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Detenuti di Rebibbia chiedono il rispetto della sentenza della Consulta: la questione affettiva nelle carceri italiane

I detenuti del carcere di Rebibbia si stanno battendo per il rispetto di una sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato incostituzionale la normativa vigente in materia di colloqui intimi. La sentenza n. 10 del 2024 ha sollevato una questione di legittimità costituzionale riguardante l’articolo 18 della legge sull’Ordinamento penitenziario, stabilendo che i detenuti devono poter avere colloqui privati con il proprio coniuge, partner dell’unione civile o persona stabilmente convivente senza il controllo a vista del personale di custodia, quando non vi sono ragioni di sicurezza contrarie.

I Garanti sollecitano l’attuazione della sentenza

Dopo la segnalazione dei detenuti, i Garanti del Lazio e di Roma, Stefano Anastasìa e Valentina Calderone, hanno preso posizione. In una lettera indirizzata alla direttrice del carcere di Rebibbia, Maria Donata Iannantuono, hanno sollecitato l’immediata individuazione di spazi adeguati per i colloqui intimi tra i detenuti e i loro partner, come stabilito dalla Corte Costituzionale.

Una rivoluzione culturale nella pena detentiva

La decisione della Corte Costituzionale rappresenta una svolta significativa nella concezione della pena detentiva, non più vista come una totale privazione dei diritti, ma come una limitazione che non deve comprimere completamente l’affettività del condannato. La sentenza ha messo in luce l’importanza della dimensione affettiva e relazionale nella vita dei detenuti, riconoscendo che la negazione di questi diritti incide negativamente non solo sui detenuti ma anche sui loro familiari e partner.

Lentezza nell’attuazione e azioni dei detenuti

Nonostante la sentenza sia stata emessa mesi fa, nessuna struttura penitenziaria sembra aver ancora adeguato le proprie prassi per conformarsi alla nuova normativa. I detenuti di Rebibbia, dopo aver ricevuto risposte insoddisfacenti dalla direzione del carcere, hanno deciso di intraprendere azioni più incisive. Il 31 luglio hanno inoltrato un reclamo formale ai principali responsabili del sistema penitenziario, denunciando la mancata attuazione della sentenza e richiedendo informazioni dettagliate su quando e come saranno implementate le disposizioni.

La risposta dei Garanti e le raccomandazioni

I Garanti hanno risposto prontamente, sottolineando che la sentenza della Corte ha effetto immediato e deve essere applicata senza ulteriori indugi. Hanno raccomandato la creazione di spazi idonei per colloqui privati e, in assenza di direttive ministeriali specifiche, l’adozione di un ordine di servizio interno per regolamentare questi colloqui.

 


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L’intelligenza artificiale rivoluziona il settore legale: risarcimenti più rapidi e più elevati grazie alla tecnologia

L’intelligenza artificiale (IA) sta apportando trasformazioni significative nel settore legale, tradizionalmente noto per la sua resistenza al cambiamento. Tra le startup che stanno guidando questa rivoluzione c’è EvenUp, un’azienda della Silicon Valley che sta cambiando il modo in cui gli avvocati specializzati in lesioni personali ottengono risarcimenti per i loro clienti.

Efficacia e innovazione con EvenUp

EvenUp ha sviluppato una piattaforma innovativa basata su IA che permette agli avvocati di ottenere risarcimenti più elevati in tempi significativamente più brevi. Utilizzando un vasto database di oltre 250mila sentenze e accordi di risarcimento, la piattaforma analizza i documenti clinici dei clienti e genera richieste di risarcimento personalizzate e adeguate. Questo processo consente agli avvocati di risparmiare fino a 15 ore per caso e di incrementare i risarcimenti ottenuti del 30%.

La startup è stata fondata da Ray Mieszaniec, Rami Karabibar e Saam Mashhad. Mieszaniec, co-fondatore e COO, ha deciso di avviare la startup dopo aver vissuto in prima persona le difficoltà di un risarcimento insufficiente per suo padre, rimasto invalido a seguito di un incidente d’auto. Questa esperienza personale ha spinto Mieszaniec a creare una soluzione per evitare ad altre famiglie di affrontare simili difficoltà.

