Cartelle via Pec valide anche senza firma digitale: la Cassazione chiarisce

La notifica delle cartelle di pagamento tramite posta elettronica certificata non richiede necessariamente la firma digitale per essere valida. A stabilirlo è la Corte di Cassazione, che con una recente ordinanza interviene su un tema da tempo al centro del contenzioso tributario, chiarendo i confini tra formalità tecniche e validità giuridica degli atti.

Il caso nasce dall’impugnazione di un’intimazione di pagamento notificata via Pec a una società, che ne contestava la validità per l’assenza di firma digitale, attestazione di conformità e formato “.p7m”. Dopo la soccombenza nei gradi di merito, la questione è arrivata in Cassazione, che ha confermato la legittimità dell’atto.

Secondo i giudici, la mancanza di sottoscrizione digitale non incide sulla validità della cartella, poiché tale requisito non è previsto come elemento essenziale dell’atto. Ciò che rileva è, piuttosto, la sua riconducibilità all’amministrazione finanziaria che lo ha emesso. In assenza di contestazioni specifiche e circostanziate, la trasmissione tramite Pec è ritenuta sufficiente a garantire questa riferibilità.

La pronuncia chiarisce anche un altro aspetto tecnico: l’equivalenza tra i formati “.pdf” e “.p7m”. Se nel processo civile telematico tale equiparazione è già consolidata, la Cassazione ne estende l’applicazione anche agli atti notificati dall’amministrazione finanziaria, superando così una delle principali obiezioni sollevate nei ricorsi.

Sul piano normativo, viene inoltre ribadito che la disciplina della riscossione non prevede sanzioni per l’eventuale mancanza di sottoscrizione della cartella. Di conseguenza, opera una presunzione generale di legittimità e provenienza dell’atto amministrativo, che può essere superata solo attraverso una prova concreta e puntuale da parte del contribuente.

La decisione si inserisce in un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato, volto a privilegiare la sostanza rispetto alla forma. L’obiettivo è evitare che irregolarità meramente tecniche possano tradursi in un ostacolo alla validità degli atti, soprattutto in un sistema sempre più orientato alla digitalizzazione.

Per contribuenti e professionisti, il messaggio è chiaro: la contestazione di una cartella notificata via Pec non può fondarsi su rilievi generici legati al formato o alla mancanza di firma digitale, ma deve individuare elementi concreti idonei a mettere in discussione la provenienza e la legittimità dell’atto.


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Scarto telematico, svolta dei giudici: è impugnabile e sanabile entro cinque giorni

Lo scarto telematico non è più solo un passaggio tecnico del sistema, ma può assumere un rilievo giuridico autonomo e, in quanto tale, essere impugnato. È questo il principio affermato dalla Commissione tributaria di secondo grado della Puglia con la sentenza n. 869/3/2026, che interviene su due aspetti centrali delle trasmissioni fiscali digitali: la natura dello scarto e la possibilità di rimediare agli errori entro un termine breve.

La decisione segna un punto di equilibrio tra esigenze procedurali e tutela sostanziale del contribuente. Secondo i giudici, infatti, la ricevuta di scarto può essere considerata un atto autonomamente impugnabile quando produce effetti immediatamente pregiudizievoli, come il mancato riconoscimento di un credito d’imposta o l’impossibilità di perfezionare una posizione favorevole. In questi casi, lo scarto non si esaurisce in una segnalazione tecnica, ma si traduce in una vera e propria barriera all’esercizio di un diritto.

L’impostazione si inserisce in un orientamento ormai consolidato, secondo cui l’elenco degli atti impugnabili previsto dalla normativa processuale tributaria non deve essere interpretato in modo rigido. Ciò che rileva è la sostanza dell’atto e la sua capacità di incidere concretamente sulla sfera giuridica del contribuente, non la sua qualificazione formale.

