Giustizia, ANM: “Nel decreto Sicurezza possibili profili di illegittimità costituzionale”

ROMA, 14 aprile – “Il decreto Sicurezza appena entrato in vigore pone seri problemi di metodo e di merito, già denunciati dall’Accademia e dall’Avvocatura. Sul metodo, perché il ricorso al decreto legge ha posto nel nulla un fecondo dibattito in Parlamento che durava da oltre un anno. Sul merito, perché le quattordici nuove fattispecie incriminatrici, l’inasprimento delle pene di altri nove reati e l’introduzione di aggravanti prive di fondamento razionale danno vita a un apparato normativo che non si concilia facilmente con i principi costituzionali di offensività, tassatività, ragionevolezza e proporzionalità”. Così la Giunta esecutiva centrale dell’Associazione nazionale magistrati.

“Si introducono nuovi reati per sanzionare in modo sproporzionato condotte che sono spesso frutto di marginalità sociale e non di scelte di vita: basti pensare che la pena per l’occupazione abusiva di immobili coincide con quella prevista per l’omicidio colposo con violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro. Inoltre, incriminare la resistenza passiva nelle carceri e nei CPR, e dunque la resistenza non violenta e la semplice manifestazione del dissenso, produce effetti criminogeni, con il rischio concreto che lo stato di detenzione diventi il presupposto per l’irrogazione di nuove e ulteriori condanne”.

“E ancora, nonostante la gravissima situazione carceraria, più volte denunciata, si introducono nuove ipotesi di esclusione delle misure alternative e dei benefici penitenziari, oltre al carcere per le donne incinte. A fronte di ciò, non vengono previste misure per fronteggiare la drammatica situazione degli istituti penitenziari o per potenziare gli strumenti a disposizione della magistratura di sorveglianza, aumentando le dotazioni anche per il finanziamento di strutture alternative. Restano quindi ancora attuali le preoccupazioni che da tempo l’Associazione nazionale magistrati ha manifestato per le condizioni fatiscenti delle carceri italiane, per il loro sovraffollamento e per l’elevato numero di suicidi, tanto tra la popolazione detenuta quanto tra la polizia penitenziaria”.

“L’Anm auspica, quindi, che in sede di conversione possano essere adottati tutti i correttivi necessari a scongiurare i rischi di un diritto penale simbolico e invita l’Avvocatura e l’Accademia ad una riflessione comune sull’uso dello strumento penale come mezzo di controllo sociale e sui possibili profili di illegittimità costituzionale che alcune delle norme contenute nel decreto presentano”, conclude la Giunta.

Giustizia, 29 milioni di euro per il reinserimento sociale di minori e giovani adulti in comunità

Roma, 14 aprile 2025 – Il Ministero della Giustizia destina 29 milioni di euro, a valere sul Programma Nazionale Inclusione e lotta alla criminalità 2021-2027, per l’accompagnamento verso l’autonomia, l’inclusione e il reinserimento sociale dei minori e giovani adulti collocati in comunità sulla base di un provvedimento dell’Autorità giudiziaria minorile per l’esecuzione di misure cautelari, messa alla prova e misure di comunità in fase di uscita dal circuito penale.

È l’iniziativa AMA MI, nell’ambito del Progetto “Una Giustizia più inclusiva”, nata da una intensa attività di coordinamento tra il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità e il Dipartimento per l’innovazione tecnologica della Giustizia. L’intera operazione ha il suggello del ministro della Giustizia.

Beneficiari del Progetto sono i Centri di Giustizia Minorile. Essi puntano a creare una serie di supporti necessari per consentire ai minori e giovani adulti di diventare adulti e costruirsi gradualmente delle prospettive positive di vita, dal momento in cui escono dal sistema penale. Ciò significa favorire la realizzazione di un modello integrato sul territorio, dove il minore/giovane adulto collocato in comunità venga accompagnato in ogni momento da figure di tutor e di educatori in un percorso di crescita consapevole.

