pagamenti amazon one

Amazon ha reso possibile il pagamento con il palmo della mano

Amazon ha messo a disposizione il servizio Amazon One, che dà la possibilità di pagare mostrando semplicemente il palmo della mano sullo scanner.

L’opzione era già disponibile in 200 dei 500 punti vendita di Whole Foods, ovvero una catena di supermercati USA acquisita dal colosso dell’e-commerce nel 2017 per 13 miliardi di dollari. Ora, il servizio verrà esteso in tutti i punti vendita.

Ma che cos’è il servizio Amazon One? Si tratta si un sistema di pagamento contactless, che, tramite la scansione del palmo della mano, con un lettore ottico permette di procedere con un acquisto. Oltre al dispositivo che legge la mano, a rendere possibile tutto questo troviamo un algoritmo customizzato, che si basa su dati biometrici.

Per registrarsi in uno dei punti vendita, i clienti dovranno soltanto inserire i dati della propria carta di credito, mostrando il palmo della mano allo scanner, affinché gli elementi vengano abbinati.

Amazon One è disponibile attualmente in più di 200 punti vendita Whole Foods, ma nei prossimi mesi verrà esteso in tutti gli altri punti vendita, visto che ha già registrato 3 milioni di utilizzi. Anche Panera Bread, una catena di ristoranti, ha cominciato ad installare questi terminali in alcuni punti vendita.

Amazon One si pone l’obiettivo di velocizzare i processi di pagamento e di identificazione, consentendo ai clienti di collegarsi e di accedere senza problemi ai programmi di fidelizzazione, verificando l’età e fornendo un accesso sicuro.

Firma del palmo

Amazon ha riferito di aver stretto accordi con Discover, American Express, Visa, MasterCard e le principali banche degli USA al fine di consentire ai titolari l’utilizzo di Amazon One. Per Amazon, questo sevizio è decisamente più sicuro, visto che l’unicità del palmo della mano di un individuo non può essere replicata in alcun modo da altri clienti.

Amazon One «non utilizza le immagini grezze del palmo della mano per identificare una persona», ma «analizza sia il palmo che la struttura della vena sottostante per creare una rappresentazione numerica e vettoriale unica, chiamata ‘firma del palmo’, per la corrispondenza dell’identità».

Dove finiscono i dati

La domanda è scontata: che fine fanno questi dati?

Per Amazon i dati biometrici dei clienti si trovano al sicuro, archiviati e protetti in un server Amazon. Ma alcuni esperti in materia di privacy hanno sollevato alcuni dubbi a riguardo.

Per esempio, nel 2021 alcuni senatori statunitensi hanno scritto all’azienda per riuscire ad ottenere chiarimenti su questo tipo di tecnologia e sul modo in cui Amazon avrebbe utilizzato i dati dei consumatori, per il tracciamento e per la pubblicità.

Amazon, oltre a precisare che non condivide tali dati con parti terze ha risposto che «i dati del palmo di Amazon One non vengono utilizzati da Amazon per scopi di marketing e non vengono acquistati o venduti ad altre società per scopi pubblicitari, di marketing o per qualsiasi altro motivo».

Di recente, tuttavia, Techcrunch ricorda come Amazon stia «affrontando una class action per non aver fornito un avviso adeguato ai sensi di una legge sulla sorveglianza biometrica di New York, in relazione all’uso dei suoi lettori Amazon One nei negozi Amazon Go».


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Giustizia: carenze organico in tutta Italia

Cosa sta succedendo con il reddito di cittadinanza?

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Giustizia: carenze organico in tutta Italia

In Italia, il settore giustizia vede una scopertura di organico del 22%. Dunque, mancano 9.739 operatori all’appello su 43.468, ovvero il totale della dotazione organica pubblicato online sul sito del ministero.

La carenza riguarda tutto il Paese, e i numeri sono stati illustrati dal ministero della Giustizia, che il 26 luglio ha pubblicato un interpello nazionale ordinario, in cui vengono comunicate le sedi a disposizione per la mobilità dei dipendenti.