Il panorama italiano: Lexroom.ai in prima linea

Anche in Italia, l’IA sta facendo sentire il suo impatto nel settore legale. Lexroom.ai, una piattaforma tutta italiana, sta cambiando radicalmente il modo in cui gli avvocati conducono le ricerche legali. Il software consente di formulare quesiti in linguaggio naturale, come se si stesse dialogando con un collega, e di ottenere risposte rapide e precise grazie a una banca dati giuridica altamente specializzata e costantemente aggiornata. Lexroom.ai rappresenta un vero e proprio cambio di paradigma, portando innovazione direttamente nel cuore della professione legale.

Sfide e preoccupazioni: l’IA nel mirino

Nonostante i benefici, l’uso dell’IA nel settore legale non è privo di sfide e preoccupazioni. La tecnologia può generare risposte errate o basate su dati non aggiornati, rischiando di compromettere la validità dell’attività legale. Un esempio eclatante di questo problema è il caso di un avvocato statunitense che ha citato in giudizio una sentenza inesistente generata da un chatbot.

 

 


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Tribunale di Padova solleva questione di legittimità costituzionale su esclusione della messa alla prova per stupefacenti di lieve entità

Padova – Il Tribunale di Padova ha sollevato una questione di legittimità costituzionale riguardante l’esclusione dell’istituto della messa alla prova per il reato di stupefacenti di lieve entità, previsto dall’articolo 73, comma 5, del DPR n. 309/1990. La decisione è contenuta nell’ordinanza della Sezione Penale, datata 24 maggio 2024 e firmata dal giudice dott. Chillemi.

Il contesto della questione

Il Tribunale di Padova ha messo in discussione la conformità alla Costituzione delle norme che regolano la messa alla prova per i reati di stupefacenti di lieve entità. In particolare, l’ordinanza solleva dubbi sulla compatibilità con gli articoli 3 e 27, comma 3, della Costituzione del combinato disposto degli articoli 168-bis del codice penale, 550 del codice di procedura penale e 73, comma 5, del DPR 9 ottobre 1990, n. 309.

Normative e questioni sollevate

L’articolo 73, comma 5, del DPR 309/1990 esclude l’accesso all’istituto della messa alla prova per i reati relativi a stupefacenti di lieve entità, differente rispetto ad altri reati per i quali tale istituto è previsto. Il Tribunale contesta questa esclusione, ritenendo che possa violare i principi di uguaglianza e di trattamento equo previsti dalla Costituzione. L’articolo 3 della Costituzione garantisce l’uguaglianza davanti alla legge, mentre l’articolo 27, comma 3, stabilisce che “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”, principio che potrebbe essere messo in discussione dalla non applicabilità della messa alla prova.

Il significato della messa alla prova

La messa alla prova è uno strumento giuridico che consente al giudice di sospendere il processo e di proporre al reo un programma di lavoro o di trattamento come alternativa alla condanna. Tale istituto mira alla rieducazione del condannato e alla reintegrazione sociale. L’esclusione di tale misura per i reati di stupefacenti di lieve entità potrebbe sollevare interrogativi sul rispetto dei diritti fondamentali del reo e sull’applicazione uniforme delle norme penali.

 


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Avvocato sospeso per otto mesi: non aveva controllato la PEC durante il procedimento

Un avvocato è stato sospeso dall’esercizio della professione per otto mesi dal Consiglio Distrettuale di Disciplina (CDD) di Brescia per non aver verificato la notifica di un’opposizione via PEC, relativa a un decreto ingiuntivo di oltre 100.000 euro. Il Consiglio Nazionale Forense (CNF) ha confermato la sospensione, respingendo il ricorso del legale con la sentenza n. 134/2024.

Secondo il CNF, l’avvocato ha agito con negligenza, non verificando la posta elettronica certificata (PEC) consapevole della possibilità che potesse arrivare un’opposizione al decreto ingiuntivo. Tale comportamento costituisce, secondo il Consiglio, una violazione dell’art. 26, comma 3 del codice deontologico, che sanziona il “mancato, ritardato o negligente compimento di atti inerenti al mandato”, soprattutto quando ciò avviene con “rilevante trascuratezza” degli interessi del cliente.