Accanto a questo principio, la pronuncia affronta anche il tema della ritrasmissione dei dati. I giudici chiariscono che il termine di cinque giorni per correggere e reinviare una comunicazione scartata non rappresenta un’eccezione limitata a specifiche dichiarazioni, ma un criterio generale che deve trovare applicazione in tutte le ipotesi di invio telematico.

Questa interpretazione supera una lettura restrittiva che tendeva a circoscrivere la possibilità di rimediare agli errori, valorizzando invece principi più ampi come la buona fede, la collaborazione tra amministrazione e contribuente e la proporzionalità dell’azione amministrativa. In sostanza, un errore materiale, se corretto tempestivamente e senza arrecare danno all’amministrazione, non può tradursi nella perdita definitiva di un beneficio.


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Pubblicità, il mercato regge alla guerra: crescita stabile ma sotto pressione

Il mercato pubblicitario italiano dimostra una sorprendente capacità di tenuta anche in un contesto internazionale segnato da tensioni geopolitiche e incertezza economica. La crescita resta positiva, ma il quadro si fa più complesso e strettamente legato all’evoluzione del conflitto: la durata della crisi rappresenta oggi la variabile decisiva per comprendere le prospettive del settore.

Le stime indicano che, in uno scenario di rapido rientro delle tensioni, il comparto potrebbe mantenere un ritmo di crescita intorno al 6,5% nel 2026, recuperando nella seconda parte dell’anno gli investimenti rinviati. Al contrario, un prolungamento del conflitto determinerebbe un rallentamento più marcato, con un incremento ridotto al 5,1% e una perdita stimata superiore ai 150 milioni di euro. Gli effetti più significativi, tuttavia, si manifesterebbero nel medio periodo, con impatti più pesanti attesi già dal 2027.

A incidere sulle scelte degli investitori non è tanto un blocco delle risorse quanto un aumento dell’incertezza. Il rialzo dei costi energetici, la pressione inflattiva e la riduzione del potere d’acquisto spingono le aziende a rivedere le strategie, rendendo le campagne più mirate, flessibili e orientate al breve termine. Non si assiste a una frenata generalizzata, ma a un cambio di approccio: meno slancio, più prudenza.

A sostenere il sistema contribuiscono alcuni fattori strutturali. In primo luogo, l’elevata concentrazione del mercato, con una larga quota degli investimenti che transita attraverso pochi grandi operatori, in particolare digitali. Le principali piattaforme globali continuano infatti a intercettare la maggior parte delle risorse, consolidando la loro posizione anche nelle fasi di turbolenza.

Il digitale si conferma il motore principale della crescita, affiancato dall’espansione dell’ecommerce, che ha ormai superato i 65 miliardi di euro in Italia. In questo contesto, il retail media si afferma come uno dei segmenti più dinamici, con una crescita a doppia cifra e un ruolo sempre più centrale nelle strategie dei brand.

Un ulteriore elemento di spinta arriva dall’intelligenza artificiale, che sta ridefinendo il mercato sia dal lato dell’offerta sia da quello della domanda. Da un lato crea nuove opportunità di monetizzazione e nuove categorie di inserzionisti, dall’altro accelera i processi competitivi, riducendo i tempi di ingresso e ampliando la visibilità per chi riesce a posizionarsi rapidamente.

Cambia anche la geografia degli investimenti. Cresce infatti la presenza di operatori internazionali, in particolare aziende asiatiche, che aumentano in modo significativo la spesa pubblicitaria sui mercati esteri per compensare la debolezza della domanda interna. Questo fenomeno contribuisce ad accrescere la pressione competitiva anche in Italia, dove in alcuni settori la comunicazione non solo non rallenta, ma diventa ancora più intensa.

Sul piano dei contenuti, le aziende adottano un tono più misurato e coerente con il contesto. Le campagne puntano meno sull’aspirazione e più sul valore, privilegiando messaggi concreti e vicini alle esigenze dei consumatori. Parallelamente, si registra uno spostamento delle risorse verso strumenti più efficienti e direttamente collegati alla conversione.