Sul sito, dunque, sono disponibili tutte le schede delle regioni, tranne nel caso del Trentino cha ha una contabilità interna.

Tutte le regioni hanno dei ruoli scoperti: i dati peggiori si registrano in Lombardia, con 1.222 posti scoperti, Campania con 1.151 e Lazio con 1.104 posti mancanti.

Nel Lazio, una scheda è riservata agli Uffici centrali, che si trovano tutti nella capitale e contano carenze per 462 posti: si tratta del personale dei tribunali, dei giudici di pace, delle procure, del ministero e della Cassazione.

L’unica regione che ha un numero a doppia cifra è il Molise, che conta 97 posti mancanti. In Veneto sono scoperte 474 unità e in Emilia-Romagna 465: tra le regioni più grandi, sono quelle che sono messe meglio.

Tali scoperture di organico hanno recentemente interessato tutta l’agenda del governo, in particolare attraverso due decreti dedicati alla PA, sbloccando i concorsi nei mini-enti.

Inoltre, è arrivata la comunicazione da parte del ministero della giustizia dell’apertura di 7 nuovi uffici periferici: 333 assunti a Milano, Torino, Firenze, Venezia, Napoli, Roma e Palermo. Dal prossimo autunno, inoltre, varranno banditi dei concorsi per diversi profili professionali, con scorrimenti di graduatoria.

Leggiamo nella nota diffusa: «Si tratta di un importante passo in avanti verso l’attuazione di un reale decentramento amministrativo, per una maggiore vicinanza del ministero della giustizia ai territori».


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Cosa sta succedendo con il reddito di cittadinanza?

Una chiavetta che cancella all’istante tutti i dati del nostro device

reddito cittadinanza

Cosa sta succedendo con il reddito di cittadinanza?

Dal 1° agosto cambieranno le regole riguardo il reddito di cittadinanza. Già a partire da venerdì scorso, tanti degli attuali percettori del reddito hanno ricevuto un sms da parte dell’INPS per informarli che avrebbero smesso di ricevere il sussidio.

Si tratta di tutte quelle persone che per il governo sono in grado di lavorare, e che a partire da agosto potranno ricevere un sussidio un po’ più piccolo frequentando corsi di formazione per il lavoro. Secondo le stime, 169mila famiglie hanno già ricevuto questa comunicazione.

Infatti, nel fine settimana ci sono state varie proteste, visto che tante persone non avevano idea che avrebbero perso il sussidio; inoltre, le opposizioni e i sindacati hanno criticato il modo in cui è stato comunicato ai percettori, ovvero senza spiegazioni e con poco preavviso.

Della riforma del reddito si parla da mesi, ma gran parte delle persone coinvolte si trovano in gravi condizioni di indigenza, e non sembrano essere necessariamente informate rispetto alle decisioni prese dal governo.

Secondo gli ultimi dati raccolti dall’INPS, a giugno 895mila nuclei familiari hanno ricevuto il reddito di cittadinanza, ovvero 2 milioni di persone. L’attuale governo è sempre stato molto critico nei confronti del reddito, strumento introdotto nel 2019 da Lega e M5S.

I partiti della maggioranza sostengono, da sempre, che il reddito non abbia incentivato in alcun modo i percettori con possibilità di lavorare a farlo seriamente, e che, dunque, la misura faccia parte della concorrenza per quanto riguarda i lavori poco retribuiti.

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Con le nuove norme il reddito verrà sostituto da due strumenti. Il primo è l’assegno di inclusione, che entrerà in vigore il prossimo gennaio per le famiglie considerate più fragili, ovvero quelle in cui è presente un minore, una persona con disabilità o una persona con più di 60 anni.

Gli altri nuclei familiari, invece, hanno almeno una persona in grado di lavorare, e sono loro che stanno ricevendo gli sms da parte dell’INPS. Per loro la misura si chiamerà Supporto per la formazione e il lavoro, sarà meno consistente, con dei vincoli molto più stringenti e durerà al massimo un anno.

