Tetto retributivo per i dipendenti pubblici: la Consulta boccia la soglia fissa da 240mila euro

La Corte costituzionale, con la sentenza n. 135, è intervenuta su un nodo cruciale del pubblico impiego: il tetto alle retribuzioni dei dipendenti pubblici. Pur confermando che un limite massimo ai compensi pubblici non è di per sé incompatibile con i principi costituzionali, i giudici hanno dichiarato l’illegittimità dell’art. 13, comma 1, del decreto-legge n. 66 del 2014, nella parte in cui fissava in modo rigido tale soglia a 240.000 euro lordi annui.

La Consulta ha ribadito che il tetto retributivo, per essere legittimo, deve continuare a essere ancorato al trattamento economico complessivo spettante al primo presidente della Corte di Cassazione, come previsto originariamente nel 2011. Il ritorno a questo parametro non è solo formale: garantisce una dinamica retributiva più coerente con l’evoluzione degli stipendi nella pubblica amministrazione e tutela l’autonomia e l’indipendenza di figure apicali dell’ordinamento, come i magistrati.

Il tetto fisso introdotto nel 2014, concepito inizialmente come misura temporanea e straordinaria nel contesto della crisi finanziaria, aveva comportato una decurtazione significativa degli emolumenti, in particolare nei confronti dei magistrati. Tuttavia, osserva la Corte, quella temporaneità si è col tempo dissolta, trasformando una misura emergenziale in una regola strutturale, con effetti ritenuti oggi non più sostenibili dal punto di vista costituzionale.

L’orientamento della Consulta si inserisce in un quadro giurisprudenziale europeo che sottolinea la necessità di preservare la dignità e l’autonomia della magistratura anche sul piano economico. Significativa, in tal senso, la recente pronuncia della Corte di giustizia dell’Unione europea (25 febbraio 2025, cause C-146/23 e C-374/23), che ha censurato analoghe riduzioni retributive per i giudici, riconoscendo la centralità della loro indipendenza.

Già nel 2021, con la legge di bilancio (art. 1, comma 68, L. 234/2021), si era intervenuti sulla materia, introducendo una rivalutazione annuale del limite retributivo in base agli aumenti medi rilevati dall’ISTAT per i dipendenti pubblici. Tale meccanismo, applicato con il d.P.C.M. del 25 luglio 2022, ha portato la retribuzione annua lorda dei giudici costituzionali a 361.620 euro, comprendente la quota base e un incremento del 0,45%.

In virtù del principio di generalità che caratterizza il tetto retributivo, la sentenza della Corte non riguarda solo magistrati e vertici istituzionali, ma si estende a tutti i dipendenti pubblici soggetti alla medesima disciplina. Trattandosi, però, di una illegittimità sopravvenuta, gli effetti della pronuncia non saranno retroattivi: produrranno efficacia solo dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza nella Gazzetta Ufficiale.


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Offese sul lavoro, la Cassazione dice sì al licenziamento per giusta causa

ROMA – Offendere il proprio superiore, specie se lo si fa in modo plateale e in presenza di colleghi, può costare il posto di lavoro. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, sezione lavoro, che con l’ordinanza n. 21103 del 24 luglio 2025 ha confermato il licenziamento per giusta causa di una psicologa che aveva rivolto l’epiteto “leccaculo” al proprio responsabile durante una discussione sul piano ferie.

Una frase pesante, definita dai giudici “volgare, ingiuriosa e lesiva del rapporto fiduciario”, pronunciata in un momento di tensione ma in assenza di una vera provocazione. Decisivo, nella valutazione della Corte, anche il fatto che l’espressione sia stata proferita davanti a un’altra collega, rendendo pubblica l’offesa e aggravandone la portata disciplinare.

La dinamica: insubordinazione e contesto aggravante

Il diverbio si è consumato durante una riunione interna presso una struttura che si occupa di assistenza a persone con disabilità, in seguito alla richiesta da parte del superiore di rivedere il piano ferie già approvato. La psicologa ha reagito verbalmente, usando un linguaggio definito dalla Corte “chiaramente offensivo”, senza che vi fossero elementi di tensione tali da giustificare l’uscita.

Per la Cassazione, il comportamento configura non solo una grave insubordinazione, ma anche una lesione irrimediabile del vincolo fiduciario su cui si fonda il rapporto di lavoro. Un elemento centrale, soprattutto nei settori dove la professionalità è legata alla relazione, alla comunicazione e alla gestione delle dinamiche interpersonali.

Il precedente disciplinare: “inclinazione all’ingiuria”

A pesare nella decisione finale non è solo l’episodio in sé, ma anche il precedente disciplinare della lavoratrice: in passato, la psicologa era stata sanzionata per aver insultato il padre di un paziente. Un comportamento che, pur non configurando una recidiva automatica, è stato valutato come indice di una “inclinazione all’insulto e all’ingiuria”. Per i giudici, si tratta di un elemento rilevante per definire la personalità della dipendente e la sua idoneità a mantenere l’equilibrio relazionale richiesto dal ruolo.

Le valutazioni della Corte

Con questa ordinanza, la Cassazione ha ribaltato la decisione del Tribunale di primo grado, che aveva annullato il licenziamento giudicandolo sproporzionato. La Corte d’Appello, invece, aveva già confermato il provvedimento espulsivo, sostenendo che la gravità dell’insulto – sia per il contenuto che per le circostanze – supera la soglia della semplice contestazione disciplinare e giustifica l’interruzione immediata del rapporto di lavoro.

