Affitti senza registrazione, il contratto è nullo: cosa rischiano proprietari e inquilini

ROMA — Affittare un immobile senza registrare il contratto non è soltanto una violazione fiscale, ma comporta anche gravi conseguenze giuridiche. La normativa italiana prevede infatti che ogni contratto di locazione, sia per uso abitativo che commerciale, debba essere redatto in forma scritta e registrato entro trenta giorni dalla firma. Fanno eccezione solo gli affitti brevi, con durata complessiva annua inferiore a trenta giorni.

La registrazione serve a conferire data certa e validità all’accordo, rendendolo opponibile a terzi e garantendo la corretta tassazione dei canoni. Ma cosa accade se il contratto non viene registrato? La risposta arriva dalla legge e dalla giurisprudenza: il contratto è nullo.

Un accordo inesistente
Un contratto nullo è considerato come mai stipulato. Di conseguenza, l’inquilino può rifiutarsi di versare il canone e, se ha già pagato, ha diritto di richiederne la restituzione entro sei mesi dalla riconsegna dell’immobile, invocando le norme sul pagamento indebito. Inoltre, non valgono più nemmeno le regole sulla durata minima della locazione: l’inquilino può lasciare l’immobile in qualunque momento senza preavviso e senza motivazione, mentre il proprietario può richiederne il rilascio immediato.

Proprietari senza tutela immediata
Per il locatore le ripercussioni sono rilevanti. Non potrà più ottenere un decreto ingiuntivo per i canoni non versati né procedere con lo sfratto. L’unico strumento a disposizione resta la causa ordinaria per occupazione senza titolo, con la possibilità di richiedere un indennizzo per il periodo di utilizzo dell’immobile. Tuttavia, la somma riconosciuta sarà inferiore al canone originariamente pattuito.

Le vie per sanare il contratto
Esiste comunque una possibilità di regolarizzare la situazione: il proprietario può procedere con la registrazione tardiva del contratto, pagando le sanzioni previste. In tal modo l’accordo acquista efficacia retroattiva dal momento della stipula e l’inquilino torna a essere obbligato a rispettarne le condizioni, compreso il pagamento dei canoni.


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Abusi edilizi, la Cassazione chiude ai condoni tardivi: demolizione insufficiente a estinguere il reato

ROMA — Due pronunce ravvicinate della Corte di Cassazione rimettono ordine nella materia degli abusi edilizi, riaffermando limiti precisi alle sanatorie e chiarendo i casi in cui la demolizione di un’opera illecita non basta a estinguere il reato.

Con la sentenza n. 20665/2025, la Suprema Corte ha bocciato il tentativo di ottenere, a distanza di anni e fuori dai termini fissati dalla legge di condono, una verifica di condonabilità mediante parere legale richiesto al Comune. Una prassi diffusa in alcune amministrazioni locali, che i giudici hanno definito irrilevante e priva di fondamento giuridico. Solo la concessione di un permesso di costruire in sanatoria, richiesto nei tempi previsti dalla normativa, può infatti giustificare la sospensione di un ordine di demolizione. L’eventuale adeguamento dell’opera alle prescrizioni urbanistiche successivamente alla scadenza dei termini di legge non consente di sanare retroattivamente l’abuso.

Demolizione non salva dal reato
In una seconda decisione, la n. 20661/2025, la Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore della Repubblica avverso una sentenza di non luogo a procedere motivata dall’avvenuta demolizione di un manufatto abusivo durante il processo. In quel caso, però, l’intervento edilizio ricadeva in un’area archeologica vincolata, soggetta al Codice dei beni culturali. E secondo l’articolo 181 di tale normativa, il reato paesaggistico può considerarsi estinto soltanto se il responsabile rimette in pristino l’area prima che l’autorità amministrativa ne ordini la rimozione. L’intervento tardivo, dunque, non basta.


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Decreto Sicurezza, scontro tra Governo e Avvocatura: “Punitivo e liberticida”

ROMA — È un clima di forti contrasti quello che accompagna l’entrata in vigore definitiva del nuovo Decreto Sicurezza. Se da un lato il Governo esprime soddisfazione per il “forte gradimento” che il provvedimento avrebbe raccolto tra i cittadini, dall’altro giungono critiche severe da parte dell’Avvocatura e di illustri costituzionalisti, che ne contestano i contenuti e le finalità.

