Redazione 9 Dicembre 2024

Governo, +847mila occupati in due anni: merito alle imprese e agli effetti post pandemia

Aumentano i posti di lavoro stabili e calano i contratti precari

Nei primi due anni di governo Meloni, l’Italia registra un aumento dell’occupazione pari a 847mila unità (+3,6%), secondo i dati diffusi dall’Ufficio Studi della CGIA. Di questi, 672mila sono lavoratori dipendenti e 175mila autonomi. L’aspetto più rilevante è il boom di contratti stabili: i posti fissi sono aumentati di 937mila unità, mentre i lavoratori con contratto a termine sono diminuiti di 266mila. Questa dinamica ha fatto scendere l’incidenza dei “precari” al 14,4% sul totale dei dipendenti, due punti percentuali in meno rispetto a ottobre 2022.

Parallelamente, i disoccupati sono diminuiti di 496mila unità, attestandosi a 1.473.000 persone, e gli inattivi sono calati a 12.538.000 (-198mila).

Le donne protagoniste della crescita occupazionale

Quasi la metà dei nuovi posti di lavoro è stata conquistata dalle donne: su 847mila nuovi occupati, 420mila sono lavoratrici (+49,6%), mentre gli uomini rappresentano il 50,4% (427mila). La disoccupazione femminile è diminuita di 274mila unità, un calo superiore a quello registrato dagli uomini (-223mila). Complessivamente, le donne occupate in Italia hanno raggiunto la cifra record di 10.253.000.

Tassi di occupazione e disoccupazione in miglioramento

Oltre alle variazioni assolute, anche i tassi di occupazione e disoccupazione segnano progressi. Nella fascia d’età 15-64 anni, il tasso di occupazione è salito al 62,5% (+1,9%), mentre il tasso di disoccupazione è sceso al 5,8% (-2 punti). Significativa anche la riduzione del tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni), che si attesta al 17,7% (-5 punti).

Il tasso di occupazione femminile, storicamente il più basso d’Europa, ha raggiunto il 53,6% (+2%), mentre il tasso di disoccupazione femminile è sceso al 6,3% (-2,7%).

Gli over 50 trainano il mercato del lavoro

Il contributo più significativo alla crescita occupazionale proviene dalla fascia degli over 50, che rappresentano l’83,8% del totale dei nuovi occupati. Dei 847mila posti creati, ben 710mila sono stati assegnati a lavoratori di questa fascia d’età.

Le ragioni sono molteplici: il progressivo invecchiamento della popolazione attiva, l’allungamento dell’età pensionabile e il crescente interesse delle aziende verso profili con esperienza e affidabilità. Questo ha portato anche a una riduzione dei disoccupati e inattivi tra gli over 50: 136mila disoccupati in meno (-28,6%).

Il Sud traina la crescita dell’occupazione

Un dato sorprendente riguarda la distribuzione geografica della crescita occupazionale: il Mezzogiorno è la macro-area con il maggiore incremento. Tra il 2022 e il 2024, il Sud ha registrato un aumento di quasi 350mila posti di lavoro, grazie agli investimenti del PNRR, al rilancio delle costruzioni e al rafforzamento delle esportazioni.

A livello regionale, la Sicilia è in testa con 133.600 nuovi posti di lavoro (+10%), seguita da Lombardia (+125.700), Campania (+89.900), Lazio (+76.500) e Piemonte (+71.600). La riduzione della disoccupazione è più marcata in Sicilia (-36.800), Puglia (-35.600) e Lombardia (-34.600).

Cassa Integrazione: segnali di allerta per l’economia

Se da un lato il mercato del lavoro mostra segnali positivi, dall’altro preoccupano i dati sulla Cassa Integrazione (CIG), che ha visto una crescita significativa nel 2024. Dopo il picco di gennaio (48 milioni di ore autorizzate), le richieste si sono mantenute elevate per tutto l’anno, con un’impennata a settembre (43,6 milioni di ore). A preoccupare maggiormente è il dato geografico: Nordovest e Nordest registrano i volumi più elevati, con picchi di 17 milioni di ore al Nordest contro i 7 milioni del Mezzogiorno.

Segnali positivi, ma restano le incognite

I risultati occupazionali ottenuti nei primi due anni del governo Meloni sono indiscutibilmente positivi. Tuttavia, gli analisti mettono in guardia: il merito non va attribuito esclusivamente alla politica, ma anche agli sforzi delle imprese e agli effetti post-pandemia.

Preoccupa il rallentamento della produttività, soprattutto nel settore dei servizi e del terziario, dove gli aumenti occupazionali non hanno corrisposto a un miglioramento degli stipendi. Con salari medi al di sotto della media europea, il rischio è che la crescita del lavoro si traduca in precarietà economica.

Inoltre, il forte aumento della Cassa Integrazione, unito alla crisi della produzione industriale e all’instabilità geopolitica, rischia di compromettere i progressi fatti. Per evitare una nuova crisi, gli esperti sottolineano la necessità di utilizzare con efficacia i fondi del PNRR, con 130 miliardi di euro ancora disponibili da qui al 2026.

L’auspicio è che la spinta del Sud e il consolidamento dei contratti a tempo indeterminato possano essere il preludio di un rilancio più stabile e duraturo per l’intero mercato del lavoro italiano.


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