I giudici hanno inoltre precisato che la clausola del contratto collettivo che menziona “litigi, risse e ingiurie” non richiede la reiterazione degli episodi per legittimare il licenziamento: anche un solo episodio, se particolarmente grave e lesivo, può giustificare il recesso per giusta causa.

Implicazioni più ampie

Il caso assume rilievo anche oltre il singolo episodio, perché riafferma un principio importante nel diritto del lavoro: nei rapporti professionali, il rispetto e la correttezza nei confronti del datore di lavoro non sono solo doveri morali, ma obblighi giuridici. E la perdita di fiducia, se fondata su comportamenti gravemente inappropriati, non può essere riparata o mitigata da attenuanti soggettive.


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Made in Italy, fine di un mito: dalle passerelle ai tribunali, così la moda ha perso anima e credibilità

C’era una volta il Made in Italy. Quello vero. Fatto di mani esperte, di filati nobili, di territori che intrecciavano bellezza e saper fare. Oggi, a guardare le inchieste giudiziarie che stanno scuotendo le fondamenta della moda italiana ed europea, resta solo l’etichetta. E una narrazione sempre più lontana dalla realtà produttiva.

Nelle ultime settimane, una raffica di indagini e denunce ha travolto marchi simbolo del lusso internazionale: da Max Mara a Loro Piana, da Valentino a Dior, fino a Giorgio Armani Operations Spa e Alviero Martini. Tutti accomunati da una dinamica ormai nota: prodotti venduti a migliaia di euro, fabbricati per pochi spiccioli in laboratori opachi, talvolta illegali, spesso sfruttando lavoratori pagati 4 euro l’ora e costretti a turni massacranti.

Il paradosso del lusso: giacche a 3.000 euro, operai a 4 l’ora

I casi emersi sono emblematici. Una giacca Loro Piana da oltre 3.000 euro realizzata in laboratori cinesi clandestini. Borse Dior vendute sopra i 2.000 euro ma pagate appena 53 euro al fornitore. Dipendenti Max Mara definiti nei messaggi aziendali come “mucche da mungere”. Un sistema che ha trasformato l’eccellenza artigianale in catene di subappalto spietate, dove la qualità ha lasciato il posto al margine di profitto.

Per Stefania Saviolo, docente di management alla Bocconi, il punto è culturale: «Il Made in Italy non esiste più. I brand non sono più italiani e si è persa quella cultura industriale che dava identità e legame con i territori. Il prodotto non è più centrale, si vende un logo, non un abito che fa sognare».

Dalla tradizione alla speculazione: cosa resta del Made in Italy

Il passaggio da imprese familiari a colossi finanziari francesi ha generato una frattura profonda. Il legame con l’artigianato si è spezzato, l’innovazione ha lasciato spazio alla standardizzazione. Le maison vivono ormai di profumi, cinture e borse logo, mentre il capo d’abbigliamento è diventato un prodotto accessorio.

E neppure la strategia del revival degli archivi funziona più: i capi iconici degli anni ’80 e ’90 si comprano direttamente nel circuito vintage, non più in boutique. «Paradossalmente – osserva Saviolo – dovrebbero imparare da Zara, che ha riportato il prodotto al centro, con creatività e innovazione stagionale».

La crepa nel mito e il ruolo della normativa europea

A rendere il quadro ancora più critico è la normativa europea, che consente di etichettare come “Made in Italy” un capo quasi interamente prodotto all’estero, purché riceva una minima lavorazione finale nel nostro Paese. Una falla regolamentare che, unita alla debolezza negoziale dell’Italia in sede europea, ha svuotato di senso la dicitura stessa.

Il caso è esploso anche a livello internazionale: dal Guardian al Financial Times, da Bloomberg a Reuters, i media di tutto il mondo parlano di sfruttamento e opacità nella moda italiana, con un danno d’immagine incalcolabile per un settore che da sempre rappresentava uno dei pilastri del soft power nazionale.

Le reazioni della politica e del settore

Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha annunciato l’imminente introduzione di una norma per certificare legalità e sostenibilità delle imprese moda. La ministra del Lavoro Marina Calderone, da parte sua, ha promesso “massima intransigenza” contro lo sfruttamento, con più ispettori, il ripristino del reato di somministrazione illecita di manodopera e l’estensione dell’assegno di inclusione alle vittime di caporalato che collaborano con la giustizia.

Nel frattempo, anche gli attori industriali iniziano a muoversi. La Camera Nazionale della Moda Italiana ha firmato un protocollo per aumentare trasparenza e controlli. Confindustria Moda chiede un piano industriale strutturale con audit obbligatori, incentivi ai campionari e tracciabilità digitale, tramite blockchain e passaporto del prodotto.

L’impatto sul mercato: la crisi dei colossi

I segnali di crisi si riflettono già nei bilanci. HSBC ha registrato un aumento del 52% dei prezzi nel lusso europeo rispetto al 2019, ma il consumatore è oggi più attento, meno disposto ad accettare rincari indiscriminati. I numeri parlano chiaro: LVMH ha perso oltre il 25% da inizio anno, toccando i minimi degli ultimi sette anni. Kering, che controlla Gucci, ha visto calare le vendite organiche del 10% e l’utile netto del 36%.

Un produttore toscano che lavora per le grandi maison rivela: «Dopo gli scandali, qualcosa si muove. I brand sono allarmati, temono nuovi titoli di giornale. Ma quanto sarà reale questo cambiamento, è tutto da vedere».

Un’etichetta svuotata di senso?