Tra i mezzi tradizionali, la televisione mantiene un ruolo rilevante, soprattutto grazie all’integrazione con il digitale, mentre l’out of home beneficia della spinta degli eventi e della progressiva digitalizzazione degli spazi. Più in difficoltà la stampa, che continua a scontare una contrazione strutturale.

In questo scenario, la raccomandazione per gli inserzionisti è chiara: evitare reazioni difensive eccessive. Ridurre drasticamente la presenza sul mercato può rivelarsi controproducente, soprattutto in una fase in cui nuovi attori e nuove tecnologie rendono più rapido l’accesso agli spazi lasciati liberi.


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Scuola e smartphone, il divieto prende forma: cellulari fuori dall’aula in 9 istituti su 10

Nelle scuole italiane il “digital detox” non è più solo un principio teorico, ma una pratica sempre più diffusa. Secondo i dati raccolti dal Ministero dell’Istruzione, oltre il 90% degli istituti ha recepito nei propri regolamenti il divieto di utilizzo degli smartphone durante le lezioni, segnando un primo risultato concreto nella gestione dell’impatto delle tecnologie digitali in aula.

Il giro di vite è stato introdotto progressivamente: inizialmente per scuole primarie e secondarie di primo grado, quindi esteso anche alle superiori, pur con alcune deroghe legate alla didattica inclusiva e all’uso di strumenti compensativi per studenti con bisogni educativi speciali. Un intervento amministrativo che, almeno sul piano applicativo, sembra aver prodotto effetti tangibili.

Il dato si inserisce però in un contesto in cui la presenza della tecnologia a scuola è ormai strutturale. Gli investimenti legati al PNRR hanno accelerato la trasformazione degli ambienti didattici, con oltre centomila aule convertite in spazi innovativi e una massiccia attività di formazione che ha coinvolto centinaia di migliaia di docenti e personale amministrativo. La digitalizzazione, dunque, non arretra: cambia piuttosto modalità e regole d’uso.

Accanto alle restrizioni sugli smartphone, le scuole stanno infatti rafforzando l’educazione digitale. Più di due terzi degli istituti hanno attivato percorsi specifici nell’ambito dell’educazione civica, affrontando temi come l’uso consapevole dei dispositivi, i rischi dei social network e la diffusione delle fake news. Parallelamente, cresce l’attenzione verso l’intelligenza artificiale: quasi tutte le scuole stanno adottando o predisponendo linee guida dedicate.

In questa direzione si inserisce anche il nuovo piano di formazione promosso dal Ministero, con risorse dedicate a laboratori, workshop e aggiornamento del personale, finalizzati a un utilizzo consapevole delle tecnologie emergenti. L’obiettivo è duplice: da un lato innovare la didattica, rendendola più personalizzata ed efficace; dall’altro semplificare i processi amministrativi.

Sul piano dei programmi, le novità sono destinate a incidere già nei prossimi anni. Le nuove linee guida per il primo ciclo rafforzano l’approccio alle discipline scientifiche e introducono l’informatica – e quindi anche i primi elementi di intelligenza artificiale – fin dalla scuola primaria. Per il secondo ciclo si lavora a un’integrazione trasversale dell’AI in tutte le materie.

Resta invece più incerto il quadro normativo sull’accesso ai social da parte dei minori. In Italia, i tentativi di regolazione sono ancora fermi a livello parlamentare, mentre altri Paesi stanno già sperimentando limiti più stringenti, con divieti o restrizioni basati sull’età. Una distanza che alimenta il dibattito sulla necessità di un intervento organico anche a livello nazionale.


