I giudici di pace non ricevono lo stipendio: minaccia di sciopero

Ecco che si riaccende la protesta da parte dei magistrati onorari.

Le associazioni che aderiscono alla Consulta della magistratura onoraria, lo scorso 19 marzo, hanno scritto al presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al Guardasigilli Carlo Nordio, alla Commissione Ue e alla Commissione per la garanzia dello sciopero dei servizi pubblici, al fine di dichiarare «lo stato di agitazione permanente».

Inoltre, richiedono l’intervento delle Autorità al fine di risolvere i problemi di categoria, includendo giudici onorari, vice procuratori onorari e giudici di pace. Il tutto a partire da una situazione di urgenza: ovvero, i magistrati onorari che sono stati confermati in servizio, dopo il completamento della procedura di stabilizzazione prevista dalla Legge di Bilancio, sembra che non abbiano ancora ricevuto alcun stipendio.

Le associazioni chiedono, a gran voce, delle risposte entro dieci giorni. In mancanza di queste, intraprenderanno «ogni necessaria iniziativa di denuncia e sensibilizzazione dell’opinione pubblica e della società civile, con le conseguenti astensioni dalle udienze e da tutte le altre attività giudiziarie».

Non si tratta della prima lettera di questo genere: infatti, le associazioni di categoria avrebbero già azionato la procedura propedeutica al blocco completo dell’attività il 1° dicembre 2022.

Uno sciopero del genere arriverebbe a pochissima distanza dall’accrescimento delle competenze spettanti ai giudici di pace, deciso con la riforma del processo civile.

Da marzo 2023 si possono infatti decidere le cause che riguardano i beni mobili con un valore che non supera i 10mila euro (5mila euro per i vecchi procedimenti) e le cause che riguardano i risarcimenti per i danni da circolazione stradale che arrivano sino a 25mila euro (20euro per i vecchi procedimenti).

Ma non è finita qui, perché la riforma riguarderà i giudici di pace anche per quanto riguarda il fronte digitale. Entro il prossimo 30 giugno, infatti, anche nei loro uffici sarà ufficiale il processo civile telematico.

Ma nel frattempo, spiega la presidente dell’Unione Nazionale dei Giudici di Pace, Mariaflora Di Giovanni, «circa 800 colleghi, da quando sono stati stabilizzati, non ricevono più lo stipendio, ma a breve il loro numero crescerà: la prima fase della stabilizzazione ha riguardato 1.600 magistrati».

Paradossalmente, alla base dell’impasse, troviamo la procedura di conferma dei magistrati onorari, così come previsto dalla Legge di Bilancio del 2022, con lo scopo di rispondere alle istituzioni europee, che da un po’ di tempo richiedono all’Italia la regolarizzazione della posizione dei magistrati onorari.

I magistrati onorari, all’esito della procedura prevista dalla recente Legge di Bilancio, subiscono la stabilizzazione delle loro funzioni, con tutte le garanzie dei lavoratori subordinati, in quanto funzionari.

La soluzione è stata censurata lo scorso anno dall’Unione Europea, che chiede, invece, un trattamento economico da affiancare a quello dei magistrati ordinari con la stessa anzianità. Tuttavia, spiega Di Giovanni, «la legge di Bilancio per noi è stata importantissima, perché ha previsto un canale per stabilizzarci come dipendenti pubblici, dopo decenni di lavoro precario».

Tuttavia, ad oggi, l’urgenza consiste nel fatto che i magistrati stabilizzati non abbiano ancora ricevuto alcun compenso e che non sembrano essere iscritti all’Inps. Lo scorso 7 marzo, Maurizio Lupi aveva richiesto spiegazioni al ministero della Giustizia, ricevendo una risposta che ha lasciato l’amaro in bocca a tutti i magistrati onorari.

Per questo, adesso cercano di contattare e di chiedere spiegazioni direttamente al presidente del Consiglio.

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Avvocato, sei abituato alla gratitudine?

Tutti i giorni, sulle spalle degli avvocati ricadono molti problemi altrui: liti tra vicini, questioni condominiali, problemi amministrativi, familiari o tributari. Tutto ciò necessita di essere affrontato con passione, competenza e capacità di immedesimarsi nell’altro.

Ed ecco perché diviene necessario sviluppare la gratitudine. La gratitudine potrebbe essere definita come un sentimento di ringraziamento e di riconoscimento verso qualcuno che ci ha fatto del bene. Di solito è un sentimento reciproco, poiché c’è una sinergia tra chi fa e chi riceve del bene.

Per esempio, i clienti dell’avvocato dovrebbero essergli grati, poiché si tratta di un professionista capace di mettere in atto la propria professionalità e le proprie conoscenze, al fine di risolvere problemi di altre persone, così come farebbe con i suoi problemi personali.

A sua volta, l’avvocato dovrà essere riconoscente, in quanto riceve l’onorario, ma anche e soprattutto perché riceve la piena fiducia delle persone che, nonostante i periodi delicati delle loro vite, decidono di affidarsi proprio a lui, e non ad altri presenti sul mercato.

Tuttavia, la gratitudine non è qualcosa di così semplice da provare, dato che la nostra vita frenetica rende abbastanza difficile trovare il tempo per maturare questo sentimento importante. Si pensa spesso che tutto sia dovuto, si difendono i diritti e si perdono di vista i doveri.

Secondo il coach e motivatore Anthony Robbins, la mancanza di gratitudine rende le persone povere, dato che, a prescindere da quanto posseduto, non si è capaci di apprezzare pienamente il valore di quello che si ha. Ma soprattutto delle persone che ci sono accanto, visto che si è sempre infelici e insoddisfatti, e di conseguenza, poveri.