Se non ci sarà un’inversione di rotta – culturale prima ancora che produttiva – il rischio è che il Made in Italy diventi solo uno slogan, buono per le campagne pubblicitarie ma privo di autenticità. Un simbolo svuotato, che non incarna più l’identità, la qualità, il saper fare che l’ha reso celebre nel mondo.

E se cade il Made in Italy, non crolla solo un settore, ma l’idea stessa che l’Italia possa ancora offrire qualcosa di unico, diverso e inimitabile. E questa, oggi più che mai, non è solo una questione economica. È una questione nazionale.


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Legge elettorale, corsa contro il tempo per Meloni: l’ostacolo CEDU e i dubbi del Quirinale

ROMA – Se il governo intende riscrivere la legge elettorale, dovrà farlo in fretta. Giorgia Meloni ha un obiettivo chiaro: abbandonare l’attuale sistema misto – il Rosatellum – e passare a un proporzionale puro con premio di maggioranza e l’indicazione esplicita del candidato premier. Ma l’operazione, oltre ad avere un impatto politico enorme, rischia di infrangersi contro due ostacoli rilevanti: il giudizio della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e le perplessità del Quirinale.

Il fattore tempo: la soglia dell’estate 2026

Secondo quanto emerge da fonti di governo e ambienti parlamentari, il tempo utile per approvare una nuova legge elettorale scade non oltre l’estate del 2026. Il motivo? Una sentenza attesa entro l’autunno 2025 da parte della CEDU, che si pronuncerà su un ricorso presentato da Mario Staderini, attivista e già segretario dei Radicali Italiani, con l’appoggio di numerosi cittadini. Al centro del procedimento vi è proprio la violazione del principio di stabilità del diritto elettorale, a causa delle modifiche introdotte poche settimane prima del voto del 2022.

La CEDU e la regola della “stabilità normativa”

Secondo il parere già espresso dalla Commissione di Venezia, organo consultivo del Consiglio d’Europa, le leggi elettorali dovrebbero essere modificate con largo anticipo rispetto alle elezioni, per garantire agli elettori e ai candidati il tempo necessario a comprenderne gli effetti. Riforme frequenti e a ridosso del voto, ha avvertito la Commissione, minano la fiducia pubblica nel sistema elettorale e possono apparire come strumenti di manipolazione a fini di convenienza politica.

Se la Corte europea dovesse accogliere queste argomentazioni, il principio di “non modificabilità della legge elettorale nell’anno che precede il voto” potrebbe assumere valore giuridico vincolante anche per l’Italia. A quel punto, ogni tentativo di cambiare le regole in extremis – come fatto nel 2017 con il Rosatellum – sarebbe di fatto delegittimato.

I dubbi del Colle

Il rischio più concreto, in caso di sentenza sfavorevole della CEDU, è che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si rifiuti di firmare una riforma approvata nell’ultimo anno della legislatura, cioè a ridosso del voto previsto per la primavera 2027. Il precedente del 2017, quando Mattarella firmò il Rosatellum pochi mesi prima delle elezioni, potrebbe non valere più oggi, proprio alla luce del nuovo contesto normativo europeo e dell’accentuata sensibilità istituzionale su questi temi.

Fonti vicine al Quirinale fanno sapere che l’irritualità di una riforma così strategica in piena fase pre-elettorale sarebbe vista con particolare cautela. Da qui l’urgenza, per il governo, di intervenire entro il 2026, evitando rischi istituzionali e giuridici.

Le ragioni politiche della riforma

L’interesse della maggioranza è chiaro: abolire i collegi uninominali – che facilitano le alleanze di opposizione – e introdurre un sistema proporzionale con premio di maggioranza, pensato come anticamera del premierato. Una mossa di ingegneria elettorale, che Meloni considera essenziale per neutralizzare il fronte progressista e assicurarsi la guida del governo anche in un quadro multipartitico frammentato.

La strategia ha trovato consensi anche tra gli alleati della Lega, che tuttavia preferirebbero mantenere il Rosatellum, mentre il Partito Democratico, almeno per ora, non ha interesse a cambiare. La premier, però, è stata chiara: «Se non cambiamo la legge elettorale, perdiamo tutti».

Le altre questioni sul tavolo della Corte europea

Oltre alla stabilità normativa, il ricorso alla CEDU affronta altri due aspetti critici del sistema italiano:

  1. L’impossibilità per un cittadino di ricorrere direttamente alla Corte Costituzionale contro una legge elettorale – diversamente da quanto accade in Germania.
  2. Il divieto di voto disgiunto tra la parte proporzionale e quella maggioritaria del Rosatellum, che impedisce agli elettori di esprimere una preferenza più articolata e strategica.

Su quest’ultimo punto, in particolare, un’eventuale apertura al voto disgiunto potrebbe favorire strategie di desistenza tra i partiti di opposizione, simili a quelle sperimentate con successo nel 2006 da Rifondazione Comunista in favore di Romano Prodi.

La minaccia dell’illegittimità

In caso di approvazione della riforma negli ultimi mesi di legislatura e di sentenza contraria della CEDU, si aprirebbe uno scenario delicatissimo: l’illegittimità costituzionale della nuova legge potrebbe essere sollevata fin da subito, anche grazie a eventuali nuove norme che permettano il ricorso diretto da parte dei cittadini, come chiesto da Staderini e sostenuto da una proposta di legge popolare che ha raccolto 70 mila firme in appena 48 ore.