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Influencer, nuove regole e responsabilità: trasparenza e tutele al centro della creator economy

Il settore degli influencer compie un passo decisivo verso una regolamentazione più chiara e strutturata. Negli ultimi mesi si è consolidato un sistema di riferimento che combina norme di legge, linee guida delle autorità e strumenti di autodisciplina, con l’obiettivo di garantire trasparenza nelle comunicazioni commerciali e maggiore tutela per gli utenti.

Il punto di partenza è la definizione stessa di influencer, oggi ricondotta a una figura ben delineata: si tratta di soggetti, persone fisiche o giuridiche – inclusi i cosiddetti avatar o personaggi virtuali – che creano o selezionano contenuti destinati al pubblico attraverso piattaforme digitali, esercitando un controllo editoriale e traendone un vantaggio economico, diretto o indiretto. Il compenso può assumere forme diverse: denaro, prodotti, servizi, benefit o altre utilità, a conferma della natura sempre più articolata di questa attività.

All’interno di questo perimetro si distingue la categoria degli “influencer rilevanti”, individuata sulla base di parametri quantitativi precisi: almeno 500mila follower o un milione di visualizzazioni medie mensili su una piattaforma. Per questi soggetti il sistema prevede obblighi specifici, tra cui la registrazione in un elenco dedicato e l’adesione a linee guida e codici di condotta che disciplinano contenuti, modalità comunicative e rapporti commerciali.

Il principio cardine resta quello della trasparenza pubblicitaria. Ogni contenuto che abbia finalità promozionali deve essere immediatamente riconoscibile come tale. Non è sufficiente una generica indicazione: la comunicazione deve essere chiara, esplicita e non ambigua. Sono considerate corrette diciture come “pubblicità”, “advertising” o “adv”, anche accompagnate dal nome del brand. L’obbligo scatta ogni volta che esiste un vantaggio per il creator, anche non monetario, come nel caso di prodotti ricevuti gratuitamente, codici sconto, affiliazioni o accordi di collaborazione.

Un aspetto rilevante è che tali principi non riguardano esclusivamente i grandi influencer. Anche chi non raggiunge le soglie previste è comunque tenuto a rispettare criteri di correttezza, a tutela dei consumatori e dei minori, nonché dei diritti fondamentali. La differenza sta nella formalizzazione degli obblighi, più stringenti per i profili con maggiore impatto sul pubblico.

Sul fronte dei controlli, il sistema attribuisce un ruolo centrale all’autorità di vigilanza, che monitora il rispetto delle regole e può intervenire con strumenti graduati: richieste di adeguamento, diffide e sanzioni. La risposta sanzionatoria è calibrata caso per caso, tenendo conto della gravità della violazione, delle eventuali azioni correttive adottate e della capacità economica del soggetto coinvolto.

Accanto alla regolazione pubblica, si rafforza anche la dimensione organizzativa del settore. La nascita di una rappresentanza unitaria degli influencer e la collaborazione con le istituzioni contribuiscono alla definizione di standard condivisi, favorendo un equilibrio tra tutela dei consumatori e riconoscimento della professionalità dei creator.

Il contesto economico conferma la rilevanza del fenomeno: la creator economy conta ormai decine di migliaia di imprese attive e una molteplicità di modelli di business. Le fonti di reddito spaziano dalle sponsorizzazioni alle commissioni, dall’advertising sharing alla licenza d’immagine, fino alla vendita diretta e agli abbonamenti. Questa varietà rende complesso anche l’inquadramento giuridico e fiscale dell’attività: l’influencer può essere lavoratore autonomo, dipendente, collaboratore o imprenditore, con implicazioni diverse sul piano contributivo.

Non a caso, il tema è stato definito “complesso” anche dagli organismi di controllo economico-finanziario, proprio per la difficoltà di ricondurre a un’unica categoria una realtà così eterogenea. A complicare ulteriormente il quadro contribuisce la natura globale delle piattaforme digitali e la coesistenza di regimi normativi differenti.


