Ritratti in udienza: arriva in Italia l’arte durante i processi penali

Anche in Italia le udienze di Corte d’Assise si trasformano in luoghi dove dipingere ritratti dal vivo. Andrea Spinelli, live painter ed illustratore, è il primo a fare questo esperimento in Italia. Ha realizzato, infatti, alcuni disegni durante un processo, usando inchiostro e acquerello su carta, una tecnica pittorica mista.

Nel mondo anglosassone questa non è una novità: i courtroom sketch, infatti, sono gli “schizzi” realizzati durante i momenti più importanti delle udienze nei processi per fatti di sangue. Pennelli, matite e carta rendono meglio l’idea delle emozioni che provano le persone che sono coinvolte nel processo e nei fatti.

Cogliere le emozioni di un processo

Questa iniziativa è stata sostenuta da Ilio Mannucci Pacini, presidente della Corte d’Assise di Milano e da Fabio Roia, presidente facente funzioni del Tribunale.

«Da sette anni mi occupo di ritratti dal vivo, ma di solito per eventi e concerti» ha detto Spinelli. «Questa estate ho avuto l’idea di sperimentare la tecnica in un’aula giudiziaria. Non sapevo che sarei stato il primo in Italia». I lavori di Spinelli sono stati pubblicati anche dal Wall Street Journal.

Spinelli ha assistito al processo di una donna accusata di aver ucciso il marito. «Durante i concerti ci si diverte, anche per il solo fatto di essere lì. In corte d’Assise, invece, si respirano l’ansia e la preoccupazione di tutte le persone coinvolte e il rigore dell’ambiente».

Il distacco, soltanto apparente, dell’atmosfera all’interno di un’aula giudiziaria viene sostituito dall’empatia: «Percepisci come si può sentire un testimone durante una deposizione per fatti gravi. Ho assistito alle crisi di pianto dell’imputata, e alla descrizione che fa il medico legale della morte di una persona. Ho cercato di riportare questo tipo di emozioni nei miei ritratti».

Spinelli è fiducioso che la pratica cominci a diffondersi sempre più in Italia. «Questa è una prima fase di sperimentazione, ma mi piacerebbe portare avanti l’iniziativa e migliorarla, anche tecnicamente, per avere uno stile riconoscibile». In questo modo si potrà rappresentare meglio l’umanità delle persone che vivono un processo sulla propria pelle.

Una pratica diffusa già nel XVI secolo

Alla fine del 2021, Ghislaine Maxwell è stata condannata con l’accusa di traffico sessuale, per aver aiutato l’ex-partner e imprenditore Jeffrey Epstein. Ma non è stata la sua cattiva condotta o il suo stile di vita a diventare virale, bensì uno schizzo dipinto in aula durante il processo. L’immagine fa riflettere su questa particolare forma d’arte che esiste da ben prima della fotografia, ma persiste nonostante l’innovazione fotografica e digitale.

Gli artisti erano presenti nei Tribunali già nel XVI secolo. Un artista inglese sconosciuto, nel 1586, ha disegnato Mary, regina di Scozia, mentre entrava nell’aula del castello di Fatheringay. Al Louvre, invece, è esposta la rappresentazione del processo a Galileo Galilei.

Nell’epoca vittoriana gli illustratori diventarono fondamentali per i media. Secondo i ricercatori della Syracuse University «i giornali e le riviste di notizie vittoriane “inviavano al fronte” degli artisti per fare di nascosto degli schizzi in miniatura dei processi».

Oggi, gli artisti contemporanei vendono le loro bozze anche su commissione giornaliera ai giornali, alle emittenti televisive o ai soggetti stessi. A causa del loro grande valore storico, alcuni schizzi sono stati acquistati (e continuano ad essere acquistati) dagli archivi istituzionali. La Biblioteca del Congresso, ovvero la biblioteca nazionale degli Stati Uniti, conserva accuratamente le raccolte degli sketch effettuati nelle aule di Tribunale statunitensi.

Jane Rosenberg

L’artista che ha disegnato il processo a Ghislaine Maxwell, Jane Rosenberg, afferma che a volte i suoi soggetti offrono dei feedback non richiesti. Per esempio, «John Gotti voleva che il suo doppio mento fosse rimosso. Inoltre, le persone vogliono sempre che vengano aggiunti più capelli».

Rosenberg ha impiegato un po’ di tempo per riuscire a trovare la sua nicchia. Nonostante l’insicurezza di non essere abbastanza veloce, ha costruito un portfolio girando per diversi tribunali, soprattutto disegnando prostitute nel Tribunale notturno.

Quando è riuscita a vendere un suo schizzo alla NBC, ha avuto talmente tanto lavoro da non riuscire a gestirlo.

Solo sketch, niente foto

Per alcuni processi, gli sketch degli artisti fatti in aula sono le uniche immagini che il pubblico abbia mai visto. Infatti, la fotografia nelle aule di tribunale è vietata dal 1935, dopo il circo mediatico che ha interessato il processo per il rapimento del bambino Lindbergh.

Nel 1944 è stata applicata la regola 53 delle norme federali di procedura penale, che vietava di fare fotografie o riprese all’interno di un’aula di tribunale. Rosenberg rivela che: «Da quando sono diventata un artista di aula di tribunale, ho sempre pensato che le telecamere sarebbero arrivate, prima o poi».

Continua: «Nel 1988 hanno approvato un disegno di legge per introdurre le telecamere nei Tribunali di New York. E ho pensato: “ecco fatto, per me è tutto finito”». Ma alla fine non è andata così.

Dal 1991 al 1994, alcune aule dei Tribunali federali hanno sperimentato le riprese con le telecamere. Molti dei processi che riguardavano personaggi famosi sono stati trasmessi in televisione. 150 milioni di persone hanno assistito al verdetto di non colpevolezza di O.J. Simpson.

Tuttavia, molti giudici hanno deciso comunque di vietare le telecamere nelle aule, poiché distraggono e violano la privacy dei presenti. Per questo motivo, i media continuano ad affidarsi agli artisti per entrare in possesso delle rappresentazioni visive dei processi.

Un lavoro difficile

In alcuni tribunali agli artisti non è permesso abbozzare i procedimenti. Alcuni creano gli schizzi a memoria, dopo aver lasciato l’aula.

Nei casi in cui hanno l’autorizzazione a disegnare sul momento, gli artisti devono essere particolarmente veloci: nessuno si mette a posare per loro! Inoltre, le aule sono talmente affollate che gli artisti a malapena riescono a vedere la persona che dovrebbe disegnare.

Se sono fortunati il processo non ha una giuria, e il giudice consente agli artisti di sedere direttamente nel palco riservato alla giuria. La maggior parte delle volte, però, sono seduti nell’area pubblica, insieme a tutti gli altri.

