Praticanti Avvocati: sì all’iscrizione all’albo con procedimento penale pendente

La pendenza di un procedimento penale non ostacola l’iscrizione all’albo dei praticanti. Soprattutto se i fatti sono risalenti nel tempo, e l’intero procedimento fatica ad arrivare ad una conclusione.

Questo è quanto stabilito lo scorso 30 settembre dal CNF con la sentenza n. 157. A rigore, nemmeno una condanna penale comporta l’automatica inibizione dell’iscrizione all’Albo.

Il Collegio ha, dunque, accolto il ricorso di un aspirante legale contro la decisione del Coa di Roma, quando nel febbraio 2021 aveva rigettato l’istanza di iscrizione.

11 anni fa, quando si stava per laureare in giurisprudenza, l’aspirante legale frequentava lo studio di un avvocato specializzato in sinistri stradali e infortunistica. L’avvocato, un amico di famiglia, gli propose «di partecipare ai suoi affari, anticipando capitali e prospettando futuri guadagni».

Le vittime degli incidenti, tuttavia, si resero conto delle discrepanze tra le somme versate secondo gli accordi sottoscritti e le somme che invece venivano erogate dalle compagnie assicurative. Per questo, avviarono un procedimento penale.

Il CNF, nell’accogliere il ricorso, afferma che «non vi sono elementi tali da valutare, con disvalore, la condotta complessiva del richiedente negli anni successivi all’episodio di cui al procedimento penale (tuttora) pendente».

L’ordinamento professionale forense «non prevede una autonoma inibizione dell’iscrizione nei confronti di coloro che abbiano un procedimento penale in corso. Tanto più quando si tratta di episodi risalenti nel tempo».

Un’interpretazione rispettosa dell’art.27 della nostra Costituzione e dell’articolo 17 del Rdl n. 578/1933 «non può che consentire al soggetto richiedente la possibilità di dimostrare, nel corso della pratica forense, che egli è in possesso delle qualità necessarie per esercitare con decoro la professione».

Conseguentemente, «la valutazione del requisito della condotta irreprensibile, necessario ai fini dell’iscrizione all’albo avvocati e al registro dei praticanti, doveva essere compiuta dal C.O.A. in modo autonomo ed indipendente anche rispetto all’esito dell’eventuale procedimento penale che possa aver coinvolto l’interessato».

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Nordio: “La legge Severino va cambiata”

In un’intervista al Corriere della Sera, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha parlato della possibilità di modificare la legge Severino: «Occorre far sì che la norma sull’incandidabilità non venga applicata ai condannati in primo grado».

«Altrimenti», aggiunge, «la norma confliggerebbe con la presunzione di innocenza. L’incandidabilità dovrebbe scattare dalla sentenza di appello in poi». Per chi ha commesso reati gravi, secondo Nordio, «si può discutere».

Per il ministro della Giustizia la norma non può essere applicata retroattivamente, in quanto si parla di un provvedimento afflittivo. «Su questo ci sono idee trasversali diverse. Credo che dobbiamo fare un dibattito trasparente e senza pregiudizi».

Intercettazioni

In materia di intercettazioni, Nordio sottolinea come «al netto di quelle per reati di mafia e terrorismo, che non vanno toccate, la norma va modificata: c’è un problema di divulgazione e uno puramente economico, perché vengono spesi centinaia di milioni che potrebbero essere utilizzati per altro».

La norma va rimodulata «per conciliare il diritto all’informazione dei cittadini e quello dei singoli a non veder divulgate notizie segrete e intime che li riguardano».

Nordio si dice aperto a «cercare un punto d’incontro tra diritto all’informazione e limiti alla graticola mediatica» e ad «aprire un tavolo di confronto tra rappresentanti dell’Anm, dell’avvocatura e del giornalismo, anche domani».

Cosa ne pensa Luigi de Magistris

Luigi de Magistris, politico ed ex-magistrato italiano, dice di essere d’accordo con alcuni dei passaggi fatti dal ministro Nordio. Per quanto riguarda la legge Severino: «E’ sicuramente una legge che va rivista, perché prevede la sospensione delle cariche elettive per condanne in primo grado addirittura per reati come l’abuso di ufficio non patrimoniale».