La gratitudine è qualcosa di positivo, che permette di affrontare e superare gli ostacoli della quotidianità, che si ripresentano ogni giorno. È per questo che la gratitudine diviene un’abitudine da creare e che si manifesta in maniera molto semplice: basta una stretta di mano, un saluto cordiale, un bel sorriso.

Non è semplice, per un avvocato, conquistare la gratitudine di un cliente. Spesso, infatti, si fa la conoscenza delle persone nei momenti peggiori della loro vita. Qualsiasi avvocato vorrebbe soddisfare tutte le richieste dei clienti, vorrebbe vederli andare via felici, ma non è così semplice, dato che non tutto dipende dalla capacità o dalla volontà di un professionista.

Molto, infatti, dipende da tutto il sistema giudiziario, che vede le cancellerie piene di lavoro, senza che a questo occorra un’ottimale gestione del servizio.

A loro volta, i giudici hanno elevati carichi pendenti, e non sono capaci, a livello materiale, di istruire una causa nel giro di poco tempo. Aggiungiamo anche altri intoppi, come l’indisposizione dei testimoni o di altro: i clienti, nonostante l’insieme di tutti questi fattori, si interfacciano principalmente con l’avvocato. È su di lui, dunque, che verranno scaricate tutte le tensioni.

Ed è per questo che bisognerebbe esercitarsi alla comprensione e alla gratitudine, con un reale percorso di introspezione, che fa diventare la gratitudine una vera e propria abitudine. I clienti devono riuscire a capire quanto potrebbe essere duro il lavoro dell’avvocato, che non soltanto dovrà rappresentare gli interessi dei vari clienti, perché dovrà interfacciarsi tutti i giorni con professionisti altrettanto agguerriti.

La situazione potrebbe essere veramente stressante, e per questo potrebbero trovare un amico nell’avvocato, alla quale ci si può rivolgere anche semplicemente per un consiglio. Sempre più spesso, infatti, si va dall’avvocato anche soltanto per chiedere se un’attività da intraprendere è legale, o, comunque, qual è il giusto percorso per evitare errori legali.

Si va dall’avvocato per affrontare aspetti intimi della propria vita privata: l’avvocato è lì, pronto ad ascoltare. Dunque, per questo, la gratitudine, nei suoi confronti, dovrebbe diventare un’abitudine.

La gratitudine per la digitalizzazione

Gli avvocati, invece, dovrebbero sicuramente essere molto grati di avere a disposizione un sistema molto più rapido e che permette di risparmiare tempo, consentendo di seguire più attività processuali e di avere più guadagni.

In particolar modo, la digitalizzazione segna la fine dell’epoca in cui i praticanti venivano inviati, a mo’ di piccioni viaggiatori, tra diverse cancellerie, per riuscire a depositare e prelevare atti. Tutte queste fasi oggi possono essere gestite direttamente online, senza la necessità di fare la fila, di prendere l’auto e di andare in tribunale per motivi burocratici. Un vero e proprio risparmio economico.

Ma il vero affare è un gestionale completo, funzionale ed evoluto, come Service1.

 

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«A poche settimane dall’entrata in vigore di gran parte delle norme che regolano il nuovo processo civile, oltre ad essere evidenti i denunciati difetti di coordinamento tra le fonti, è emersa in maniera chiara l’attuale inadeguatezza di strutture e di risorse».

Questo è quanto affermato dalla Presidente del CNF, Maria Masi, durante il discorso di inaugurazione dell’anno giudiziario, che ha visto la presenza di Sergio Mattarella, il Presidente della Repubblica.

Spiega Masi: «Nel processo civile l’esercizio dell’attività di difesa rischia di essere e di diventare ancora più marginale, esposta irragionevolmente ad essere giudicata temeraria. Riti disseminati di decadenze, oneri, spettri di inammissibilità rendono l’ambito di operatività inquinato da troppe variabili».

Continua: «Nel penale il rischio è ancora più grande, soprattutto in tema di impugnazioni, quando legittimamente il difensore esigerà di esercitare in pieno e fino in fondo il suo mandato che consiste appunto nell’esercizio del diritto di difesa. Oltre e al di là dei contenuti è proprio l’approccio concettuale, il tema ideologico sotteso alle riforme che non può essere condiviso, come abbiamo rappresentato e denunciato in tutte le occasioni utili e anche in quelle (non poche) inutili».

Per Masi, dunque, «sarebbe stato quindi non solo più efficace, ma anche simbolicamente importante se i protagonisti della giurisdizione, Magistratura e Avvocatura insieme, e perché no, la componente amministrativa, avessero comunicato in maniera forte e chiara il proprio dissenso nei confronti di interventi scarsamente rimediari e certamente non risolutori».

«Sia l’avvocatura che la magistratura presente ai tavoli», sottolinea Masi, «hanno poi subito il disagio di doversi esprimere su progetti sensibilmente diversi da quelli licenziati dalle commissioni a cui, seppur in minima parte, avevano dato il loro contributo».

«Abbiamo sprecato tempo prezioso nel rimettere in discussione quello che dovrebbe essere immanente al tessuto costituzionale e alla natura delle nostre diverse ma complementari funzioni. L’avvocatura che esprime un parere in seno ai consigli giudiziari ha allarmato più del rischio di fallimento delle riforme, e di non conseguimento degli obiettivi a cui siamo vincolati e attinti».

Se avesse voluto, l’Avvocatura «avrebbe potuto manifestare, in maniera forse più eclatante e certamente più efficace, il proprio dissenso nei confronti di una riforma peggiorativa del già difficile stato in cui versa la Giustizia, revocando o facendo venir meno la sua disponibilità a contribuire in maniera tangibile ed evidente alla sostenibilità della stessa».