Una “svista” non scusabile

Nel corso del procedimento, l’avvocato ha cercato di difendersi sostenendo che la mancata lettura della PEC fosse stata una semplice “svista”. Tuttavia, il CNF ha rigettato questa giustificazione, definendo tale spiegazione come un “artificio linguistico” volto a mascherare un comportamento negligente.

Il legale, inoltre, aveva più volte negato al proprio cliente l’esistenza di un’opposizione in corso, continuando a fornire una rappresentazione distorta della realtà, aggravando così la sua posizione. Il CNF ha evidenziato come questa negligenza, frutto di disinteresse verso il cliente, fosse grave e al di sotto della diligenza professionale media.

Violazioni multiple del codice deontologico

La condotta dell’avvocato è stata giudicata in violazione degli articoli 9, 10 e 12 del codice deontologico forense, aggravata dal fatto che il mancato controllo della PEC ha comportato la mancata costituzione nel giudizio di opposizione, a scapito del cliente.

I “consigli” forniti dal legale al proprio assistito, secondo il CNF, erano volti a nascondere le proprie responsabilità derivanti dalla cosiddetta “svista”. Il Consiglio ha respinto anche l’idea che ammettere la confusione o l’errore potesse esonerare l’avvocato dalle conseguenze del comportamento negligente.

Sanzione confermata

La sospensione di otto mesi è stata ritenuta adeguata, tenendo conto anche del danno subito dal cliente. Il CNF ha inoltre considerato irrilevanti le scelte compiute dal nuovo legale subentrante e l’esito dell’appello. Anche il richiamo allo stato di insolvibilità del debitore è stato giudicato privo di rilevanza ai fini della decisione.

 


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Bergamo: al via i lavori per la “Cittadella della Giustizia”, progetto da cinque milioni finanziato dal PNRR

Bergamo – La “Cittadella della Giustizia” di Bergamo si avvia a diventare realtà. Il primo passo decisivo è atteso entro la fine di settembre o l’inizio di ottobre, quando verrà posata la prima pietra di questo ambizioso progetto, volto a riqualificare l’ex convento della Maddalena. L’opera, dal valore di circa cinque milioni di euro, è finanziata dal Ministero della Giustizia e dai fondi del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), con un termine tassativo: il cantiere dovrà essere completato entro giugno 2026.

La realizzazione della Cittadella è affidata all’Agenzia del Demanio, e si preannuncia come una svolta importante per il sistema giudiziario bergamasco. La nuova struttura ospiterà il Giudice di Pace e l’Eneo, l’Ufficio notificazioni, esecuzioni e protesti, fondamentali per le istanze della giustizia civile.

Un progetto atteso da anni

“Si tratta di un intervento importante”, ha dichiarato Cesare de Sapia, presidente del Tribunale di Bergamo. “Finalmente ci avviciniamo all’inizio dei lavori, dopo anni di attesa”. La necessità di nuovi spazi per la giustizia era ormai impellente. Attualmente, gli uffici del Giudice di Pace si trovano in via Sant’Alessandro, mentre le aule del settore civile sono situate in uno spazio poco accessibile, nel sottotetto, raggiungibile solo con una rampa di scale dopo il quarto piano.

Giulio Marchesi, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Bergamo, ha sottolineato l’importanza dell’opera per superare problemi logistici e di barriere architettoniche che attualmente affliggono gli uffici giudiziari.

Iter burocratico e partenze imminenti

La storia della Cittadella della Giustizia ha vissuto momenti di stallo per anni, fino a una svolta tra la primavera e l’estate del 2021, quando si è raggiunto un accordo sulla fattibilità del progetto. A febbraio 2024 è stato firmato il contratto di appalto integrato con un raggruppamento di progettisti e imprese esecutrici, tra cui il Consorzio Stabile Fenix di Bologna e il Consorzio Stabile Conpat di Roma. Da quel momento, sono iniziate le interlocuzioni con la Soprintendenza per risolvere alcune prescrizioni tecniche.

Ora, con i lavori pronti a partire, Bergamo si prepara ad accogliere una struttura che promette di rivoluzionare l’organizzazione della giustizia locale, offrendo finalmente spazi adeguati e funzionali agli operatori del settore.