In quest’ottica assume particolare rilevanza la funzione del “tutor per l’autonomia”, figura diversa e distinta dall’educatore di comunità. Egli è chiamato a stabilire un rapporto personale con ciascun giovane, a collaborare con l’assistente sociale/educatore di riferimento, con i referenti della comunità residenziale e con ogni altro soggetto con cui il giovane è in relazione nell’ambito del percorso penale (insegnanti, operatori pubblici, specialisti, personale delle aziende, ecc.).

I percorsi di autonomia potranno durare 12 mesi, prorogabili ad un massimo di 18 mesi.

Nell’attuazione di questi percorsi di autonomia sarà dato ampio spazio al coinvolgimento anche operativo dei diversi attori territoriali, in primo luogo gli Enti del Terzo Settore, i Comuni ed i loro servizi sociali, i Centri per l’impiego, i soggetti del sistema formativo e di orientamento regionali nonché i soggetti titolati all’erogazione dei servizi di individuazione, validazione e certificazione delle competenze. Si prevedono, pertanto, azioni di accompagnamento multidimensionale, sostegno professionale e para professionale, interventi integrati volti a favorire l’accesso e la partecipazione a contesti di apprendimento scolastico e formativo, percorsi di rafforzamento di competenze specialistiche, percorsi di autoimpiego e accompagnamento allo start-up.

Ciascun percorso per l’autonomia potrà essere sostenuto, inoltre, da una “Dote per l’autonomia”, consistente in un plafond di risorse da utilizzare in favore del singolo destinatario. Il valore della singola dote viene determinato, nell’ambito del progetto per l’autonomia e la singola dote sarà utilizzata in favore del singolo destinatario, a copertura di diverse tipologie di spesa.

I percorsi di autonomia realizzati attraverso il progetto rappresenteranno uno strumento per rafforzare ed integrare i percorsi educativi ordinari definiti per minori e giovani adulti collocati in comunità, risultando quindi complementari a questi ultimi.

Il progetto è, dunque, concepito come un processo di rafforzamento e consolidamento per il raggiungimento dell’autonomia e del miglioramento della propria posizione sociale al termine del percorso penale.

Emergenza carceri, nella settimana di Pasqua AIGA in visita ai detenuti di 76 strutture penitenziarie italiane

Anche quest’anno, dopo l’importante esperienza del 2024, AIGA visiterà le strutture penitenziarie italiane nella settimana che porta alla Pasqua. Da lunedì 14 a venerdì 18 aprile, delegazioni dell’Associazione Italiana Giovani Avvocati accederanno in 76 strutture penitenziarie, tra istituti per adulti e per minorenni, diffuse su tutto il territorio nazionale, con una copertura di almeno un carcere per ogni regione.

“In questa occasione – afferma il presidente AIGA, l’avvocato Carlo Foglieni – oltre a poter valutare l’evoluzione dello stato dell’arte delle strutture penitenziarie a circa un anno di distanza dai precedenti accessi, consegneremo a tutte le direzioni delle carceri il progetto di riforma elaborato da AIGA e le progettualità in cantiere con il Dap, che ringraziamo per averci concesso tutte le autorizzazioni richieste per questi accessi. L’obiettivo è mostrare da un lato l’approccio propositivo che la nostra Associazione assume su un tema che sta vivendo una costante fase emergenziale e, dall’altro, ottenere risposte da chi ogni giorno opera in quell’ambito, vivendolo e conoscendone criticità, aspetti virtuosi, e prospettive sulle quali poter concretamente lavorare”.

Il rappresentante Nazionale ONAC (Osservatorio Nazionale AIGA sulle Carceri), l’avvocato Mario Aiezza, sottolinea: “L’iniziativa sarà l’occasione per portare all’interno delle strutture penitenziarie un calore umano di cui si ha ancor più bisogno nel periodo delle festività, nonché per mostrare a tutti coloro i quali vivono all’interno delle strutture penitenziarie, detenuti, personale amministrativo, sanitario e corpo della polizia penitenziaria, l’impegno concreto che la giovane avvocatura profonde al fine di ridare dignità alla detenzione e, più ampiamente, migliorare la vivibilità delle carceri”.