Afferma Masi durante la sua relazione: «L’anno trascorso, appena compiuto, per la nostra Giustizia, come è noto, è stato caratterizzato da tanti ostacoli che hanno minato e incrinato il già precario rapporto di fiducia con i cittadini, reso complesso il rapporto tra gli operatori di Giustizia, quale funzione pubblica, soprattutto in relazione ai poteri dello Stato».

Sono stati imposti tempi, limiti, obiettivi, «in nome di una sovranità, certamente legittima ma eccessivamente astratta, autorevole ma a tratti apparsa autoritaria», dice la presidente del CNF, «utilizzando fin troppo lo strumento certamente poco incline alla concertazione della decretazione d’urgenza che di fatto ha ridimensionato, o peggio contratto, sia la discussione sia una serena valutazione delle conseguenze e soprattutto dei rischi a cui è stata esposta la Giustizia nel suo insieme».

Eppure, non con poche difficoltà. «abbiamo tentato di non smarrire l’attenzione e la cura che si deve al diritto. Il diritto a chiedere Giustizia, ancor prima del diritto ad ottenerla non può, infatti, considerarsi avulso dal principio di uguaglianza sostanziale tra i cittadini, ai quali vanno assicurate pari ed eque opportunità di accesso alla giurisdizione e di tutela piena e indiscriminata».

Interviene anche Fabio Pinelli, vice presidente del CSM. «Auspico che magistrati ed avvocati abbandonino ogni forma di autoreferenzialità». Sottolinea, inoltre, il ruolo di servizio che avvocati e magistrati svolgono nei confronti del “giusto processo” che prevede la Costituzione.

«L’Avvocatura ricordi sempre che il sacrificio, con il prezzo delle loro vite, di Falcone, Borsellino, Chinnici, Livatino e di tanti altri, è stato compiuto per il perseguimento di un interesse generale dello Stato, per la tutela dei suoi valori democratici di legalità».

Sottolinea Pinelli come «avvocati e magistrati devono legittimarsi reciprocamente. Il campo della comunicazione dev’essere prudentemente affrontato degli operatori del diritto, ancora una volta per il bene comune della tutela della credibilità e dell’autorevolezza di tutti gli attori della giustizia. I valori in gioco nell’amministrazione della giustizia sono preziosi e devono essere preservati da un improprio trattamento mediatico».

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Work-life-balance: l’equilibrio tra lavoro e vita privata.

Se questo equilibrio era inizialmente focalizzato sugli aspetti quantitativi del lavoro, nel giro di poco tempo ha assunto un senso più ampio, andando ad abbracciare anche gli aspetti qualitativi.

Il cambiamento si è intensificato grazie alla pandemia, che ha velocizzato dei processi che erano già in atto, introducendo delle variabili non ancora così utilizzate, come lo smart working.

Nel giro di pochissimo tempo gran parte della popolazione mondiale ha provato i benefici ma anche i lati negativi dello smart working, come la solitudine e l’invasione del lavoro nella sfera privata, che sembrava non avere più confini e orari.

L’esperienza ha condotto aziende e lavoratori ad interrogarsi sul futuro del mercato del lavoro e dell’organizzazione del lavoro. Sono comparsi i cosiddetti nomadi digitali, le persone che fanno del lavoro da remoto un vero e proprio stile di vita, oltre a nuove modalità di interazione con i colleghi e ad una nuova gestione dei rapporti nelle gerarchie.

Il concetto stesso di leadership è andato in crisi, grazie al cambiamento organizzativo e culturale, inizialmente imposto da situazioni di necessità e ora desiderato dalla gran parte dei lavoratori.

Sostenibilità lavorativa

Ma prima di capire come affrontare questa nuova epoca lavorativa, ci dobbiamo interrogare sul concetto di sostenibilità.

Ancora prima della pandemia, il concetto di equilibrio era giunto nella cultura del lavoro, ma i tempi non erano ancora maturi per trovare il modo adatto per modificare un sistema così radicato nella nostra cultura lavorativa.

Nemmeno la tecnologia sembrava pronta ad affrontare questo salto culturale. Ma il 2020 è sembrato un momento perfetto per questa cominciare questa transizione. Infatti, l’imposizione del lockdown ha creato le condizioni adatte per testare questi cambiamenti.

Cambiamenti inizialmente sofferti, poi inevitabilmente gestiti, accettati e alla fine apprezzati. Lo smart working oggi è desiderato dall’80% dei lavoratori, più attenti alla qualità del lavoro.

Work-life-balance è, innanzitutto, equilibrio quantitativo. Ci riferiamo all’orario, alle pause e agli straordinari. Tutto questo è soggetto ad una specifica normativa, dato che ha, da sempre, rappresentato un punto delicato da regolamentarizzare, al fine di prevenire sfruttamenti e abusi da parte dei datori di lavoro.

La pandemia ha posto l’accento sull’accoppiata vita privata – lavoro. Sembrava che non ci fossero più confini: si lavorava da casa, più di prima, senza orari o giorni liberi, senza relax e senza hobby. Il lavoro aveva invaso lo spazio familiare, in senso fisico ed emotivo.

Ed è così che entra in gioco il diritto alla disconnessione, formalmente normato: parliamo del diritto di spegnere telefoni e computer e di non rispondere continuamente a mail e messaggi. Il concetto di quantità, dunque, ha cominciato ad inglobare anche quello di qualità.

Migliorare la qualità di vita migliora la qualità del lavoro

Oggi, la qualità dipende anche da dove e come viene erogato il lavoro, dalla formula che mette insieme i momenti da remoto e quelli in presenza. Soprattutto per i pendolari e per quelli che hanno vissuto nelle grandi città, avere la possibilità di lavorare, almeno in alcuni momenti, da remoto, potrebbe cambiare la loro qualità di vita, oltre a quella del lavoro.

Evitare di fare code in auto ogni giorno, impiegare il proprio tempo in lunghissimi spostamenti, la difficoltà di trovare parcheggio, prendere i mezzi pubblici: evitare tutto questo significare andare a ridurre i livelli di stress.