Va mantenuta, invece, «per i reati ben più gravi e allarmanti: mafia, corruzione, concussione, peculato. L’anticipazione rispetto alla presunzione d’innocenza dev’essere prevista solo per casi particolarmente gravi, altrimenti lasciamo che sia la magistratura a selezionare la classe dirigente».

Lo stesso de Magistris ha conosciuto gli effetti della legge Severino nel 2014, quando è stato condannato per abuso d’ufficio nell’inchiesta Why Not ed è stato sospeso dalla carica di sindaco di Napoli.

«La legge Severino per come è stata scritta dà anche delle risposte a delle esigenze giuste». Per reati particolarmente gravi «credo che l’anticipazione ad una condanna anche in primo grado ci può stare, ma per l’abuso d’ufficio non patrimoniale e altri reati minori no».

L’ex magistrato sostiene che per così com’è, la legge Severino non ha funzionato nel diminuire la corruzione, anzi.

«Credo che abbia creato delle ingiustizie, perché quando infili nella norma il reato di abuso d’ufficio non patrimoniale, di cui ci sono pochissime condanne nel nostro Paese, e si escludono reati ben più gravi, si pone anche un problema di apparente discrezionalità, che rischia di essere un eccesso di potere da parte del legislatore».

Invece, riguardo l’ipotesi di modificare o abolire il reato di abuso di ufficio, de Magistris la pensa diversamente da Nordio. Sarebbe come «togliere un’arma investigativa determinante per arrivare a reati ben più gravi».

È particolarmente controproducente «perché chiunque ha esperienza in materia investigativa sa che la gran parte dei procedimenti penali di reati gravi contro la pubblica amministrazione nascono da indagini per abuso d’ufficio».

A Renzi piace Nordio

Nordio sembra rappresentare un punto d’incontro tra il Terzo Polo e il governo Meloni. Parlando della riforma della giustizia, Matteo Renzi dichiara: «se Nordio sarà lasciato libero di andare per la sua strada, seguendo le sue idee liberali, noi saremo con lui».

Continua: «Voteremo sì alla riforma come ha detto in aula l’altro giorno Enrico Costa. Speriamo che il Guardasigilli abbia la forza di andare fino in fondo».

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L’intuizione è una capacità che consente di oltrepassare i passaggi logici nel processo di risoluzione di un problema, in modo tale da arrivare immediatamente alla soluzione.

Sviluppare il proprio intuito significa avere l’occasione di accedere ad uno degli strumenti più potenti della nostra mente. L’intuito ci aiuta ad evitare di commettere errori di cui potremmo pentirci, ad avere relazioni migliori e a dare una spinta alla nostra carriera.

Se riuscissimo ad unire intuito e logica saremmo in grado di sfruttare al 100% il nostro potenziale. Vediamo che cos’è l’intuito, come accoglierlo e svilupparlo.

Cosa blocca il nostro intuito

L’intuito è uno strumento fondamentale, necessario per risolvere alcuni problemi complessi, che ci porta velocemente verso soluzioni originali.

Per comprendere come funziona un’intuizione, dobbiamo comprendere ciò che blocca il nostro intuito.

Per esempio, potremmo non riuscire a comprendere un problema perché diamo per scontato delle ipotesi; oppure ci fossilizziamo su un’idea bloccando il pensiero “fuori dagli schemi”; o, ancora, applichiamo sempre lo stesso approccio ma in maniera differente.

Quando ci troviamo di fronte ad un nuovo problema, ad una nuova persona o ad una nuova situazione, sarà del tutto naturale avere dei pregiudizi, applicando modi di pensare ai quali siamo già abituati.

Non è cattiveria: i cosiddetti bias cognitivi aiutano il nostro cervello a risparmiare tempo ed energie. Il primo passo da compiere, in questi casi, è la consapevolezza.