Il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha sottolineato come la richiesta di maggiore sicurezza non rappresenti un passo verso modelli autoritari, ma una condizione necessaria per garantire la libertà. Una lettura opposta arriva dall’ex presidente della Corte costituzionale Ugo De Siervo, tra i promotori di un appello al Capo dello Stato affinché rimandi il testo alle Camere, ritenendo il decreto sbilanciato verso un approccio repressivo, lesivo dei diritti dei più deboli e volto a ridurre gli spazi di dissenso.

Le critiche dell’Avvocatura
L’Organismo Congressuale Forense ribadisce il proprio dissenso, evidenziando i rischi di un utilizzo punitivo e simbolico del diritto penale. Il coordinatore Mario Scialla denuncia l’illusione di risolvere i problemi sociali attraverso il carcere e l’aumento delle pene, mentre Carlo Morace, responsabile del Gruppo Penale OCF, avverte: “Il decreto comprime le libertà individuali, criminalizza il dissenso e colpisce soggetti fragili, aggravando la condizione carceraria e limitando le possibilità di difesa per gli innocenti”.

Preoccupazioni sulle nuove norme
A destare particolare allarme, per l’Avvocatura, è l’introduzione di fattispecie di reato giudicate vaghe e di difficile definizione, come la resistenza passiva o il blocco della circolazione durante le manifestazioni, che rischiano di aprire la strada a interpretazioni arbitrarie e di compromettere i principi costituzionali di legalità e determinatezza.

Le Camere penali si astengono
Già a maggio, le Camere penali avevano proclamato l’astensione dalle udienze per protestare contro il decreto, accusato di introdurre reati inutili, aggravanti immotivate e di alimentare una visione penale della marginalità sociale e della protesta politica. L’avvertimento, ora, è che l’aumento della popolazione carceraria e la restrizione delle misure alternative rischiano di aggravare ulteriormente la già difficile situazione delle carceri italiane.


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Sequestro preventivo, la Cassazione conferma: nessun termine massimo per le misure patrimoniali

ROMA — Non è incostituzionale né irragionevole una disciplina che prevede limiti di durata solo per le misure cautelari personali e non anche per quelle patrimoniali. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 20658, depositata il 4 giugno 2025, respingendo la questione di costituzionalità sollevata dal rappresentante legale di un’azienda destinataria di un sequestro preventivo disposto nell’ambito di un’indagine per dichiarazione fraudolenta.

Il ricorso lamentava l’assenza di termini massimi entro cui ottenere una decisione definitiva, come invece accade per le misure che incidono sulla libertà personale o per i sequestri previsti dalla normativa antimafia. Ma per la Suprema Corte il confronto non regge: le misure cautelari reali e quelle personali rispondono infatti a logiche e valori diversi.

Due piani distinti di tutela
Secondo i giudici di legittimità, la libertà personale gode di una tutela costituzionale più intensa rispetto al patrimonio, perché incide direttamente sull’inviolabilità della persona. Il sequestro di beni, al contrario, può essere contemperato con gli interessi pubblici in gioco, anche senza la previsione di termini perentori.

La sentenza ribadisce inoltre che l’assenza di scadenze rigide per i sequestri patrimoniali non comporta vuoti di tutela per il cittadino, poiché il vincolo reale decade immediatamente se il provvedimento viene annullato o revocato. Diversamente, nel caso delle misure personali, la scadenza dei termini massimi non impedisce al giudice di adottare nuove misure restrittive, purché meno afflittive.

Una scelta del legislatore non irragionevole
La Corte ha infine ricordato che spetta al legislatore fissare i confini e i tempi delle misure cautelari, e che la distinzione tra libertà personale e patrimonio è una scelta discrezionale, ritenuta pienamente legittima e conforme ai principi costituzionali.


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Codice di procedura penale, il ministro annuncia: ‘È tempo di riforma’

ROMA — La giustizia italiana resta un cantiere perenne, al centro di continue tensioni politiche e istituzionali. Il tema più caldo è ancora quello della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, un principio ispirato al modello anglosassone e rilanciato con forza dall’attuale esecutivo. Il Guardasigilli spinge su questa riforma, che prevede anche la nascita di un’Alta Corte disciplinare e un nuovo Consiglio superiore della magistratura, ma il dibattito si accende.

Le toghe, infatti, denunciano il rischio di un disegno punitivo, mascherato da riforma ordinamentale. Secondo i dati, la sezione disciplinare del CSM ha sanzionato il 42% dei magistrati coinvolti nei procedimenti, e c’è chi si chiede perché serva un nuovo organo se quello attuale funziona. Le critiche al sistema disciplinare e alla gestione correntizia sono state feroci, anche da parte degli stessi magistrati: emblematico il caso Palamara, che ha definito il Consiglio un “verminaio” e un “mercato delle vacche”.