Licenza artistica

Secondo J. Oliver Conroy del Guardian, gli sketch sono meno spaventosi della fotografia. Una foto o un fermo immagine dell’espressione di qualcuno, infatti,  potrebbero essere estrapolate facilmente dal contesto.

Inoltre, gli schizzi hanno anche la licenza artistica: le persone e i fatti possono essere compressi in un unico fotogramma, trasmettendo tutto il dramma e l’atmosfera che si respira in aula, particolari difficili da catturare con la fotografia.

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TikTok sostituirà Google?

LegalTech: l’innovazione che rivoluziona i servizi legali

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TikTok sostituirà Google?

È dal 1997 che Google domina il mercato dei motori di ricerca. Googlare è infatti diventato sinonimo di “fare una ricerca online”. Recenti dati indicano che Google detiene il 92% del mercato globale. Bing, invece, il secondo motore di ricerca più usato, non supera il 4%.

Le accuse a Google

Nel 2020 il Dipartimento di Giustizia americano aveva mosso delle accuse a Google per aver infranto leggi sulla concorrenza. L’azienda avrebbe messo in atto comportamenti sleali, al fine di non perdere il suo monopolio e per impedire anche a nuovi servizi rivali di emergere nel mercato.

Tuttavia, negli ultimi anni in molti hanno cominciato a notare come sia sempre più complicato trovare delle risposte utili alle domande poste su Google. Ci sono, infatti, troppi contenuti sponsorizzati: in molti non scrivono per dare informazioni utili, ma esclusivamente per apparire nei primi risultati dei motori di ricerca.

Per trovare nuove ricette, informazioni sul prossimo viaggio programmato, istruzioni per riparare un lavandino rotto oppure recensioni sull’ultima serie TV di Netflix, le persone cominciano a cercare risposte altrove. Per ricercare e leggere notizie, è probabile che si vada su Twitter. Per acquistare qualcosa, su Amazon.

Ma per qualsiasi altra cosa – secondo i più giovani – le risposte si trovano su TikTok.

I giovani “googlano” su TikTok

Recentemente, Prabhakar Raghavan, uno dei vice-presidenti di Google, ha condiviso i dati di una ricerca commissionata da Google stessa, che confermano questa tendenza: «Secondo i nostri studi, quasi il 40% dei giovani, quando cerca un posto per il pranzo, non va su Google Maps o su Search. Vanno su TikTok o Instagram».

In parte, a Google fa comodo sottolineare questa inversione di tendenza, viste le accuse di monopolio. Questi dati sono sostenuti da un grande numero di aneddoti, raccolti nelle scorse settimane, da più testate internazionali, generaliste e di settore. Inoltre, anche ByteDance, l’azienda cinese che possiede TikTok, sta cercando di apportare miglioramenti per quanto riguarda le funzioni di ricerca all’interno dell’app.

Per esempio, nell’ultima settimana TikTok ha deciso di aumentare il limite di caratteri che si possono utilizzare nella descrizione dei video, da 300 a 2.200. Questa modifica è stata introdotta per permettere agli utenti di aggiungere più dettagli sui propri contenuti e per descrivere che cosa sta succedendo nel loro video. In questo modo i contenuti diventano più semplici da trovare.

Video credibili e autentici

I più giovani ritengono che il formato, i contenuti e l’algoritmo preciso dell’app rendono TikTok un luogo perfetto dove cercare risposte. Adrienne Sheares, una consulente di social media, ha spiegato ad ABC News: «Non hanno una soglia dell’attenzione molto alta, lo dicono spesso. Vogliono ottenere le informazioni molto rapidamente e arrivare al punto della questione velocemente, senza doversi mettere a selezionare troppo».

È un sistema che funziona molto bene per ottenere consigli e risposte che vorremmo avere da un essere umano. Una studentessa quindicenne ha raccontato al New York Times di aver capito come richiedere una lettera di raccomandazione ad un suo insegnante proprio grazie a dei video pubblicati da docenti su TikTok.

Altri parlano di come preferiscano avere consigli su quali film guardare o quali ristoranti provare nella propria zona direttamente dagli utenti della piattaforma. Trovano, infatti, che i video siano credibili e autentici, molto più degli articoli che si trovano su Google.

Un’universitaria ventiquattrenne ha raccontato che cerca cose «come “negozi vintage a Parigi” o “ristoranti a Lisbona” e mi salvo le cose che sembrano buoni consigli in una piccola cartella all’interno dell’app a cui fare riferimento in un secondo momento. Ho anche una piccola cartella in cui salvo le ricette». La funzione che consente di salvare i video in “cartelle” è stata introdotta nell’app a febbraio, per permettere di trovare velocemente consigli e idee trovati su TikTok.

L’esperimento di David Pierce

David Pierce, giornalista di The Verge, ha deciso di cercare le cose che gli servivano su TikTok prima di utilizzare Google. «Quello che ho scoperto è stato, in un certo senso, non terribilmente sorprendente: ci sono cose per cui TikTok è un motore di ricerca assolutamente utile, anche se l’algoritmo e il contenuto di TikTok non sono ancora del tutto centrati su questo aspetto. Ma per ciò che Google sa fare meglio, non c’è concorrenza. In definitiva, non credo che Google sia davvero preoccupato per la crescente abilità di ricerca di TikTok».

Per rispondere a domande fattuali, del tipo “chi è stato il primo presidente della Repubblica italiana” oppure “quando è nato Leonardo di Caprio” Google è imbattibile. TikTok, invece, mette in difficoltà il mercato dei blog in cui si devono leggere paragrafi interi di contenuti poco rilevanti, prima di arrivare alla ricetta che stavamo cercando.

Ma quando si cercano dei contenuti più impegnativi, come quelli che riguardano la politica, l’attualità o la scienza, le cose si complicano. Il Digital News Report del 2022, redatto dall’Università di Oxford, afferma che TikTok sta diventando sempre più velocemente una fonte di informazione, soprattutto tra le persone che hanno tra i 18 e i 24 anni.

Francesca Tripodi, docente presso l’Università del North Carolina, ha detto che questa tendenza potrebbe esporre un numero sempre maggiore di persone alle fake news e alla disinformazione. Negli ultimi mesi, infatti, TikTok ha avuto grandi problemi per quanto riguarda la circolazione di fake news in tema di aborto e guerra in Ucraina.

Per concludere

Il design dell’app rende difficile reindirizzare gli utenti ai siti esterni, dove poter verificare le informazioni oppure ottenere maggior contesto e/o approfondimenti. Pierce, in ogni caso, sostiene che siamo ancora lontani dal momento in cui TikTok diventerà l’unica fonte di informazione per le persone.