Come funziona l’assegno di inclusione

Per richiedere l’assegno di inclusione le famiglie devono dimostrare di avere un ISEE inferiore a 9.360 euro. Inoltre, bisogna avere un patrimonio mobiliare inferiore a 6mila euro.

Le regole, comunque, restano le stesse del reddito. L’importo massimo sarà di 500 euro per una persona single, a cui si possono aggiungere 280 euro destinati all’affitto. L’importo e i limiti varieranno a seconda di come è composta la famiglia.

L’assegno di inclusione potrà essere erogato per 18 mesi, anche se c’è la possibilità di rinnovo nei periodi successivi di 12 mesi. A precedere ogni rinnovo almeno un mese di sospensione.

E’ stato abbassato da 10 a 5 anni il tempo minimo di residenza in Italia per la richiesta. 733mila famiglie potranno, potenzialmente, beneficiare di questa misura.


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Una chiavetta che cancella all’istante tutti i dati del nostro device

Cybersecurity: l’Italia è debole su tecnologie e software

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Una chiavetta che cancella all’istante tutti i dati del nostro device

Redkey Usb V5 è un piccolo accessorio, progettato per rendere l’operazione di cancellazione dei dati salvati su pc, tablet e smartphone più semplice e rapida possibile. Un accessorio comodo da utilizzare anche per chi non ha particolari competenze informatiche.

Non richiede, inoltre, alcun piano di abbonamento, e dunque il sistema è pronto e operativo per poter essere utilizzato in maniera illimitata dopo l’acquisto.

Cancellare i dati su un dispositivo risulta necessario quando si vende il proprio pc portatile, lo smartphone o il tablet; ma anche quando bisogna restituire un apparecchio concesso in comodato d’uso, o quando si procede con la donazione di un device ad un’associazione benefica.

Ad ogni modo, a prescindere dal motivo originario, ripristinare i dati di fabbrica è un’opzione presente in tutti i sistemi operativi, anche se potrebbe risultare insufficiente se si ricerca la massima tranquillità.

In questo scenario, Redkey Usb V5 è una soluzione efficace e definitiva. Basta inserirlo nella porta usb del dispositivo e la procedura si avvia in maniera automatica, ripulendo tutto bene in profondità.

Il dispositivo risulta essere compatibile con praticamente qualsiasi dispositivo. Ci sono diverse versioni di Redkey Usb V5: si parte dalla versione di base, quella più economica, che costa 37 euro e si arriva alla versione Ultimate di 93 euro.

Possiamo finanziare il progetto, se vogliamo, su Kickstarter: le spedizioni cominceranno nel dicembre 2023 in ogni zona del mondo.


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Cybersecurity: l’Italia è debole su tecnologie e software

Cassa Forense: bando per la frequenza di corsi di alta formazione professionale

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Cybersecurity: l’Italia è debole su tecnologie e software

Aziende ed istituzioni italiane hanno imparato che devono assolutamente prendere precauzioni contro i cybercriminali così come da alcuni governi.

Si pensi alle violazioni per scopi di spionaggio informatico messi in atto da Stati come Russia, Cina e Corea del Nord, anche se non mancano operazioni del genere da parte di nazioni considerate alleate.

Nel 2013 Edward Snowden aveva rivelato, per esempio, i dettagli del progetto Echelon, un’infrastruttura americana che doveva sorvegliare la Rete, anche se ci sono dei casi molto più eclatanti. Nel 2020 è emersa l’operazione Rubicone, ovvero un piano messo a punto dalla CIA per consentire a Germania e USA di spiare gli Stati di tutto il mondo attraverso un software molto utilizzato dai ministeri italiani.

Nel 2017, in Germania, avvenne un altro scandalo, che vedeva gli USA nel ruolo di spia nei confronti degli alleati.

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Per riuscire a costruire un’infrastruttura di Cybersicurezza efficace, bisogna ricorrere ad un gran numero di tecnologie e di prodotti: in Italia, l’offerta in tal senso è scarsa, quasi nulla. Anche se non è un problema di competenze o capacità.