Il governo, dal canto suo, difende il progetto, sostenendo che la riforma ridurrà il potere delle correnti e restituirà indipendenza alla magistratura. Saranno però gli elettori a decidere, con un referendum previsto dopo l’approvazione della riforma costituzionale.

Sul tavolo c’è anche il nodo del codice di procedura penale, che il ministro intende riscrivere per renderlo più aderente al modello accusatorio. Una revisione attesa da anni, già invocata dagli studiosi e divenuta impellente dopo casi controversi come quello di Garlasco, che ha riacceso il dibattito sulla necessità di una revisione delle norme sull’appello e sulle intercettazioni.

A proposito di queste ultime, il recente limite di 45 giorni — con eccezioni per mafia e terrorismo — ha suscitato polemiche, accusato di ostacolare le indagini. Il ministro replica che la riservatezza delle comunicazioni resta un valore costituzionale primario e che le intercettazioni devono essere uno strumento mirato, non un mezzo di controllo generalizzato.

Nel frattempo, alcune norme come la depenalizzazione dell’abuso d’ufficio hanno già prodotto effetti positivi nella pubblica amministrazione. E la battaglia sulle carriere separate resta il vero banco di prova di questa stagione di riforme.


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DAP, si insedia Stefano De Michele

Roma, 5 giugno 2025 – È già al lavoro nel suo studio in largo Luigi Daga il nuovo Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Stefano Carmine De Michele.
Alla tradizionale cerimonia di insediamento era presente questa mattina il Ministro della Giustizia Carlo Nordio, che, insieme a De Michele, ha salutato i direttori generali e i direttori degli Uffici e delle Divisioni del Dipartimento, nonché il personale che ha affollato l’Aula Minervini.
“È un bel momento” ha dichiarato Nordio, “che si inserisce nel potenziamento della nostra struttura. E’ arrivato un nuovo Capo sul quale abbiamo fiducia assoluta”.
“Ringrazio il ministro per la fiducia che ha voluto accordarmi in questo prestigiosissimo incarico. E ringrazio il ministro perché, venendo qui, ha voluto omaggiare l’intera Amministrazione”, ha detto il Capo del DAP.
Romano, 65 anni, Stefano Carmine De Michele è stato nominato con d.P.R. del 27 maggio 2025. Succede a Lina Di Domenico, che dal gennaio scorso ricopriva l’incarico di capo del Dipartimento facente funzioni.
A margine dell’insediamento del nuovo Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, il Ministro della Giustizia Carlo Nordio ha incontrato oggi al DAP una delegazione del Ministero della Giustizia francese, da tre giorni al Dipartimento per una visita di studio finalizzata a valutare le possibili condizioni per la creazione in Francia di un Corpo di polizia penitenziaria con compiti di Polizia giudiziaria.
La missione della delegazione transalpina fa seguito alla fruttuosa visita a Roma del Ministro della Giustizia, Gérald Darmanin, e all’incontro con il Guardasigilli Nordio del febbraio scorso. In quell’occasione il Ministro francese aveva manifestato grande interesse per il modello italiano di gestione dei detenuti alta sicurezza o sottoposti al regime speciale, previsto dall’art. 41 bis dell’Ordinamento Giudiziario, e il desiderio di approfondire gli aspetti normativi e le prassi che in Italia, da decenni, hanno prodotto risultati di livello.
La delegazione francese, guidata dal magistrato di collegamento presso il Ministero della Giustizia Yves François Le Clair, era composta dall’Ispettore Generale della Giustizia Martine Bardet e dagli ispettori di Giustizia Aline Batoz e Thierry Landais.
Nel corso dei tre giorni di incontri sono state approfondite le norme istitutive del Corpo di polizia penitenziaria, la formazione prevista per i suoi appartenenti, le attività di Polizia giudiziaria svolte all’interno delle carceri e le peculiari specificità riguardanti il Gruppo Operativo Mobile (GOM) e il Nucleo Investigativo Centrale (NIC), con particolare attenzione all’analisi di alcuni casi di studio.
La delegazione ha infine visitato la Casa circondariale di Roma Rebibbia e l’Ufficio comando del reparto di Polizia Penitenziaria ed è stata ricevuta dai vertici di GOM e NIC presso la Scuola di formazione “Giovanni Falcone”.