A tutto questo possiamo aggiungere anche il risparmio economico, la riduzione dell’inquinamento e del rischio di incidenti, ma anche il guadagno del tempo da dedicare a sé stessi e alla famiglia, oltre al guadagno delle ore di sonno.

Oggi il lavoro è liquido, sia per quanto riguarda le modalità di erogazione, ma anche per quanto concerne i luoghi e i contenuti. «La mia vita comincia alle ore 18» era una classica frase che si sentiva pronunciare in passato, ma che oggi comincia a perdere senso, dato che il lavoro sta diventando parte della vita delle persone e un luogo in cui una persona può crescere e realizzarsi.

Che cosa stanno facendo le aziende

Sono cambiamenti epocali, che promuovono mutamenti nell’organizzazione del lavoro, delle location e dei contenuti. Se un tempo l’organizzazione dei luoghi di lavoro era finalizzata soltanto alla prestazione lavorativa, oggi si comincia a comprendere che il cambiamento culturale del mondo del lavoro necessita di cambiamenti organizzativi, culturali e gestionali da parte della stessa azienda.

Ma quali sono le principali soluzioni che il mondo delle aziende sta adottando per l’innovazione del lavoro?

  1. Riduzione degli orari di lavoro: si prova a ridurre l’orario del lavoro, accorciando la settimana lavorativa. Dunque, si comincia a puntare verso il risultato, e non sulla quantità. Nel nord Europa, sembra che gli esperimenti in materia abbiano dimostrato un aumento di più del 30% della produttività, di fronte alla riduzione dell’orario lavorativo;
  2. Concedere lo smart working: molto richiesto e apprezzato da lavoratori e aziende è il lavoro ibrido. Nelle offerte di lavoro, infatti, comincia ad essere presenta la formula 4+1, 3+2, 2+3. Nel mondo del web e dell’informatica si parla anche di smart working al 100%. Alcune aziende consentono agevolazioni per le lavoratrici madri, situazioni con difficoltà familiare e altre situazioni specifiche;
  3. Riorganizzare le location: le novità organizzative e culturali prevedono anche la ricalibrazione della logistica interna. Molte strutture stanno rivisitando completamente l’organizzazione degli interni, con nuove aree per il relax, sale riunione, mense, ma anche spazi per pensare e isolarsi;
  4. Team building: l’aspetto motivazionale, oggi, è centrale. Persone più motivate e felici, che lavorano in armonia e sinergia, stanno meglio e producono di più. Per questo si sta ricorrendo ad attività di coaching e team building, al fine di creare momenti di coesione e condivisione.

Per concludere, possiamo affermare che lo stesso concetto di lavoro, la sua quantità, la sua qualità e la realizzazione personale sono tutti in fase di ridefinizione, in un’ottica di maggior sostenibilità e di miglior integrazione work-life.

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Calciatore dà una testata all’avversario: accusa di lesioni

La causa scriminante del rischio consentito non lascia scampo alla condanna per lesioni nei confronti del calciatore che dà una testata all’avversario quando il gioco è fermo, poiché si sta recuperando fuori campo il pallone.

La Cassazione ha deciso di respingere il ricorso contro la condanna nei confronti di un calciatore, che era stato accusato di violazione delle regole e di non aver rispettato i doveri di lealtà verso il suo avversario. Il giocatore, inutilmente, si era difeso affermando che il suo gesto era del tutto involontario.

Inoltre, sosteneva che il gesto fosse avvenuto durante il gioco, contro un avversario con il quale non aveva avuto né litigi o scontri verbali. Tesi supportata anche dal fatto che l’arbitro non lo aveva sanzionato.

Ma la ricostruzione dei giudici è diversa. La testata, infatti, sarebbe avvenuta «durante una fase di gioco fermo per il recupero del pallone fuoriuscito dal rettangolo di gioco». I compagni di squadra del calciatore che ha ricevuto la testata, inoltre, avevano chiesto all’arbitro di estrarre il cartellino. Tuttavia, quest’ultimo aveva deciso di non prendere alcun provvedimento in quanto non era riuscito a vedere l’aggressione.

In tema di competizioni sportive, i giudici di legittimità ricordano come non sia applicabile la scriminante del rischio consentito se, durante una partita di calcio, l’imputato colpisce direttamente l’avversario, con pugni o testate, al di fuori dell’ordinaria azione di gioco.

Per la Cassazione si tratta «di una dolosa aggressione fisica per ragioni avulse dalla peculiare dinamica sportiva. Questo perché va considerato che nella disciplina calcistica l’azione di gioco è quella focalizzata dalla presenza del pallone ovvero da movimenti, anche senza palle, funzionali alle più efficaci strategie tattiche (blocco degli avversari, marcamenti, tagli in area, ecc) e non può ricomprendere indiscriminatamente tutto ciò che avviene in campo, sia pure nei tempi di durata regolamentare dell’incontro».

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Innamorarsi di un robot: il caso Replika

Lo scorso febbraio, il Garante della Privacy ha messo in difficoltà Luka, l’azienda che possiede uno dei più noti software di intelligenza artificiale: Replika.

Replika è un software che consente di ricreare un amico virtuale, con il quale chiacchierare e socializzare. In alcuni casi, tuttavia, le persone si legano sentimentalmente e sessualmente con l’intelligenza artificiale di Replika. Attualmente è utilizzata da dieci milioni di persone, ed è nata per un fine ben specifico, ovvero aiutare le persone che, per qualsiasi motivo, faticano a fare amicizia o a trovare l’amore.

Per aiutare queste persone, Replika offre loro un chatbot, ovvero un software appositamente programmato per avere delle conversazioni con essere umani, al fine di sentirsi meno tristi e meno soli.