I tre elementi di un’intuizione

Mark Beeman, uno dei maggiori esperti in tema, dice che ci sono tre elementi che compongono un’intuizione:

  1. la soluzione è inconscia. Abbiamo un’intuizione nel momento in cui non stiamo pensando, a livello conscio, a quel problema. Un esempio? Le idee geniali che ci vengono mentre siamo sotto la doccia;
  2. la mente deve essere rilassata. Perché abbiamo intuizioni sotto la doccia? Perché ci stiamo rilassando, allontanando stress ed energie negative grazie allo scroscio dell’acqua calda;
  3. ci sentiamo pervasi da una sensazione di sorpresa. Se la risposta emerge improvvisamente nella nostra mente e ci prende alla sprovvista, ci pervade un senso di fiducia, che si rivelerà fondamentale per ulteriori intuizioni.

Strategie per rafforzare la nostra intuizione

Rafforza il tuo vocabolario

Il linguaggio rappresenta una delle conquiste più importanti per gli esseri umani.

Tuttavia, ad oggi diamo per scontata la nostra capacità di comunicazione tramite la parola, che sia essa scritta o parlata. Nemmeno ci rendiamo conto di come sarebbe il mondo, se non avessimo la capacità di parlare!

Per questo sottovalutiamo anche l’impatto che ha il linguaggio sul nostro pensiero. Più il nostro linguaggio è povero, più i nostri pensieri si riveleranno limitati, ripetitivi.

Con un ampio vocabolario ed evolute capacità di linguaggio, invece, avremo un pensiero più profondo, articolato e variegato. Tutte caratteristiche indispensabili per la nascita di nuove intuizioni.

Come rafforzare il nostro vocabolario? Leggendo, leggendo e leggendo!

Arrenditi

Possiamo scordarci di avere la giusta intuizione continuando a prendere a capocciate il muro. Per andare avanti, dobbiamo arrenderci.

Se ci fossilizziamo sempre sulla stessa soluzione, quella sbagliata, perderemo di vista le soluzioni alternative. Per far maturare la corretta intuizione, infatti, dobbiamo assolutamente inibire le soluzioni sbagliate.

Se ci arrendiamo, temporaneamente, liberando le energie impiegate nella ricerca di una soluzione logica, la nostra mente riuscirà ad attivare il meccanismo dell’intuito.

Dunque, se ci ritroviamo ad impazzire, inseguendo un problema che ci sembra irrisolvibile, è meglio staccare la spina e fare una passeggiata in mezzo alla natura, affinché l’intuito possa fare il suo lavoro.

Comincia a meditare

La meditazione, a differenza di quello che in molti pensano, non è affatto una tecnica di rilassamento.

È, invece, una tecnica di introspezione (che aiuta anche a rilassarsi). Meditare significa osservare la propria mente evitando di emettere giudizi.

Se lo facciamo quotidianamente, cominceremo ad avere consapevolezza di come ci inganna il nostro ego e di tutti quegli schemi mentali in cui ci incastriamo e che bloccano le nostre intuizioni.

Spazio all’empatia

Le nostre intuizioni sono bloccate dell’incapacità di uscire dagli schemi mentali. Viviamo troppo nella nostra testa e non siamo abituati a metterci nei panni delle altre persone.

Se vogliamo rafforzare il nostro intuito dobbiamo cominciare a coltivare l’empatia, ovvero, a riconoscere e comprendere le emozioni delle altre persone.

Dobbiamo sforzarci di vedere veramente il mondo, le situazioni e i problemi attraverso gli occhi di chi ci circonda, ma anche approfondendo contesti e culture differenti.

Liberiamo la creatività

L’ultima strategia per coltivare l’intuito ha a che fare con la creatività: non avremo mai intuizioni originali, infatti, se soffochiamo la nostra creatività.

Da piccoli ci lasciamo guidare dall’intuito. Più cresciamo, però, più ci abbandoniamo alla ragione, che aumenta i nostri livelli di stress e ci porta a commettere errori.

Impariamo, invece, a fidarci del nostro intuito, per cominciare a dare il giusto senso alla nostra vita e al nostro lavoro.

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Giustizia Digitale Europea: facciamo il punto

La PEC scade?

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Nuovi passi in avanti per l’Europa in tema di Giustizia Digitale. Il Consiglio europeo ha infatti cominciato i negoziati con il Parlamento europeo per quanto riguarda la proposta di regolamento sulla digitalizzazione dell’accesso alla giustizia e della cooperazione giudiziaria.