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Legambiente: boom di reati contro le coste italiane, +29,7% rispetto al 2022

Roma – Le coste italiane sono sotto assedio. Nel 2023, i reati ambientali accertati hanno raggiunto un totale di 22.956, con un preoccupante aumento del 29,7% rispetto all’anno precedente. Secondo il report “Mare Monstrum” di Legambiente, la criminalità contro il mare e le coste del nostro Paese continua a crescere in modo allarmante. La media è di 8,4 illeciti per chilometro di costa, uno ogni 119 metri.

I reati più diffusi riguardano il ciclo illegale del cemento e dei rifiuti, l’inquinamento del mare e la pesca illegale. Il cemento abusivo e lo smaltimento illecito di rifiuti stanno deturpando il territorio costiero, mentre la pesca illegale e l’inquinamento delle acque rappresentano una minaccia costante per l’ecosistema marino.

Violazioni in forte aumento: +230% nella nautica da diporto

Il report segnala anche un’impennata nelle violazioni delle normative sulla nautica da diporto, con 2.059 illeciti penali accertati nel 2023, segnando un aumento del 230% rispetto al 2022. Il numero di persone denunciate è cresciuto del 43%, arrivando a 25.545. Tuttavia, il contrasto ai crimini ambientali sembra migliorare, come dimostra il numero di arresti, che ha raggiunto quota 204 (+98,1% rispetto al 2022), e quello dei sequestri, pari a 4.026, in aumento del 22,8%.

Campania, Sicilia, Puglia e Calabria in testa per reati ambientali

Il 50,3% dei reati si concentra nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa: Campania (3.095 illeciti), Sicilia (3.061), Puglia (3.016) e Calabria (2.371). Queste regioni guidano la classifica nazionale per numero di reati, seguite da Lazio (1.529) e Toscana (1.516).


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Roma – Le concessioni balneari sono state prorogate fino al 30 settembre 2027. Questa è una delle misure principali del decreto legge “salva-infrazioni” approvato dal Consiglio dei Ministri, che mira a evitare sanzioni europee per il mancato adeguamento alle normative comunitarie.

Dopo la scadenza del 2027, le concessioni saranno messe a gara, ma il decreto prevede la possibilità di ulteriori proroghe. In caso di difficoltà oggettive che impediscano la conclusione delle gare – come contenziosi legali in corso o problemi organizzativi – l’apertura al mercato potrà essere rinviata, con una nuova scadenza fissata al 31 marzo 2028, attraverso un “atto motivato” che giustifichi il ritardo.

Nuovi criteri per i canoni entro marzo 2025

Entro il 31 marzo 2025, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, in collaborazione con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, dovrà stabilire i nuovi criteri per il calcolo dei canoni demaniali marittimi. Questi canoni saranno rivisti sulla base di valutazioni tecniche aggiornate, con l’obiettivo di allineare i costi alle attuali condizioni di mercato e garantire un equilibrio tra l’interesse pubblico e le esigenze degli operatori.

Indennizzi con perizie asseverate

Un altro punto cruciale della riforma riguarda gli indennizzi per i concessionari uscenti. I rimborsi saranno calcolati tramite perizie asseverate, ossia documenti tecnici validati ufficialmente, che determineranno il valore degli investimenti non ammortizzati. Questo meccanismo è stato introdotto per tutelare gli imprenditori che, con la fine delle concessioni, potrebbero subire perdite economiche significative.


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A comunicarlo è il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità che esprime un vivo ringraziamento nei confronti degli agenti di Polizia Penitenziaria in servizio, che hanno sventato il tentativo, perpetrato da uno dei minori, di incendiare un sedile del mezzo sui cui era stato condotto. A seguito dell’intervento è stato sequestrato un accendino utilizzato per appiccare il fuoco. Il trasferimento si è quindi concluso con successo.