Il precedente e l’ammonimento

Il rischio di tornare a eleggere un Parlamento con una legge destinata a essere bocciata – come avvenuto con il Porcellum nel 2013 e con l’Italicum nel 2017 – è concreto. E, come ricorda Staderini: «Negli ultimi vent’anni abbiamo votato con regole che poi sono state dichiarate incostituzionali. Non stupisce che un italiano su due non voti più».


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Separazione delle carriere, il Paese si divide: riforma al centro del dissenso

La riforma della giustizia torna ad agitare il dibattito pubblico, confermandosi tra i temi più divisivi dell’agenda politica italiana. Stavolta, al centro dello scontro c’è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, una proposta che affonda le radici nei decenni successivi a Tangentopoli ma che oggi assume una valenza del tutto nuova: in un clima di fiducia decrescente verso la magistratura e di crescente polarizzazione politica.

Secondo un recente sondaggio Demos, la fiducia degli italiani nei confronti dei magistrati si è fermamente attestata al 40%, una percentuale ben più bassa rispetto a quella riservata ad altre istituzioni come il Presidente della Repubblica o le forze dell’ordine. Un dato che riflette un’inversione di tendenza profonda rispetto agli anni ’90, quando i magistrati – simbolicamente guidati da Antonio Di Pietro – furono i protagonisti dell’inchiesta Mani Pulite e del crollo del sistema partitico della Prima Repubblica.

Una riforma che divide, ma resta centrale

La proposta di separare nettamente la carriera dei magistrati giudicanti da quella dei requirenti – oggi parte di un disegno di revisione costituzionale – è considerata tra le riforme istituzionali più rilevanti dall’attuale maggioranza. Secondo le rilevazioni, il tema della giustizia raccoglie un consenso superiore rispetto ad altre riforme in discussione, come il premierato o l’autonomia differenziata. Eppure, il sostegno è in calo rispetto ai mesi precedenti e si affievolisce in un’opinione pubblica sempre più incerta.

L’opinione dei cittadini si mostra infatti profondamente spaccata, non solo lungo le linee politiche ma anche per effetto di un crescente disorientamento. La materia, complessa e tecnica, non è facilmente accessibile a chi non ne conosce i meccanismi, e ciò alimenta un clima di incomprensione diffusa. A prevalere, al momento, è un leggero scarto a favore del dissenso, con un’opinione pubblica che sembra più distaccata che realmente contraria.

Fiducia in crisi, consapevolezza incerta

Il calo di consenso verso la riforma si lega direttamente alla percezione della magistratura. Da simbolo di legalità e giustizia, il ruolo del magistrato è progressivamente scivolato in una zona grigia agli occhi di molti italiani, tra accuse di protagonismo, inefficienza e politicizzazione. Questo sentimento si traduce in una mancanza di orientamento chiaro sull’assetto da dare alla giustizia, con l’elettorato che oscilla tra desiderio di riforma e timore di stravolgimenti.

Il consenso verso la riforma si distribuisce, inoltre, in modo fortemente polarizzato: tra gli elettori dei partiti di governo supera l’80%, sfiorando il 90% in alcuni segmenti. All’opposto, tra le fila dell’opposizione, prevalgono diffidenza e contrarietà. Una frattura che evidenzia come il tema della giustizia sia divenuto terreno di scontro identitario, più che di confronto tecnico.

Un percorso lungo e incerto

Il cammino della riforma è tutt’altro che lineare. Dovrà passare due volte da entrambe le Camere, potrà essere modificata durante l’iter parlamentare e, molto probabilmente, sottoposta a referendum popolare. Inoltre, l’effettiva entrata in vigore richiederà ulteriori leggi di attuazione, rendendo i tempi ancora più dilatati e i contenuti soggetti a compromessi.

Tuttavia, l’interesse degli italiani per la giustizia resta elevato, forse perché – a differenza di altri temi – tocca corde profonde: il senso di equità, la tutela dei diritti, la fiducia nello Stato. Nonostante la complessità della materia, le riforme che coinvolgono il sistema giudiziario sembrano capaci di mobilitare l’opinione pubblica più dell’autonomia regionale o della riforma della premiership.

L’eredità lunga di Tangentopoli

L’eco di Mani Pulite, a oltre trent’anni di distanza, continua a risuonare nei dibattiti politici e nel rapporto tra istituzioni e cittadini. Lo ha dimostrato recentemente lo stesso Antonio Di Pietro, che ha espresso solidarietà al sindaco di Milano parlando di «una stagione completamente diversa», ma riportando inevitabilmente al centro la memoria dell’inchiesta simbolo degli anni Novanta.


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Stati Uniti e Unione Europea trovano l’intesa: dazi al 15%, maxi-investimenti in energia e difesa

Un’intesa storica, ma non senza contraddizioni. Dopo mesi di trattative a tratti tese, gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno raggiunto un accordo commerciale che prevede l’imposizione di dazi del 15% sulle merci europee esportate in America. L’intesa è stata annunciata dal presidente USA Donald Trump e dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, al termine di un vertice riservato tenutosi nella tenuta scozzese di Turnberry, proprietà dello stesso Trump.

Le nuove tariffe – che rappresentano un significativo aumento rispetto alla media del 4,8% in vigore prima dell’era Trump – colpiscono settori chiave come automotive, semiconduttori e farmaceutica, anche se sono previste esenzioni per alcuni comparti strategici. In cambio, Bruxelles si è impegnata ad acquistare 750 miliardi di dollari di energia dagli USA e a investire altri 600 miliardi in progetti economici e industriali sul suolo americano.