Anche se è «sempre più chiaro che una decina di link blu, con un mucchio di annunci appena etichettati in alto, un grande widget per lo shopping e molti link ai servizi di Google, non sono sempre l’interfaccia giusta per cercare qualcosa. Google sta cercando di rendere la ricerca più umana e di offrire alle persone un modo per porre domande più facilmente. TikTok offre invece una libreria consultabile senza limiti di contenuti infiniti su quasi tutti gli argomenti».

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LegalTech: l’innovazione che rivoluziona i servizi legali

Lo smart working è la soluzione a tutti i nostri problemi?

 

 

 

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LegalTech: l’innovazione che rivoluziona i servizi legali

L’innovazione tecnologica sta trasformando il mondo legale. I termini LegalTech e Legal Design sono sempre più diffusi, anche se spesso sconosciuti ad avvocati e professionisti del mondo legale. Infatti, è raro che questa tipologia di avvocato bazzichi nel cyber-spazio.

Software, codici e altri strumenti tecnologici non rappresentano soltanto dei semplici servizi, ma misure che rendono obbligatoria una legge internazionale, rispetto a quella delle specifiche giurisdizioni.

È il testo dell’algoritmo di un programma che obbliga le parti all’adempimento e alla vincolatività dei comportamenti delle parti. Dunque, è difficile pensare ai servizi LegalTech come dei semplici servizi: sono sicuramente qualcosa di più.

Dal codice giuridico al codice di programmazione

In verità, i giuristi più o meno giovani ignorano che l’infosfera sia popolata da piattaforme e strumenti che pian piano stanno cambiando il mondo in cui viviamo. Sta avvenendo, infatti, una trasformazione tra Law is Code (inteso come codice giuridico) a Code is Law (inteso come codice di programmazione). La regola giuridica, dunque, diventa l’espressione del programmatore, e non del legislatore.

Nessun giurista che voglia svolgere la sua professione nell’epoca digitale, per accompagnare i clienti in un percorso appropriato di sviluppo digitale, può prescindere dall’adozione di un approccio alla professione tecnologico, oltre a quello giuridico.

Definizione di LegalTech

Non ci sono definizioni universali e inequivocabili di LegalTech. Nessuna definizione include tutti i servizi collegati ai vari aspetti della professione legale in costante cambiamento, così come lo è lo sviluppo delle tecnologie.

Con Legaltech non si identifica una “pratica legale”, ma una quota di mercato che viene occupata dalle imprese che prestano servizi giuridici per tutti coloro che ne abbiano bisogno. La principale caratteristica del mondo del LegalTech è quella di riuscire a superare le normative nazionali che vengono applicate in qualsiasi ambito.

Tra i servizi più diffusi che rientrano nel LegalTech, ritroviamo:

  • video-conference;
  • servizi di gestione delle mail;
  • project management e monitoraggio dei task;
  • firme elettroniche;
  • contract management;
  • tool di analisi;
  • redazione automatica di contratti;
  • chatbot;
  • cloud;
  • virtual data room;
  • ricerca intelligente online.

Ulteriori servizi possono essere la risoluzione delle controversie che avvengono online, la protezione intellettuale, l’applicazione del GDPR e la comprensione dei testi normativi, italiani e non.

Il LegalTech presuppone un cambiamento radicale

Il panorama giuridico italiano e internazionale sta cambiando, grazie al sempre più diffuso utilizzo di strumenti innovativi che utilizzano i big data, l’intelligenza artificiale, il machine learning, gli approcci di legal design e i sistemi di giustizia predittiva.

L’aspetto più interessante ed attrattivo collegato al mondo del LegalTech riguarda la possibilità di trasformare la propria attività. Si tratta di abbandonare l’idea, piuttosto diffusa in Italia, che l’attività legale “as a service” venga considerata come una diminutio, in quanto consiste in azioni ripetitive con poco valore aggiunto.

L’integrazione e la collaborazione tra i vari professionisti legali, gli innovatori digitali e gli sviluppatori, valorizza la domanda di maggior efficienza dei clienti. In questo momento storico di incertezza, complessità e ambiguità di tutti gli aspetti della propria vita personale, lavorativa e sociale, è necessario un cambiamento radicale.

Se non vengono analizzati e controllati i rischi, di questi tempi, le società potrebbero non sopravvivere. Le consulenze innovative, che utilizzano il LegalTech con il chiaro intento di evidenziare quelli sono i fattori di rischio, potrebbe cambiare enormemente il mondo dei professionisti e dei loro clienti. Si andranno ad identificare le soluzioni più idonee e a far emergere nuove opportunità di business.

Nuove economie

La crisi scatenata dalla pandemia, come noto, ha accelerato lo sviluppo di diversi tipi di economia, e le aziende sono state costrette ad adattarsi. Pensiamo alle economie on demand, come delivery, e-commerce, mobility, smart city, circular economy e digital transformation.

I professionisti del mondo legale non possono non tener conto che tutti i modelli di business presuppongono un cambiamento parallelo al mondo digitale. Utilizzare proattivamente la tecnologia, e in particolare il LegalTech, porta a dei cambiamenti dirompenti che spingono lo sviluppo aziendale.

Per concludere

Le tecnologie legali che si stanno sviluppando permettono di svolgere una buona parte delle attività che svolgono gli avvocati. Alcune sfruttano la digitalizzazione e gli strumenti di archiviazione in cloud; altre sono di supporto alle aziende nello svolgere attività di back office, risorse umane, finanza e contabilità.

Uno dei timori più grandi degli avvocati consiste nell’essere sostituiti da robot, che forniscono consulenza super fast e automatizzata. Sarà veramente così?

Probabilmente è una paura completamente infondata. L’automatizzazione e la digitalizzazione delle attività legali danno origine a notevoli risparmi di risorse finanziarie e umane, per il consulente e per il cliente. Inoltre, se un professionista ha la possibilità di andare oltre alla mera routine, potrà studiare e approfondire i casi, migliorando se stesso e la sua attività.

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Lo smart working è la soluzione a tutti i nostri problemi?

BONUS 200 euro per gli iscritti di Cassa Forense

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Lo smart working è la soluzione a tutti i nostri problemi?

È vero, l’inflazione sta mettendo a rischio la nostra economia. Ma se fosse lo smart working la risposta ai nostri problemi? Numerose ricerche e studi effettuati dopo la pandemia confermano il ruolo fondamentale dei nomadi digitali nel processo di ripresa economica del nostro Paese.

Maggior efficienza

Secondo i dati raccolti dalla Standford University, i professionisti che hanno continuato a lavorare a distanza dopo il primo lockdown hanno anche registrato una maggior efficienza rispetto a coloro che sono tornati in ufficio. Nell’estate del 2020, i lavoratori a distanza erano più produttivi del 5% rispetto a chi lavorava in ufficio.

