizzanti”.

IL FUTURO DEL LAVORO: TRA OPPORTUNITÀ E RISCHI
La tecnologia ha storicamente creato più lavoro di quanto ne abbia distrutto, aumentando l’accessibilità dei prodotti e la domanda. Tuttavia, il rischio di diseguaglianze salariali e occupazionali è concreto. Studi internazionali, come quello del Fondo Monetario Internazionale, evidenziano che l’automazione tende a penalizzare chi subisce il cambiamento, mentre premia chi riesce a sfruttarlo.

Per Miragliotta, la chiave sarà puntare sull’IA come supporto e trampolino di lancio per nuove attività, non come semplice strumento di sostituzione: “Il vero impatto si vedrà nel 2025, con l’arrivo degli agenti IA, software capaci di svolgere autonomamente compiti complessi”.


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Separazione delle carriere: i magistrati scioperano il 27 febbraio

ROMA, 20 gennaio 2025 – Una riforma che divide e accende la protesta delle toghe. L’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) ha deciso una giornata di sciopero per il prossimo 27 febbraio contro il disegno di legge costituzionale approvato in prima lettura alla Camera. La proposta introduce la separazione delle carriere in magistratura, la creazione di due Consigli Superiori della Magistratura separati per giudicanti e requirenti e un’Alta Corte disciplinare.

La mobilitazione nasce dalle deliberazioni dell’assemblea straordinaria dello scorso dicembre, che aveva già espresso una netta opposizione al testo di riforma. “Non c’è nessuna forma di ribellismo illegale – ha chiarito il presidente dell’ANM, Giuseppe Santalucia – ma vogliamo rendere evidente ai cittadini quanto questa riforma non migliori la giustizia, né rafforzi le garanzie di autonomia e indipendenza”.

Proteste simboliche nelle cerimonie ufficiali
La protesta avrà un’eco anche durante le cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario. Il direttivo dell’ANM ha invitato i magistrati a partecipare indossando la toga e una coccarda tricolore, per poi abbandonare l’aula in forma composta al momento degli interventi del ministro della Giustizia o dei suoi rappresentanti.

“Un ddl inemendabile e dannoso”
Santalucia ha ribadito la totale contrarietà al disegno di legge, definendolo “inemendabile”. “Non migliora il sistema, ma lo affossa – ha dichiarato –. Questa riforma è un passaggio epocale, ma non come lo intende il ministro: indebolisce l’ordine giudiziario e lascia il cittadino fuori dai giochi, mentre da 30 anni si consuma uno scontro tra politica e magistratura”.

Il percorso del ddl e le reazioni politiche
Il disegno di legge, approvato alla Camera con 174 voti favorevoli, 92 contrari e 5 astenuti, deve ora affrontare l’esame del Senato. In quanto riforma costituzionale, richiede quattro letture conformi da parte dei due rami del Parlamento e, con ogni probabilità, un referendum confermativo.

L’opposizione, compatta nel voto contrario, ha denunciato una deriva autoritaria del governo. “Si sta costruendo un sistema in cui la magistratura risponde al potere esecutivo, comprimendo libertà e diritti”, ha dichiarato Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra. Anche Debora Serracchiani del PD ha criticato duramente: “Questa riforma non risolve i veri problemi del sistema giudiziario, come il sovraffollamento delle carceri o il collasso delle udienze fissate al 2030”.

Mentre il governo difende la riforma come una necessità per riequilibrare i poteri, il fronte dei magistrati è deciso a proseguire la battaglia anche in vista di un referendum, appellandosi direttamente ai cittadini.


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Risorse, Claudia Ratti (Confintesa FP): “Si investa sul personale interno, non solo su consulenze esterne”

“Non è chiaro perché, quando ci sono fondi extra per risolvere problemi, questi vengano destinati all’esterno invece di investire sul personale già in servizio, l’unico che conosce tutti i meccanismi del sistema”, dichiara Claudia Ratti, Segretario Generale di Confintesa Funzione Pubblica.