Avvocati e cittadini potranno accedere alle procedure transfrontaliere all’interno dell’Unione europea mediante un punto d’acceso elettronico interamente europeo, dove si invieranno le richieste alle autorità competenti e si riceveranno risposte.

Le autorità potranno comunicare tra di loro, scambiandosi i dati di casi civili, penali e commerciali attraverso dei canali digitali completamente affidabili e sicuri. Si legge in una nota: «le proposte miglioreranno l’efficacia e la rapidità delle procedure giudiziarie e faciliteranno l’accesso dei cittadini alla giustizia».

Pavel Blaže, ministro della Giustizia ceco, dice che «un sistema giudiziario moderno e digitale è essenziale per garantire che i cittadini e le imprese possano esercitare facilmente il loro diritto alla giustizia. I mandati concordati oggi mirano a fornire ai cittadini e alle autorità giudiziarie strumenti per comunicare e partecipare ai procedimenti giudiziari, rendendo l’erogazione della giustizia più rapida ed efficiente».

Concretamente, le proposte includono alcuni miglioramenti a livello di procedure transfrontaliere.

In particolare si propone un punto d’accesso elettronico europeo, posizionato sul portale europeo della giustizia elettronica, che permetta alle persone di presentare reclami, conservare, inviare e ricevere informazioni e comunicare con le autorità.

Verranno accettati documenti elettronici e comunicazioni da parte di persone fisiche e giuridiche all’interno dei procedimenti giudiziari, e verranno riconosciuti documenti con firme elettroniche, marche temporali o sigilli.

Tutte le parti e i soggetti rilevanti nelle udienze civili, penali e commerciali potranno partecipare attraverso videoconferenze o con ulteriori tecnologie di comunicazione a distanza. Verrà incentivato il pagamento delle tasse attraverso mezzi elettronici.

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Sentiamo spesso parlare di scadenza della PEC, evento che rende invalido questo strumento dopo un determinato lasso di tempo. In realtà, la PEC non ha una vera e propria scadenza, dato che può essere paragonata ad una raccomandata.

La scadenza riguarda i certificati delle firme elettroniche che si trovano sui documenti allegati. In ogni caso, anche se il certificato di firma è scaduto, la PEC rimane valida relativamente alla data di emissione.

Dunque, se il certificato di firma era valido nel momento in cui è stato apposto, lo sarà anche la PEC associata.

Le difficoltà entrano in gioco quando dobbiamo dimostrare che le date effettivamente coincidano. Tale incrocio di dati si rende possibile grazie ai file di log, ovvero una specie di giornale di bordo dove vengono registrati diversi eventi, come login e logout.

Il provider PEC, tuttavia, è tenuto alla conservazione dei file di log per 30 mesi. Oltre tale periodo non ci saranno più prove che l’apposizione della firma sia effettivamente avvenuta nel momento in cui il certificato era valido.

E’ per questo motivo che ogni azienda dovrebbe conservare i propri documenti digitali a norma di legge.

Leggi anche: La PEC diventa europea: quali saranno le conseguenze?

Servicematica offre un servizio di conservazione digitale accreditato dall’AGID, l’Agenzia per l’Italia Digitale, che potrete trovare cliccando qui.

La conservazione digitale può essere utilizzata soltanto tramite Service1 e conserva digitalmente qualsiasi documento informatico, lettere monitorie, diffide stragiudiziali, scritture private, ricevute PEC e qualsiasi altro documento che vogliamo mantenga nel tempo valore legale.

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Neuralink: l’azienda di Elon Musk sotto accusa per maltrattamento di animali

Sospensione delle multe ai non vaccinati

 

Neuralink: l’azienda di Elon Musk sotto accusa per maltrattamento di animali

Il Dipartimento americano dell’Agricoltura ha aperto un’inchiesta sulla morte di 1.500 cavie, utilizzate per la sperimentazione di chip da impiantare nel cervello umano

1.500 animali, di cui 280 tra scimmie, maiali e pecore, a cui sarebbero state inflitte sofferenze inutili durante i test, sino ad arrivare alla morte.