Ma il dato più interessante riguarda la primavera 2022. Dopo due anni di emergenza sanitaria, dove le aziende hanno cominciato ad investire in nuove tecnologie e lo smart working si è diffuso a macchia d’olio, i lavoratori a distanza hanno incrementato la loro produttività del 9%.

Un modo per trattenere e attrarre talenti

Una nuova ricerca del National Bureau of Economic Research ha rilevato che l’incremento della produttività all’interno delle imprese che fanno affidamento sul lavoro da remoto è cresciuta velocemente rispetto ai settori dove questo non è avvenuto.

I dipendenti percepiscono il lavoro da casa come un vero e proprio vantaggio. A supporto di questa affermazione troviamo i dati raccolti dallo stesso Istituto di ricerca nei confronti delle richieste di aumento dello stipendio. Tra coloro a cui è stata data la possibilità di lavorare in smart working, la domanda di crescita salariale si è ridotta di circa il 2%.

Sono dati molto importanti, soprattutto in questo periodo di forte recessione. Le aziende, infatti, non possono assicurare stipendi competitivi, proprio a causa delle incertezze finanziare ed economiche. Tuttavia, per trattenere e/o attrarre talenti, l’offerta di una maggior flessibilità è senza dubbio la strategia migliore.

Qual è la posizione dei tradizionalisti

I tradizionalisti, quelli contro il lavoro da casa, dicono che utilizzare eccessivamente lo smart working potrebbe compromettere le economie dei grandi centri. Chi ha la possibilità di lavorare nel luogo che preferisce, senza la necessità di timbrare il cartellino in azienda tutte le mattine, potrebbe ritornare nella sua città natale, lasciando le grandi metropoli che verrebbero, di conseguenza, private di forza lavoro e delle entrate di chi vive (e spende) in città.

Ma sempre più studi suggeriscono il contrario. Lo smart working potrebbe sconfiggere l’inflazione, il caro affitti e lo spopolamento.

È noto a tutti quanto l’inflazione stia colpendo la nostra economia. In generale, il costo della vita sta cominciando a diventare insostenibile per molti. Seguendo i principi base di economia aziendale, se un’azienda ha maggiori uscite ma la produzione non aumenta o diminuisce, potrebbe dover aumentare i prezzi per far fronte all’aumento dei costi.

Ma se un lavoratore è soddisfatto, aumenta anche la produttività. E questo andrebbe a fermare rincari su prodotti e servizi. Dunque, se il lavoratore è contento, l’economia ringrazia! 

La rivitalizzazione delle aree spopolate in Italia

Nel caso in cui lavorare a distanza non dovesse più essere una condizione temporanea ma una possibilità pienamente consolidata, i lavoratori in smart working potrebbero influire sulla rivitalizzazione di aree spopolate in Italia.

Da anni, infatti, lo spopolamento rappresenta un’emergenza, forse sottovalutata, che sta mettendo a rischio diverse zone del nostro Paese. Secondo i dati ISTAT, negli ultimi dieci anni al Sud la popolazione è diminuita di 750mila abitanti.

Le aree interne sono le maggiori vittime di questa crisi demografica. Dopo secoli di sviluppo demografico di luoghi che dipendono soltanto dalla loro capacità di produzione, il fatto di non essere costretti a rimanere in una città soltanto per lavorare potrebbe rappresentare una vera e propria rivoluzione.

Nascono nuove opportunità e prospettive a favore delle aree che hanno subito spopolamenti. Le aree meridionali e quelle più interne hanno finalmente l’opportunità di dare forma ad un nuovo futuro, dove le economie locali investono di più nelle nuove tecnologie.

Teniamo sempre presente, però, che lo smart working richiede un cambiamento culturale (e investimenti).

Non possiamo tornare indietro

La città potrebbe trasformarsi in un’attrattiva che offre benefici, e non soltanto un posto dove la metà dello stipendio se ne va in affitti e utenze.

L’emergenza sanitaria ha accelerato i tempi e dato uno slancio alle nuove tecnologie. Ritornare al vecchio approccio al lavoro potrebbe essere una cosa illogica e controproduttiva. Si finirebbe per sprecare tutto il “buono” di questa crisi, rinunciando ad un’importante eredità.

Aziende e istituzioni dovrebbero sfruttare la necessità di trasformazione delle organizzazioni e delle normative. Una maggior flessibilità andrebbe a creare un maggior equilibrio tra vita privata e lavoro.

I vantaggi, da questa nuova prospettiva, sono tanti.

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BONUS 200 euro per gli iscritti di Cassa Forense

Organizza al meglio la tua mail per risparmiare tempo

 

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BONUS 200 euro per gli iscritti di Cassa Forense

Il D.L. 50/2022 del 17.5.22 prevede, all’art.33, un’indennità una tantum di € 200,00 per i lavoratori autonomi e gli iscritti a Casse obbligatorie di Previdenza che abbiano avuto nel 2021 (dichiarazione 2022) un reddito complessivo non superiore a € 35.000, al netto dei contributi previdenziali e assistenziali.

Nel conteggio del reddito sono esclusi:

  • il reddito della casa di abitazione;
  • arretrati sottoposti a tassazione separata;
  • trattamenti di fine rapporto.

Il Decreto Aiuti Bis ha innalzato lo stanziamento dell’indennità una tantum a 600 milioni di euro per il 2022. Di questi, 95.6 milioni sono destinati agli iscritti alle Casse di Previdenza obbligatorie ex l.509/1994 e d.lgs. 103/1996. I soggetti interessati potranno inoltrare la domanda fino al 30 novembre 2022.

Requisito per poter accedere all’indennità è aver effettuato, entro il 18 maggio 2022, almeno un versamento totale o parziale con competenza a decorrere dall’anno 2020.

Per ottenere l’indennità gli iscritti interessati dovranno presentare la domanda esclusivamente on line tramite il sito di Cassa, accedendo alla propria posizione personale.

Con un’unica procedura sarà possibile accedere anche all’ ulteriore bonus di 150 € di cui al D.L. “Aiuti Ter” per coloro che abbiano un reddito complessivo 2021 non superiore a 20.000 €, sempre al netto. Nel caso in cui il collega fosse iscritto anche all’Inps la domanda andrà presentata solo a quest’ultimo ente previdenziale.

L’istanza dovrà essere corredata da apposita autocertificazione, con la quale l’iscritto dichiarerà:

  • di essere avvocato, non titolare di pensione;
  • di non aver percepito l’indennità ai sensi dell’art.31 (lavoro dipendente) o art.32 (pensionato) del DL 50/2022;
  • di essere iscritto alla Cassa ante entrata in vigore DL 50/2022 del 18.5.2022;
  • di non aver presentato domanda ad altro ente previdenziale in caso di iscrizione a più enti.