Nel 2014 è nata Yoroi, un’azienda italiana che produce una gran quantità di software con funzioni che migliorano le performance degli analisti che combattono gli attacchi. Ermes Cyber Security, invece, è un’azienda di sicurezza informatica torinese, che ha creato una piattaforma di Browser security, unica in Europa nel suo genere.

Il prodotto consente agli utenti la navigazione in tutta sicurezza, evitando accuratamente le minacce che lo aggrediscono dal web, andando a filtrare dal phishing ai siti malevoli che portano a scaricare i malware.

Potremmo andare avanti con l’elenco delle aziende importanti nel settore (si pensi a SGBox e ad Endian); non è un problema economico, visto che quando un’azienda ha un progetto molto interessante, dimostrando anche di avere le capacità di portarlo avanti, i fondi non tardano ad arrivare.

Nonostante tutte le eccellenze, esistono delle aree che riguardano la sicurezza informatica che risultano scoperte, o comunque non del tutto attive, nelle quali troviamo soltanto aziende di piccole dimensioni che non sono riuscite ancora ad affermarsi.

Per esempio, due aree con un urgente bisogno di un player italiano sono quelle dell’IAM, Identity Access Management e del CIAM, Customer Identity Access Management. Gran parte delle violazioni informatiche avviene attraverso la violazione delle credenziali d’accesso.

Tecnologie del genere potrebbero fare la differenza tra attacco riuscito e attacco sventato. Tuttavia, in Italia nessuno punta su questo settore. Tale situazione costringe le aziende italiane a utilizzare prodotti esteri, sui quali non si ha un vero e proprio controllo.

Anche se i casi di violazioni informatiche e spionaggio sono rari, un’infrastruttura che protegge risorse strategiche non dovrebbe essere messa in condizione di correre rischi vista la mancanza di alternative affidabili al 100%.


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Cassa Forense: bando per la frequenza di corsi di alta formazione professionale

Arc, arriva il browser rivoluzionario che cambia il nostro modo di navigare online

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Cassa Forense: bando per la frequenza di corsi di alta formazione professionale

Cassa Forense, nelle iniziative dedicate al sostegno della professione, ha deciso di stanziare 1.500.000,00 euro per un bando per frequentare corsi di alta formazione professionale, in merito all’esercizio dell’attività forense.

Al bando possono partecipare Avvocati e Praticanti che al 27 luglio 2023 risultino regolarmente iscritti a Cassa Forense, oppure con procedimento d’iscrizione in corso, che non siano né sospesi o cancellati. Esclusi, invece, i titolari di pensione di vecchiaia.

Il contributo erogato sarà pari ad un massimo di 5.000,00 euro, ovvero il 50% della spesa, per frequentare un master/corso/scuola di specializzazione o di perfezionamento che duri almeno 30 ore, che deve concludersi entro il 2023.

I partecipanti dovranno essere in regola con tutte le comunicazioni reddituali a Cassa Forense nel loro periodo d’iscrizione. La domanda dovrà essere inviata entro il giorno 18 gennaio 2024, attraverso la procedura online presente su www.cassaforense.it.

I contributi verranno erogati sino ad esaurimento dello stanziamento attraverso una graduatoria inversamente proporzionale per quanto riguarda l’ammontare del reddito netto professionale.


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Arc, arriva il browser rivoluzionario che cambia il nostro modo di navigare online

A Catania un avvocato bloccato dagli incendi: il Giudice rigetta l’istanza

arc browser

Arc, arriva il browser rivoluzionario che cambia il nostro modo di navigare online

Creare un nuovo browser non è semplice, soprattutto perché quelli già affermati uccidono i nuovi arrivati. Chrome e Safari, insieme possiedono più dell’83% del mercato. Agli altri rimangono soltanto le briciole.

Forse è anche un po’ colpa nostra e delle nostre abitudini, ma emergere nel mondo dei browser sembra una battaglia persa in partenza, anche per colossi come Microsoft.