Questo è bilancio dell’indagine del Dipartimento dell’Agricoltura americano sulla violazione del benessere degli animali nei confronti di Neuralink. La società, di proprietà dell’uomo più ricco del mondo, Elon Musk, è specializzata nella produzione di apparecchiature mediche hi-tech.

La quantità e il ritmo delle sperimentazioni sarebbero state aumentate su richiesta di Musk. Lo staff di Neuralink avrebbe sollevato delle polemiche nei confronti dei test condotti troppo velocemente.

«Non ci stiamo muovendo abbastanza velocemente. Mi sta facendo impazzire», avrebbe scritto il miliardario ai suoi dipendenti, incitandoli a lavorare «immaginando di avere una bomba legata alla testa».

La fretta e la pressione, avrebbero portato i dipendenti di Neuralink a commettere svariati errori durante i test e a non adottare le adeguate precauzioni, causando morte e sofferenza negli animali coinvolti negli esperimenti.

Il caso del macaco di sei anni

Non ci sono state soltanto infezioni o decessi dopo le operazioni: le scimmie, dopo gli impianti, sarebbero state immobilizzate per favorire la riuscita dell’intervento. Durante le sessioni in cui si registravano le loro attività, sarebbero state legate a delle sedie, anche per cinque ore al giorno.

Già lo scorso febbraio si denunciavano alcuni casi specifici di maltrattamento. Per esempio, si raccontava di un macaco di 6 anni ucciso nel gennaio del 2019, all’interno di un progetto di “design sperimentale”.

Qualche mese prima, il macaco aveva subito una procedura chirurgica invasiva, nella quale gli scienziati avevano praticato alcuni fori nel cranio per impiantare degli elettrodi e fissarli con viti di titanio.

Nel dicembre del 2018, l’area che circondava gli impianti cominciò ad infettarsi, e la pelle si erose e sanguinò sino a mostrare gli elettrodi impiantati. Lo staff dovette somministrare alla scimmia grosse quantità di antibiotici, per poi sopprimerla qualche settimana dopo.

Chip da impiantare nel cervello umano

Neuralink sta sviluppando un chip da impiantare nel cervello umano, per permettere di camminare alle persone paralizzate e di curare ulteriori problemi neurologici.

Il dispositivo è grande quanto una moneta e contiene un impianto cerebrale informatico. Lo scopo è quello di trasmettere informazioni cerebrali attraverso un’interfaccia computerizzata, per studiare meglio alcune patologie e migliorare la ricerca scientifica.

Il chip, se impiantato nel corpo umano, riesce a leggere le onde cerebrali, che vengono tradotte attraverso un altro dispositivo esterno. In tal modo una persona con Sla, per esempio, potrebbe essere in grado di comunicare con il mondo esterno attraverso i suoi pensieri.

Non è un mistero che lo scopo a lungo termine di Musk sia quello di permettere il trasferimento e il flusso di informazioni tra macchine ed esseri umani, proprio attraverso la diffusione di dispositivi come questo.

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Sospensione delle multe ai non vaccinati

La commissione Giustizia del Senato ha approvato un emendamento al DL sui “raduni pericolosi”. L’emendamento prevede la sospensione delle multe di 100 euro, fino al 30 giugno 2023, per chi non si è vaccinato contro il Covid-19.

Le multe erano state introdotte dal governo Mario Draghi e avrebbero dovuto cominciare ad arrivare dal primo dicembre 2022. L’emendamento è stato presentato dai senatori Erika Stefani, Massimiliano Romeo e Manfredi Potenti.

Attualmente, anche se l’emendamento non è ancora stato approvato, il governo non sembra avere intenzione di avviare il procedimento sanzionatorio. Nessuno, dunque, dovrebbe ricevere multe.

Obbligo di vaccinazione

L’obbligo di vaccinazione contro il nuovo coronavirus è stato introdotto dal governo Draghi nel febbraio del 2021. Riguardava le persone con più di 50 anni, le forze dell’ordine, il personale sanitario e il personale scolastico.

Era stata decisa una multa di 100 euro per le persone che non rispettavano l’obbligo e per chi non non aveva completato il ciclo vaccinale secondo i tempi prestabiliti. C’era comunque la possibilità di giustificare un’eventuale esenzione entro 6 mesi.