L’affermazione si riferisce alla recente decisione del Ministro della Giustizia Carlo Nordio e del suo staff di affidare al Formez l’assunzione di 59 nuove unità a tempo determinato per il progetto PINTOPAGA, con un costo stimato tra i 43.200 e i 69.120 euro per persona.

“Queste risorse esterne sanno già cosa fare o dovranno essere formate dal personale interno, che guadagna circa la metà per le stesse funzioni?” sottolinea Ratti, evidenziando una gestione poco efficiente delle risorse disponibili.

Questa scelta si aggiunge a quella dei recenti bandi pubblici per esperti destinati alla Struttura di missione per la valutazione delle politiche pubbliche e la revisione della spesa del Ministero della Giustizia. “I nuovi bandi prevedono stipendi fino a 50mila euro lordi per consulenti esterni, mentre il personale interno, che quotidianamente si occupa di funzioni analoghe, resta sottopagato e non valorizzato”, aggiunge Ratti.

Confintesa Funzione Pubblica chiede trasparenza e una strategia chiara per l’ottimizzazione delle risorse umane interne, già di base formate e competenti, e ribadisce l’importanza di investire su chi lavora da anni per il buon funzionamento della macchina amministrativa.


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Processo telematico, AIGA: Imprescindibile il “doppio binario” anche per gli avvocati per il deposito degli atti

Il Presidente Nazionale dell’Associazione Italiana Giovani Avvocati (AIGA), Carlo Foglieni, ieri mattina ha partecipato all’audizione in Commissione Giustizia Senato nell’ambito dell’esame del disegno di legge n. 766 sul Processo telematico. In tale occasione, dopo aver evidenziato che molte delle proposte contenute nel DDL in esame sono state successivamente recepite dal D. Lgs. n. 164/2024 (cd. “Correttivo Cartabia Civile”) e dai diversi atti normativi e specifiche tecniche del DSGIA succedutesi nel tempo, il Presidente ha evidenziato le criticità legate al mancato funzionamento del processo penale telematico.

Quello che gli operatori del diritto auspicano più di tutto è la piena funzionalità del processo telematico – afferma il Presidente – altrimenti vi è il serio rischio di ledere il diritto di difesa costituzionalmente garantito, come sta accadendo con il processo penale telematico, allorquando risulta telematicamente impossibile il deposito di atti nei termini perentori previsti dalla legge. A tal fine sarebbe auspicabile prevedere anche per gli avvocati la possibilità di depositare in modalità non telematiche (cd. “doppio binario”) in caso di malfunzionamento e/o mancata autorizzazione al fascicolo telematico, nonché nel corso delle udienze in camera di consiglio e dibattimentali.

Al fine di raggiungere la piena funzionalità del processo telematico – conclude il Presidente – sarebbe inoltre auspicabile l’istituzione di un “Osservatorio permanente” che coinvolga tutti gli operatori del diritto, in primis la giovane avvocatura, che è quella più avvezza all’uso dei sistemi telematici e che più crede nella digitalizzazione del processo.


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Nordio e la separazione delle carriere: “Un riequilibrio, non una rivalsa”

La riforma della separazione delle carriere nella magistratura è al centro del dibattito politico e istituzionale. Dopo il primo via libera in Consiglio dei Ministri, il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, si prepara a presentare il progetto con “la serenità di chi sta adempiendo al mandato elettorale”.

“Riequilibrio dei poteri, non una rivalsa”

In un’intervista, Nordio ha chiarito la filosofia alla base della riforma: “Non è una rivalsa contro la magistratura, ma un riequilibrio dei poteri. Ho visto molte interferenze politiche da parte di magistrati che poi pronunciano sentenze. Un magistrato che definisce il presidente del Consiglio pericoloso non può giudicarlo: serve un’Alta Corte indipendente”.

Tuttavia, il Ministro ha respinto le critiche secondo cui questa riforma sarebbe un attacco all’indipendenza della magistratura: “La separazione delle carriere rafforzerà il principio del giudice terzo e imparziale, lontano da vincoli correntizi”.

Referendum per la riforma

Nordio ha sottolineato che la riforma sarà sottoposta a referendum: “È una materia delicata, e la sovranità appartiene al popolo. Il referendum fugherà ogni sospetto di baratterie politiche. Tuttavia, spero che non diventi uno scontro tra governo e magistratura, ma un momento di informazione e confronto”.