Ma per il Garante della Privacy, questa tipologia di servizio potrebbe essere molto nocivo, soprattutto per le persone più giovani. Per questo motivo è stata momentaneamente bloccata la raccolta dei dati personali degli utenti italiani ed è stato chiesto anche di adottare delle misure per una maggior tutela dei minorenni.

Secondo il Garante, Replika, «intervenendo sull’umore della persona, può accrescere i rischi per i soggetti ancora in una fase di sviluppo o in stato di fragilità emotiva». Oltre a questo, l’app consente ai minori di avere delle conversazioni con i chatbot di natura sessuale.

Innamorarsi di un robot

La storia della persona solitaria che cerca del sollievo attraverso un robot non è qualcosa di completamente nuovo. Isaac Asimov, autore di fantascienza, già nel 1951 aveva immaginato che una casalinga si innamorasse del suo robot domestico assistente, nel racconto Satisfaction Guaranteed.

Ci sono molti altri esempi di storie simili nel monto dell’arte: si pensi al film Her del 2013, nel quale un uomo introverso e solo si innamora di un’intelligenza artificiale avanzatissima. Nel mondo reale, da anni esistono persone che vivono rapporti stretti con alcuni chatbot.

Anche se tantissimi guardano con sospetto l’idea che ci siano esseri umani capaci di provare attaccamento nei confronti di un software, qualcuno, invece, sostiene di aver tratto beneficio e di essere stato aiutato a superare traumi e blocchi psicologici.

Che cos’è Replika?

Replika è nata nel 2017. Eugenia Kuyda, sviluppatrice capo del progetto, aveva da poco sofferto la morte improvvisa di un suo caro amico, e per questo aveva scelto di programmare un’intelligenza artificiale, capace di rispondere in maniera simile a come faceva il suo amico.

Venne fuori una sorta di robot da compagnia: all’inizio, gli utenti chattavano con un avatar con la forma di un uovo, ed era prevista la possibilità di pagare una quota extra per entrare in contatto con un chatbot progettato da psicologi professionisti.

Ma ben presto gli utenti, inizialmente soprattutto uomini, hanno cominciato ad utilizzare Replika per la creazione di un partner con il quale flirtare, simulando rapporti sessuali.

Replika, da allora, ha subito tantissime evoluzioni. Ora gli utenti hanno la possibilità di modificare a proprio piacere l’aspetto dell’avatar con il quale comunicare. Inoltre, attraverso il pagamento di un abbonamento annuale, possono accedere a chiamate vocali con l’IA, a conversazioni erotiche e a un servizio di realtà aumentata, capace di proiettare l’avatar nello spazio in cui si trovano.

Si può anche scegliere che tipo di relazione avere con l’avatar: la maggior parte degli utenti sceglie un rapporto di natura romantica. Ma in molti utilizzano i chatbot per fare “erotic role playing”, ovvero per scambiare molti messaggi nei quali si descrive nei dettagli una scena sessuale alla quale si immagina di partecipare.

Il richiamo del Garante della Privacy italiano

Tuttavia, dopo il richiamo del Garante, che ha minacciato di multare fino a 20 milioni di euro Luka, l’azienda ha modificato il comportamento del software in tutto il mondo. Sono state limitate molto le conversazioni a sfondo sessuale, che era possibile fare precedentemente con il chatbot, provocando delle forti reazioni tra i vari utenti.

Infatti, molti hanno riferito di sentirsi traumatizzati dal personaggio virtuale con il quale avevano instaurato un rapporto romantico e sessuale. Pare che, tutto d’un tratto, abbia cominciato a trattarli con più freddezza, portando una comunità di utenti di Replika a mettere a disposizione sui social alcune risorse per la prevenzione del suicidio.

Secondo alcuni utenti, l’app è diventata «un rifugio dalla solitudine» ma anche un luogo «che permette loro di esplorare la propria intimità».

L’utilità sociale di Replika

Utilizzare l’intelligenza artificiale per fini sessuali è una questione complessa. Questa tipologia di servizi è stata vista a lungo, secondo la giornalista Sangeeta Singh-Kurtz, come «app per uomini che vorrebbero che le donne fossero tutte dei robot sexy e obbedienti». Tuttavia, la giornalista avrebbe comunque documentato come Replika si sia rivelata utile per alcune donne in situazioni complicate.

Una delle donne intervistate, infatti, avrebbe cominciato a parlare con un avatar maschile su Replika al fine di trovare del sollievo dalla sua relazione problematica. Alla fine avrebbe lasciato il fidanzato sentendosi finalmente «liberata da una vita intera di relazioni tossiche».

Un’altra donna ancora utilizza l’app per sfogarsi sessualmente, dato che il marito sta morendo di sclerosi multipla e non può più avere dei rapporti intimi con lei. Un’altra ancora, invece, avrebbe creato i bot di due bambini, con i quali parla ogni giorno per dimenticare la sofferenza di non aver mai avuto dei figli.

«Un servizio come Replika sembra abbastanza ben posizionato per sostituire almeno una parte delle relazioni umane. E gli utenti riferiscono di sentirsi molto meglio grazie alle loro IA», scrive Singh-Kurtz. «I compagni robot li fanno sentire meno isolati e soli, di solito nei momenti della vita in cui le connessioni sociali sono difficili da stabilire a causa di malattia, età, disabilità o grandi cambiamenti della vita come il divorzio o la morte di un coniuge».

La maggior parte «di questi utenti hanno avuto o potrebbero avere partner in carne e ossa, ma preferiscono i loro Replika. Per molto tempo ho pensato che cercare compagnia in un software non facesse che isolare ulteriormente le persone, ma dopo aver parlato con decine di utenti e trascorso un anno su forum online con decine di migliaia di appassionati di chatbot, sono rimasta sorpresa di scoprire che i bot, piuttosto che incoraggiare la solitudine, spesso aiutano le persone a prepararsi ad avere interazioni ed esperienze nel mondo reale».