L’attuale emendamento sospende le multe per 7 mesi. Ha ricevuto delle critiche da parte delle opposizioni, che accusano il governo di voler legittimare delle posizioni antiscientifiche a scopi elettorali e politici.

Modifica della norma conto i rave party

Le modifiche sulla norma contro i raduni pericolosi, nata con lo scopo di contrastare i rave party si sono rese necessarie dopo la prima stesura del testo, che aveva sollevato numerosi dubbi dalle opposizioni ma anche da giuristi e costituzionalisti.

Il nuovo testo mantiene pene elevate e la possibilità di effettuare intercettazioni e sequestri. La modifica principale riguarda la definizione di “raduni”, parlando di «raduno musicale o avente altro scopo di intrattenimento».

Inoltre, modifica anche il codice penale a cui si riferisce, ovvero il 633 che rinvia «all’invasione di terreni o edifici». Nel 633 bis, il reato «scatterà quando dall’invasione deriva un concreto pericolo per la salute pubblica o per incolumità pubblica» per mancata osservanza sulle norme di igiene e sicurezza o possibile spaccio di droga.

Non ci sarà più il vincolo sul numero dei partecipanti al raduno, precedentemente fissato a 50 persone. La valutazione avverrà a cura del giudice. Saranno perseguibili non soltanto gli organizzatori ma anche i partecipanti.

Le pene non sono state cambiate, con multe da 1.000 a 10.000 euro e reclusione dai 3 ai 6 anni. Oltre ad essere le più alte in tutta Europa, questa pene offrono agli investigatori la possibilità di richiedere la carcerazione preventiva e di effettuare intercettazioni.

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CryptoLocker è un ransomware, un virus che entra in possesso del nostro pc per bloccare i file, criptandoli con una password che impedisce di aprirli. È un software in grado di infettare i sistemi operativi Windows.

Individuato per la prima volta nel 2013, è riuscito ad estorcere 27 milioni di dollari nei suoi primi due mesi di vita. Nel 2017 è stato raffinato, mettendo in difficoltà le aziende inchiodando i pc dei dipendenti. 

Cos’è

CryptoLocker è stato progettato per infettare i pc con un virus Trojan (per intenderci, un virus che controlla il nostro dispositivo per bloccare, modificare o cancellare dati).

Attacca soltanto i sistemi Windows, bloccando l’accesso ai file fino al pagamento di un riscatto. CryptoLocker, una volta installato, crittografa i file del computer infetto, mostrando una richiesta di riscatto da pagare in bitcoin per ricevere la chiave di decodifica.

Come funziona 

Il Trojan si diffonde attraverso un allegato mail oppure con una botnet, una rete composta da dispositivi che sono stati infettati da malware e che vengono controllati da un unico dispositivo. La vittima apre il file ZIP allegato e inserisce la password che trova nel messaggio, per tentare di aprire il PDF che ha ricevuto.

CryptoLocker cerca di sfruttare le impostazioni di Windows, che di solito nasconde l’estensione dei nomi dei file, nascondendo in questo caso l’estensione .EXE del file infetto. Se attivo, il malware va a crittografare alcuni file memorizzati su reti locali, montate utilizzando una crittografia a chiave pubblica e conservando la chiave privata esclusivamente sui server di controllo di CryptoLocker.

Il Trojan rende i file irrecuperabili, e le uniche opzioni di recupero per le vittime sono:

  • il pagamento del riscatto, che non garantisce il rilascio effettivo dei file;
  • il ripristino attraverso backup.

I bersagli

CryptoLocker è un ransomware che funziona soltanto su computer con Windows XP, Windows 7, Windows 8 o Vista. Non agisce su Apple, tablet o smartphone.

Gli operatori di CryptoLocker sono riusciti ad estorcere milioni di dollari; si pensi che pochi mesi dopo il rilascio del Trojan, sono stati infettati più di 235.000 pc.

Come possiamo difenderci

Non è difficile difendersi da CryptoLocker. Come prima cosa è necessario aggiornare il sistema operativo e installare un buon antivirus.