Minori lasciati soli in casa: dai 14 anni in su solo con cautela, sotto i 14 è reato

Nel tempo, l’approccio all’infanzia si è profondamente evoluto, grazie al contributo delle scienze educative e a una maggiore attenzione ai diritti dei minori. Tuttavia, tra cambiamenti culturali e incertezze normative, resta aperta una domanda cruciale per molte famiglie: a che età si può lasciare un figlio da solo in casa senza rischiare conseguenze penali?

La risposta della legge italiana è chiara: mai prima dei 14 anni. Al di sotto di questa soglia, il minore è considerato legalmente incapace, e lasciarlo incustodito può integrare il reato di abbandono di persona incapace, previsto dall’art. 591 del Codice penale. La pena va da sei mesi a cinque anni di reclusione, e può aggravarsi in caso di lesioni o, nei casi più gravi, di morte.

Quando l’autonomia diventa un rischio legale

La questione si fa delicata soprattutto nei momenti di crisi familiare o nelle situazioni quotidiane in cui i genitori si trovano a fare i conti con imprevisti. Non basta ritenere un figlio “maturo per la sua età”: la legge non consente margini discrezionali sotto i 14 anni. Qualsiasi valutazione soggettiva è irrilevante e non scrimina dalla responsabilità penale, anche se il minore non riporta danni concreti. È sufficiente che il pericolo sia ragionevolmente prevedibile.

Per i ragazzi tra i 14 e i 17 anni, la situazione cambia, ma resta sotto controllo. Il legislatore lascia spazio alla valutazione delle circostanze, demandata ai genitori e, nei casi di contenzioso, al giudice. Vanno considerati elementi come il contesto, la durata dell’assenza, la presenza di fratelli maggiorenni, la possibilità di chiedere aiuto, la sicurezza dell’ambiente e la capacità del minore di affrontare emergenze.

Anche il tempo è un fattore determinante: pochi minuti da soli in auto possono costituire un grave pericolo, mentre qualche ora in casa potrebbe essere accettabile, a patto che vengano adottate tutte le precauzioni.

Genitori, attenzione: la buona fede non basta

L’intento del genitore non rileva ai fini penali: non è necessario avere volontà dolosa per incorrere in sanzioni. Basta l’omissione colposa di vigilanza su un minore legalmente incapace, anche se il comportamento nasce da un errore di valutazione o da una condizione di emergenza.

Le eccezioni sono rarissime e devono essere documentate da circostanze straordinarie. Per evitare guai giudiziari – e soprattutto per tutelare l’incolumità dei minori – è essenziale rispettare i limiti imposti dalla legge, senza affidarsi a impressioni soggettive o al “buon senso” familiare.

In un mondo che si interroga sempre più su come crescere figli autonomi e responsabili, il confine tra educazione e pericolo resta sottile. E la legge, in questo caso, preferisce non correrlo.

giudici di pace

Giustizia, turnover vertici Ministero. Confintesa FP: “Campo, figura di riferimento per il personale”

Roma, 14 aprile 2025 – Claudia Ratti, segretario generale di Confintesa Funzione Pubblica, esprime profonda preoccupazione per le indiscrezioni che vedrebbero Gaetano Campo, Capo del Dipartimento dell’Organizzazione Giudiziaria (Dog), prossimo a lasciare il Ministero della Giustizia. “Ci auguriamo che siano voci prive di fondamento”, dichiara Ratti, “Il lavoro da fare è ancora enorme, e perdere una figura come Campo, punto di riferimento per il personale, sarebbe un duro colpo per un Dipartimento già indietro di decenni. Campo deve essere dotato di mezzi e strumenti seri per lavorare, non lasciato solo a gestire un sistema al collasso.”