Ebbene, in questo scenario troviamo Arc, che per Bloomberg è «il miglior browser uscito nell’ultimo decennio» e «permette di ripensare le basi di come usiamo il Web». Arc è appena diventato disponibile per tutti in versione Mac e iOS, dopo essere stato accessibile soltanto su invito.

Ma quali sono le motivazioni alla base di una scelta del genere? E soprattutto, su cosa puntare per riuscire ad emergere e a distinguersi?

Sulla privacy, su una maggior libertà, su un minor tracciamento, su una minor censura, come nei casi di DuckDuckGo, Tor e Firefox Focus? No, Arc punta ad essere «un sistema operativo per Internet», con lo scopo di reinventare e stravolgere il nostro rapporto con la Rete.

Arc è stato rilasciato il 19 aprile 2022, si basa su Chromium (della stessa famiglia di Chrome) ed è compatibile con tutte le estensioni del browser Google. Inoltre, utilizza Google come motore di ricerca.

Il nuovo browser è stato sviluppato da The Browser Company, una startup con sede a New York – non nella Silicon Valley, e questa è una gran bella differenza rispetto ai suoi rivali. The Browser Company è stata fondata da tre nomi importanti nella storia di Internet, ovvero da Darin Fisher, Josh Miller e da Hursh Agrawal.

Leggi anche: DuckDuckGo: l’alternativa a Google che non raccoglie i nostri dati

The Browser Company è nata nel 2020, e ha raccolto 18 milioni di dollari di finanziamenti da circa una ventina di diversi investitori. Si tratta di un ottimo biglietto da visita, ma non basta: perché Arc sta avendo tanto successo, e perché piace tanto agli addetti ai lavori?

Il motivo principale è che prova a smuoverci dalle nostre abitudini. Infatti, è un browser che sta tentando di cambiare completamente il nostro rapporto con la Rete, ma in maniera positiva: addio alla tab in orizzontale e benvenuti spazi in verticale.

Maggiori disponibilità, inoltre, di strumenti per fare più cose insieme, come videochiamate o prendere appunti, tutto durante la navigazione, ridisegnando tutti i siti seguendo i propri gusti personali. Questa funzione si chiama Boost, ovvero Potenziamento, e consente di cambiare l’aspetto grafico di tutti i siti o soltanto una parte, cambiando il font e le sue dimensioni, nascondendo pezzi di pagine oppure mettendone in evidenza altri.

Dunque, una funzione che consente di adattare la navigazione alle proprie esigenze personali, e non viceversa. Non è una cosa che siamo abituati a fare, e forse all’inizio potremmo combinare dei pasticci: ma si potrà tornare indietro molto facilmente.

Alla base di tutto questo, comunque, troviamo una filosofia che sta prendendo sempre più piede in questi anni, ovvero la prospettiva di una tecnologia meno invadente e più trasparente.


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A Catania un avvocato bloccato dagli incendi: il Giudice rigetta l’istanza

L’Unesco vorrebbe vietare gli smartphone a scuola

A Catania un avvocato bloccato dagli incendi: il Giudice rigetta l’istanza

Il 25 luglio 2023 Catania è stata colpita dallo stato di emergenza, a causa degli innumerevoli incendi che si stanno verificando sul territorio.

«Massima solidarietà al collega per quanto a lui accaduto nel corso dell’udienza del 25 luglio», leggiamo nella pagina Facebook della Camera Penale di Catania “Serafino Famà”.

Un avvocato penalista, infatti, è dovuto fuggire di casa insieme al figlio minore, a causa di un incendio che divampava proprio nella zona in cui abitava.

L’uomo, dunque, ha chiesto ad un collega presente in aula di segnalare al Tribunale la sua assenza, dovuta al rogo, e dunque l’impossibilità di assistere l’imputato. Tuttavia, il giudice ha rigettato l’istanza, poiché «non documentata e non attestante un impedimento assoluto».