Cerchiamo di evitare il click facile: è un malware che si diffonde tramite mail, e per questo, prestiamo attenzione sia all’estensione del file che alla provenienza della mail.

Potrebbe capitare di venire adescati con un link inviato nei social network; dunque, teniamo sempre gli occhi aperti. Inoltre, risulta fondamentale un backup periodico dei propri file. Utilizziamo un Hard Disk esterno o una chiavetta USB per proteggere i nostri dati.

In sostanza:

  • diffidiamo dai messaggi di posta elettronica che provengono da mittenti sconosciuti, soprattutto se contengono allegati;
  • disattiviamo le estensioni di file nascoste, per riconoscere tempestivamente un file dannoso;
  • predisponiamo un sistema di backup per i file critici, per contribuire a mitigare il danno causato da malware o da altri incidenti;
  • adottiamo soluzioni di sicurezza professionale per neutralizzare gli attacchi;
  • se non abbiamo una copia backup dei nostri file, non paghiamo il riscatto: in tal modo andremo soltanto ad alimentare il successo di questa tipologia di attacco. Rivolgiamoci direttamente alla polizia postale.

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Secondo Carlo Nordio, la corruzione non si combatte con pene più alte, oppure lavorando sull’applicazione tempestiva della pena e su un processo più veloce.

Per Nordio, servono meno leggi. Poi, bisogna incentivare anche la collaborazione con il mondo della giustizia, garantendo l’impunità alle persone che hanno pagato mediante «una profonda revisione del reato di corruzione».

Secondo il ministro della Giustizia, «inasprire le pene e creare nuovi reati non serve a nulla». Anzi: «è inutile cercare di intimidire il potenziale corrotto con l’inasprimento delle pene, sarà sempre convinto di farla franca, non si tratta di intimidirlo ma di disarmarlo».

«Le armi», continua Nordio, «sono le leggi. La soluzione è una delegiferazione rapida e radicale, ridurre le leggi e semplificare le procedure». L’Italia, ricorda Nordio, «ha una produzione normativa dieci volte superiore alla media europea».

Dunque, «non è un caso che anche la percezione della corruzione nel nostro Paese sia dieci volte superiore alla media europea». Più leggi ci sono, dice Nordio, più confusione ci sarà nell’individuazione di competenze e procedure.

«Se una persona deve bussare a 100 porte, invocando 100 leggi per ottenere un provvedimento, aumenta in modo esponenziale la possibilità che una porta resti chiusa. Sinché qualcuno si presenterà dal cittadino che bussa e gli chiederà o gli imporrà di ungere la serratura. Di qui l’importanza di una delegificazione, dell’individuazione chiara delle competenze e della semplificazione delle procedure».

Soltanto in questo modo «il potenziale corruttore sarà disarmato. Se quel provvedimento non sarà emanato in modo corretto si saprà di chi è la colpa e quali procedure sono state violate».

È necessaria una maxi semplificazione normativa, secondo Nordio, per combattere la corruzione. «Il reato di corruzione si consuma nell’ombra, non lascia traccia, perché le mazzette non si pagano con bonifico bancario, e avviene senza testimoni».

Corruttore e corrotto «sono entrambi punibili e entrambi hanno interesse a tacere quando vengono interrogati».

La storia giudiziaria italiana, tuttavia, dimostra come la collaborazione dei corruttori abbia portato alle richieste principali per quanto riguarda le mazzette (si pensi a Tangentopoli). Dunque, il ministro insiste proprio su questo punto: «bisogna interrompere la cointeressenza a tacere di corrotto e corruttore e fare in modo che uno dei due collabori, altrimenti la corruzione è un reato di cui non si avrà mai la dimostrazione».

Ma non bisogna ricorrere alla «carcerazione preventiva per indurre una persona a parlare, altrimenti cadremmo nella barbarie giuridica». Per Nordio, bisogna far sì che «chi ha pagato sia indotto a collaborare attraverso l’impunità».

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Il data leak di WhatsApp

Sono stati messi in vendita, in un noto forum sul Dark Web, moltissimi di numeri di telefono WhatsApp di milioni di persone, e ben 35 milioni sono di utenti italiani. Non si tratta, però, della classica compromissione dei dati personali.