Critiche e opposizioni

L’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) si è dichiarata in allarme, definendo la riforma un pericolo per le garanzie costituzionali. Nordio, però, ha ribattuto: “L’indipendenza della magistratura è nella Costituzione, ma finora ho visto giudici troppo vicini alla politica. Non stiamo togliendo garanzie ai cittadini, le stiamo rafforzando”.

Rispondendo alle accuse di svolta autoritaria, il Ministro ha aggiunto: “Ogni modifica costituzionale sarà coerente con i principi democratici. La separazione delle carriere allontanerà l’inquisitore dal giudice imparziale, prevenendo abusi e garantendo un processo più equo”.

Non uno scudo penale, ma più garanzie per tutti

Nordio ha anche smentito l’ipotesi di introdurre uno scudo penale per le forze dell’ordine: “Non so chi l’abbia inventato. Stiamo lavorando per tutelare tutti i cittadini, eliminando il marchio di infamia che deriva dall’essere indagati. Studiamo strumenti che consentano a chiunque abbia interessi legittimi di partecipare agli atti di indagine, senza però compromettere i principi di giustizia”.


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La Lega si compatta attorno a Zaia e rilancia sull’elezione diretta delle Province

Si è conclusa ieri alla Camera, dopo circa due ore di discussione, la riunione del consiglio federale della Lega, alla presenza del segretario Matteo Salvini e dei suoi vice Claudio Durigon, Alberto Stefani e Andrea Crippa. Presenti anche i ministri dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e delle Autonomie, Roberto Calderoli.

“Totale sintonia e condivisione degli obiettivi fra Matteo Salvini, Luca Zaia e l’intero consiglio federale. Il Veneto è un modello di buon governo apprezzato a livello nazionale e internazionale. Per la Lega, squadra che vince non si cambia”, si legge nella nota diffusa al termine dell’incontro.

Zaia verso il terzo mandato?

Uno dei temi centrali della riunione è stato il futuro del governatore veneto Luca Zaia, che potrebbe ricandidarsi per un terzo mandato alle prossime regionali. Un’ipotesi che ha trovato il sostegno dei vertici leghisti, come confermato dal ministro Giorgetti: “Si trova, si trova…”, ha dichiarato con ottimismo, riferendosi a un possibile accordo con gli alleati di centrodestra.

Anche Claudio Durigon, vicesegretario del partito, ha espresso il proprio sostegno: “Zaia è un bravissimo amministratore. Se sarà lui il candidato del centrodestra unito? Speriamo”.

Il capogruppo della Lega al Senato, Massimiliano Romeo, ha sottolineato l’importanza di mantenere il controllo delle Regioni governate dal partito: “La Lega, essendo un partito del territorio, vuole tenersi le Regioni dove governa, assicurando il buon governo. È interesse della premier Meloni trovare una soluzione soddisfacente per gli alleati leali e collaborativi”.

Focus sull’elezione diretta dei presidenti di Provincia

Tra i temi discussi, il consiglio federale ha dato il via libera all’elezione diretta dei presidenti di Provincia. “In particolare, è stata espressa la volontà di renderlo possibile in Sicilia già dalla prossima primavera”, si legge nella nota ufficiale.

La proposta, inclusa nel programma elettorale del presidente siciliano Renato Schifani, punta a migliorare la manutenzione di scuole e strade. Per raggiungere questo obiettivo, sarà presentato un emendamento ad hoc alla Camera, con l’intento di ottimizzare il coordinamento tra i livelli di governo, soprattutto nelle situazioni di emergenza.

Il Friuli Venezia Giulia, intanto, ha già avviato l’iter per reintrodurre le Province elettive, votando la modifica in Consiglio. Ora si attende il passaggio parlamentare per approvare le necessarie modifiche statutarie.

Con questa compattezza di intenti, la Lega si prepara a rilanciare la sua azione politica sul territorio, puntando su amministratori solidi e su una maggiore autonomia decisionale per le istituzioni locali.


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