Il Dog, responsabile dei servizi giudiziari e della gestione del personale amministrativo, è paralizzato da anni di immobilismo. Ratti punta il dito contro le responsabilità politiche: “La politica ha fallito, lasciando il Dipartimento senza risorse essenziali. Il personale lavora con un Contratto Collettivo fermo al 2010 e senza fondi veri per valorizzare chi manda avanti la giustizia ogni giorno. Si gioca al gioco dell’oca sulla pelle dei lavoratori, mentre i cittadini si lamentano, a ragione, dei tempi biblici della giustizia, che non migliorano.”

La situazione è aggravata da un fenomeno preoccupante: la fuga dal Ministero della Giustizia, che coinvolge vertici e personale. Recentemente, Luigi Birritteri, capo del Dipartimento degli Affari di Giustizia (Dag), ha chiesto di rientrare in ruolo, e voci insistenti suggeriscono che Campo possa seguire lo stesso percorso. “Tutti scappano, dai capi dei Dipartimenti ai dipendenti, e il Ministro Nordio lo sa bene”, afferma Ratti. “Non è un caso che ogni anno venga inserita una norma ad hoc per impedire al personale del Dog di transitare in altre amministrazioni pubbliche. Questa misura, giustificata come necessaria per garantire continuità, è in realtà un’ammissione di debolezza: il Ministero non è competitivo, non offre condizioni di lavoro attrattive né prospettive di crescita. Si trattiene il personale con vincoli normativi anziché con incentivi, riconoscimenti o un’organizzazione efficiente. Se tutti vanno via, dal vertice alla base, il Ministro e il suo staff dovrebbero farsi una domanda e dare risposte concrete, non nascondersi dietro palliativi.”

Confintesa FP propone soluzioni chiare. In cima alla lista, Ratti chiede la revisione del Piano Integrato di Attività e Organizzazione (PIAO), con un’area di Elevata Professionalità (EP) che preveda numeri ben superiori agli attuali, per valorizzare le competenze interne. Ugualmente urgente è la stabilizzazione di tutto il personale a tempo determinato, un obiettivo che richiede finanziamenti cospicui, mai stanziati. “Ignorare queste esigenze strutturali è inaccettabile”, sottolinea.

Inoltre, Confintesa FP ha presentato un progetto concreto, realizzabile con un minimo di volontà politica, per riorganizzare tutto il personale, riconoscendo e premiando tutte le professionalità interne. “Abbiamo talenti dentro il Dipartimento che meritano rispetto, opportunità e incentivi economici. È ora di investire su chi conosce il sistema, non di sprecare risorse altrove”, aggiunge Ratti.

Le critiche a Nordio e al suo staff sono severe: “La loro gestione ha mostrato incapacità, dilapidando fondi in consulenze esterne e scelte che hanno generato solo tensioni. Dovrebbero essere loro a mettersi in discussione, non una figura come Campo, che ha bisogno di supporto concreto per guidare il Dog.”

Ratti conclude con un appello: “Il Dog ha bisogno di stabilità, risorse e una visione chiara. Speriamo che Campo resti e venga messo nelle condizioni di lavorare davvero. Ma la politica deve smettere di penalizzare lavoratori e cittadini e iniziare ad ascoltare chi propone soluzioni.”

Cassazione: problema tecnico blocca il deposito del ricorso, ma la Corte lo salva in extremis

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9985/2025, ha accolto un ricorso che era stato inizialmente respinto per un errore tecnico del sistema informatico. Il caso, originato da una decisione della Corte d’Appello di Catania, ruotava attorno a due temi centrali: la validità del deposito telematico del ricorso e la corretta applicazione della riduzione di pena prevista dal rito abbreviato.