Leggiamo in una nota firmata da Antonino Guido Distefano, il presidente e Santi Pierpaolo Giacona, consigliere del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Catania: «Oltre ad apparire surreale, esprime tutta la sua gravità in ognuno degli aspetti in cui la si consideri».

«Appare raccapricciante», prosegue la nota, «la superficialità con la quale è stata sottovalutata una circostanza drammatica che coinvolgeva l’incolumità personale di un avvocato e ancora prima, di un uomo e della sua famiglia. Indigna poi, non solo il Coa, ma l’intera classe forense, la manifesta mortificazione del diritto di difesa consumatori con il provvedimento in questione».

Il Coa il Catania esprime tutta la sua solidarietà al collega «colpito da un drammatico evento e penalizzato da un provvedimento abnorme e ingiusto. L’istanza di rinvio riassumeva tutti gli elementi della forza maggiore e, come ovvio, non documentabile perché riguardava un avvenimento che si stava svolgendo in quel momento».


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Secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione per l’istruzione, la scienza e la cultura delle Nazioni Unite (Unesco), vietare l’utilizzo degli smartphone a scuola aiuta a migliorare l’apprendimento, a ridurre le distrazioni e a proteggere studentesse e studenti dal cyberbullismo.

L’Unesco ha infatti lanciato un appello a tutti i governi del mondo, al fine di vietare l’uso degli smartphone in classe, come già avviene nei Paesi Bassi e in Francia.

Dichiara Audrey Azoulay, direttrice generale Unesco: «Le connessioni online non possono sostituire l’interazione umana. La rivoluzione digitale ha un potenziale incommensurabile, ma così come sta venendo regolata nella società è necessario regolarla anche nell’educazione. Il suo uso deve essere finalizzato a migliorare le esperienze di approfondimento e favorire il benessere di studenti e insegnanti, non a loro discapito».

Per compilare il Global Education Monitor Report 2023, Unesco ha deciso di analizzare 200 sistemi educativi in tutto il mondo, per dimostrare in che modo l’utilizzo eccessivo degli smartphone contribuisca alla riduzione del rendimento scolastico, a squilibri emotivi e, in generale, ad un impatto negativo sull’apprendimento.

La maggioranza delle ricerche che sostengono che le tecnologie, invece, apportino un valore aggiunto al sistema dell’istruzione, sono state realizzate grazie ai finanziamenti delle aziende educative private che cercano di fare pubblicità per riuscire a vendere i propri prodotti.

Tale tendenza, secondo il rapporto, desta preoccupazione, che sia per la salute educativa delle nuove generazioni, in quanto privilegia il profitto, a discapito dell’efficacia e della completezza educativa, sia perché sostiene un’individualizzazione crescente delle persone, trascurando la dimensione sociale e il senso dell’istruzione.

Le piattaforme educative digitali, inoltre, contribuirebbero ad aumentare il gap educativo e le diseguaglianze sociali, poiché miliardi di persone nei paesi a basso reddito vengono escluse da tali servizi, essendo anche ecologicamente impattanti.

Dunque, sottolinea Unesco, i governi di tutto il mondo dovranno delineare obiettivi e principi chiari, nei quali delimitare l’utilizzo delle tecnologie digitali nel mondo dell’educazione, al fine di garantire un loro utilizzo benefico, per evitare qualsiasi tipo di danno a studentesse e studenti.

Tutelare la sicurezza digitale delle persone più giovani, comunque, è anche un modo indiretto per riuscire a proteggere la democrazia, garantendo sempre il rispetto dei diritti umani, evitando violazioni della privacy causate da attacchi informatici oppure riducendo l’esposizione al cyberbullismo così come all’odio online.

L’Unesco, per farlo, ha citato la Francia, che dal 2018 ha deciso di vietare l’utilizzo degli smartphone in classe, e i Paesi Bassi, che lo vieteranno dal 2024. Viene citata anche la Cina, che limita l’utilizzo degli strumenti digitali a scuola per il 30% del tempo di insegnamento, imponendo delle pause regolari dallo schermo.