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Frontiere UE, operativo il sistema EES: controlli digitali e tempi ridotti ai valichi

Segna un passaggio decisivo per la gestione delle frontiere europee l’entrata a pieno regime del sistema di ingressi/uscite (EES), ora operativo in tutti i Paesi dell’area Schengen. Si tratta di una delle principali innovazioni tecnologiche introdotte dall’Unione europea per rafforzare sicurezza, controllo e tracciabilità dei movimenti alle frontiere esterne.

Il sistema consente di registrare in formato digitale gli ingressi e le uscite dei cittadini di Paesi terzi che soggiornano nell’Unione per brevi periodi, superando definitivamente il tradizionale timbro sul passaporto. L’EES raccoglie dati biografici, biometrici e informazioni di viaggio, creando un archivio affidabile e aggiornato sugli attraversamenti delle frontiere.

L’obiettivo è duplice: da un lato migliorare l’efficienza dei controlli, dall’altro rafforzare la capacità di individuare situazioni irregolari. Il sistema, infatti, consente di rilevare automaticamente i soggiorni oltre i termini consentiti e di intercettare tentativi di frode documentale o di identità.

I numeri confermano l’impatto della nuova piattaforma: dalla sua introduzione, avviata nell’ottobre 2025, sono stati registrati oltre 52 milioni di ingressi e uscite, con più di 27.000 respingimenti. Tra questi, circa 700 casi hanno riguardato soggetti considerati una minaccia per la sicurezza dell’Unione.

Nonostante l’elevato livello di controllo, il sistema garantisce tempi di registrazione contenuti: mediamente circa 70 secondi per viaggiatore, un dato che evidenzia come l’innovazione tecnologica possa coniugare sicurezza e fluidità dei flussi.

Con l’attivazione completa in tutti i valichi di frontiera esterni, l’EES rappresenta oggi un tassello centrale nella strategia europea di gestione integrata delle frontiere, con la Commissione impegnata a monitorarne l’attuazione in stretta collaborazione con gli Stati membri.


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Riforma della magistratura contabile, timori sulle garanzie e sulla gestione delle risorse pubbliche

La riforma della magistratura contabile torna al centro del dibattito, accompagnata da una serie di criticità che riguardano non solo l’assetto interno della Corte dei conti, ma anche le garanzie per cittadini e amministrazioni nella gestione delle risorse pubbliche.

Tra i punti più discussi vi è l’introduzione di una più netta separazione delle funzioni, con il divieto di passaggio tra attività requirenti e giudicanti. Una scelta che, secondo diverse letture critiche, rischia di incidere sull’equilibrio complessivo del sistema, riducendo la flessibilità organizzativa e alterando dinamiche consolidate.

A questo si aggiunge il tema della gerarchizzazione tra procura generale e procure regionali, che potrebbe modificare in modo significativo i rapporti interni alla magistratura contabile, con possibili ricadute sull’efficacia dell’azione di controllo e giurisdizionale.

Non meno rilevante è il nodo dell’esercizio delle funzioni: la coesistenza tra attività di controllo e funzione giurisdizionale, già prevista dalla Costituzione in ambiti distinti, potrebbe essere ridefinita in modo tale da incidere sulle garanzie per enti pubblici e soggetti che gestiscono risorse collettive.

Nel complesso, le perplessità riguardano anche l’impatto organizzativo della riforma, sia a livello centrale sia territoriale, con il rischio di un sistema meno efficiente proprio in un settore strategico come quello della vigilanza sulla spesa pubblica. In questo contesto, si profilano iniziative volte a informare l’opinione pubblica sui possibili effetti della riforma, con l’obiettivo di rendere più consapevole il dibattito su un tema che incide direttamente sulla trasparenza e sulla tutela dell’interesse collettivo.


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“Chiediamo al legislatore una riflessione urgente per impedire tutto questo. È necessario sospendere subito l’entrata in vigore della norma fino al necessario adeguamento delle piante organiche. Il numero di magistrati italiani è poco più della metà della media europea e questo è inaccettabile se si vuole garantire un servizio efficace per la tutela dei diritti di tutti”, conclude la nota.