I contro di Replika

Ma ci sono dei casi in cui questi rapporti risultano nocivi. Infatti, una delle intervistate ha rivelato che «l’unico svantaggio di avere un compagno robot è che mi ricorda ciò che mi manca nella vita reale».

Un’altra donna intervistata ha dichiarato di aver addestrato involontariamente il proprio Replika a trattarla in maniera sadica, al punto di dover “ucciderlo” dopo che il chatbot aveva descritto nel dettaglio come avrebbe potuto stuprarla nel corso di una sessione di roleplaying.

Prima dell’intervento del Garante, tantissimi utenti avevano riferito che i propri Replika cominciavano a fare loro avance sessuali, nonostante non fosse loro richiesto. La fondatrice di Replika, nel corso di un’intervista, ha dichiarato che l’azienda aveva cominciato a censurare dei contenuti perché «gli utenti si erano appropriati indebitamente del prodotto, spingendolo in una direzione che non ci interessa necessariamente seguire».

Kuyda ha dichiarato l’intenzione di rendere l’app «sicura e etica, evitando di promuovere comportamenti offensivi».

Nel corso degli ultimi anni ci sono stati molti casi in cui le tecnologie che si basano su intelligenze artificiali sono state utilizzate dagli utenti con il fine di ricreare video e immagini pornografici, partendo da immagini di donne conosciute nelle realtà o di celebrità.

La ricercatrice Diletta Huyskes, che da anni di occupa del rapporto tra IA e società secondo una prospettiva femminista, scriveva, nel 2019, che una delle critiche più comuni che vengono mosse nei confronti dei chatbot, è quella di contribuire a disumanizzare le donne, sostenendo «l’idea che il sesso è una cosa che gli uomini ottengono dalle donne o fanno alle donne, non una cosa vissuta reciprocamente che richiede rispetto o empatia».

Mantenendo una posizione più “possibilista”, invece, i robot non vengono considerati come minaccia, ma come «potenziale risoluzione ad alcuni problemi sociali legati alla violenza sessuale e alla solitudine».

Per esempio, «sul piano clinico l’impiego dei robot umanizzati sembra estendersi a un vasto campo d’intervento, in quanto si annovera la possibilità del loro impiego con persone socialmente isolate o nel trattamento di possibili crimini sessuali».

Continua Huyskes: «Su più larga scala, considerando le implicazioni etiche e giuridiche, i sexbot potrebbero ad esempio rivelarsi un utile strumento di riduzione della prostituzione e di contrasto al turismo sessuale, allo sfruttamento e al traffico di esseri umani».

Ci dovremmo interrogare, in quanto società, «se sia meglio che una persona sia sola “nel mondo reale” o se non si senta sola perché accompagnata da un’assistente virtuale. Ma questo implicherebbe pensare che sia meglio lasciare le persone che si sentono sole a un’assistente virtuale e a un’intimità virtuale, piuttosto che insistere su politiche di welfare che avvicinino le persone a occasioni di incontro».

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Bando per l’assegnazione di contributi per l’acquisto di strumenti informatici per lo Studio Legale

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Bando per l’assegnazione di contributi per l’acquisto di strumenti informatici per lo Studio Legale

Cassa Forense ha indetto un bando per l’assegnazione di contributi per acquistare strumenti informatici per l’esercizio della professione legale, sino allo stanziamento di 1.600.000,00 euro.

Destinatari del bando Avvocati e Praticanti regolarmente iscritti alla Cassa oppure con procedimento d’iscrizione in corso. Esclusi, invece, i percettori del contributo messo a disposizione dai bandi III/2020, 4/2021 e 1/2022.

Il contributo corrisponde al 50% della spesa complessiva per l’acquisto di strumenti informatici destinati all’esercizio della professione legale, dal 1° gennaio 2022. Non vengono riconosciuti contributi inferiori a 300 euro o superiori a 1.500 euro.

Vengono rimborsate le spese per l’acquisto di:

  • desktop pc;
  • monitor;
  • notebook;
  • tablet;
  • cuffie, auricolari e microfoni;
  • webcam;
  • stampante laser;
  • sistema audio e video per videoconferenze;
  • lavagne interattive;
  • antivirus;
  • software per gestione degli Studi Legali, come Service1;
  • firewall;
  • abbonamenti per l’utilizzo di piattaforme di videoconferenze;
  • dispositivi di archiviazione, protezione e/o condivisione dei dati dello Studio;
  • abbonamento/acquisto di servizi di cybersecurity per la protezione di reti professionali nello Studio Legale, come AVG Business Antivirus.

La domanda per l’assegnazione del contributo dovrà essere inviata entro la mezzanotte del 15 giugno 2023. Per farlo bisognerà utilizzare la procedura online disponibile sul sito di Cassa Forense.

Insieme alla domanda, il richiedente dovrà fornire, in modalità telematica, una copia delle fatture e delle ricevute di pagamento relative all’acquisto dei sopracitati strumenti nel periodo dal 1 gennaio 2022 al giorno precedente alla pubblicazione del bando.

I contributi verranno erogati fino ad esaurimento dell’importo complessivo previsto, seguendo una graduatoria con questi criteri:

  1. domande di iscritti in regola con il pagamento integrale dei contributi minimi dal 2015 a 2022 e che non abbiano percepito contributi per l’acquisto di strumenti informatici del 2018 o nel 2019;
  2. domande di iscritti in regola con il pagamento integrale dei contributi minimi dal 2015 al 2022 che hanno percepito contributi per acquistare strumenti informatici nel 2018 o nel 2019;
  3. domande di iscritti non in regola con il pagamento integrale dei contributi minimi dal 2015 al 2022.