Il problema tecnico e la rimessione in termini

Il difensore dell’imputato aveva provato a depositare telematicamente il ricorso in Cassazione il 27 luglio 2024, rispettando formalmente i termini. Tuttavia, il sistema rifiutava il deposito a causa di una discordanza nei nomi delle parti, dovuta a un disallineamento tra i dati del primo grado e quelli dell’appello. Il legale si è accorto del problema solo tre giorni dopo, il 30 luglio, quando i termini erano ormai scaduti.

Il ricorso è stato quindi ripresentato il 31 luglio, con una richiesta di rimessione in termini fondata su un malfunzionamento oggettivo e imprevedibile. La Cassazione ha accolto l’istanza, riconoscendo che il mancato deposito nei termini non dipendeva da negligenza, ma da un problema tecnico non imputabile al difensore. Il ricorso è stato così dichiarato ammissibile.

L’errore della Corte d’Appello: pena ridotta meno del dovuto

Nel merito, la Suprema Corte ha anche ravvisato un errore nella determinazione della pena da parte della Corte d’Appello. L’imputato aveva scelto il rito abbreviato, che prevede una riduzione di un terzo sulla pena. Tuttavia, la pena era stata ridotta da 15 mesi a un anno, anziché ai 10 mesi spettanti. La Cassazione ha quindi annullato senza rinvio la sentenza impugnata, rideterminando la pena detentiva in 10 mesi, lasciando invariata la multa a 400 euro.

Un precedente importante

La sentenza rappresenta un precedente rilevante in tema di rimessione in termini per cause tecniche legate al processo telematico. Allo stesso tempo, ribadisce il principio della corretta applicazione delle riduzioni di pena previste dai riti alternativi, a tutela dei diritti dell’imputato.

Cassa Forense: 19 nuovi bandi per il 2025 a sostegno di professione, salute e famiglia

Professione legale, un welfare che cresce: al via i bandi 2025 di Cassa Forense

Per il 2025 Cassa Forense ha deliberato 19 nuovi bandi a supporto degli iscritti, con un impegno economico di circa 20 milioni di euro destinato a sostenere la professione forense, la salute e la famiglia. L’investimento complessivo in misure assistenziali per l’anno ammonta a oltre 82 milioni di euro.

L’obiettivo dichiarato è chiaro: accompagnare gli avvocati e i praticanti anche nei momenti più delicati, garantendo un sistema di welfare moderno, accessibile e solidale.

I bandi classici e le novità 2025

Oltre ai bandi tradizionali – tra cui quelli per l’acquisto di strumenti informatici e per il rimborso delle spese dei centri estivi per i figli minori – il 2025 porta con sé nuove opportunità di sostegno. Tra queste:

  • Contributi per praticanti avvocati finalizzati alla preparazione dell’esame di abilitazione;
  • Contributi per spese di alloggio in studentati;
  • Un bando specifico per avvocate e praticanti vittime di violenza, segno tangibile dell’attenzione verso le questioni di genere e del contrasto alla violenza.

Tre aree di intervento: professione, salute e famiglia

I bandi si articolano lungo le tre direttrici storiche dell’assistenza forense:

  1. Professione
  2. Salute
  3. Famiglia

I beneficiari sono gli avvocati e praticanti iscritti alla Cassa, oltre ai pensionati per invalidità. L’elenco completo con date di apertura e chiusura è disponibile nella sezione dedicata del sito ufficiale:
 www.cassaforense.it/ricerca-bandi-assistenza

Regole di partecipazione e requisiti

Gli iscritti possono partecipare a più bandi della stessa tipologia, ma in caso di esito positivo della prima domanda, le successive saranno automaticamente escluse, secondo l’ordine cronologico di presentazione.

Fondamentale è verificare la propria regolarità contributiva e dichiarativa al momento della domanda. Non è infatti consentita la regolarizzazione postuma. A tal fine, è stato integrato un collegamento diretto alla propria posizione personale nella procedura online di candidatura.

Scadenze da ricordare:

  • I contributi minimi si considerano scaduti al 30 settembre;
  • In caso di rateizzazioni o rottamazioni, si è in regola solo se le rate pregresse sono state pagate entro le scadenze previste.