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Ransomware: la minaccia invisibile che colpisce aziende e cittadini

Sono tra le minacce informatiche più pericolose e diffuse degli ultimi anni, capaci di paralizzare aziende, istituzioni e persino interi settori pubblici. I ransomware continuano a rappresentare un rischio concreto per la sicurezza digitale di privati e imprese. Si tratta di software malevoli che, una volta infiltrati nei dispositivi, bloccano i dati e chiedono un riscatto per sbloccarli, spesso minacciando la distruzione o la diffusione di informazioni riservate.

La portata del fenomeno resta significativa. Secondo le ultime rilevazioni di settore, quasi sette aziende su dieci dichiarano di essere state colpite da ransomware nell’ultimo anno, nonostante un lieve calo rispetto ai dodici mesi precedenti. E il vero problema non è solo il numero di attacchi, ma la capacità di recupero dei dati: meno del 10% degli attaccati è riuscito a ripristinare quasi integralmente i propri archivi, mentre la maggior parte ha recuperato meno della metà delle informazioni compromesse.

Ma come avviene un attacco ransomware? La tecnica più diffusa è il phishing, con e-mail o messaggi ingannevoli che simulano comunicazioni da parte di colleghi, enti pubblici o aziende note. Questi messaggi contengono allegati infetti o link che, se cliccati, installano il malware nel dispositivo. Non mancano, poi, siti web trappola e banner pubblicitari compromessi che possono veicolare l’infezione.

Una volta attivato, il ransomware comunica con un server remoto controllato dagli hacker, bloccando i file e, in alcuni casi, diffondendosi ad altri dispositivi collegati in rete o sincronizzati in cloud. Segue poi la richiesta di riscatto, solitamente in criptovaluta, per ottenere la chiave di sblocco. Tuttavia, anche pagando, il recupero dei dati non è mai garantito.

Difendersi richiede una combinazione di attenzione e tecnologia. È fondamentale non aprire allegati o link sospetti, nemmeno se apparentemente inviati da conoscenti, e scaricare solo software da fonti ufficiali. L’installazione di antivirus aggiornati, sistemi di backup regolari e il costante aggiornamento di sistemi operativi e applicazioni sono ulteriori misure indispensabili.

In caso di infezione, il consiglio degli esperti è di rivolgersi a professionisti del settore, evitare di cedere al ricatto e denunciare l’accaduto alla Polizia Postale.


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La digitalizzazione dello Stato cambia gli equilibri tra i poteri

La transizione digitale non sta solo rivoluzionando il modo in cui cittadini e imprese interagiscono con la pubblica amministrazione. Sta incidendo, in modo più profondo e strutturale, sugli equilibri istituzionali alla base dell’organizzazione dello Stato. La separazione dei poteri, principio cardine di ogni ordinamento democratico, si trova oggi a confrontarsi con nuove dinamiche determinate dalla diffusione di tecnologie digitali e sistemi automatizzati.

L’impatto di questo processo è visibile su più fronti. Da un lato, l’utilizzo crescente di algoritmi per assegnare incarichi pubblici o gestire pratiche amministrative modifica le modalità di esercizio delle funzioni pubbliche. Dall’altro, l’obbligo di utilizzare strumenti digitali per accedere a servizi fondamentali — come nel caso dell’identità digitale — crea nuove forme di dipendenza tecnologica all’interno delle strutture statali.

Questo cambiamento si manifesta su due livelli distinti. Il primo è quello normativo, dove il diritto si trova a dover regolamentare un settore in continua evoluzione. In alcuni casi, le corti hanno applicato norme preesistenti per gestire questioni digitali, supplendo all’inerzia dei legislatori che, in diversi contesti, hanno ritardato l’approvazione di nuove leggi, consentendo alla digitalizzazione di procedere senza adeguati strumenti di controllo.

Il secondo livello riguarda le infrastrutture. Le pubbliche amministrazioni, sempre più dipendenti da sistemi digitali per svolgere le proprie attività, rischiano di subire rallentamenti o inefficienze in caso di problemi tecnologici. Questa dipendenza introduce nuovi equilibri e squilibri tra i poteri dello Stato, rafforzando alcune funzioni e indebolendone altre, a seconda dell’efficienza dei sistemi utilizzati.

Il costituzionalismo contemporaneo si trova così davanti alla necessità di aggiornare i principi di garanzia e di equilibrio istituzionale alla luce di queste trasformazioni. La sfida è assicurare che l’adozione delle tecnologie digitali avvenga nel rispetto dei diritti fondamentali e senza compromettere il corretto bilanciamento tra i poteri dello Stato, che resta essenziale per il funzionamento di una democrazia solida e trasparente.