Un compromesso necessario per evitare l’escalation

Dietro il linguaggio diplomatico e i sorrisi di circostanza, l’accordo porta con sé una realtà complessa. Senza questa intesa, Washington avrebbe introdotto dazi del 30% sulla quasi totalità dei prodotti europei a partire dal 1° agosto. Una minaccia che ha spinto i Paesi dell’UE – pur tra molteplici resistenze interne – a scegliere il dialogo per scongiurare una nuova guerra commerciale.

«È il più grande accordo mai raggiunto, commerciale o non commerciale», ha dichiarato Trump con enfasi. Von der Leyen ha sottolineato come l’intesa garantisca «stabilità e prevedibilità» per imprese e cittadini europei in un contesto economico incerto. Tuttavia, ha anche ammesso che «raggiungere una posizione comune tra 27 Stati non è stato facile».

Le nuove regole sui dazi

L’accordo prevede un dazio uniforme del 15% su gran parte delle merci europee, inclusi auto e componenti (attualmente al 2,5%), farmaci e microchip. Restano al 50% le tariffe su acciaio e alluminio, per le quali sarà introdotto un sistema di quote e una cooperazione transatlantica per affrontare la sovrapproduzione cinese.

Sono escluse dall’aumento alcune categorie: aeromobili e componentistica, prodotti chimici selezionati, farmaci generici, apparecchiature per semiconduttori e alcune materie prime. L’elenco delle esenzioni potrebbe ampliarsi nelle prossime settimane.

Energia e difesa: l’altra faccia dell’accordo

L’aspetto più significativo dell’intesa, oltre ai dazi, riguarda l’impegno europeo ad acquistare prodotti energetici statunitensi per 750 miliardi di dollari nel triennio 2025–2027, pari a 250 miliardi l’anno. Un’operazione pensata per ridurre la dipendenza dal gas russo – ancora presente in quote residuali nel mercato europeo – e accelerare il riorientamento energetico verso fornitori occidentali.

Non solo energia: Bruxelles ha promesso l’acquisto di “grandi quantità” di armamenti USA, secondo quanto affermato dallo stesso Trump. Un passaggio che ha fatto discutere in molte capitali europee, dove si teme una subordinazione strategica all’industria militare statunitense.

Le reazioni: cautela e richieste di chiarimenti

In Italia, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito l’accordo «positivo, ma voglio vedere i dettagli». Una prudenza condivisa anche da altri leader europei, mentre il presidente del Consiglio UE, António Costa, ha parlato di un’intesa «che offre certezza alle imprese e stabilizza i rapporti transatlantici».

L’accordo, però, ha un sapore amaro per molti osservatori. Rispetto al Regno Unito, che ha ottenuto dazi al 10%, l’UE ha accettato un livello più alto, anche se – ha precisato von der Leyen – «il 15% rappresenta un tetto massimo, senza cumuli o sovrapposizioni». Un punto che ha calmato parzialmente i timori delle industrie europee, soprattutto quelle automobilistiche.

La posta in gioco per l’Europa

Il compromesso raggiunto è il frutto di un bilanciamento delicato tra interessi economici, geopolitica e salvaguardia del mercato unico. Gli USA restano il primo partner commerciale dell’UE per l’export e il secondo per l’import dopo la Cina, con un interscambio che vale oltre 1.100 miliardi di dollari.

Alla luce delle tensioni globali e delle prossime elezioni presidenziali USA, Bruxelles ha scelto la via dell’accordo per evitare scenari peggiori. Ma la trattativa ha mostrato quanto l’Europa sia ancora vulnerabile sul piano strategico e quanto il suo peso contrattuale dipenda dall’unità interna.

L’intesa dovrà ora essere approvata formalmente dagli ambasciatori dei 27 Stati membri, mentre nei prossimi mesi si valuterà il suo impatto concreto sulle filiere industriali, sui prezzi e sulla competitività delle imprese europee. Con l’incognita di un Trump ancora protagonista, ma che potrebbe – in futuro – rimescolare nuovamente le carte.


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Fuga dei pensionati: cresce il fenomeno di chi emigra per pagare meno tasse

Non solo clima mite e costo della vita più basso: a muovere migliaia di pensionati italiani verso l’estero è soprattutto la tassazione agevolata. Un trend in costante crescita che, secondo l’ultima relazione annuale dell’INPS, riguarda oggi quasi 38 mila persone con una carriera contributiva interamente maturata in Italia. Si tratta in larga parte di ex lavoratori privati con assegni mensili elevati, attratti da regimi fiscali molto più vantaggiosi rispetto a quello italiano.

I numeri del fenomeno

Tra il 2010 e il 2023, il numero dei pensionati italiani che hanno scelto di trasferire la propria residenza fiscale all’estero è aumentato in modo esponenziale: si è passati da 10 espatriati ogni 100.000 nuovi pensionati nel 2010 a ben 33 nel 2023. La scelta riguarda soprattutto uomini residenti nelle regioni del Nord, del Centro e in Sicilia. Più contenuta, invece, la partecipazione dalle altre aree del Sud e dalle isole minori.

Il fenomeno è trainato dai redditi medio-alti: chi percepisce una pensione lorda superiore ai 5.000 euro mensili ha una propensione all’espatrio sei volte superiore rispetto a chi appartiene alle fasce più basse. Una migrazione fiscale che segue logiche economiche precise e guarda con sempre maggiore interesse a Paesi che offrono trattamenti tributari agevolati, buoni standard sanitari e una vita quotidiana più sostenibile.