Per qualsiasi dubbio sulla propria posizione, è attivo il call center di Cassa Forense al numero 06/51.43.53.40, dal lunedì al venerdì (8.00–19.00) e il sabato (8.00–13.00).

Il futuro del lavoro è già qui: entro il 2030 il 60% dei lavoratori dovrà reinventarsi

Lavoro 2030: la rivoluzione (non solo) tecnologica che ci aspetta

Il mondo del lavoro sta cambiando a una velocità mai vista prima. A lanciare l’allarme – ma anche un invito ad agire – è il World Economic Forum, secondo cui entro il 2030 il 60% della forza lavoro mondiale dovrà aggiornare le proprie competenze per restare competitiva. Una trasformazione che ha un motore chiaro: l’intelligenza artificiale.

Ma non si tratta soltanto di tecnologia. Il vero cambiamento è umano.

IA e nuove competenze: la doppia sfida

L’intelligenza artificiale non si limita a sostituire alcune professioni, ma ridefinisce processi, ruoli e competenze. E mentre da un lato sarà fondamentale imparare a utilizzare strumenti legati all’AI, dall’altro si renderà sempre più necessario rafforzare abilità trasversali, come la resilienza, la leadership, l’intelligenza emotiva, l’agilità, la curiosità e l’apprendimento continuo.

Il cambiamento è inevitabile: prepararsi è una scelta

Il WEF stima che quasi il 40% delle competenze oggi richieste sarà obsoleto entro pochi anni. Alcuni mestieri spariranno, altri nasceranno. Ma il vero discrimine sarà la capacità di cogliere le nuove opportunità.

Per restare nel mercato del lavoro, aggiornarsi non è più un’opzione, ma una necessità. Investire nel proprio sviluppo – sia tecnico che personale – è il passo più importante per affrontare il cambiamento non come minaccia, ma come occasione di crescita.

Costruire il futuro, un giorno alla volta

Il futuro del lavoro non è qualcosa da temere. È una costruzione collettiva, che passa dalla consapevolezza individuale e da un impegno costante nella formazione continua. Le istituzioni, le aziende e i singoli lavoratori dovranno collaborare per sostenere l’adattamento ai nuovi scenari.

Perché il lavoro che verrà non lo si aspetta. Si costruisce.

ANM a sostegno di Emergency, Sant’Egidio e associazionismo cattolico

L’Associazione nazionale magistrati in prima fila per un progetto di beneficenza in vista della Pasqua. Ieri mattina il segretario generale Rocco Maruotti e il presidente della commissione Legalità Gaspare Sturzo hanno preso parte ai banchetti di Emergency a Roma acquistando duecento colombe, per sostenere l’impegno della ong per le vittime di guerra nella Striscia di Gaza, dove Emergency è presente nella zona di Khan Younis con una clinica di salute primaria, oltre ad offrire supporto medico e logistico all’ambulatorio dell’associazione Cfta (Culture & Free Thought Association).

Le colombe saranno donate dall’Associazione nazionale magistrati in parte alla Comunità di Sant’Egidio che le distribuirà agli istituti penitenziari in vista della Pasqua e in parte al progetto ‘Diplomazia della solidarietà’, una raccolta in favore delle persone in difficoltà assistite dalla Caritas di Roma, dall’Associazione Solidarietà e Speranza di suor Paola, e dalle Parrocchie della XVIII Prefettura della diocesi di Roma, da padre Vittorio, parroco di Regina Coeli, e dall’elemosiniere di Sua Santità Konrad Krajewski. Un progetto curato da monsignor Marco Malizia, consigliere ecclesiastico del ministero degli Esteri.

“Pace, solidarietà e sussidiarietà sono tre elementi cardine di un impegno che deve riguardare tutti noi. La cura per le persone più fragili deve essere al centro delle nostre attività sempre. Siamo consapevoli che il dramma delle carceri è una ferita profonda per il nostro Paese e vorremmo che questo gesto rappresentasse un messaggio simbolico di attenzione rispetto a quel mondo”, dichiara il segretario generale Anm Rocco Maruotti.