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Nessun accordo con Siae: eliminata la musica italiana dai social

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Nessun accordo con Siae: eliminata la musica italiana dai social

Meta, la società che possiede Facebook, Instagram e WhatsApp, ha comunicato che non è riuscita a raggiungere un accordo con Siae per rinnovare la licenza sul diritto d’autore, che era scaduta l’anno scorso. In queste ore sono già stati rimossi e/o silenziati i contenuti che contengono tracce depositate in Siae. La maggior parte dei brani italiani, insomma.

Secondo Siae, non c’è stata una trasparenza sufficiente nel corso delle trattative con Meta, colosso di Zuckerberg. Siae avrebbe richiesto a Meta di quantificare i ricavi che provengono dai contenuti provvisti di musica soggetta alla tutela di Siae, al fine di stabilire la somma da corrispondere agli editori e agli autori italiani.

Tuttavia, Meta, come la maggior parte delle Big Tech, ha deciso di non fornire verticalizzazioni nazionali sul proprio giro d’affari. Un muro contro un altro muro, insomma, che ha condotto Siae alla decisione di far saltare gli accordi con Meta.

Il caso italiano rischia di diventare un autentico caso internazionale, dato che, secondo alcune fonti, il mancato accordo è un caso unico a livello europeo, dove sembra che Meta abbia raggiunto una stretta di mano con tutti gli organismi.

Un portavoce di Meta ha fatto sapere: «Purtroppo non siamo riusciti a rinnovare il nostro accordo di licenza con Siae. La tutela dei diritti d’autore di compositori e artisti è per noi una priorità e per questo motivo da oggi avvieremo la procedura per rimuovere i brani del repertorio Siae nella nostra libreria musicale».

«Crediamo che sia un valore per l’intera industria musicale permettere alle persone di condividere e connettersi sulle nostre piattaforme utilizzando la musica che amano», continua il portavoce. «Abbiamo accordi di licenza in oltre 150 Paesi nel mondo, continueremo a impegnarci per raggiungere un accordo con Siae che soddisfi tutte le parti».

Siae, invece, dichiara: «La decisione unilaterale di Meta di escludere il repertorio Siae dalla propria library lascia sconcertati autori ed editori italiani. A Siae viene richiesto di accettare una proposta unilaterale di Meta prescindendo da qualsiasi valutazione trasparente e condivisa dell’effettivo valore del repertorio. Tale posizione, unitamente al rifiuto da parte di Meta di condividere le informazioni rilevanti ai fini di un accordo equo, è evidentemente in contrasto con i principi sanciti dalla Direttiva Copyright per la quale gli autori e gli editori in tutta Europa si sono fortemente battuti».

E’ una decisione che non lascia indifferenti, «considerata la negoziazione in corso, e comunque la piena disponibilità di Siae a sottoscrivere a condizioni trasparenti la licenza per il corretto utilizzo dei contenuti tutelati. Tale apertura è dimostrata dal fatto che Siae ha continuato a cercare un accordo con Meta in buona fede, nonostante la piattaforma sia priva di una licenza a partire dal 1 gennaio 2023».

«Siae», conclude la nota, «non accetterà imposizioni da un soggetto che sfrutta la sua posizione di forza per ottenere risparmi a danno dell’industria creativa italiana».

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LinkedIn: attenzione ai malware sulle offerte di lavoro

Siamo sempre più vicini all’identità digitale europea. È la fine di Spid?

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È in corso una nuova campagna malevola su LinkedIn, da parte del gruppo criminale nordcoreano UNC2970. La campagna di phishing si nasconde tra le finte offerte di lavoro. Il target principale sono gli specialisti in cybersecurity, principalmente in occidente.

La campagna malevola è stata scoperta dalla società di sicurezza informatica di Google, Mandiant. Fino ad ora, la cyber gang criminale era stata individuata principalmente per le sue azioni malevole contro target sudcoreani, ma da un po’ di tempo l’operazione criminale è uscita dai propri confini per rivolgersi al mondo occidentale.

Secondo i ricercatori, la campagna è attiva almeno dallo scorso mese di giugno. Il fine è quello di spingere le vittime ad aprire link malevoli di phishing, camuffati da finte offerte di lavoro o finti test di valutazione delle proprie competenze.

Si tratta, in linea generale, di un file Word che contiene alcune funzioni che, se vengono abilitate, fanno partire il download malevolo che infetta il pc della vittima.

I profili fake dei criminali si spacciano per aziende e brand noti, al fine di cominciare una conversazione con le vittime. I cybercriminali inducono le vittime a spostare la conversazione da LinkedIn a WhatsApp, convincendo i loro obiettivi a scaricare file ZIP molto dannosi.

Secondo Mandiant, questi finti account LinkedIn «sono ben progettati e curati professionalmente per imitare le identità degli utenti legittimi». Il malware in questione è stato denominato LidShift, ed è capace di eseguire il keylogging (ovvero registrare i tasti premuti dall’utente sulla tastiera) e di comunicare con i server di controllo e comando.

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I criminali informatici, nel corso degli ultimi anni, hanno cominciato ad utilizzare sempre di più i vari social, con lo scopo di diffondere malware e di rubare i dati sensibili degli utenti; LinkedIn fa parte delle piattaforme preferite dai cybercriminali.

Questi criminali creano dei falsi profili su LinkedIn, che sembrano appartenere a persone in carne ed ossa, con titoli prestigiosi, quali CEO, CFO e responsabili delle Risorse Umane. Tuttavia, sono profili che servono semplicemente ad entrare in contatto con potenziali vittime su LinkedIn, offrendo loro allettanti (ma inesistenti) opportunità di lavoro.