Dove si trasferiscono i pensionati italiani

Negli ultimi anni, mete storiche come Spagna e Portogallo sono state affiancate – e in parte superate – da nuove destinazioni emergenti come Albania, Tunisia, Cipro, Grecia ed Ecuador, dove le condizioni fiscali risultano estremamente allettanti.

  • In Albania, ad esempio, vige una totale esenzione fiscale sulle pensioni estere, a patto di dimostrare di non avere condanne penali superiori ai tre anni.

  • In Tunisia, l’80% del reddito pensionistico non è tassato e l’imposta effettiva non supera il 5%.

  • In Grecia, l’aliquota è fissata al 7% per 15 anni, purché il richiedente non sia stato residente fiscale nel Paese negli ultimi cinque anni.

  • A Cipro, si paga solo il 5% sulle pensioni superiori a 3.420 euro mensili, con un requisito di residenza minimo di 17 mesi.

  • In Malta, l’aliquota fissa è del 15%, ma è necessario acquistare un’abitazione per beneficiare del regime agevolato.

  • In Panama, Costa Rica ed Ecuador, l’esenzione dalle tasse sulle pensioni estere è totale.

Anche la Spagna, nonostante l’aumento delle aliquote IRPEF, resta attrattiva grazie a detrazioni generose per gli over 65 e 75, mentre il Portogallo, che fino al 2023 garantiva un’imposta del 10%, ha ora introdotto una tassazione progressiva tra il 14,5% e il 53% in base al reddito complessivo.

Le regole da rispettare

Per accedere a questi vantaggi fiscali, è obbligatorio trasferire la propria residenza fiscale e soggiornare all’estero per almeno 183 giorni l’anno. Ogni Paese impone poi condizioni specifiche: in Grecia, il regime agevolato è valido 15 anni; a San Marino, serve dimostrare un reddito annuo di almeno 120.000 euro o un patrimonio mobiliare superiore ai 500.000 euro. Alcuni Stati, come la stessa San Marino, non accettano richieste da chi sia già stato residente nel territorio.

I limiti per i dipendenti pubblici

Restano tuttavia esclusi dalla maggior parte dei benefici fiscali gli ex dipendenti pubblici italiani, poiché le normative internazionali stabiliscono che le pensioni pubbliche vengano tassate nel Paese in cui è stato prestato servizio. Solo Australia, Cile, Tunisia e Senegal hanno siglato accordi con l’Italia che prevedono deroghe a questo principio.

Pensioni minime e obblighi INPS

Va ricordato che la Legge di Bilancio 2025 ha sospeso la rivalutazione automatica degli importi superiori alla soglia minima di 598,61 euro, prevedendo un adeguamento parziale solo fino a 603,40 euro. Inoltre, per continuare a ricevere regolarmente l’assegno mensile, i pensionati all’estero devono rispondere puntualmente alle richieste di attestazione di esistenza in vita inviate da Citibank, gestore del servizio INPS per l’estero.


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L’intelligenza artificiale entra negli uffici: meno stress, più produttività (e un po’ di tempo in più per vivere)

Da alleata invisibile a risorsa quotidiana, l’intelligenza artificiale sta cambiando silenziosamente il volto del lavoro in Italia. Secondo i dati dell’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano, nel 2025 quasi un terzo dei lavoratori italiani (32%) ha già integrato strumenti di IA nelle proprie attività quotidiane, con un guadagno medio di 30 minuti al giorno, che diventano 50 minuti per chi ne fa un uso regolare.

Un tempo prezioso che viene reinvestito non solo per “fare di più” o “fare meglio”, ma anche per attività extra-lavorative, esigenze personali e familiari. Il tempo recuperato diventa così ossigeno in un contesto organizzativo sempre più esigente e affaticante.

Una rivoluzione dal basso

La diffusione dell’intelligenza artificiale nei luoghi di lavoro non è spinta tanto dalle strategie aziendali, quanto dall’iniziativa individuale. Mentre due imprese su tre forniscono strumenti di IA, ben l’85% dei lavoratori preferisce soluzioni gratuite trovate autonomamente sul web. È il segnale di un cambiamento che parte dal basso, ma che rischia di rimanere frammentato in assenza di una governance chiara.

«Le imprese stanno investendo, ma spesso manca un disegno strategico», avverte Martina Mauri, direttrice dell’Osservatorio. Il rischio è quello di disperdere le potenzialità dell’innovazione tecnologica, senza riuscire a trasformarla in un reale vantaggio competitivo.

I numeri del malessere lavorativo

Accanto alla diffusione dell’IA, lo studio del Politecnico evidenzia anche un dato preoccupante: solo il 17% dei lavoratori italiani si dichiara pienamente ingaggiato e appena uno su dieci si sente bene sul lavoro dal punto di vista fisico, mentale e relazionale. A crescere è invece la quota dei “quiet quitter”: il 14% dei dipendenti dichiara di svolgere solo il minimo indispensabile, emotivamente disinnescato dal proprio ruolo.

In questo contesto, l’IA non è solo uno strumento di efficienza, ma una leva potenziale per restituire significato e sostenibilità al lavoro. Un “cuscinetto” tra alienazione e burnout, come lo definisce il report, che può ridisegnare il modo stesso in cui si lavora.

Il lavoro cambia, ma le aziende non sempre se ne accorgono

Solo un’impresa su sette analizza in modo sistematico l’impatto dell’intelligenza artificiale sulle attività lavorative. E mentre il 78% delle aziende segnala difficoltà nell’assumere personale con competenze digitali adeguate, la metà non monitora nemmeno le skill interne. Il risultato? Mancato allineamento tra domanda e offerta, incomprensioni organizzative e un aumento dei cosiddetti mismatch.