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Giustizia civile ancora in affanno: tempi lunghi e rischio precariato per gli assunti PNRR

ROMA — Nonostante gli sforzi e i concorsi straordinari finanziati con i fondi del PNRR, il sistema della giustizia civile continua a mostrare segnali di sofferenza. Gli obiettivi fissati a livello europeo per ridurre i tempi dei processi sembrano ancora lontani e la gestione dell’arretrato resta problematica in molti uffici giudiziari, aggravata dall’aumento di nuove cause in materie particolarmente delicate come immigrazione e cittadinanza.

Dal 2021 a oggi il Ministero della Giustizia ha bandito tre concorsi per reclutare personale a tempo determinato — figure amministrative, tecnici IT, contabili e operatori di cancelleria — destinati a supportare il lavoro dei magistrati e velocizzare la definizione dei procedimenti. Tuttavia, a fronte di circa 11.500 assunzioni, i numeri non bastano: in alcuni settori i fascicoli sono addirittura aumentati e i tempi di smaltimento dei procedimenti civili restano al di sopra della soglia critica fissata a due anni.

Secondo gli ultimi dati, a fine 2024 il numero di cause civili pendenti nei tribunali era calato rispetto al 2019, ma solo del 20%, ben lontano dalla riduzione del 40% che sarebbe dovuta arrivare entro il 2026. Anzi, in alcuni uffici, complice il flusso di nuovi fascicoli, la situazione è peggiorata. Anche le Corti d’appello fanno fatica a tenere il passo, nonostante la pressione sugli uffici per rispettare le scadenze.

Intanto, preoccupa il futuro degli assunti PNRR: i loro contratti scadranno il 30 giugno 2026 e senza un piano di stabilizzazione si rischia di perdere personale già formato e operativo. I sindacati avvertono che si tratta di una penalizzazione non solo per i lavoratori, ma per l’intero sistema giudiziario, che senza investimenti strutturali continuerà a soffrire di carenze di organico e inefficienze croniche.

Se entro un anno non arriveranno misure concrete per prorogare o rendere stabile almeno una parte di questi contratti, la giustizia rischia di perdere un’occasione importante di rinnovamento, rallentando ulteriormente il processo di modernizzazione tanto atteso.


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DL Sicurezza: l’allarme dell’avvocatura

Roma, 5 giugno 2025 – L’Organismo Congressuale Forense, a seguito dell’approvazione parlamentare del cosiddetto DL Sicurezza, esprime preoccupazione per l’impianto e le conseguenze del provvedimento.

“Con l’approvazione definitiva del DL Sicurezza – afferma Mario Scialla, Coordinatore dell’Organismo Congressuale Forense – si conferma una linea politica che utilizza il diritto penale in modo simbolico e punitivo, non vi è alcun beneficio in termini di riduzione dei reati e si alimenta il teorema errato secondo il quale l’introduzione di reati e il ricorso alla detenzione in carcere risolvono i mali sociali”.

“Non si può immaginare un processo penale in equilibrio se il diritto penale sostanziale diventa illiberale. L’aumento delle pene detentive e l’introduzione di nuovi reati e circostanze aggravanti– prosegue Carlo Morace, responsabile del Gruppo Penale OCF– rende sempre più complessa la difesa dell’innocente nel processo. Il decreto sicurezza introduce reati che colpiscono con identiche pene elevate fatti eterogenei e di diversa gravità. In più, il volto del diritto penale assume connotati securitari, la tutela della sicurezza travolge le libertà del singolo, si inasprisce la lotta al dissenso manifestato nelle piazze e la repressione colpisce anche soggetti deboli quali la madre di minori in tenera età, il detenuto ristretto in carceri che non garantiscono la dignità dell’uomo, le persone bisognose”.

L’Organismo Congressuale Forense aveva già espresso le proprie riserve in audizione parlamentare, sottolineando la pericolosità di un’impostazione che considera nemico il cittadino invece che soggetto titolare di diritti. L’introduzione di reati mal definiti, come la resistenza passiva in carcere o il blocco della circolazione durante le manifestazioni, rischia di aprire la strada a un diritto penale costruito sull’indeterminatezza, in contrasto con i principi costituzionali e con la giurisprudenza della Corte Costituzionale.

“Siamo di fronte a un salto indietro culturale – conclude Morace – che contrasta con la centralità che la nostra Costituzione assegna all’individuo e veicola la malsana idea che la migliore società non è quella evoluta culturalmente, ma quella con un diritto penale elefantiaco. L’OCF continuerà a far sentire la voce dell’Avvocatura e a veicolare il messaggio che solo un diritto penale liberale arreca beneficio alla collettività”.


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