“Abbiamo deciso di dare il nostro contributo alla campagna di Emergency da un lato e alle raccolte solidali dell’associazionismo cattolico dall’altro perché riteniamo sia una parte integrante della nostra fedeltà costituzionale e del nostro impegno laico quotidiano. E’ un messaggio simbolico a cui teniamo molto”, aggiunge il presidente della commissione Legalità dell’Anm Gaspare Sturzo.

“Siamo particolarmente lieti del contributo dell’Associazione nazionale magistrati. Un bel segno di partecipazione, ma anche di gioia per donne e bambini meno fortunati. Un messaggio di speranza e pace”, afferma monsignor Marco Malizia, consigliere ecclesiastico del ministero degli Esteri.

Tasse: a non pagarle sono le grandi imprese

Tra il 2000 e il 31 gennaio 2025 l’ammontare complessivo delle tasse, dei contributi, delle imposte, delle bollette, delle multe, etc., non riscosse dal fisco italiano o da altri enti[1] ha raggiunto i 1.279,8 miliardi di euro[2]. Di questi, ben 822,7 miliardi (pari al 64,3 per cento del totale), sono in capo alle persone giuridiche, ovvero alle Spa, alle Srl, ai consorzi, alle cooperative, etc. Altri 300,4 miliardi (il 23,5 per cento) sono ascrivibili alle persone fisiche, vale a dire i lavoratori dipendenti, i pensionati e altri percettori di reddito. Infine, i rimanenti 156,7 miliardi (solo il 12,2 per cento del totale) sono riconducibili alle persone fisiche con attività economica, categoria comunemente composta da artigiani, commercianti, esercenti, liberi professionisti, etc. (vedi Graf. 1). Anche questi dati – estrapolati dall’Ufficio studi della CGIA dall’indagine presentata dal direttore dell’Agenzia delle entrate/Riscossione nell’audizione tenutasi presso il Senato una quindicina di giorni fa[3] – dimostrano che in Italia ad evadere il fisco sono, in particolare, i grandi contribuenti e non i piccoli. Insomma, l’infedeltà fiscale si annida soprattutto nelle società di capitali e solo in piccola parte nelle micro imprese e tra i lavoratori autonomi che, addirittura, annoverano un carico residuo non riscosso in questi ultimi 25 anni pari a poco più della metà del dato riferito alle persone fisiche. Ovvero all’ammontare complessivo dei debiti fiscali in capo ai lavoratori dipendenti e ai pensionati che, ricordiamo, sono tassati alla fonte e, pertanto, non dovrebbero, almeno in linea puramente teorica, evadere alcunché. Cosa che, invece, nella realtà di tutti i giorni non accade.

Solo 3,47 milioni di grandi imprese hanno più di 822 miliardi di debiti col fisco

Dei 22,26 milioni di contribuenti con carichi residui affidati tra il 2000 e il 31 gennaio 2025, solo 2,86 milioni (il 12,8 per cento del totale) sono persone fisiche con attività economica (ditte individuali, società di persone, lavoratori autonomi, etc.). Altri 3,47 milioni (il 15,6 per cento del totale) sono persone giuridiche (società di capitali) e ben 15,93 milioni (il 71,6 per cento del totale) fanno riferimento alla categoria delle persone fisiche (lavoratori dipendenti, pensionati, etc) (vedi Graf. 2). Nonostante le grandi imprese con debiti fiscali non ancora onorati siano relativamente poche, presentano però un carico residuo “spaventoso”; come dicevamo più sopra pari a 822,7 miliardi di euro.