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Mediterraneo digitale, l’UE accelera: al via il primo programma strategico per Nord Africa e Medio Oriente

Nell’ambito del rafforzamento dell’impegno con i partner del Mediterraneo meridionale, la Commissione europea ha avviato un programma di trasformazione digitale che abbraccia il Nord Africa e i paesi del Medio Oriente. Si tratta del primo risultato nel settore digitale nell’ambito del Patto per il Mediterraneo, lanciato alla fine del 2025.

Il programma, cofinanziato dal governo tedesco, promuoverà una crescita inclusiva e sostenibile migliorando l’accesso ai servizi digitali per cittadini, pubbliche amministrazioni e imprese. A tal fine, sosterrà l’allineamento della regolamentazione digitale, il rafforzamento della cibersicurezza e lo sviluppo delle competenze digitali. Inoltre, aiuterà i governi del Mediterraneo meridionale a migliorare le normative digitali, consolidare i quadri giuridici e potenziare i servizi di formazione per le imprese e le PMI locali.

Il programma si concentrerà su tre componenti chiave per guidare la trasformazione digitale nella regione.

In primo luogo, allineerà le normative in materia di telecomunicazioni digitali alle norme dell’UE. Rafforzerà inoltre le autorità nazionali di regolamentazione e istituirà una rete regionale per intensificare la cooperazione.

In secondo luogo, il programma rafforzerà la cibersicurezza migliorando i quadri e la governance nazionali e potenziando la capacità di prevenire, rispondere e gestire le minacce informatiche.

Infine, svilupperà competenze digitali regionali in linea con le norme DigComp dell’UE e istituirà nuove piattaforme e reti a sostegno dell’apprendimento continuo e dello scambio di competenze.


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Cambiano le regole del gioco per le recensioni online nel settore turistico e della ristorazione. Con l’entrata in vigore della legge 34/2026, il legislatore interviene su un ambito sempre più rilevante per la reputazione digitale delle imprese, introducendo criteri più stringenti per garantire l’affidabilità dei giudizi pubblicati in rete.

Il nuovo impianto normativo, tuttavia, non è ancora pienamente operativo. Per l’applicazione concreta delle disposizioni sarà necessario attendere le linee guida dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, che dovranno essere adottate dopo il confronto con altri soggetti istituzionali, tra cui AGCOM e il Garante per la protezione dei dati personali. Solo allora imprese e piattaforme avranno un quadro chiaro degli obblighi operativi.

Nel frattempo, emergono già alcuni principi chiave. Le recensioni potranno essere considerate attendibili solo se pubblicate entro un arco temporale definito rispetto all’esperienza vissuta: il limite è fissato in 30 giorni dall’utilizzo del servizio o dall’acquisto. Un criterio che mira a garantire l’attualità e la coerenza del giudizio espresso.

Altro elemento centrale è l’autenticità. I commenti dovranno provenire da utenti che hanno realmente usufruito del servizio e contenere riferimenti concreti all’esperienza. Non saranno più ammesse recensioni costruite su basi generiche o prive di riscontro reale, né quelle condizionate da incentivi, sconti o vantaggi offerti da operatori o intermediari.

La normativa introduce anche un criterio temporale più ampio: trascorsi due anni dalla pubblicazione, una recensione perde rilevanza sotto il profilo della liceità, proprio perché non più rappresentativa della qualità attuale del servizio.

Sul fronte delle imprese, vengono rafforzati gli strumenti di tutela. Strutture ricettive e ristoranti potranno attivare le procedure messe a disposizione dalle piattaforme per segnalare contenuti non conformi ai requisiti previsti dalla legge, chiedendone la rimozione o la revisione. Resta ora da verificare come le future linee guida tradurranno questi principi in prassi operative.


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