Inoltre, alla domanda dovrà essere allegata copia di un documento di identità e del codice fiscale. L’indennità sarà corrisposta sulla base dei dati dichiarati dal richiedente e disponibili all’Ente, salvo successiva verifica.

Tale indennità non costituisce reddito ai fini fiscali, né ai fini della corresponsione di prestazioni previdenziali ed assistenziali; non può essere ceduta, né sequestrata o pignorata.

Organizza al meglio la tua mail per risparmiare tempo

Immagini generate da intelligenze artificiali: a chi appartengono?

Organizza al meglio la tua mail per risparmiare tempo

Non ci sono dubbi: le mail sono uno strumento utile per la comunicazione. Tuttavia, potrebbero assorbire molto tempo, se gestite in maniera disorganizzata. Potrebbero, infatti, farti perdere traccia di progetti importanti che devono essere affrontati in maniera urgente.

Individua la strategia migliore

Se usate in maniera appropriata, le mail rappresentano uno strumento di comunicazione veloce e utile. Ma esiste il rischio di restare sopraffatti dalla grande quantità di posta elettronica che si riceve e alla quale si deve rispondere.

Una scrupolosa gestione delle mail potrebbe semplificare di gran lunga il tuo lavoro. Per questo è necessario individuare un’opportuna strategia per gestire le mail in maniera produttiva.

La gestione corretta delle mail ti fa risparmiare tempo e allontanare lo stress. Una casella di posta organizzata male, invece, alimenta alcuni timori personali, come non essere abbastanza veloce o non rispondere a problemi importanti.

Quando controllare le mail

La posta elettronica deve essere organizzata in modo tale da semplificare tutto il lavoro, senza sprofondare nella confusione.

Ci sono alcune strategie che potrebbero migliorare la gestione delle mail. Una di questa è controllare la casella di posta in momenti prestabiliti della giornata, come prima della pausa pranzo o a fine giornata.

Al mattino si è più concentrati, infatti il nostro cervello è fresco e riposato. Questo picco di efficienza dura per 2 o 3 ore al massimo – anche se la maggior parte delle persone non supera 1 ora e 30 minuti. Non è esattamente consigliato, quindi, aprire la casella di posta di primo mattino. Impiegare 30 o 45 minuti per rispondere alle mail significa ridurre moltissimo la nostra concentrazione, sino al 30%.

Cosa “inquina” il nostro cervello

La casella postale, poi, alimenta continuamente preoccupazioni, rabbia e paure che “inquinano” il nostro cervello, alterandone le prestazioni. Forse sarebbe meglio utilizzare le prime due ore della giornata per lavorare sulle attività che hanno maggior priorità. Potresti rispondere alle mail dopo un lungo periodo di lavoro, o nel momento della giornata dove energia e creatività sono al minimo.

Potresti essere preoccupato che colleghi o clienti si infastidiscano se non rispondi velocemente alle mail. Se così fosse, basterà spiegare con tranquillità che hai cominciato a controllare la tua casella di posta soltanto in determinati orari, e che per le urgenze possono chiamarti o scriverti su WhatsApp.

La regola dei due minuti

Utilizza la regola dei due minuti: se pensi che una mail richieda meno di due minuti per la lettura e per una risposta, allora leggila e rispondi subito, anche se non ha la massima priorità.

Se le mail richiedono un tempo superiore ai due minuti, pianifica il compito sul tuo calendario. La maggior parte dei programmi di posta elettronica ti permette di contrassegnare o di evidenziare i messaggi che richiedono una risposta. Utilizza questa funzione tutte le volte che puoi.

Guarda nella tua casella di posta elettronica: quante mail ci sono? Quante sono veramente utili? Spesso ci sono tantissimi messaggi che non vengono cancellati. Forse è ora di cominciare a farlo!

Alcune raccomandazioni

  1. Presta attenzione prima di aderire alle newsletter, con lo scopo di restare informati sulle novità o sulle offerte. Alcune ti permetteranno sicuramente di ottenere le informazioni necessarie – ma la maggior parte delle volte si riceveranno messaggi inutili;
  2. Isola la casella di posta, eliminando la modalità continua: infatti, sapere che è arrivato un nuovo messaggio potrebbe farti accumulare stress. Il segnale acustico che arriva quando si riceve una mail fa scattare nella mente un’immensità di scenari. Chi sarà? Il capo, un cliente o un collega? Ovviamente i pensieri non si fermeranno, fino a quanto non avrai controllato la nuova mail;
  3. Imposta il tuo software di posta elettronica affinché tu riceva i messaggi soltanto in alcuni orari. Se il software non ti consente di attivare questa opzione, disattiva le notifiche sonore e visive.

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Immagini generate da intelligenze artificiali: a chi appartengono?

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Immagini generate da intelligenze artificiali: a chi appartengono?

Una delle più importanti agenzie fotografiche del mondo, Getty Images, ha annunciato che vieterà di caricare o vendere immagini che siano state generate attraverso software di apprendimento automatico.

Craig Peters, amministratore delegato di Getty Images, ha detto di aver preso questa decisione al fine di proteggere i clienti dell’azienda. Infatti, cominciano ad emergere dubbi nei confronti della proprietà intellettuale delle immagini che vengono prodotte da questi programmi.

Per esempio, DALL-E, Midjourney e Stable Diffusion sono alcuni dei numerosi software che consentono a coloro che hanno accesso al programma l’inserimento di un imput di testo per ottenere delle immagini attraverso l’intelligenza artificiale.

Al fine di rispondere a tutte le richieste degli utenti, anche a quelle più fantasiose, queste intelligenze artificiali sono state allenate attraverso database che contengono milioni di immagini del web. Tra queste immagini troviamo creazioni di fotografi e artisti indipendenti che non hanno mai dato il loro consenso.

Getty Images non è la prima piattaforma ad aver preso posizione in merito. Nelle scorse settimane anche il sito Fur Affinity, che si occupa di produrre fumetti e arte di genere furry (ovvero animali antropomorfi) ha detto di voler tutelare il lavoro degli artisti “reali”, quelli in carne ed ossa.

Anche altre grandi piattaforme simili, come DeviantArt, stanno ricevendo pressioni da parte degli utenti per seguire questa strada.

Problemi etici

L’ingegnere A. Michael Noll nel 1962 annunciò di «aver generato una serie di disegni interessanti e nuovi» con il computer IBM 7090.

Così com’era già avvenuto con l’invenzione delle macchine fotografiche, l’aumento della disponibilità della varietà di nuovi programmi per la creazione di arte digitale suscitò numerose perplessità da parte di coloro che ritenevano che tali strumenti rendessero le cose troppo semplici, andando ad incidere sulle fonti di reddito degli artisti tradizionali.