Evasori: solo 13 su 100 sono lavoratori autonomi

Se ce ne fosse ancora bisogno, questi dati forniti dall’Agenzia delle entrate-Riscossione confermano quanto sostiene da decenni la CGIA: i lavoratori autonomi non sono un popolo di evasori, come spesso vengono descritti dall’opinione pubblica. È indubbio che in questa categoria vi sia anche chi non adempie ai propri obblighi fiscali; tuttavia, le statistiche ufficiali ci dicono che in questi ultimi 25 anni solo 13 evasori su 100 hanno una partita Iva e il debito fiscale complessivo (156,7 miliardi di euro) ha un’incidenza sul dato totale molto contenuto e pari al 12,2 per cento.

Per contrastare l’evasione serve un fisco più efficiente

I risultati ottenuti negli ultimi anni dalla lotta contro l’evasione fiscale indicano l’opportunità di continuare a seguire il percorso intrapreso, intensificando gli sforzi verso la semplificazione del sistema tributario e il conseguente miglioramento della relazione tra fisco e contribuente. È fondamentale sfruttare in modo sempre più efficiente i dati detenuti dall’Amministrazione fiscale, al fine di ottimizzare i controlli su fenomeni che, secondo le valutazioni dell’Agenzia delle Entrate, presentano elevati livelli di rischio. Tra questi si annoverano: le frodi IVA; l’uso improprio di crediti inesistenti e/o aiuti economici non dovuti; la fittizia dichiarazione di residenza fiscale all’estero e l’occultamento di patrimoni al di fuori dei confini nazionali[4]. Sono modalità di evasione che, a differenza di quelli imputabili agli artigiani e ai piccoli commercianti[5], sono ascrivibili quasi esclusivamente ai grandi contribuenti.

Lazio, Campania e Lombardia al top per mancati pagamenti

A livello territoriale il debito fiscale pro capite più elevato maturato in questi ultimi 25 anni è in capo ai residenti del Lazio con 39.673 euro. Seguono i campani con 27.264 euro e i lombardi con 25.904 euro. Le situazioni più virtuose, invece, le scorgiamo nelle regioni a statuto speciale del Nord. Se in Valle d’Aosta il debito pro capite ancora da riscuotere è di 12.533 euro, in Friuli Venezia Giulia è di 11.125 euro e in Trentino Alto Adige di soli 6.964 euro (vedi Graf. 3). Se invece misuriamo i mancati pagamenti di tasse e contributi, etc. in valore assoluto, la situazione più critica si verifica in Lombardia con 259,3 miliardi di euro di debiti. Seguono il Lazio con 226,7 miliardi, la Campania con 152,5 miliardi e l’Emilia Romagna con 87,9 miliardi (vedi Tab. 1). Ovviamente i dati negativi del Lazio e della Lombardia sono decisamente condizionati dalla presenza in queste due regioni della stragrande maggioranza delle big tech, delle multinazionali e dei grandi gruppi industriali presenti nel Paese.

[1] Inps, Inail, Comuni, Province, Regioni, Camere di Commercio, etc.

[2] Al netto degli importi di difficile recuperabilità, di quelli interessati da specifici provvedimenti di sospensione e da quelli sottoposti ad azioni esecutive e/o cautelari, secondo l’Agenzia delle entrate-Riscossione sono ancora potenzialmente aggredibili solo 101,2 miliardi euro.

[3] Audizione del Direttore dell’Agenzia delle entrate e dell’Agenzia delle entrate-Riscossione, Avv. Vincenzo Carbone, “Indagine conoscitiva sulla gestione del magazzino fiscale in carico all’Agenzia delle entrate-Riscossione”, Senato della Repubblica, VI Commissione Finanze Tesoro, Roma, 27 marzo 2025.

[4] Audizione del Direttore dell’Agenzia delle Entrate e dell’Agenzia delle Entrate – Riscossione, Avv. Ernesto Maria Ruffini, Senato della Repubblica 6ª Commissione Finanze e Tesoro, Roma, 27 febbraio 2024, pag. 12.

[5] Come la mancata emissione degli scontrini o delle fatture.

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