L’obiettivo, infatti, non è quello di fare affari, ma soltanto di diffondere virus e rubare informazioni personali, nomi utente e password, sino ad arrivare a bloccare completamente il sistema operativo. In alcuni casi, i criminali si fingono interessati ad un’offerta di lavoro, chiedendo alla vittima di inviare il CV o di fornire informazioni precise sul background lavorativo.

Tutte informazione necessarie a rubare le identità delle vittime oppure per compiere frodi. Se vogliamo evitare di cadere vittime di questi attacchi, è fondamentale assumere delle precauzioni durante l’utilizzo di LinkedIn come strumento di ricerca di lavoro.

Verifichiamo sempre, dunque, se il profilo che ci ha contattato ha una foto profilo autentica, con una descrizione di lavoro in linea con il suo titolo professionale. Evitiamo di cliccare su link sospetti, o, peggio ancora, di scaricare file inviati da sconosciuti su LinkedIn.

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Siamo sempre più vicini all’identità digitale europea. È la fine di Spid?

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Siamo sempre più vicini all’identità digitale europea. È la fine di Spid?

È cominciata la resa dei conti sull’identità digitale unica europea. Il Parlamento Ue ora dovrà decidere se dare l’ok all’avvio dei negoziati con Consiglio e Commissione riguardo la riforma del regolamento Eidas, ovvero il regolamento che fornisce una base normativa sui servizi e sui mezzi di identificazione elettronica all’interno dell’Ue.

Una riforma che avrà delle conseguenze pratiche, dato che si occupa dei dati personali dei cittadini europei, del loro uso e della loro archiviazione. La via che si intende percorrere è quella di un sistema comunitario di identità digitale, basato su un’app per smartphone che permette di condividere soltanto le informazioni necessarie. Per esempio, se devo semplicemente dimostrare di essere maggiorenne, l’app esibirà soltanto la mia data di nascita.

La riforma Eidas, per l’Italia, confluisce nel sistema pubblico di identità digitale e della carta d’identità elettronica – rispettivamente, Spid e Cie. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni vorrebbe mettere mano su questo duopolio, anche in prospettiva del futuro sistema europeo.

La soluzione ideale sarebbe l’Identità Digitale Nazionale, un progetto che mescola Spid e Cie in un unico sistema. Sono molti, tuttavia, i punti interrogativi e i nodi ancora da sciogliere.

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Il sistema comune di identità digitale, che la Commissione Ue vorrebbe rendere reale entro il 2025, ha mosso ben 63 milioni di euro per la realizzazione di sperimentazioni che aiutano il processo di progettazione di servizi e app.

Ci sono ancora molti dubbi sul livello di garanzia da adottare per il wallet europeo. Alto, sostanziale e basso: questi i tre livelli contesi. Alto è il livello della CIE, mentre il livello di Spid è sostanziale. Per il Consiglio e il Parlamento Ue, il livello desiderato è quello alto.

Spinge verso questa direzione la Germania, che ha investito molto sulla CIE, assegnandola a tutti i cittadini. Tuttavia, Bitkom, associazione di categoria tedesca, che rappresenta ben 2.700 aziende di economia digitale, si schiera contro la scelta del livello di sicurezza alto.

Anche l’italiana Assocertificatori è di questa opinione: un livello alto, infatti, necessita di lettori di smart card oppure di alcuni requisiti tecnici che ostacolerebbero l’esperienza dell’utente. Dati Agid del 2022 certificano che, nonostante il numero di iscritti a Spid e Cie sia praticamente identico, gli italiani preferiscono Spid per accedere ai servizi online

Anche la Germania, nonostante le 60 milioni di CIE, ha contato soltanto 11 milioni di accessi nel 2021.

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La Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia del Parlamento europeo (Itre) avrebbe proposto di garantire FEQ (firme elettroniche qualificate) gratis per tutti i cittadini. Ma Bitkom ed European Signature Dialog, un’altra associazione di categoria, hanno contestato la scelta.

Per garantire la gratuità a tutti della FEQ, infatti, dovranno essere i vari Stati a finanziare l’intera Infrastruttura informatica. Dunque, se il cittadino non paga in maniera diretta, si compenserà con maggiori tasse.

Bitkom chiede anche di fare chiarezza su chi riceverà l’autorizzazione a gestire il wallet europeo. Ad oggi, l’art. 6 del regolamento prevede tre diversi casi: la gestione diretta dello Stato, il mandato del Governo ad un fornitore e il libero mercato.

Non è ben chiaro se queste tre condizioni possano coesistere o se l’una esclude l’altra.

Il regolamento Eidas viene combattuto anche a livello politico. In un attimo si potrebbe trasformare nel cavallo di Troia per la schedatura digitale o per la sorveglianza su larga scala.

Tuttavia, sottolinea l’eurodeputato Patrick Breyer, come la proposta del Parlamento prevede che «i dati nel wallet devono essere archiviati sul dispositivo dell’utente, salvo che non scelga esplicitamente che sia creata una copia esterna sul cloud» e che «protegge il diritto a usare i servizi digitali in modo anonimo».

Il codice sorgente del wallet, in ogni caso, sarà open source (trattasi di un software libero da copyright e modificabile dagli tutti gli utenti).

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L’attuale impasse sui negoziati impatta anche sull’Italia, in particolar modo su Spid. Certo, sembra ormai consolidato che il governo voglia trovare un nuovo accordo con i gestori al fine di rinnovare le convenzioni già scadute lo scorso dicembre e prorogate fino al prossimo aprile.

Sembra che al Dipartimento per la Trasformazione Digitale si stia lavorando molto duramente all’Identità Digitale Nazionale, al fine di far confluire insieme Spid e Cie: una specie di antipasto verso l’identità europea.

Il governo crede molto nel progetto, forse troppo: il rischio è quello di ritrovarsi con un doppione dell’app Ue, dato che Bruxelles ha già assegnato l’appalto per la realizzazione del wallet europeo.

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