Anche se ci troviamo ancora nei primi stadi delle intelligenze artificiali che producono immagini, era prevedibile che tecnologie come DALL-E o Stable Diffusion destassero preoccupazioni.

Alcune riguardano semplicemente la tecnologia in sé. Altre, invece, si concentrano sulla definizione di “arte” e di “artista”. Qualcuno mette in discussione che un’opera d’arte prodotta da un’intelligenza artificiale possa essere considerata tale. Altri temono che questi strumenti limitino lo sviluppo di stili personali tra i nuovi artisti.

Vincere concorsi d’arte con un’intelligenza artificiale

Risulta emblematica la storia di Jason M. Allen, un uomo del Colorado che ha vinto un concorso d’arte con un’opera creata con Midjourney, un’intelligenza artificiale. Allen ha dichiarato che c’è bisogno di parecchia creatività umana per riuscire a trovare una frase perfetta che porti l’algoritmo a creare un’opera in grado di vincere un premio. In ogni caso, Allen ha ricevuto tantissime critiche.

Scrive il New York Times: «Ciò che rende questa generazione di intelligenza artificiale diversa da altri strumenti non è soltanto il fatto che è in grado di produrre bellissime opere d’arte con il minimo sforzo. È il modo stesso in cui funziona. App come DALL-E 2 e Midjourney vengono create estraendo milioni di immagini dal web e insegnando agli algoritmi a riconoscere schemi e relazioni in quelle immagini per generarne di nuove con lo stesso stile. Ciò significa che gli artisti che caricano le loro opere su Internet potrebbero involontariamente aiutare a formare i loro rivali artificiali».

La questione arriverà in tribunale

In netta opposizione rispetto alle intelligenze artificiali che vengono addestrate su immagini prodotte da artisti in carne ed ossa, stanno nascendo alcune iniziative come Spawning.ai. Parliamo di un progetto che fornisce strumenti agli artisti, che avranno la possibilità di decidere se i loro lavori debbano essere inclusi o meno nei database di questi software, o scoprire se eventualmente sono già presenti.

Tuttavia, non è sempre possibile opporsi all’inclusione di opere all’interno di queste banche dati. Non c’è nulla che possiamo fare, infatti, se i contenuti vengono caricati da altre persone su Pinterest o piattaforme simili.

Qualcuno crede che nel giro di poco tempo si coinvolgeranno anche i tribunali. Secondo l’artista Andy Baio: «Un artista litigioso, frustrato dal fatto che un’opera basata sul suo stile sia diventata virale potrebbe benissimo sostenere che Open AI si sia appropriata della sua arte senza compensarlo per addestrare il suo motore e realizzare un profitto».

Non esistono precedenti

Attualmente non è chiaro cosa potrebbe decidere un giudice se si trovasse di fronte ad un caso simile. Infatti, non esistono precedenti. Secondo David Colarusso, però, direttore del Legal Innovation & Technology Lab dell’Università del Suffolk, i problemi che potrebbero causare queste tecnologie non potranno essere affrontati soltanto con strumenti giuridici.

Scrive Colarusso: «In alcuni dei casi le opere violeranno le leggi sul diritto d’autore, in altri caso no. Quindi le leggi sul copyright esistenti saranno utili quando qualcuno effettivamente produce una copia del lavoro di un altro, ma non è il colpo di grazia che riuscirà a uccidere modelli come questo».

Continua: «La grande differenza è che il costo marginale della creazione di qualcosa di nuovo ora è vicino allo zero. Questo ha enormi conseguenze che non hanno a che fare con il copyright. È una domanda fondamentale sulla natura e il valore del lavoro».

Una minaccia per la creatività?

Queste nuove tecnologie potrebbero rappresentare una minaccia per alcune categorie di persone che lavorano in ambito creativo. In particolare, risultano maggiormente soggetti a queste minacce gli illustratori, i fumettisti, i concept artist e simili.

Secondo alcuni, in futuro le immagini generate dagli algoritmi saranno utilizzate come punti di partenza per progetti di illustrazione o come ispirazione durante la fase di brainstorming.

Saranno rari i casi in cui le immagini generate verranno utilizzate così come sono. Ma alcune delle figure professionali che esistono, come fotografi freelance, potrebbero dover entrare in competizione con queste tecnologie.

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Rieccoci qui, 90 giorni dopo che il Garante della Privacy aveva imposto ai gestori dei siti web di adeguarsi al provvedimento secondo cui Google Analytics 3 non era a norma con il GDPR. Oggi, dunque, tutte le aziende che utilizzano ancora questa soluzione devono agire al più presto, per evitare di incorrere in sanzioni importanti.

Che cos’è successo

Nell’estate del 2020 è stato presentato un reclamo al Garante Privacy per segnalare che una società aveva intenzione di trasferire a Google LLC (America) alcuni dati personali che la riguardavano. Il tutto in assenza delle garanzie del capo V del GDPR, dove si evidenziano tutte le condizioni che rendono legittimo il trasferimento dei dati nei paesi extra UE.

La società è stata invitata a fornire riscontro, ed effettivamente la sua controparte contrattuale era Google LLC.  Successivamente, quest’ultima è stata sostituita da Google Ireland che continuava ad esportare i dati in America con Google LCC come subresponsabile del trattamento.

La nomina a Google come Responsabile del Trattamento (ex art. 28 GDPR) era stata stipulata con le clausole contrattuali standard. Era stata utilizzata l’anonimizzazione dell’indirizzo IP, la cifratura dei dati e non era stata utilizzata la condivisione dei dati. Dunque, sembrava fosse stato fatto tutto il possibile per rispettare e garantire i diritti degli interessati.

Il Garante, però, ha stabilito che tutto ciò non era comunque sufficiente poiché la pseudonimizzazione e la crittografia potevano essere sottoposte ad un procedimento differente, consentendo a Google di avere accesso ai dati degli utenti. Le clausole contrattuali standard non erano dunque sufficienti per impedire l’accesso degli USA ai dati.

Sanzioni e alternative

Ciò che oggi preoccupa gli addetti ai lavori e che allarma le aziende sono i valori che emergono dai dati ISTAT. L’ammontare delle sanzioni che potrebbero arrivare soltanto alle aziende lombarde è pari a 4 miliardi e mezzo di euro.

L’unica azione certa per evitare qualsiasi sanzione è rimuovere GA3. Infatti, l’aggregazione dei dati raccolti da GA3 permette di risalire all’identità di una persona. Questo è legale negli USA, ma non in UE. Come risolvere questo problema? Dovremmo tutti installare software di statistica che non trasferiscono i dati negli States, come, per esempio, Matomo (già consigliato per la PA).