Eppure, i dati parlano chiaro: nelle aziende che hanno adottato un modello “skill-based”, in cui ruoli e percorsi professionali ruotano attorno alle competenze reali e non all’anzianità, il livello di coinvolgimento dei dipendenti sale al 42% e il benessere percepito raddoppia.

L’IA non sostituisce, ma ridisegna

L’intelligenza artificiale, in questo scenario, non va vista come un pericolo ma come un acceleratore di trasformazione positiva. «La vera sfida per le risorse umane nel 2025 è ridare significato al lavoro», sottolinea Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio. «Serve ripensare i ruoli, i carichi e le competenze. E l’intelligenza artificiale, se ben governata, può essere il motore di questo cambiamento».

In altre parole, non basta premere “invio” su ChatGPT per trasformare il lavoro. Serve una visione ampia, una cultura dell’innovazione capace di integrare tecnologia, persone e organizzazione. Perché solo così il tempo guadagnato non sarà solo produttività in più, ma qualità di vita, motivazione e futuro.


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Tasse, in 9 casi su 10 sono “nascoste” o “prelevate alla fonte”

In oltre 9 casi su 10 le tasse e i contributi pagati dalle famiglie dei lavoratori dipendenti vengono prelevati alla fonte, ovvero sono defalcati dalla busta paga lorda o sono inclusi negli acquisti quotidiani di beni e di servizi. Stiamo parlando di tasse prelevate “alla fonte” (Irpef o contributi Inps) o “nascoste” (Iva, accise, etc.). Solo in poco meno di un caso su dieci, l’operazione avviene consapevolmente, vale a dire per mezzo di un pagamento cash od online o presso uno sportello bancario/postale. A dirlo è l’Ufficio studi della CGIA che per l’anno in corso ha stimato in 20.231 euro il peso fiscale complessivo che grava su una famiglia italiana tipo composta da due lavoratori dipendenti (marito e moglie) con un figlio a carico[1].

Una famiglia media paga poco più di 20mila euro di tasse l’anno

Ebbene, tra tasse prelevate alla “fonte” (ritenute Irpef, contributi previdenziali e addizionali Irpef) il gettito è pari a 12.504 euro (il 61,8 per cento del totale). Se aggiungiamo quelle “nascoste” (Iva sugli acquisti, accise, contributo al Sistema Sanitario Nazionale dall’Rc auto, imposta Rc auto, canone Rai, etc.), nelle casse dello Stato finiscono altri 7.087 euro (pari al 35 per cento del totale). In altre parole, l’importo complessivo sottratto dalla busta paga lorda di questi due coniugi è pari a 19.591 euro (il 96,8 per cento del prelievo totale). Pertanto, la coppia presa in esame deve tirar fuori fisicamente dal portafoglio poco meno di 640 euro all’anno di tasse (bollo auto e Tari) che ha una incidenza sul totale praticamente irrisoria (il 3,2 per cento).

Autonomi più “insofferenti” alle tasse

Con questa elaborazione la CGIA segnala che il prelievo effettuato con il sostituto di imposta dà luogo a un rapporto tra il fisco e i lavoratori dipendenti molto diverso da quello intrattenuto dai lavoratori autonomi che, per loro natura, sono chiamati a pagare in misura consapevole la gran parte del proprio carico fiscale; ciò determina nel cosiddetto popolo delle partite Iva un’insofferenza nei confronti delle tasse molto superiore a quella manifestata dai dipendenti.

Per i dipendenti pagare è meno “doloroso”

Infatti, nel momento in cui il contribuente deve fare un bonifico o recarsi in banca per pagare l’Irpef o i contributi previdenziali, psicologicamente percepisce maggiormente il peso economico di questi versamenti rispetto a chi subisce il prelievo direttamente dalla busta paga. Nel momento in cui mettiamo mano al portafoglio, invece, prendiamo atto dell’entità del pagamento e di riflesso si ha contezza del peso (eccessivo) del fisco. Diversamente, quando le imposte e i contributi vengono riscossi alla fonte, l’operazione è “astrattamente” meno dolorosa, perché avviene inconsapevolmente.

Non si evade solo l’Irpef

Certo, qualcuno potrebbe obbiettare che proprio per questo tra gli autonomi la propensione ad evadere il fisco è maggiore che tra i dipendenti. Questo è vero, ma solo in piccola parte. Ricordiamo, infatti, che l’Irpef, pur essendo l’imposta che garantisce il maggior gettito per l’erario, incide sulle entrate fiscali complessive “solo” per il 30 per cento circa. Questo vuol dire che sul restante 70 per cento, la possibilità di evadere può essere imputata a tutti i contribuenti.

Abbiamo 42,5 milioni di contribuenti Irpef, di cui 1,6 milioni di autonomi

In Italia i contribuenti Irpef sono 42,5 milioni, di cui 23,8 milioni sono lavoratori dipendenti, 14,5 milioni sono pensionati, 1,6 milioni sono lavoratori autonomi[2] e altri 1,6 milioni sono percettori di altri redditi (affitti, terreni, buoni del tesoro, etc.). A livello territoriale, l’area che ne conta di più è Roma con 2,9 milioni di contribuenti Irpef (di cui 105.000 autonomi). Seguono Milano con 2,5 milioni (di cui 96.260 autonomi), e Torino con 1,6 milioni (di cui 62.000 autonomi).