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Roma, 4 Settembre 2024 – In relazione alla posizione amministrativa dei circa 4.000 nuovi dipendenti assunti a tempo determinato nell’ambito del progetto PNRR ed entrati in servizio a fine giugno, il Ministero della Giustizia precisa che l’elevato numero di dipendenti ha determinato un eccezionale lavoro in termini di registrazione dei contratti e verifiche amministrativo-contabili nonché elaborazioni tecniche finalizzate all’inserimento dei dati da fornire al sistema NoiPa per la successiva meccanizzazione massiva.

Ad oggi tale complessa attività è in fase di conclusione, peraltro assolutamente in linea con le immissioni di personale risalenti agli anni passati.

NoiPa ha assicurato che, con rata urgente, nel mese di settembre verranno processati i pagamenti degli stipendi. Questo significa che i dipendenti non vedranno ancora il cedolino su NoiPa, ma lo stipendio verrà comunque pagato nel mese corrente, a parte alcune posizioni per le quali sarà necessaria una ulteriore verifica con successiva lavorazione manuale.


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Astensione della Camera Penale di Cosenza: un grido d’allerta contro l’inadeguatezza della giustizia

La Camera Penale di Cosenza ha annunciato una significativa astensione collettiva dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale per i giorni 16, 17, 18, 19 e 20 settembre 2024. Questa decisione radicale si erge come protesta contro quello che viene definito uno stato di emergenza nella giustizia penale del Circondario giudiziario di Cosenza e del Distretto della Corte di Appello di Catanzaro, conosciuto come la “Calabria giudiziaria”.

Una Giustizia Paralizzata

Il comunicato, che rappresenta una presa di posizione forte e chiara della Camera Penale, denuncia l’immobilismo del Ministero della Giustizia e l’assenza di interventi efficaci da parte delle istituzioni politiche sia a livello nazionale che regionale. La situazione è descritta come critica, con un sistema giudiziario che si trova in una condizione di paralisi a causa della gestione inadeguata dei maxiprocessi.

Il Problema dei Maxiprocessi

Nel cuore della critica c’è la gestione dei maxiprocessi, fenomeno che ha trasformato il sistema penale in un “contenitore monstre”, dove centinaia di presunti innocenti e le rispettive imputazioni sono accumulati in un’unica, gigantesca causa. Questo approccio, inizialmente adottato come strumento per combattere la criminalità organizzata, ha portato a una congestione insostenibile degli affari penali, aggravando ulteriormente il già precario equilibrio del sistema giudiziario.

Le criticità derivanti dai maxiprocessi si riflettono in un sovraccarico di lavoro per i giudici, la cui dotazione organica è ritenuta insufficiente rispetto all’enorme volume di casi. I tempi per la trattazione delle cause si allungano, compromettendo il diritto di difesa e trasformando la misura cautelare in una sorta di pena preventiva.

Le Conseguenze sull’Avvocatura e sui Diritti dei Cittadini

Le disfunzioni del sistema giustiziale stanno avendo effetti devastanti anche sull’Avvocatura e sui diritti dei cittadini. La Camera Penale di Cosenza sottolinea come l’oralità della discussione, fondamentale per una difesa efficace, venga progressivamente sacrificata in favore di una sintesi forzata che compromette la qualità della giustizia. Inoltre, la dilatazione dei tempi di giudizio, soprattutto nei casi di appello cautelare, mina il principio della presunzione di innocenza.

Denunce di Comportamenti Inadeguati

Il comunicato denuncia anche due gravi episodi che mettono in discussione l’indipendenza dell’Avvocatura e i principi fondamentali dello Stato di diritto. Il primo riguarda le intercettazioni e le trascrizioni delle comunicazioni professionali tra avvocati e clienti, effettuate senza giustificazione e interpretate in modo eccessivamente critico. Il secondo episodio riguarda un pubblico ministero che ha cercato di intimidire un avvocato durante un’udienza, tentando di limitare l’esercizio legittimo della difesa.

Prossimi Passi e Reazioni

La Camera Penale ha convocato un’assemblea per il 20 settembre 2024, presso la Biblioteca “Arnoni” del Palazzo di Giustizia di Cosenza, per discutere le ulteriori azioni da intraprendere. La delibera di astensione è stata inviata a numerose istituzioni, tra cui il Ministero della Giustizia, il Presidente della Repubblica, e i vari organi di presidenza delle istituzioni politiche e giuridiche.

 


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