Un’opzione valida è l’utilizzo di Google Analytics 4. L’ultima versione di Analytics, infatti, permette di modificare l’indirizzo IP, rendendo impossibile a Google di risalire all’identità degli utenti. La soluzione non è stata confermata dal nostro Garante della Privacy, come invece ha fatto l’omologo francese.

Se da un lato siamo certi che GA3 non rispetti il GDPR, dall’altro non ci risulta possibile affermare con certezza che GA4 sia una soluzione adeguata. È ancora troppo presto per stabilire una strada sicura da percorrere. Ma se si percorre quella di GA3, il rischio è quello di incontrare pesanti sanzioni.

Spiega Pietro Poli, docente di Marketing & Sales Communication: «Premesso che il Garante si è espresso solo su Google Analytics 3 e non su altri software che trasferiscono i dati negli Stati Uniti, l’unica azione certa per evitare le sanzioni è quella di rimuovere lo script di GA3. Si possono poi installare software di statistica che non trasferiscono i dati negli USA, ad esempio Matomo».

Prima i BIG

Gli importi delle possibili sanzioni, come previsto dal provvedimento n. 9782874 del 23/06/2022 potrebbero variare da 10 a 20 milioni di euro, dal 2 al 4% del fatturato mondiale totale annuo di un’azienda.

Anche se tutti i possessori di un sito web che GA3 sono a rischio, è molto probabile che ci si concentrerà come prima cosa sui BIG digitali.

Ad oggi, l’indagato speciale e GA3: ma non è escluso che la lista, nel futuro, si allunghi, e compaiano molti altri software.

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La Cyber Resilience Act, ovvero la proposta di legge Ue in tema di cyber resilienza, ha come principale obiettivo la protezione dei consumatori dagli attacchi informatici. Introduce norme in materia di sicurezza, che interessano principalmente i venditori e i fornitori di servizi di tecnologia.

Migliorare la cybersecurity

La bozza della proposta di legge, visionata da Bloomberg, punta ad un miglioramento delle condizioni attuali di sicurezza, visto il recente aumento dei cyberattacchi. La Commissione Europea propone che i vari prodotti digitali rispettino alcuni standard informatici prima di ricevere il marchio di approvazione ed essere commercializzati nell’Ue.

Chi non si adegua potrà incorrere in multe, oppure potrebbe correre il rischio di veder ritirare i propri prodotti dal mercato. La Commissione Europea potrebbe richiedere ai singoli Stati o all’ENISA (Agenzia dell’Unione Europea per la Cybersicurezza) di svolgere alcune indagini per quanto riguarda la conformità dei dispositivi commercializzati all’interno dell’Ue.

Le sanzioni

Chi non si adegua ai nuovi standard Ue potrà ricevere sanzioni dagli organi nazionali, che avranno la facoltà di far ritirare il prodotto dal mercato. Le sanzioni potrebbero arrivare fino a 15 milioni di euro o corrispondere al 2,5% del fatturato annuo totale di un’azienda.

Se un’azienda fornisse informazioni incomplete, false o fuorvianti, potrebbe ricevere una multa fino a 5 milioni di euro.

Stabilire nuove regole

Le autorità di regolamentazione dell’Ue hanno rilevato che soltanto la metà delle aziende applicano adeguate misure di cybersicurezza. Le norme, secondo il documento, ridurrebbero il costo degli incidenti informatici per le aziende.

La proposta, avanzata da Ursula Von der Leyen, arriva dopo l’interessamento di Thierry Breton, il Commissario europeo per il mercato interno e per i servizi, nei confronti dei rischi e delle vulnerabilità degli oggetti che fanno parte dell’Internet of Things. C’è la necessità di stabilire, infatti, nuove regole e contrastare gli attacchi cyber in un mercato in grande espansione.

Sicurezza inesistente

L’Internet of Things è una delle componenti più critiche per quanto riguarda il rischio di azioni malevole. Oltre ad utilizzare password troppo semplici, un ulteriore rischio che corrono gli strumenti tecnologici odierni è la mancanza di azioni specifiche, che potrebbero favorire attacchi cyber ed estrazione di dati.

Un ulteriore grande problema è la quasi inesistente sicurezza per quanto riguarda l’archiviazione e il trasferimento dei dati. Molti dispositivi infatti, non sono monitorati, e le organizzazioni potrebbero non essere capaci di rilevare e rispondere velocemente alle minacce.

Per risolvere queste criticità si possono installare moduli di sicurezza hardware, che forniscono funzioni crittografiche. Questi, insieme a infrastrutture a chiave pubblica (PKI) sono hardware che troviamo alla base dei sistemi di sicurezza.

Molto importanti anche le vulnerabilità a livello di rete, che offrono ai cybercriminali una semplice opportunità per sfruttare debolezze o accedere a dati sensibili.

Risultano esposti a questi problemi anche i sistemi che si basano sull’intelligenza artificiale: qualsiasi loro manomissione risulta difficile da individuare. Un aggressore potrebbe alterare anche un microscopico aspetto dell’input. Per esempio: un veicolo autonomo potrebbe essere appositamente programmato per ignorare tutti i segnali di stop, andando a causare incidenti.

Minaccia alla sicurezza

Ma il rischio maggiore consiste nello Shadow IoT, ovvero la connessione di hardware o software ai sistemi IT di un’azienda senza una formale autorizzazione. Questa operazione potrebbe essere condotta senza alcuno scopo malevole, ma alcuni cybercriminali potrebbero facilitare l’ingresso di malware o compromettere le informazioni sensibili di un’azienda.

Tra i dispositivi che potrebbero minacciare la sicurezza troviamo gli assistenti vocali, quelli digitali, le telecamere di sorveglianza, smart tv e sensori industriali IoT. Se un cybercriminale riuscisse ad infiltrarsi attraverso questi dispositivi, potrebbero essere interrotti servizi o intercettate conversazioni del personale, causando danni fisici alle strutture o danneggiando la reputazione di un’azienda.

Per riuscire a far fronte a questi pericoli, sono stati pensati due paradigmi di sicurezza. Il primo consiste nella progettazione di apparecchi con requisiti funzionali e con codici di sicurezza digitale. Il secondo prevede la creazione di apparecchi IoT che contengono impostazioni di configurazione sicure e predefinite.

Sono configurazioni che possono essere modificate in maniera sicura da un tecnico IT e adattate alle esigenze aziendali.

Per concludere

Le falle potenziali nelle infrastrutture IoT delle varie imprese rendono urgente rafforzare i dispositivi securitari. Diversi studi prevedono che i costi che si associano alla cybercriminalità potrebbero superare i 10.00 miliardi di dollari entro il 2025 (contro 6.000 miliardi nel 2021).