L’Unesco, con questo appello, non vuole vietare l’utilizzo della tecnologia nell’educazione. Anzi, il Global education monitor report 2023 evidenzia anche il ruolo fondamentale della tecnologia al fine di garantire una continuità a livello educativo delle condizioni di emergenza, come per la recente pandemia.

Il punto, in questo caso, è semplicemente spronare i governi ad agire in tempo, per poter porre delle regole e dei limiti che riducano le diseguaglianze, garantendo un utilizzo della tecnologia collegato ad una visione dell’istruzione incentrata sugli esseri umani.


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Se un avvocato praticante decide di cancellarsi dall’albo al termine della pratica forense avrà comunque il diritto a vedere riconosciuto il suo tirocinio, nonostante non abbia presentato una richiesta specifica. Il rilascio del certificato non presuppone l’istanza da parte dell’interessato.

Lo chiarisce il CNF, con la sentenza 59 del 27/03/2023, dopo aver accolto il ricorso di una laureata in giurisprudenza che si era cancellata dall’elenco e che, a distanza di anni, aveva richiesto il riconoscimento della pratica forense per l’accesso all’esame di Stato.

Il COA di Rieti aveva respinto la richiesta, visto che la ricorrente aveva svolto la pratica forense tra il 2011 e il 2014, ma aveva scelto di cancellarsi dal registro dei praticanti «senza richiedere alcuna certificazione in merito all’attività svolta».

Risultava, inoltre, che aveva svolto «compiutamente e proficuamente i primi 3 semestri di tirocinio, sui 4 all’epoca previsti dalla normativa». L’aspirante avvocato, contro questa delibera, ha proposto ricorso, sostenendo che si doveva applicare la normativa previgente, salvo la riduzione del periodo del tirocinio a 18 mesi (art. 48 legge 247/2012).

Il rilascio del certificato, con valore di mera attestazione pratica, rappresenta un atto vincolato in funzione certificatoria.

Precisa il CNF, che alla scadenza del periodo che prevede la legge, non viene conseguito automaticamente il rilascio del certificato di pratica compiuta, «ma al fine occorre un’attività di verifica che la legge affida al COA, nell’ambito dei compiti di vigilanza e controllo di un corretto ed efficace tirocinio forense (art. 29, comma 1, lett. C), della legge n. 247/2012, specificati nell’art. 8 DM n. 70/2016».

Il COA avrebbe espletato l’attività convalidando i 3 semestri di tirocinio svolti, «necessari ai fini del completamento del periodo ai sensi della legge 247/2012». Al termine del periodo del tirocinio, è anche vero aveva formulato la propria istanza di cancellazione dal Registro, senza richiedere comunque il rilascio del certificato di pratica compiuta.

In ogni caso, «la nuova disciplina dettata dal DM n.70/2016, applicabile al caso in esame con riferimento al procedimento di rilascio del certificato, non prevede più la richiesta dell’interessato ai fini del rilascio del certificato, ma onera il COA, all’esito delle verifiche svolte nell’ambito dei compiti di vigilanza e controllo, al rilascio del certificato di compiuta pratica (art.8, comma 6)».

Il DM 70/2016 «non poteva trovare applicazione nel gennaio 2014, in quanto è entrata in vigore solo nel 2016», ed era «vigente nel momento della richiesta della Dott.ssa».

Dunque, la cancellazione non avrebbe interrotto il tirocinio già compiuto, dopo la convalida dei tre semestri da parte del COA, che avrebbe «dovuto rilasciare o meno il certificato di compiuta pratica a norma del CM 70/2016».

Inoltre, la ricorrente lamenta l’applicazione illegittima dell’art. 17, comma 10, legge 247/2012, che non può essere applicato prima della sua entrata in vigore. Spiega il CNF che il termine dei sei anni per richiedere il certificato deve considerarsi in riferimento ai tirocini della nuova disciplina.

La ricorrente, dunque, ha il diritto ad ottenere il certificato di compiuta pratica, pari a tre semestri.


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