I dati esposti online sono il risultato di un’attività di data scraping, ovvero di un’estrazione di dati da un sito attraverso un software che simula la navigazione umana. Dunque, la fuga di dati non dipende da vulnerabilità interne a WhatsApp (Meta).

Differenza tra data breach e data leak

Un data breach si verifica quando l’attacco contro un servizio web, un’organizzazione o un’azienda è violento e deliberato. Si tratta di un’attività redditizia per i cybercriminali, e le violazioni più gravi includono miliardi di informazioni personali.

Un data leak, invece, avviene quando non c’è un vero e proprio attacco, poiché qualcuno potrebbe semplicemente aver trovato un punto debole esistente. Magari una società non ha gestito bene le informazioni, che sono state compromesse a causa di pratiche di sicurezza insufficienti o inadeguate.

Quindi, anche la fuga di dati potrebbe essere il risultato di un incidente – anche se alla fine, i dati risultano comunque compromessi.

Rischio di phishing per gli utenti

Secondo il report che è stato diffuso Check Point Research (CPR), la divisione dell’intelligence sulle minacce informatiche globali, la violazione ha riguardato 108 paesi. «Nonostante le informazioni in vendita siano solo numeri di telefono attivi e non il contenuto dei messaggi stessi, si tratta di una violazione su larga scala enorme».

Continua: «Invitiamo tutti gli utenti WhatsApp a prestare la massima attenzione ai messaggi che ricevono e anche quando devono cliccare su link e messaggi condivisi sull’app».

Il rischio per gli utenti, in questo caso, sono attacchi di phishing mirati. Le vittime, ignare, potrebbero ricevere delle campagne malevole sotto forma di chiamata o SMS da parte di finti dipendenti di un supporto tecnico inesistente.

Per questo motivo risulta di fondamentale importanza monitorare il Dark Web, in maniera tale da essere consapevoli dei rischi e delle possibili azioni di mitigazione da intraprendere.

Una delle app più utilizzate in tutto il mondo

WhatsApp, infatti, viene utilizzato in tutto il mondo, da celebrità, politici e dirigenti aziendali. Ha 2 miliardi di utenti ed è la seconda app non Google che ha raggiunto i 5 miliardi di installazioni su PlayStore.

WhatsApp ha 11 milioni di utenti attivi mensili che condividono circa 989 milioni di immagini, 140 milioni di video e 16 miliardi di messaggi ogni giorno.

La società ha comunicato esplicitamente a tutti gli utenti di scaricare WhatsApp soltanto da piattaforme legittime, stando alla larga da app come WhatsApp Premium o WhatsApp Gold, nate soltanto con lo scopo di diffondere virus e malware.

Wickr, l’alternativa a WhatsApp

In molti hanno già deciso di utilizzare delle alternative più sicure. Signal e Telegram sono quelle che hanno ricevuto più consensi, ma esistono altre app, come Wickr, che potrebbero risultare scelte migliori.

Wickr, infatti, è un’app di instant messaging con la crittografia più forte e avanzata in circolazione, anche se non risulta la più semplice a livello di utilizzo.

L’app viene utilizzata anche dal dipartimento di difesa degli Stati Uniti d’America, ed è stata dichiarata dalla National Security Agency come uno degli strumenti di collaborazione più sicuri in tutto il mondo.

L’app, oltre ad avere l’applicazione desktop, è disponibile sia per Android che per iPhone, e non richiede numeri di telefono o mail per la registrazione: è necessario soltanto un nickname.

Wickr, così come Telegram, consente la creazione di bot personalizzati attraverso un software di integrazione, Wickr IO, ed è una delle primissime app che hanno introdotto i messaggi che si autodistruggono.

Esiste, inoltre, l’opzione Burn-On-Read Timer, che consente la cancellazione automatica del messaggio appena viene letto dal ricevente.

Il mio numero di telefono è al sicuro?

Uno dei metodi più veloci per capire se il proprio numero di telefono (o la propria mail) è finita nelle mani sbagliate è quello di inserirlo su Haveibeenpwned.com, che vi indicherà se e quando è stato rubato il vostro numero o la vostra mail.

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