Le imprese dovrebbero considerare i rischi della cyber security nella stessa maniera in cui consideriamo i rischi collegati al clima. Impiegare schemi che si basano sui fattori sociali, ambientali e di governance potrebbero rafforzare enormemente la cybersecurity, migliorando completamente le nostre vite.

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Avvocato, visualizza i tuoi obiettivi per raggiungere ciò che vuoi

Nessun essere umano può vivere senza obiettivi, che siano a breve o a lungo termine. Ma qualsiasi tipo di obiettivo può essere raggiunto soltanto quando si adottano le tecniche giuste.

Ognuno è diverso, quindi non esiste una formula magica assoluta. Visualizzare gli obiettivi, però, è il passo più importante per crescere ed evolvere (e aumentare i profitti).

Tipologie di traguardi

Già da studente avrai avuto a che fare con la visualizzazione di obiettivi. Nella facoltà di giurisprudenza, infatti, avrai compreso quanto è importante fissare un traguardo e trovare un modo per raggiungerlo nel modo migliore.

Magari aspiravi al massimo dei voti: 30 e lode agli esami e 110 in sede di laurea. Queste sono visualizzazioni di obiettivi – che possono essere raggiunti soltanto con una buona strategia.

Da quel 110 avrai sicuramente visualizzato un altro obiettivo: quello di fare carriera. Un buon voto di laurea, infatti, permette di accedere ai concorsi pubblici e offre opportunità di collaborazione con i migliori studi legali.

Scommetto che sei sempre stato abituato a fissare nella tua mente i progetti che vorresti realizzare, e hai imparato ad adottare le tecniche migliori per raggiungere vari step. L’unica cosa che è cambiata, nel corso del tempo, è la tipologia di traguardo che vorresti raggiungere.

Arrivare al traguardo

Gli esseri umani vivono di obiettivi, certo, ma per arrivare al traguardo è comunque necessario pensare ad una strategia.

Gli obiettivi sono formati da quattro elementi: come, dove, quando e perché. La relazione tra questi fattori fa in modo che l’obiettivo prefissato venga raggiunto in modo ottimale e senza troppi sforzi.

Tutti siamo capaci di avere desideri, ma non tutti sono in grado di definire un traguardo finale da raggiungere. Tutti possono aspirare a qualcosa, ma non tutti pensano a come ottenere quella cosa.

Il tuo obiettivo è creare uno studio indipendente? È un traguardo comune per molti avvocati, ma hai mai pensato a quali strategie adottare? Dove vuoi raggiungere questo traguardo? In questa città? Nella tua regione, in Italia o all’estero?

Obiettivi a breve e a lungo termine

Fissare un traguardo fa parte della nostra vita quotidiana. Pensare di fare la spesa entro la fine della giornata, per esempio, è un obiettivo di breve termine. Gli obiettivi di lungo periodo, invece, vanno dai 5 ai 10 anni e consentono di realizzare un proposito compiendo piccoli passi.

Ma perché è così importante visualizzare gli obiettivi, che siano di breve o lungo termine? Il motivo è che ti permettono di agire con sicurezza, affrontando i vari ostacoli che si presentano nel corso del tempo.

In tutte le strade ci sono difficoltà che potrebbero rappresentare una perdita di energia, di soldi e di risorse. Per questo motivo dovresti pensare ad una strategia, per non farti cogliere impreparato al primo imprevisto.

Tutti gli obiettivi possono essere raggiunti, certo, ma non senza sforzi. L’importante è ottimizzare le risorse!

Prendiamo spunto dall’attività di un imprenditore

La parte più importante è come visualizzare l’obiettivo. Prendiamo esempio dall’attività di un imprenditore.

Quando avvia un’azienda, l’imprenditore crea un business plan, ovvero un piano strategico. Ci sono diverse variabili da prendere in considerazione, alle quali dobbiamo aggiungere le risorse di cui disponiamo per raggiungere il nostro obiettivo.

Un imprenditore analizza il mercato per capire se la sua attività avrà successo tra i clienti. Studia ciò che desiderano i consumatori, le loro aspirazioni e il modo in cui si comportano. Soltanto dopo aver capito se il suo progetto è fattibile, allora lo tradurrà nel concreto.

Gli obiettivi relativi alla sua attività si ottengono soltanto in un modo: minimizzando i costi e aumentando i profitti. L’imprenditore strutturerà l’azienda nel modo migliore per riuscire nel suo intento e per avvalersi dell’aiuto di esperti che lo supportino in tutte le scelte.

Dovrà sempre essere presente in azienda, metterci del proprio, e continuare a studiare e a pianificare per superare l’obiettivo finale. Si deve reinventare, diventare economista, commercialista, legale, amministratore delegato, stratega e socio.

Sì, ma nel concreto cosa dovrebbe fare un avvocato?

Un avvocato non avrà le stesse esigenze di un imprenditore, e i suoi obiettivi saranno diversi. Tuttavia, l’avvocato può trarre spunto dal mondo dell’imprenditoria per visualizzare i propri obiettivi e strategie.

Tutti gli avvocati aspirano al meglio per la loro attività e sperano che possa diventare un punto di riferimento per i clienti. L’obiettivo, nel complesso, è quello di creare una brand identity che corrisponda a serietà, affidabilità, professionalità e competenza. Per creare tutto questo lavorerà sodo, ottenendo successi giorno dopo giorno.

Un buon punto di partenza è l’approccio con i clienti. C’è chi cerca un avvocato paziente e chi preferisce una persona agguerrita, che non si faccia molti scrupoli. I clienti non sono tutti uguali, e non sono uguali nemmeno le loro esigenze. Tuttavia, le necessità di ogni cliente devono essere soddisfatte, e per questo bisognerà studiare di continuo.

Il mercato concorrenziale viene sostituito dai problemi dei clienti, e le scelte del consumatore diventano il livello di soddisfazione di chi si rivolge all’avvocato. Per analizzare costi e profitti si devono analizzare le risorse messe a disposizione e gli investimenti che il legale affronta al fine di migliorarsi. Un professionista non investe in un nuovo prodotto, ma utilizza risorse per aggiornarsi, migliorarsi e per studiare.

Tutto questo tenendo a mente il suo obiettivo finale: creare un nome che venga riconosciuto dappertutto. In questo obiettivo troviamo anche altri traguardi, come l’apertura del proprio Studio, la fondazione di una società versatile e la specializzazione in un settore.

Per arrivare a questo, un avvocato dovrà analizzare i risultati che ottiene, per migliorarsi laddove trova qualche défaillance. Soltanto in questo modo si potrà avere una visualizzazione completa del traguardo che si intende raggiungere.

Teniamo sempre bene a mente, però, che umiltà e empatia possono aiutarci parecchio nel raggiungere i nostri obiettivi.

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