Purtroppo, rimaniamo tra i più tartassati in UE

Nel 2024[3] la pressione fiscale in Danimarca era al 45,4 per cento del Pil, in Francia al 45,2, in Belgio al 45,1, in Austria al 44,8 e in Lussemburgo al 43. Tra tutti i Paesi dell’UE, l’Italia si posizionava al sesto posto con un tasso del 42,6 per cento del Pil. Se tra i nostri principali competitor commerciali solo la Francia presentava un carico fiscale superiore al nostro, gli altri, invece, registravano un livello nettamente inferiore. Se in Germania il peso fiscale sul Pil era al 40,8 per cento (1,8 punti in meno rispetto al dato Italia), in Spagna addirittura al 37,2 (5,4 punti in meno che da noi). Il tasso medio in UE, invece, era al 40,4, 2,2 punti in meno della media nazionale italiana.

[1] E’ stata presa in esame una famiglia di lavoratori dipendenti (marito e moglie) con un figlio a carico. I coniugi posseggono due auto; ognuna percorre annualmente 15.000 km. Abitazione di proprietà di 110 mq. ISEE stimato di 22.834 euro. Risparmi (nel conto corrente, in titoli di Stato, etc.) pari a 60.000 euro. Per il calcolo delle addizionali IRPEF si sono utilizzate le aliquote medie nazionali, mentre per il calcolo della TARI si è applicata quella del Comune di Milano.

[2] Ricordiamo che in questa categoria si annoverano altri 2 milioni di soggetti in regime dei minimi che, però, non sono sottoposti al pagamento dell’Irpef.

[3] Ultimo anno in cui i dati ci consentono di fare una comparazione tra i paesi europei


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Clima e diritti umani: la Corte dell’Aja stabilisce un principio storico

L’Aja segna un punto di svolta nella storia della giustizia climatica. Con un parere consultivo atteso da anni, la Corte Internazionale di Giustizia (CIJ) ha riconosciuto che il cambiamento climatico rappresenta una minaccia urgente ed esistenziale, e che gli Stati hanno obblighi giuridici internazionali per contrastarlo. Si tratta di una dichiarazione storica che, pur non essendo vincolante, è destinata ad avere un forte impatto sull’evoluzione del diritto ambientale e dei diritti umani a livello globale.

Un pronunciamento atteso dal 2019

Il parere nasce da un’iniziativa coraggiosa lanciata nel 2019 da un gruppo di giovani studenti dell’arcipelago di Vanuatu, tra i Paesi più vulnerabili agli effetti della crisi climatica. La loro richiesta, sostenuta successivamente da una risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, chiedeva alla Corte di chiarire gli obblighi degli Stati in relazione al cambiamento climatico, in particolare rispetto alla tutela dei diritti fondamentali delle persone e alla salvaguardia degli ecosistemi.

La risposta è arrivata con parole nette. Il presidente della CIJ, Yuji Iwasawa, ha dichiarato che «le conseguenze del cambiamento climatico sono gravi e di vasta portata, colpiscono sia gli ecosistemi naturali che le popolazioni umane», sottolineando come la crisi climatica ponga «una minaccia urgente ed esistenziale» alla sopravvivenza delle comunità, soprattutto le più fragili.

La valenza giuridica del parere

Pur trattandosi di un parere consultivo – e quindi non obbligatorio per gli Stati – il pronunciamento della CIJ ha un’importanza cruciale. Rappresenta, di fatto, una guida interpretativa del diritto internazionale e potrà essere utilizzato da giudici, avvocati, governi e organizzazioni internazionali per orientare future sentenze e politiche climatiche. Inoltre, potrebbe influenzare la redazione di trattati e la definizione di responsabilità in cause legali ambientali.

L’effetto atteso è quello di rafforzare la responsabilità degli Stati nel prevenire i danni ambientali, anche in assenza di strumenti sanzionatori immediati. Una responsabilità che non riguarda solo la riduzione delle emissioni di gas serra, ma anche la protezione attiva dei diritti umani minacciati dalla crisi climatica, come il diritto alla vita, alla salute, all’alimentazione e all’acqua potabile.

Una pietra miliare per la giustizia climatica

La decisione dell’Aja arriva in un momento in cui la questione climatica è sempre più al centro del dibattito politico, ma anche dei contenziosi legali. In tutto il mondo, cittadini, associazioni e comunità colpite dai disastri ambientali si rivolgono ai tribunali per ottenere giustizia. Questo parere offrirà loro un precedente autorevole su cui basare le proprie richieste.

Secondo molti osservatori, la CIJ ha gettato le basi per una nuova era del diritto internazionale, in cui la tutela dell’ambiente sarà riconosciuta non solo come dovere morale, ma come obbligo giuridico inderogabile.

Il ruolo dell’ONU e dei giovani promotori

Particolarmente significativo è il fatto che l’iniziativa sia partita da un gruppo di giovani di un piccolo Stato insulare del Pacifico. Un segnale chiaro di come le nuove generazioni non solo stiano alzando la voce contro l’inerzia politica, ma stiano guidando il cambiamento attraverso strumenti giuridici e democratici. Il sostegno dell’Assemblea Generale dell’ONU ha infine dato legittimità e forza a questa richiesta di chiarimento giuridico.

Un nuovo standard internazionale

La pronuncia della Corte dell’Aja è destinata a essere citata, studiata e invocata nei più importanti contesti globali. Dalla COP alle cause civili, dalle strategie legislative nazionali fino alle azioni delle ONG, questo parere fissa uno standard giuridico internazionale: il riscaldamento globale non è solo un problema ambientale, ma una violazione concreta dei diritti umani.


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